Il libro dell'attuale nuovo ministro
La tua politica
Il grande sogno (infranto) di poter guidare il cambiamento - Tommaso Vitale
Il grande sogno dei movimenti, delle istituzioni civili, democratiche, solidali, progressiste, per anni e anni, è stato quello di riuscire a costruire una narrazione in cui in qualche maniera noi esseri umani siamo capaci di guidare il cambiamento. E’ una delle cose più importanti che hanno caratterizzato il pensiero sociale e le piccole ideologie associative e civiche negli ultimi 200 anni. Guidiamo il cambiamento. A volte lo guidiamo male, non va bene, allora discutiamo, deliberiamo, facciamo democrazia per guidarlo meglio.
Fermiamoci un attimo. Facciamo una pausa su questa idea che sia tutto nelle mani di Trump, della Meloni, delle Acli, del collettivo, degli esseri umani... Fermiamoci sul fatto che ci siano forze determinanti che strutturano la nostra realtà. Siamo in una situazione in cui un sacco di cambiamenti che viviamo sul piano politico, sociale, sanitario, esistenziale, spirituale, psicologico, sono mossi dalla trasformazione tecnologica. Difficile dire che sia qualcosa che è frutto di politiche, scelte, regolazioni. Un po’ si, ma per lo più è una forza che possiamo in buona misura considerare autonoma e che fa cose straordinariamente importanti e con cui dobbiamo confrontarci, come facciamo di fronte ad altri agenti di cambiamento (climatico etc…). Ovviamente è legato ad azioni di attività umane, ma lo è in maniera molto complicata. E’ un cambiamento che avviene in virtù di forze che in grande misura sono autonome da noi e dobbiamo confrontarci con esse.
Sono cambiamenti che non rispondono a logiche meccaniche. Non rispondono a logiche semplici o lineari: se aumento questo, ci sarà meno di quest’altro. Se faccio questo, ne deriva questo. Il cambiamento tecnologico ha una portata straordinariamente importante e si muove secondo un’altra logica. Ed è straordinariamente importante perché entra dentro il grande sogno della modernità ed entra nella antropologia delle persone su un aspetto cruciale che è l’apertura verso possibilità sconfinate. La voglia di andare al di là dei propri limiti, di oltrepassare le frontiere. Questa, che era una enorme questione, ora si presenta tutta di un colpo nelle nostre vite su un piano cognitivo, che riguarda simboli, culture e questioni del cervello.
La filosofia moderna inizia con Kant. Quello che ragiona sul senso del limite, nell’etica, nell’estetica, nel diritto, per immaginare forme di vita regolata che uscissero da modalità autoritarie. Il senso del limite caratterizza le dimensioni dell’esistenzialismo. Chi sono io rispetto ai limiti con cui mi confronto. Caratterizza le riflessioni più importanti delle scienze economiche e sociali sulla produzione. Sono belle riflessioni. Il problema è che una cosa autonoma (il cambiamento tecnologico) ci fa provare un’esperienza specifica di limite e lo fa a tutti, a qualsiasi età, quasi a qualsiasi latitudine, quasi a costo zero (ci sono problemi energetici e disuguaglianze ma le cose nelle società occidentali sono comuni) a tutti. Fa provare lo spazio sconfinato della conoscenza ad altissimo contenuto estetico.
Questa rottura storica totale con il limite è qualcosa che entra profondamente nei sentimenti e nelle emozioni condivise che abbiamo. Nessuno ha tempo. Tutti sono in ritardo. Tutti siamo in ansia. Le questioni che prima erano solo dei manager frustrati diventano oggi il problema educativo di tutti. Tutti, a tutte le età, praticamente da subito, ci troviamo di fronte all’infinito, ad una forma di possibilità infinita. Perché il filtro alle opportunità era un filtro simbolico mediato dai soldi. La moneta, siamo a Berlino, Zimmel. La moneta è un bene in sé, può creare mercati, etc… ma la moneta è in gran parte qualcosa che ci permette di gestire la relazione al limite. Siccome ogni cosa ha valore economico e siccome noi abbiamo un potere economico limitato, non possiamo avere tutto. Nel momento in cui le cose sono a costo zero o comunque con un costo di entrata bassissimo. La moneta, la ricchezza, la stratificazione sulla base delle risorse non è più il criterio su cui si gestisce in maniera semplice il limite. Quindi il limite viene soggettivizzato a livelli che non hanno paragone.
