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Da dove si inizia a tagliare...


In attesa di decisioni comuni della presidenza (alle quali ovviamente mi sono dichiarata pronta ad aderire...) ho comunicato alla Segreteria Generale e all'ufficio del personale la decisione di autoridurmi lo stipendio del 30 per cento a partire da ora fino a scadenza di contratto (fine giugno 2016).

Quanto prendo di stipendio l'ho già detto qui e qui rendendo pubblica (da ormai due anni) la mia dichiarazione dei redditi.  

E perché credo sia opportuno farlo l'ho detto qui. E vale, oggi più di allora, la motivazione.

Dopo di che, ha ragione chi dice che tagliare non basta. Serve costruire ed investire.
Ma siccome comunque dei tagli sono da fare, meglio iniziare da qui.

P.S: la Presidenza ha successivamente deciso di autoridursi il compenso del 20%. Io ho mantenuto quanto deciso.


Il lavoro nero va bene!


Provo a fare un intervento con lo sguardo generale di tutto il lavoro svolto nelle 4 regioni. 

Abbiamo visto i dati del lavoro sommerso. Sono impressionanti.
Ed abbiamo anche visto che i dati sono una sottostima del problema.

Abbiamo sentito che le persone non vengono a chiedere aiuto per avere maggiori diritti. Ma perché temono di perdere il lavoro (nero) che oggi hanno, soppiantate da qualcuno disposto ad averlo più nero ancora.

Abbiamo colto l'esistenza di un sistema organizzato, strutturato e persino efficiente.  In grado di sostenere, tollerare, coprire o alimentare il lavoro nero.

Abbiamo colto impotenza e rassegnazione. E timore a parlare. 

Allora diciamocelo... A fronte di tutto questo, quello che realisticamente viene da dire è: il lavoro nero va bene!

Al di là delle dichiarazioni di principio, la realtà è che ciascuno di noi (singoli, associazioni ed istituzioni comprese) si sente nei fatti impotente. Aspira astrattamente al bianco, ma si arrende ad accettare il grigio. In un movimento collettivo che è di immersione non di emersione.

E ciò che ci ritroviamo è una società in immersione. Cioè... finiamo tutti annegati!

Perché gli effetti di un sistema di nero li abbiamo visti e sono concreti, non teorici: meno diritti. 
Ma anche meno soldi per le pensioni, meno soldi per la malattia, spazio crescente alla criminalità...

A fronte di tutto questo, consapevoli del senso di limite, di impotenza e frustrazione che ci portiamo addosso, ma anche dei rischi che corriamo nel non fare nulla...cosa ci dice il lavoro fatto? A mio parere ci dice alcune cose chiare:

Ci dice che da soli non si può niente ma che forse assieme si può provare.
Non grandi cartelli teorici. Piccole reti locali. Lavoratori, imprenditori, istituzioni, sindacati, forze di polizia, scuole...Si possono formare tavoli territoriali, mettere a confronto le esperienze e costruire assieme soluzioni piccole ma pratiche e condivise. Sperimentazioni da provare, misurare, verificare.

Ci dice che non bastano le sole norme o i soli controlli.
Serve  un sistema di sanzioni ed incentivi, un lavoro politico, amministrativo ma anche un'azione profondamente culturale. Perché esiste (sia tra i lavoratori che tra i datori di lavoro) troppa gente che non ha alcuna consapevolezza. E gente che è consapevole ma non sa da che parte cominciare. C'è da fare coinvolgendo le imprese, le scuole, le università, le parrocchie...

Ci dice che non esistono solo buoni e cattivi.
Esistono datori di lavoro che vorrebbero regolarizzare e lavoratori che si rifiutano oltre che (ovviamente) il viceversa.

Ci dice che l'emersione non è un evento.
Di quelli che basta decidere con un click una volta per tutte. Perchè restare a galla nella legalità è come nuotare. Devi continuamente muovere gambe e braccia. E gestire il respiro, la fatica, i crampi... L'acqua nel naso, e quella volta che bevi...  È un processo che deve continuamente trovare soluzioni ed adattamenti a mille problemi concreti. E come nella metafora. A tuffarti ci metti un attimo. A uscire dalla piscina fai fatica e senti tutto il peso... 
E allora c'è bisogno di accompagnare datore di lavoro e lavoratore, assieme, in questo processo. Un processo anche lento, di emersione. Che in primo luogo prova ad invertire la progressione. E cerca di spostare verso sfumature di grigio più chiaro.

Ci dice che la povertà incide.
Ed incide il costo del lavoro ed il prezzo finale del prodotto. E quindi servono incentivi ma anche un lavoro sull'intera filiera di produzione. Che significa anche riconoscere il potere affidato alle nostre scelte di consumatori consapevoli.