Pensate all’accesso a piattaforme di gioco, a Netflix, a Spotify… sono accessi non ad una cosa, sono accesso ad una quantità di cose così sterminate che nessuno può fruire di tutto. Nel momento in cui passo da: pago le telefonate al minuto (o a risposta), a telefonate che hanno costo zero, ho fatto un cambiamento straordinario. Nel momento in cui passo da “ogni foto che faccio ha un costo” a “le foto hanno costo zero, la manipolazione delle foto ha costo zero… mi trovo di fronte alla necessità di gestire il mio rapporto con quelle opportunità infinite. Mi trovo a dover scegliere. Tutto nella nostra vita cognitiva (estetica, spirituale, relazionale) tutto, nella realtà della nostra vita, è senza limite. E tutto (o quasi) richiede una scelta, perché non vi è più un filtro economico basato sull’acquisto per l’accesso. Non è così per la casa, non è così per il cibo, non è così per tutto… ma dal punto di vista di come gestiamo il nostro tempo qualcosa di sconfinato entra nelle nostre vite e rimanda a problemi di responsabilità individuale e questo pesa enormemente sugli individui. Non solo su quelli in tenera età. Su tutti. Pesa in una maniera che stiamo solo iniziando a conoscere.
La capacità di organizzazione della propria vita quotidiana. La capacità di decidere quando fermarsi. La capacità di scegliere, la capacità di porre un limite. La capacità di darsi una sfera simbolica di confini, di tempo o altro che non si vuole toccare, che si vuole preservare, tutto diventa concretamente responsabilità nostra. E’ una responsabilità "psicoqualcosa" che cade su ogni individuo singolo e separato. Il primo punto (enorme) è che l’individualismo di oggi sta anche nella scelta continua di “quando mi fermo”? Non la scelta di chi può vedere la tv fino a tardi e si ferma alle televendite. E’ la scelta di chi ha accesso al meglio del meglio, in qualsiasi momento. Il corpo e i suoi ritmi sono nostra responsabilità. Bisogna ri-regolare, ogni singolo giorno, ogni singola scelta. Le abitudini sono continuamente sfidate da opportunità sconfinate. Questo tipo di individualismo non ha niente a che fare con l’egoismo di chi vuole accumulare più soldi e con l’individuo solo che non ha relazioni. E’ un individualismo iper esistenzialista. E’ un individualismo di necessità responsabile. Io devo centrare me stesso sul tentativo di darmi un limite. E non è una scelta che faccio una volta per tutte. Mi basta non farlo per un pochino che prendo percorsi difficili… Il problema che era solo della iper elite e dei frustrati è oggi il problema di tutti. Il problema della noia di fronte ad un iper infinito che non si placa mai. Chiama ad un intrattenersi perché ci si annoia.
Non c’è più distinzione tra digitale e reale. E’ un tuttuno ed è comunque infinito e senza limite monetario la possibilità di incontrarsi. E questa noia ha anche un doppio, una backlash, una reazione, che sono tutte le comunità estremamente normate, iperideologizzate, che danno delle norme da setta, ma diventano un possibile ancoraggio, per scaricarsi un po’ di peso iper individualizzato.
Il cambiamento tecnologico è sempre stato importante, soprattutto nelle esperienze che hanno origine nel movimento operaio. Il cambiamento tecnologico ha effetto sulle dinamiche di produzione. Ma il cambiamento tecnologico storicamente rinforzava una centratura su alcuni problemi comuni. E polarizzava il campo delle risposte, tra progressisti e conservatori. In passato il cambiamento tecnologico diceva: ecco, questo è il nostro problema. Il lavoro minorile, la sicurezza industriale, il tempo di lavoro… questo è il nostro problema. E si discuteva su: cosa ne facciamo? E, per chi veniva dal movimento operaio, la risposta era: mettersi assieme serve, per avere maggiore forza, per sostenere le nostre ragioni.
Dobbiamo tornare sempre alla genesi della modernità. Un pezzo della storia è la genesi del limite. Un altro pezzo della storia è la dialettica. Abbiamo pensato il nostro rapporto al tutto, in senso dialettico. Con forze un po’ più di progresso e redistribuzione e forze più reazionarie che tornano indietro. Ma più o meno questa centratura dialettica ha funzionato bene per spigare tante cose. Anche in Italia, in cui c’erano complessità legate alla DC… ma comunque c’era una istanza di un lato e di un latro che si confrontavano… Negli USA era molto più leggibile ma la dialettica delle reazioni in avanti e indietro su oggetti comuni era una filosofia importante che ha strutturato il modo con cui abbiamo pensato le cose.
In maniera sempre più sofisticata. Ma dietro c’era la tensione tra due e un’idea virtuosa di compromesso come sale della politica per avanzare sulla gestione di progetti comuni. Questa è una delle basi cognitive. Si convergeva in dei luoghi in cui tutti riconoscevano che questo era l’oggetto di priorità e si discuteva se fare così o così. L’arrivo autonomo, non pensato, del cambiamento tecnologico, ha completamente sfidato, distrutto, marginalizzato, spostato sul lato, le istituzioni formali e rappresentative e il ruolo dei media tradizionali (che, appunto, mediavano e alimentavano questa dialettica, erano uno dei luoghi in cui la dialettica si esprimeva). Il cambiamento tecnologico ha aperto progressivamente un enorme pluralizzazione sotto ogni aspetto. Le comunità di discussione e riflessione sul nostro vivere insieme si sono pluralizzate anche nel riferimento sulle pluralità degli oggetti comuni e sui luoghi e modi di dialettica. Questo è enorme. In questo si accompagnano altri fattori: c’è chi può pensare che non si fida più della scienza, c’è chi non vota, c’è chi dice che è uguale.
Noi possiamo dire che i partiti non sono bravi, non ascoltano… ma non è quello il motore del cambiamento. Il motore del cambiamento è che questo accesso infinito ha fatto si che non riconosciamo più oggetti in comune. Le priorità si frammentano tantissimo. Non c’è un luogo abbastanza condensato in cui fare dialettica e fare sintesi. Quando si passa da 3 tg con più o meno 4 persone su 5 che li guardano a tutto un mondo infinito di informazioni e quei 3 tg che sono guardati da 1 persone su 6… non è che siamo in una società più pluralizzata, siamo in un’altra società…
Si litiga ancora su alcuni oggetti (politica della casa, accoglienza immigrati…) ma questo tocca meno, tocca moltissimo meno… E’ ovvio che la politica come capacità di regolare con continuità offerta di beni e servizi resta vicinissima e importantissima alle persone. Ma la politica intesa come spazio di discutere e ragionare di problemi comuni salta. Noi potremmo sempre fare degli sconti e potremmo dire “noi facciamo dibattiti con le persone nel circolo, in consiglio comunale, nel parlamento europeo…” Possiamo dirlo ma sono 25 persone su un territorio di 2 milioni di persone. E comunque non compartecipiamo ad un movimento complessivo che ragiona, si differenzia… facciamo l’ennesima bolla in cui discutiamo uno tra i mille oggetti possibili su cui si discute…
Possiamo discutere di cosa doveva fare Letta, la Meloni, della distanza dei partiti… ma la destrutturazione in questo campo è enorme. E. dentro questa destrutturazione passa di tutto. Passa la possibilità di elite iper ricche che si presentano come povere. Passano politiche redistributive verso l’alto presentate come politiche per i poveri. Passa che ognuno dica la sua su come funziona la malattia...