E, come ha detto qualcuno, "Le Acli hanno la loro mission, ma gli aclisti non sono extraterrestri". 

Però forse da questa esperienza possiamo ricavare qualcosa.
Non la bacchetta magica, non la ricetta risolutiva. 
Ma una pista di lavoro con alcune indicazioni da sperimentare. 

Adesso, visto che questo è un lavoro che abbiamo svolto per un servizio che ci è stato affidato, per prima cosa riconsegneremo ciò che abbiamo scoperto all'Unar ed alle istituzioni nazionali. Perché (piccolo o grande che sia) possa essere un patrimonio a disposizione di tutti.

Poi, come Acli, dobbiamo considerare che ciò che abbiamo realizzato interpella direttamente noi. E ci dice qualcosa di merito ma anche di metodo.

Un nuovo metodo di fare politica.
Studiare i dati criticamente, ascoltare le persone andandole a cercare (perché lo sportello di prossimità non è un ufficio), interpellare gli esperti ed i testimoni in dialoghi non formali, individuare alcuni punti in comune. E le consensus conference. Che non sono solo un nome figo da scrivere per far scena ed ottenere i progetti. Significa ascoltare singolarmente e poi invitare, tutti assieme, i testimoni stessi e i soggetti significativi del territorio e dire: bene, da ciò che avete detto, noi abbiamo individuato queste 10 cose, come significative. Quali di queste possiamo considerarle comuni e condivise? Queste 5? Ok. Partiamo da qui. Il prodotto del lavoro sono 5 cose condivise. Ed è la rete territoriale che l'ha prodotta. Non è la stessa cosa che fare un comunicato sull'ultimo fatto di cronaca.

La credibilità di convocare. 
Forse non ovunque, ma in alcuni luoghi, le Acli hanno (forse più di altri e nonostante i limiti e le contraddizioni) la credibilità ed il riconoscimento per convocare persone, istituzioni ed organizzazioni. Per mettere assieme mondi diversi. E la capacità di convocazione (pure se imperfetta) è un patrimonio enorme che non può non essere riconosciuto e che non può andare sprecato. E' un capitale sociale da coltivare e su cui investire.

Continuare.
Questo è stato un progetto. Un'occasione specifica per fare alcune cose. Adesso dobbiamo capire come portare avanti questa esperienza: le reti territoriali, gli sportelli di prossimità, i percorsi di accompagnamento all'emersione e un investimento culturale in una sensibilizzazione non di superficie. Il come è da capire. Ma va trovato il modo. Senza aspettare di essere migliori, per farlo. Con la consapevolezza che mettersi in moto realmente su questo ci renderà migliori. 

*traccia dell'intervento a Bari il 29.09.2015




Perché ri-pubblicare i redditi...


Perché ri- pubblicare i redditi....

direi che valgono le stesse riflessioni dello scorso anno...
Perché lavoro per/in una associazione e credo che i soci abbiano diritto di sapere quanto sono retribuiti i dirigenti.

Perché lavoro per/in una associazione che prende soldi pubblici e riceve donazioni. E credo che chi (pubblico o privato che sia) destina soldi alle Acli abbia diritto di sapere quanto sono retribuiti i dirigenti.
La riforma del Terzo Settore mi pare confermi tutto questo...
Perché lavoro per/in una associazione che sta cercando di affrontare una difficile azione di riorganizzazione per giungere ad una maggiore sostenibilità. E per farlo sta facendo e chiedendo sacrifici. E credo che
 "Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l’operazione non può riuscire. (Enrico Berlinguer)". 

Forse questo quest'anno è meno centrale. Ma forse è solo questione di tempo.