Il problema, di fronte a tutto questo, è che il cambiamento non avviene grazie a buoni movimenti progressisti che spingono verso la redistribuzione. Non è lì la forma del cambiamento. Il cambiamento è autonomo e sta nel fatto che la gente è dentro straordinarie opportunità relazionali. Senza un filtro centrale. Il rapporto di tutta questa gente con lo sconfinato, le modalità di relazione con il senso del limite, hanno conseguenze sulla nostra capacità di deliberazione. Il cambiamento tecnologico fragilizza l’idea stessa di poter ragionare in termini dialettici sulla politica.
La dialettica tra spinte diverse non era leggera. Le derive che potevano portare le spinte di qui e di là potevano essere brutte. Il compromesso non è mai stato facile. Ma la dinamica era leggibile. Pensare che la tensione elite/popolo (che è la tensione principale oggi) sia legata ad una evoluzione delle ideologie è ingenuo. La tensione elite/popolo è legata alla destrutturazione degli spazi di riconoscimento comune degli oggetti.
Appunti presi in diretta e non rivisti dall'autore di un intervento di Tommaso Vitale in occasione di una formazione a lavoratori Acli.
Senza fare a meno di attraversare i conflitti
Per fare sviluppo serve portare visioni che aprono conflitti [Carrosio, 2019]. È necessario che la gente dibatta con le modalità indicate da Amartya Sen [Sen, 2000] e che costruisca dialoghi, discorsi, visioni.
Per arrivare allo sviluppo è necessario introdurre elementi di conflitto e di rottura nella costruzione della visione locale. Serve portare tutti al tavolo. Servono tutte le visioni presenti. Decostruire la comunità che si presenta in maniera apparentemente compiuta e monolitica. Con un’opera di svelamento. Perché poi la comunità si ricostruisca nel processo di riappropriazione condivisa del passato e d’individuazione del futuro. Attorno a uno specifico territorio. Non in astratto, ma con una postura territoriale.
I conflitti hanno un potenziale evolutivo, ma solo se vengono attraversati e trasformati. Nel suo manuale dal titolo: La trasformazione del conflitto con mezzi pacifici, Galtung parla di capacità di trascen-dere i conflitti [Galtung, 2006]. E prende un esempio: due bambini, un tavolo, un’arancia. Che succede? Nel suo schema tutte le soluzioni possibili di questa scena (ne individua 16) si raggruppano in 5 categorie: prevale una parte o l’altra (seguendo il più forte, seguendo un principio, seguendo il caso, o seguendo una compensazione che contiene in sé anche un possibile ampliamento del conflitto), prevale la scelta di ritiro (si regala l’arancia, la si mette via per dopo, non la si mangia ecc.), si arriva a un compromesso (tagliarla, spremerla, dividerla ecc.).
Siamo portati a vedere la compensazione e il compromesso come le soluzioni virtuose. Quelle che permettono di evitare il conflitto. Ma in realtà scivolare sempre e immediatamente in una conciliazione, per certi versi acritica tra le parti, è ciò che impedisce al conflitto di essere attraversato e, quindi, trasformato.
La soluzione trasformativa (cioè animativa, secondo noi) è quella che comprende tutto il resto: cucinare una torta all’arancia, metterla all’asta con una lotteria, dividersi il ricavato, per fare altri esempi. Ma anche piantare le parti scartate (semi) proprie e altrui, avviare un commercio, conquistare il mercato ecc. La soluzione trasformativa è la capacità di ridefinire la situazione, in un modo che tutto quello che sembrava incompatibile, bloccato, venga sbloccato e si apra un nuovo orizzonte di possibilità. La creatività è la chiave per la serratura. Il dialogo è la forza da applicare e tra i mezzi più immorali di tutti c’è il non uso di ogni mezzo. Perché la paura di macchiarci entrando nel contesto della storia non è una virtù ma un modo di sfuggirla [Machiavelli, 2013, orig. 1532].
Se questa considerazione è affascinante per tutti, ciò che spesso si tralascia di considerare è che rifiutare il compromesso immediato e mantenere con forza e determinazione la propria posizione non è necessariamente un atteggiamento poco pacifico e poco costruttivo. Anzi, può essere la precondizione necessaria per i passi successivi. La chiarezza e la tenuta assertiva delle proprie posizioni sono infatti essenziali per permettere all’altro di comprendere le proprie ragioni, e il dialogo nasce proprio da questo. Approccio animativo è anche saper stare nella fase in cui il conflitto diventa più evidente e si esplicita; anzi, a volte, è anche provocare l’esplicitazione di conflitti latenti o negati, affinché possano trasformarsi.
(in Forma Esplora Anima - Una conversazione animativa - Paola Villa)
L'ascolto che apre la vista
Vengo riconosciuto, vengo ascoltato. È questo ascolto che mi apre la possibilità di vedere altre opportunità, oltre a quelle viste fino a quel momento. Mentre è non essere ascoltati e non essere riconosciuti ciò che non mi permette di visualizzare le alternative. E visualizzare è la precondizione dell’agire.
L’animazione (responsabilità collettiva da assumere comunitariamente) è quindi una funzione di ascolto come avvio di relazione e come recupero delle dimensioni costitutive dell’umano, con cui costruire comunità. È l’ascolto del grido della città al centro del Piano pastorale della diocesi di Roma, ad esempio. Proposta di un anno dedicato a questo. In un piano pluriennale di cui non si conosce l’esito. «Non è solo la raccolta dolorosa ma doverosa delle tante sofferenze e ingiustizie che dilaniano la vita degli abitanti di Roma. C’è qualcosa di più, che richiede uno sguardo contemplativo». Dove contemplazione è guardare a lungo, con attenzione e interesse, sentendo e gustando (o soffrendo) le cose interiormente [Ignazio di Loyola, 2006, orig. 1615].
Altrimenti, corriamo il rischio di proporre misure semplicemente pragmatiche, quando, al contrario, ci viene richiesta una contemplazione dei popoli, una capacità di ammirazione, che faccia pensare in modo paradigmatico [Fausti, 2018]. Il coraggio che ci serve, oggi, è avviare processi profondi, i cui sviluppi saranno, probabilmente, portati avanti da altri da noi.
(in Forma Esplora Anima - Una conversazione animativa - Paola Villa)
La comunità, tra la persona e la folla
Le idee, i sentimenti, le emozioni, le credenze possiedono un potere contagioso intenso tra le persone, quanto quello dei microbi, si direbbe oggi. Il contagio delle emozioni in una folla [Le Bon, 2013, orig. 1895] è ciò che ci porta a «stare tra noi». Per proteggerci dai «virus» della rabbia altrui. Ma la metafora del virus, sebbene attuale, potrebbe non essere la più corretta. La folla, la massa, il pubblico, potrebbe essere facilmente contagiata dalle emozioni altrui, non perché contaminata dall’altro, dall’esterno. Potrebbe esserlo perché si propaga facilmente ciò che già c’è. Ciò che dà modo di esprimersi a un contenuto comune condiviso da più persone. Qualcosa di difficile da verbalizzare in via diretta e quindi esprimibile solo attraverso rappresentazioni simboliche o metaforiche o indirette.
Tendiamo a vedere la folla come irrazionale. La città e la rete come luoghi della folla. E pur invocando astrattamente il richiamo alla comunità, in realtà, contrapponiamo semplicemente la folla all’individuo. Forse ci sarebbe più utile, al posto di una contrapposizione città/campagna, folla/comunità, razionale/irrazionale, riconoscere che i processi (compresi quelli più aberranti) si presentano in varie gradazioni, in ogni forma di vita intima e aggregata, comunitaria e politica. E che, ad ogni gradazione, il piano cognitivo razionale non è l’unico legittimo. In questo senso con l’animazione di comunità intendiamo anche la capacità di tenere presente l’interezza della persona. E di tenere presente che, qualsiasi sia il ruolo che in un contesto assumiamo, anche noi siamo e restiamo sempre persone.