Il compenso che ricevo per il lavoro che svolgo è stato oggetto di dibattito all'interno della Presidenza. Che ha stabilito dei criteri corrispondenti ai livelli di responsabilità dei dirigenti: componente di Presidenza, vice Presidente, Segretario Generale e Presidente. E che ha ridotto i compensi rispetto al mandato precedente. Poi so che l'applicazione concreta per ognuno ha dovuto tenere conto di situazioni differenti in base a presenza di precedenti rapporti di lavoro, ad altre collaborazioni etc...  
E' un taglio sufficiente? Il compenso è tanto? E' poco? E' giusto? E' sbagliato? Le risposte possono essere molte. E contengono moltissimi aspetti. Rispetto al ruolo delle associazioni come le Acli nella società, alle competenze, al carico di lavoro, alle responsabilità, alla precarietà o stabilità del lavoro, all'equilibrio tra ruoli tecnici e politici, al quadro generale di sostenibilità...  
Personalmente io ritengo che: - rispetto alla media degli italiani sia oggettivamente tanto. - rispetto a (certi) dirigenti di altre fasi storiche sia oggettivamente di meno. - rispetto a dirigenti di altre organizzazioni simili, francamente non lo so e onestamente sarei curiosa. 
E qui aggiungo che sarei curiosa anche rispetto ad altri ruoli di responsabilità di realtà territoriali del nostro stesso sistema. Perché magari dirigenti locali con un carico di responsabilità (anche formale) maggiore hanno retribuzioni minori.
Io so che potrei trovarmi da un momento all'altro senza un lavoro, senza nessuna rete di sicurezza, in una fase storica complessa, donna, con due figli, 45 anni suonati e tutte le energie di questa fase dedicate all'associazione senza aver costruito altro.  
L'altro giorno pensavo che una forma di "tutele crescenti" in fondo è già arrivata anche qui.

Cioè... i dirigenti "storici" prevalentemente hanno forme di contratto che offrono possibilità di tutela anche dopo la fine dell'impegno da dirigente. I "nuovi" dirigenti non hanno garanzie sul futuro. (Forse l'unica eccezione che mi viene in mente è che alcuni "nuovi" sono stati in grado per ruolo o capacità individuale di far pesare maggiormente l'assenza di garanzia futura nella determinazione del compenso attuale).

E qui, come nel Paese, ci sono aspetti molto chiari: chiaro che continuare con la garanzia per il futuro  per tutti è assolutamente insostenibile. Chiaro che i diritti acquisiti sono considerati intoccabili. Chiaro che c'è una forma di disequilibrio e disuguaglianza.

Quello su cui secondo me è bene soffermarsi (qui come nel Paese) però non è tanto il criterio di giustizia nei confronti del singolo. Perché tutto è sempre in relazione ad altro (come detto sopra e come mostra la vignetta). Quello che a mio parere servirebbe approfondire sono le conseguenze che il modello attuale può avere sul sistema generale.
E confermo, anche per quest'anno, che sarei disposta a ridurre ulteriormente se questo stesse all'interno di un piano generale di senso e di sviluppo dell'associazione.  
Quindi...  qui c'è  Una infografica di sintesi e qui La dichiarazione 2014 completa.

p.s. Si, sono in ritardo, lo scorso anno la dichiarazione è stata consegnata a fine aprile, quest'anno a fine giugno...

p.p.s. Si, ho firmato per 5xmille e 8xmille, no, non ho firmato per il 2xmille.

p.p.p.s. Qui c'è Infografica 2013 con dichiarazione completa annessa.


Lavoratori...

Fare il Papa é un lavoro insalubre. 
Lo ha detto ieri. Davanti a me e Paola nei saluti. E sembrava davvero affaticato.
Poi ridendo ha aggiunto la battuta "e non ti pagano nemmeno gli straordinari".

Rocco ed Ovidio che portano la statua a braccio assieme ai due presidenti provinciali. 
I lavoratori delle Acli assieme ai presidenti provinciali. 
Secondo me è un gran bella immagine. C'è da pensarci su...


Perchè rappresentare gli under 40 non è interessante?