(In Forma Esplora Anima - Una conversazione animativa - Paola Villa)
Anche l'incompiuto serve
(In Forma Esplora Anima - Una conversazione animativa - Paola Villa)
Costruire un popolo
Se lo spazio sociale è frammentato e conflittuale, la comunità, così come il popolo, non è qualcosa di dato, ma è qualcosa che si dà continuamente. Il passaggio sociale e politico necessario all’organizzazione di un discorso è il movimento di creazione di un popolo [Bergoglio, 2013]. Che comprende la scelta dei confini territoriali, del nome e la capacità di fissare dei punti nodali.
Oggi assistiamo alla spoliticizzazione del politico. Senza punti nodali non esiste più il politico. Senza domande sociali organizzate non esiste più il politico. E senza politico anche il sociale si disintegra. «Il rischio è che il politico scompaia dalla faccia della terra», scriveva Hanna Arendt [Arendt, 2006]. Ce lo diceva anche don Giovanni Nicolini, accompagnatore spirituale delle Acli, qualche tempo fa: «[...] la politica è morta. Ma senza politica nemmeno noi viviamo. Per fortuna che noi crediamo nella resurrezione» [Nicolini, 2018].
Senza politica non c’è più modo di riorganizzare le parti. Il governo diventa solo amministrazione. I popoli diventano inevitabilmente popolazioni (identità su basi etniche, l’elemento base di ciò che chiamiamo sovranismo). Ma «la popolazione non è una scelta contrapposta ad altre. È ciò che resta quando non c’è più il processo di costruzione di un popolo» [Tarizzo, 2018, p. XXI].
(in Forma Esplora Anima - Una conversazione animativa - Paola Villa)
Riposizionare la tensione tra sociale e politico
Il campo sociale è frammentato in una pluralità di domande particolari. L’operazione comune attuale è cercare tante singole risposte. E allearsi con la politica «amica» per suggerirle e concordarle.
L’operazione necessaria oggi, invece, ci pare aggregare le domande particolari in un discorso complessivo. Il campo delle domande è il sociale. Organizzare un discorso è strutturare il discorso sociale da proporre al politico. In questo senso, il sociale non è prepolitico, è già politico, ma di diverso segno. È una tensione ciò che intercorre tra sociale e politico, non una progressione evolutiva. Eliminare la tensione elimina il processo. Il politico mira all’impossibile, alla costruzione di una società ordinata e perfetta che, se esistesse, abolirebbe nei fatti il sociale [Laclau, 2018]. Il sociale non è compatto e ordinato, è fatto di contrapposizione, fratture, negatività e, soprattutto, di tante, tantissime, specificità e particolarità.
Il primo passaggio, che viene dal sociale, è quindi riconoscere e fare emergere le domande sociali. Il secondo, che viene dal politico, è cercare di organizzare la risposta a quelle domande. Per fare entrambi i passaggi c’è bisogno di aggregare le domande singole in un fronte comune, che è un punto di divisione tra noi e loro. Il conflitto noi/loro è costitutivo. Oggi è evidente in diverse fratture che viviamo e che attraversano il nostro stare assieme. Più tendiamo a volerle risanare e ricomporre, più ci sembra che ricompaiano accentuate. Il conflitto è di per sé ineliminabile. Solo attraversandolo in maniera consapevole si può trasformarlo costruendo aspetti (sempre incompiuti) di comunità e restituendo al sociale il ruolo proprio e specifico di rendere le domande sociali emergenti, visibili, dicibili e prendibili.
C’è un ruolo sociale da assumere che è quello di aiutare a organizzare discorsi con le domande sociali che emergono. È qualcosa di differente dal rappresentare (cosa che richiede sempre la delega di qualcuno a essere rappresentato). È qualcosa che ha a che fare con la capacità di vedere e ascoltare e con la capacità di non fare storytelling (narrazione da fuori) ma discorso (conversazione da dentro). Ha anche a che fare con la capacità di rischiare una proposta che raccoglie e organizza ciò che si è ascoltato all’interno di un discorso. Un discorso che non teme, anzi ricerca sconfessione, confutazione, integrazione e che, attraverso questa, si modifica e trasforma continuamente.
Viviamo in un tempo in cui le domande sociali non si aggregano più in significati politici. E in cui lo spazio politico non si scompone più in domande sociali chiare. Manca il dialogo. Manca il discorso.
Ogni discorso si organizza cercando di trovare un centro. Ma costruire il centro non è cercare il punto mediano del discorso tra due estremi. È, caso mai, tentare di spostare il campo di gioco, stabilire quali siano le questioni centrali, influire per certi versi sul processo di costruzione dell’agenda politica. Fare emergere i punti nodali tra le molteplici domande sociali.
Tra il campo sociale e il campo politico va recuperata una tensione che è costitutiva della democrazia. Se questa tensione non attraversa questo campo, resta all’interno del campo sociale. E il nemico, pur simbolico o sublimato, diventa il mio vicino. L’altro da me. Se oggi, in tempo di caduta di tutte le ideologie, lasciamo al politico la funzione di organizzare le domande, lasciamo anche che sia lui a indicarci con chi entrare in conflitto. Possiamo sicuramente e con convinzione riconoscere i limiti della politica (e dei partiti che oggi la incarnano), ma non possiamo non riconoscere che ciò che manca prioritariamente oggi è il passaggio del sociale. Manca la capacità di organizzare un discorso e manca il coraggio di proporlo.
Annullare la tensione tra sociale e politico vuol dire lasciare intatto il sistema e portare il conflitto all’interno della società. Non si deve rinunciare alla dimensione politica del sociale. Anzi, il contrario. Si tratta di esprimerla pienamente e autonomamente. «Se vincevi te, io non sarei più stato dalla tua», scriveva don Milani nella lettera a Pipetta [Milani, 1950].
(in Forma Esplora Anima - Una conversazione animativa - Paola Villa)
Sarà lungo ricostruire
Si può cercare almeno di non cambiare in peggio, di qui e di là...
PNRR: scadenze tra sogno e realtà
Nel corso della conferenza stampa di fine anno il presidente del consiglio Mario Draghi ha affermato che uno dei grandi risultati raggiunti dal suo governo nel 2021 è stato il completamento di tutte le scadenze legate all’attuazione del Pnrr. Tale affermazione ha destato sorpresa anche tra gli osservatori che nelle settimane precedenti avevano delineato una situazione decisamente diversa.
Poche ore dopo l’annuncio di Draghi poi è iniziata a circolare la notizia dell’approvazione dei cosiddetti operational arrangements. Cioè le modalità attraverso cui le istituzioni europee effettueranno le verifiche sui risultati raggiunti dai singoli stati e successivamente erogheranno le risorse del Next generation Eu nei prossimi anni. Questi annunci hanno generato un po’ di confusione facendo sembrare che le istituzioni europee si fossero già espresse favorevolmente su quanto fatto sin qui dall’Italia. In realtà non è proprio così. Bruxelles infatti valuterà l’operato del nostro paese solo nelle prossime settimane.
Ma su questi temi sto ancora riflettendo
L'incontro fu ad una Agorà dei Giovani delle Acli, agli inizi degli anni 90. Portò una riflessione sulla partecipazione: lamentarsi della altrui non partecipazione è inutile. In molti casi persino ingiusto. Non possiamo chiedere partecipazione se avanziamo proposte non dotate di "parti prendibili". E "prendibile" è inteso come immagine anche fisica, pratica. Ed è connesso con "visibile", "dicibile", "comprensibile" e "possibile". Ed anche con l'idea stessa di "parte", e con il bisogno di smetterla di chiedere sempre e per forza "tutto".
Ieri, rileggendo Canta il merlo sul frumento (Lidia Menapace. 2015. Manni Editori) mi sono appuntata alcuni spunti che rimandano l'idea di lei. E offrono piste per proseguire riflessione, discussione, azione.