Esatto. Anche a me questo sembra il punto. 
Se 1.217 euro netti (e a maggior ragione tutto ciò che è di livello inferiore) non sono sufficienti a consentire una vita libera e dignitosa, bene. Prendiamo provvedimenti per tutti coloro che sono sotto questa cifra (giovani e non). 
Se lo sono, allora rendiamoci conto che stiamo tutelando chi è già più tutelato di altri. 
PENSIONI, SENTENZA SBAGLIATA 
Proponiamo l'articolo di Marco Olivetti apparso ieri su Avvenire che offre un interessante commento alla sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato costituzionalmente illegittima la decurtazione dell’adeguamento automatico all’evoluzione del costo della vita di tutte le pensioni aventi un valore superiore a tre volte il minimo.
Da ormai quasi un mese il governo, le forze politiche e l’opinione pubblica discutono sugli effetti della sentenza n. 70 del 2015 della Corte costituzionale, che ha dichiarato costituzionalmente illegittima la decurtazione dell’adeguamento automatico all’evoluzione del costo della vita di tutte le pensioni aventi un valore superiore a tre volte il minimo.
Si tratta di una decisione con effetti finanziari devastanti sul bilancio pubblico, adottata in nome del diritto dei pensionati a ricevere una pensione adeguata alle esigenze di vita e corrispondente a un livello retributivo che permetta un’esistenza libera e dignitosa. Un diritto sociale, quest’ultimo, che la Corte ha letto nel combinato disposto degli art. 36 e 38 della Costituzione, posti al cuore del nostro Stato sociale. Fin qui, dunque, ci sarebbe da rallegrarsi del fatto che finalmente la Corte costituzionale abbia utilizzato per una sua decisione parametri costituzionali voluti dai Padri costituenti e caratterizzanti il compromesso costituzionale del 1947 e non princìpi vaghi e generici, spesso inventati di sana pianta, come quelli cui essa fa talora ricorso per garantire nuovi pseudo-diritti post-moderni (vedasi la giurisprudenza sulla procreazione assistita).
Purtroppo, però, le cose non stanno così e la sentenza n. 70 del 2015 è davvero pessima, sia dal punto di vista del diritto costituzionale vigente, sia nell’ottica delle procedure decisionali di un giudice costituzionale moderno, sia, infine, nella prospettiva di politiche pubbliche razionali, alle quali un giudice non può essere insensibile.
Anzitutto la Corte non si è preoccupata di motivare adeguatamente la sua decisione: certo essa deve garantire che il lavoratore pensionato disponga di mezzi adeguati alle sue esigenze di vita, ma ciò non vuol dire che le pensioni (tutte le pensioni) vadano automaticamente adeguate al costo della vita. Il meccanismo dell’adeguamento automatico è invece una scelta discrezionale del legislatore, da questi introdotta e che il legislatore dovrebbe poter modificare nell’esercizio della sua discrezionalità.
Ciò che non dovrebbe venir meno è una pensione adeguata alle esigenze di vita, ma che ciò fosse avvenuto non è affatto dimostrato nel caso specifico. Anzitutto il legislatore del 2011 si era preoccupato di sottrarre al mancato adeguamento le pensioni più basse: e se il livello minimo è soddisfatto per queste ultime, non si vede perché non lo sia anche per quelle superiori. Inoltre quello che la Corte italiana – un giudice costituzionale moderno (e, in questi ultimi tempi, prono anche a un judicial activism piuttosto confuso) – dovrebbe dimostrare è, appunto, che esiste in fatto un livello di reddito sotto il quale è violato l’imperativo costituzionale di assicurare ai pensionati mezzi adeguati alle esigenze di vita: la Corte avrebbe dovuto svolgere audizioni e acquisire dati statistici che dimostrassero questa situazione e, ove non fosse stata in grado di farlo, avrebbe dovuto inchinarsi alle valutazioni legislative (sorrette, lo ricordiamo, dalla legittimazione democratica).
Del resto, appare sorprendente che una pensione di 1.217 euro netti (e a maggior ragione tutte quelle di livello superiore) non sia adeguata alle esigenze di vita, proprio mentre la maggior parte degli stipendi dei lavoratori giovani – che pure devono essere idonei a consentire una vita libera e dignitosa ex art. 38 Cost. – sono inferiori a tale cifra. Da questo punto di vista – che non a caso è anche quello delle molte persone anziane che, dopo la sentenza, hanno scritto ad “Avvenire” e ad altri giornali dichiarando di voler rinunciare 'per solidarietà' all’adeguamento del proprio assegno pensionistico – la Corte ha agito a protezione di categorie già protette più di altre. Lo dico in maniera un po’ brusca, ma realistica: dei vecchi invece dei giovani, del presente e del passato invece che del futuro del Paese. E, così facendo, ha compiuto una pessima scelta di politica pubblica, contraria al bene comune. Non si tratta affatto di una sentenza in favore dei diritti dei più deboli.
Sorprende poi che la Corte costituzionale si sia del tutto dimenticata del contesto in cui il blocco dell’adeguamento delle pensioni venne deliberato nel 2011: quello della più grave crisi fiscale dello Stato italiano dal 1945 ad oggi. Al punto che proprio in quel contesto, la Costituzione italiana è stata modificata per introdurvi – con la legge costituzionale n. 1 del 2012 – il principio dell’equilibrio di bilancio. Un principio che, soltanto quattro mesi fa la Corte, con la sentenza n. 10 del 2015, non ha esitato a utilizzare per limitare gli effetti temporali delle sue sentenze sul bilancio pubblico (creando all’uopo, in maniera audace, ma non immotivata, una graduazione degli effetti delle sue dichiarazioni di incostituzionalità che è prevista in altre Costituzioni, ma non in quella italiana). Orbene, dopo appena tre mesi queste esigenze sono state dimenticate e la sentenza n. 70 non contiene alcuna limitazione al futuro degli effetti della decisione della Corte.
Dunque una sentenza sbagliata da tutti i punti di vista, con l’eccezione (eventuale e non generale, come già ricordato) di quello dei diretti interessati al beneficio che la Corte ha “salvato”. Una sentenza che dimentica tutti i principi costituzionali concorrenti con esso, da quello di solidarietà (art. 2), ai diritti delle generazioni successive a quella degli attuali pensionati, all’equilibrio di bilancio e al rispetto dell’autonomia del legislatore.
Sentenze come queste non sono solo gravi per ciò che decidono e per i problemi che creano. Esse aprono anche il tema del modo di decisione di un organo così importante nel nostro sistema come la Corte costituzionale. In effetti, negli ultimi mesi varie sentenze appaiono motivate male o in maniera insufficiente, quale che sia il contenuto della decisione (a titolo di esempio si pensi alla n. 50 del 2015, sulle Province e alla n. 238 del 2014 in materia di consuetudini internazionali, ma l’elenco potrebbe essere più lungo).
Di questo problema dovrebbe farsi carico il Parlamento, quantomeno introducendo l’istituto del voto dissenziente dei membri della Corte, previsto in molti sistemi stranieri di giustizia costituzionale: questo meccanismo introdurrebbe un po’ di trasparenza nei processi decisionali della Corte e obbligherebbe i singoli giudici a “mettere la faccia” dietro a decisioni avventate, consentendo o dissentendo personalmente da esse, invece di nascondersi dietro la collegialità e la “mistica” della camera di consiglio, che diluiscono la responsabilità dei giudici della Corte e contribuiscono a decisioni poco perspicue e talora persino socialmente dannose. 
L'articolo è stato pubblicato il 19 maggio dal sito www.avvenire.it e da Benecomune.net
 Ed anche per questo mi spiace che la federazione anziani e pensionati si esprima così.



“Bene nella individuazione della risoluzione meno bene sugli importi che spetteranno ai pensionati”

La dichiarazione del Segretario nazionale della Fap Zilio sull’annunciato decreto del Governo sulle Pensioni
“Bene nella individuazione della risoluzione meno bene sugli importi che spetteranno ai pensionati”, questo il commento del Segretario nazionale della Fap Serafino  Zilio alle dichiarazioni del Governo sull’approvazione del decreto sulle mancate perequazione delle pensioni
Era inevitabile che fosse impossibile riadeguare tutte le pensioni dopo la sentenza della Corte sulla illegittimità del blocco della perequazione derivata dalla legge  Fornero nel 2011, peraltro la Consulta cassava l’irragionevolezza della norma che bloccava la rivalutazione per tutte le pensioni superiori a tre volte il trattamento minimo contestandone la mancata progressività.
Si poteva fare molto meglio per le pensioni medie per le quali non si offre neanche il 50 % della quota che sarebbe spettata loro se la rivalutazione delle pensioni avesse fatto il suo corso senza il blocco.
Vediamo poi , continua Zilio , come sarà la nuova norma che riguarderà la misura strutturale della riforma del sistema di perequazione delle pensioni in vigore dal 2016 che ci auguriamo sia più generosa con le pensioni medio basse.
Anche questo aspetto, del continuo ricorso a misure straordinarie sulla perequazione delle pensioni, era sotto la contestazione della Corte Costituzionale.
Infine bene la norma annunciata che va a bloccare l’effetto perverso della rivalutazione negativa delle quote contributive accantonate dai lavoratori in attività a causa della crisi economica.
In pratica la massa dei contributi versati dal lavoratore invece che rivalutarsi , senza la nuova norma, si sarebbe svalutata.
Da ultimo, conclude Zilio, ma non certo meno importante, si ritiene utile segnalare al Governo e al Parlamento, che è venuto il momento di non accanirsi sempre e solo sui pensionati ma che ci sia al contrario una manifesta e concreta volontà di recuperare risorse economiche che risultano indispensabili soprattutto sul fronte della evasione e della corruzione.

e poi il problema è... perchè rappresentare politicamente gli under 40 non è interessante?

I miei redditi...