Discutevo alla follia sempre, di tutto, specialmente di politica e di religione, ne parlerò molto e sempre, restano temi che innervano tutta la mia vita.
...
Non so se fosse leggerezza o presunzione: fatto sta che feci tutto con la massima tranquillità. Se ci si rende conto della importanza e non rinviabilità di una incombenza, ce ne si fa carico, come si può.
....
Bisogna dunque cominciare a lavorare su una alternativa che, secondo me, è una alternativa culturale. Bisogna cominciare a lavorare sulle relazioni umane, su tutte le cose della quotidianità, su tutti gli aspetti della vita democratica.
...
E' importante tornare al concetto di complessità della nostra società, che non è più divisa solo in ricchi e poveri: è appunto più complessa, con varie stratificazioni sociali. Bisogna fare i conti con la complessità, anche perchè la complessità porta problemi di governabilità.
...
Oggi occorre trovare forme politiche che possano governare la complessità e non pensare che la complessità è ingovernabile a meno che non si faccia un governo antidemocratico.
...
Nel discorso sulla complessità e sulla sua governabilità non rientra l'organizzazione del partito. Il partito non è più possibile. Il partito non riesce più a governare, a gestire e a rappresentare questa complessità, nella società complessa. Quindi è inutile dire faccio un partito di sinistra, non serve, il partito è inadeguato nell'attuale situazione, non è in grado di ricomprendere in sé e di governare le relazioni economiche e sociali: è il partito in sé, che pure ha rappresentato una delle più grandi invenzioni politiche, che ha finito la sua storia.
...
Bisogna allora vedere quali sono i movimenti che oggi sono soggetti politici.
...
Sono soggetti politici coloro che danno una loro interpretazione.
...
Ma su questi temi sto ancora riflettendo.
Contenere
Ogni giorno una nuova.
Non è un caso.
È strategia.
Per scandalizzare.
Ed essere al centro dell'attenzione.
E se si è in grado tutti,
si può scegliere contro strategia di ignorare.
E si rischia di farsi male,
Ciò che serve non è scandalizzarsi.
O gridare allarme.
O prevedere dove si andrà a finire.
Ciò che serve è porre limiti.
Tenere.
Contenere.
E dai cm i metri.
E dai metri i chilometri.
Ogni giorno il limite si sposta più in là.
Contenere.
Senza odiare.
Senza urlare.
Semplicemente.
Fermamente.
Chi lo fa?
Storie di famiglia
Ogni famiglia ha le sue storie. Nella nostra, tra le altre, c'è quella del bis nonno Attilio.
Sindacalista, socialmente impegnato, rifugiato in Svizzera per motivi politici sul finire del secolo (800). Costruttore, nel senso di maker anzitempo (c'era un bellissimo schiaccianoci originale in ferro, che girava a casa della Nonna Maria, attribuito a lui). Inventore di un modellino di teleferica (che Andrea da bambino ha ammirato e rimirato a lungo) che si dice sia stato brevettato a Berna, con un brevetto poi abbandonato, pare, per impossibilità di continuare a pagarlo.
Le storie di famiglia, però, non si sa mai quanto siano vere del tutto. Spesso i ricordi si mischiano a suggestioni personali e miti famigliari. Non è mai facile stabilirne il confine, quando tutto è condito con gli affetti e i passa parola tra generazioni.
Alla Comunione di Marta esce, per l'ennesima volta, il discorso. Ma stavolta c'è il Giuliano (famiglia ramo Frulli) che tornato a casa verifica sull'archivio del Corriere della Sera e porta una prima prova di incrocio tra grande storia e piccola storia.
Il monologo di Favino e la campagna elettorale
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| Una scena di Quai Quest di Bernard Marie Koltes (autore anche de La Notte prima della foresta) |
Ritorno a Reims
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Ecco, invece il reboot della presidenza Trump mi è piaciuto decisamente meno... Al solito c'è da sperare che non tutto il fumo diventi a...


