Situazione patrimoniale e reddituale 2013

I miei redditi

€ 53.442Redditidalavorodipendente(contrattoACLIdico.co.codiduratacollegataall'incaricodipresidenza)€ 16.628impostalorda.€ 672detrazioniecreditid'imposta€ 15.956impostanetta€ 37.486redditodisponibile0 €Gettonidipresenza

Il mio patrimonio (31.12.2013)

€ 34.705valorecatastaleappartamentoaCorsico(MI)44mq€ 2585AzionidiBancaEtica€ 3.269BTP€ 20.599saldodeiconticorrenti€ 3.0502ciclomotori(valorecomplessivo)

I miei benefits

SmartphoneGalaxyS4conabbonamentodatievoceDisponibilitàdi5buonipastosettimanalida8€Disponibilitàdibuonitaxi

Volontariato di Sistema Acli







1.  Ipotesi sul volontariato nelle Acli
1.1 Le motivazioni dell’adesione alle Acli
1.2. Ipotesi di azioni
2. Un volontariato “aclista”
2.1 Chi è un volontario?
2.2 Volontariato di una associazione di promozione sociale
2.3 Esiste uno stile aclista di volontariato
2.4 Un ventaglio di proposte prendibili
2.5 Volontario del Patronato? Volontario del Caf? O volontario delle Acli (compreso UsAcli, Ipsia, Fap...)
3. Quindi.... cosa fare?
3.1 Mappatura dell'esistente
3.2 Definizione delle caratteristiche del volontariato aclista
3.3 Definizione di una primo ventaglio di proposte comunicabili
3.4 Identificazione di alcuni territori per avviare sperimentazioni

__________________


1.  Ipotesi sul volontariato nelle Acli


1.1 Le motivazioni dell’adesione alle Acli

Oggi le persone aderiscono alle Acli (Acli, Usacli, Cta, Fap) perchè:

  1. è una proposta vantaggiosa rispetto al costo di un servizio (Caf, Patronato, Enaip?)
  2. è una proposta “obbligatoria” legata ad una attività che vuole svolgere (UsAcli, Cta...?)
  3. è una proposta interessante che qualcuno (che conosce personalmente o no) gli fa direttamente sul territorio (circoli)
  4. è una proposta interessante che qualcuno gli fa in collegamento ad una attività che svolge, o iniziativa che partecipa (corsi, centri estivi, seminari, attività di punti famiglia, volontariato, gas...)
  5. è una iniziativa personale legata alla condivisione (anche solo parziale) di una identità o posizione politica

Sarebbe interessante capire quali sono le proporzioni delle diverse tipologie. E in parte con un'analisi dei dati potremmo farlo. In generale, tuttavia, possiamo ritenere che le prime due motivazioni sono maggioritarie e le ultime due sono minoritarie.

Io penso che la qualità della vita associativa sia data da 3 caratteristiche principali:
  1. Una proposta politica, di identità (il “punto di vista” sulla società)
  2. Una proposta di partecipazione (“un fare”) che provi a tradurre in attività e azioni la proposta politica, l'identità, il punto di vista. (essenza di “movimento”)
  3. Una attenzione e cura alla vita democratica interna, una sperimentazione di “relazione”  (associarsi, mettersi assieme, relazione e regole)


Rispetto alle 5 dimensioni identificate e alle tre caratteristiche della vita associativa la seguente tabella ci permette di comprendere come si corrispondono le motivazioni all’adesione e le caratteristiche della vita associativa:

Adesione
Proposta politica
Proposta di partecipazione
Vita democratica (relazione)
Note
Servizi
NO
NO
NO

Attività/Servizio 
NO
NO
NO

Conoscenza (circolo)
SI
SI
SI
(forse, delegato tutto al circolo, se lo fa bene se no non c'è niente)
Attività
NO
SI
NO/SI
(ma solo quella cosa specifica)
Proposta politica
SI
NO/SI
NO/SI

 

 

1.2. Ipotesi di azioni

Se condividiamo la lettura proposta, il passo successivo è comprendere cosa è possibile fare, nei prossimi anni per:

- far giungere anche a persone nuove la proposta associativa (composta dalle 3 sottoproposte)
- lavorare affinché le persone che hanno già aderito (indipendentemente dal motivo per cui una persona si è associata) ricevano una proposta reale e non solo la tessera.

Il fine è che i non soci comprendano la proposta associativa per potervi aderire e i soci vivano le 3 dimensioni: la proposta politica, la proposta di attività, la proposta di partecipazione alla vita associativa.

Tutto questo porta a riflettere ragionare sulle seguenti dimensioni:
  • la comunicazione (chi comunica con chi? Con il socio? Con il non socio? Come comunicare, con che strumenti, modi, tempi, stili...)
  • gli oggetti da comunicare
·      la linea politica: il ragionamento è già avviato, forse ha bisogno di proseguire e dettagliarsi in una serie di proposte (come oggi la povertà, cittadinanza agli immigrati, ttf, legge elettorale....)
·      le proposte da fare:
·      le campagne di mobilitazione: che sono connesse strettamente alla linea, ma che sono comunque proposte di partecipazione. Mettono in moto. Chiedono: firma, ma anche “organizza” un incontro su... un banchetto per....
·      il volontariato: una attività gratuita per il bene comune, di utilità sociale, di promozione sociale...
·      le comunicazioni relative alla vita associativa interna che hanno bisogno forse di essere messe a fuoco nell'ottica di essere ancora più formalmente ineccepibili  ma anche di diventare reali proposte di partecipazione e non solo formalità eseguite. In questo vedo anche la possibilità forse di ripensare ad alcune regole e modalità organizzative.

Le varie dimensioni sono connesse tra loro e, in ottica di raggiungere gli obiettivi di fondo di programma, avrebbero bisogno anche di tenersi collegate tra loro.

E’ importante tenere presente la sottolineatura sul carattere di associazione popolare delle Acli: se siamo una associazione di persone, anche tante magari, ma senza i circoli, senza i “nostri corpi intermedi” (cioè senza un luogo di aggregazione dove la gente realmente si relazione, si sperimenta, si intreccia, e interagisce con un territorio) non saremo mai una vera associazione popolare. Sia perché non saremo veramente popolari (cioè vicini alle persone) sia perché non saremo veramente associazione (perché il rapporto diretto 1/1 milione non è reale).

In questa logica la linea di lavoro rispetto allo sviluppo associativo debba concentrarsi sui circoli e in particolare su:

  • leggere la realtà attuale e lo stato di salute o malattia dei circoli
  • supportare la rivitalizzazione dei circoli in difficoltà (capendo come?)
  • promuovere la nascita di nuovi circoli “tradizionali”
  • sperimentazione di modalità anche nuove di circolo.
·      Sia nel senso di aggregazioni territoriali di persone di un territorio a partire da temi ed interessi (ma senza il luogo fisico di ritrovo, senza il bar, senza “la sede”).
·      Sia nel senso di aggregazioni di persone a partire da temi ed interessi (senza il luogo fisico e senza appartenenza territoriale, con riferimento ad un “territorio tematico”, sul web). E' la frontiera più innovativa e contiene delicatezze e controindicazioni. Ma credo vada esplicitato il senso di quel che vogliamo fare e di in che direzione vogliamo andare prima di avviare magari sperimentazioni e investimenti su social network, su siti, su altro... Nel caso in cui si voglia sperimentare anche questo è chiaro che questi “circoli” devono avere tutte le caratteristiche anche di democrazia e regole come gli altri.

2. Un volontariato “aclista”

In questo contesto si inserisce l’idea di volontariato aclista.


Il volontario è una persona che offre un tempo scelto e qualificato della propria vita in modo gratuito, solidale, responsabile e, in genere, con una attenzione ai più deboli per realizzare una convivenza più civile, inclusiva, giusta e comunitaria.

La gratuità è l’essenza del volontariato, anche in base alla legge 266/91. La gratuità a un grande significato etico: esalta l’altruismo e si presenta come profezia di un mondo nuovo nel contesto attuale dominato dalla logica del profitto.

La solidarietà  è il legame che tiene insieme le persone e può essere sia religiosa che laica. Entrambe convergono nel considerare la società in una prospettiva organica nella quale vigono interdipendenza e complementarietà tra le persone. La visione laica considera il bisogno e la convenienza, quella religiosa nasce dall’incarnazione del Figlio di Dio che unisce a sé le persone facendone un solo corpo.

La responsabilità vuol dire sentirsi chiamati a rispondere degli altri, avere a cuore la vita degli altri, l’I care di don Milani. Implica anche la preoccupazione di garantire un esito positivo al servizio che si realizza, per garantire l’impegno di una inclusione nella società dei destinatari del servizio volontario.

La scelta dei più deboli è l’apertura della solidarietà che si fa vicino a chi più ha bisogno. E’ un gesto di giustizia per raggiungere l’uguaglianza dei cittadini che la Costituzione dichiara come obiettivo della convivenza civile. Questo implica una lettura della povertà puntuale e aggiornata e l’individuazione delle cause che la producono.

Il volontariato è quindi un modo di essere cittadini non solo per perseguire obiettivi di realizzazione personale nella famiglia, nel lavoro, con gli amici, ma per cercare di attuare la convivenza umana che ci renda tutti più uomini e donne realizzati, capaci cioè di relazioni pacifiche, giuste, comunitarie, in istituzioni inclusive.


2.2 Volontariato di una associazione di promozione sociale (non di una associazione di volontari)

Le Acli non sono una associazione di volontariato. Una associazione di volontariato mette assieme persone che hanno come identità specifica e centrale il fatto di essere volontari. Le Acli non sono questo.

Le acli sono un'associazione di promozione sociale,  associando persone che hanno come identità specifica quella di avere in comune alcune idee e valori.
Nel sistema Acli ci sono alcune esperienze che sono associazioni di volontariato, ad esempio molte sedi Ipsia e l'Aval. Nelle Acli esiste un dibattito sul tema della forma organizzativa del volontariato. E una certa volontà/interesse per provare ad avere la forma giusta per intercettare i finanziamenti legati al volontariato. Ma in linea generale non partirei da questo né sosterrei questa linea.

Per le Acli il fare volontariato (l'essere volontari) è una parte di un più ampio esercizio di cittadinanza e partecipazione, che si concretizzi con una tessera o no. Comunque non è il fine ultimo e non è il tutto. Quindi promuoverei proposte di volontariato con la consapevolezza del quadro generale, che approfondiscano e sviluppino l'identità di associazione di promozione sociale, e che non sviluppino identità differenti e/o alternative.


Oggi esistono diverse esperienze di volontariato nel nostro sistema.
Alcune sono molto diffuse e strutturate:
- promotori sociali legati ad i servizi,
- volontari internazionali di Terre e libertà, Ipsia;

altre sono magari diffuse ma non strutturate:
- volontari legati ai circoli,
- volontari legati all'Unione Sportiva;

altre ancora sono molto locali e mirate:
- volontari dei gas,
- volontari di botteghe del commercio equo,
- volontari di corsi di italiano per stranieri,
- volontari dei bar acli,
- volontari dei punti famiglia,
- volontari di gruppi adolescenti...

Sono esperienze diverse, che coinvolgono persone diverse che hanno interessi diversi.

E poi c'è il servizio civile volontario, che è diffuso e molto strutturato (anche in base a norme esterne specifiche) ed ha un dato di retribuzione economica, il che lo colloca in una posizione differente e specifica rispetto al volontariato in quanto tale.

Le esperienze strutturate hanno propri pensieri, riflessioni, formazioni, spesso non unitarie a livello nazionale ma differenti a seconda dei territori.

Non mi risulta che esistano riflessioni comuni, formazioni comuni, pensieri comuni e trasversali aclisti sul volontariato. Un momento comune è stato il laboratorio di Bergamo di 2 anni fa' promosso da Stefano Tassinari - che allora aveva la delega - e che ha tenuto insieme il tema del volontariato e quello dell'aggregazione giovanile, intrecciando l'esperienza di Fuori Orario dell'Enaip Veneto e Progetto Giovani.

L’obiettivo generale non è portare ad unità queste esperienze, che sono giustamente anche molto differenti tra loro, ma portarle ad avere una base di denominatore comune, per poi trovare declinazioni pratiche ed operative positivamente differenti.

Occorre definire una base di caratteristiche che noi riteniamo debba avere il volontariato aclista, indipendentemente da dove si realizza e di cosa si occupa. Una prima bozza, naturalmente parziale e tutta da elaborare, sulla quale avviare una riflessione con le esperienze attive, mi pare possa essere:

  • avere attenzione formativa: che non è solo informativa delle materie tecniche (delle pratiche per il patronato, della realtà internazionale per terre e libertà, delle discipline sportive per l'USAcli, dei prodotti del commercio equo per i volontari di bottega, ecc.) ma è formativa in generale. E non è nemmeno solo spiegare le Acli e la sua storia e valori nei momenti formativi. Se una persona offre il suo tempo e la sua energia per fare volontariato con noi, noi dobbiamo offrire attenzione ed investimento per fare in modo che l'esperienza sia positiva (per il volontario e per la cittadinanza).

  • non essere una esperienza individuale ma comunitaria: perché siamo un'associazione e perché promuoviamo socialità. Questo significa, dove possibile, cercare di pensare all'organizzazione del volontariato in modo che la persona non sia sola, che abbia riferimenti, compagni di viaggio, sperimentazioni di relazioni, con altri volontari o con altre figure. Ma anche promuovere momenti comuni di aggregazione o riflessione sull'esperienza o formazione.

  • avere attenzione alla politicità dell'esperienza: si possono fare cose anche molto pratiche, in pratica. Ma il volontariato con le Acli deve sempre tenere aperta una riflessione sulle cause dei fenomeni e sulle possibili soluzioni.

  • avere attenzione per la dimensione del lavoro e delle competenze: che non significa vivere il volontariato come uno stage che apre all’esperienza professionale. Significa, come associazione di lavoratori, avere un approccio chiaro rispetto alla separatezza tra volontario e lavoratore. E significa fare in modo che l'esperienza di volontariato sia anche acquisizione di competenze (per i giovani in particolare) o che nel volontariato si possano mettere a frutto socialmente competenze proprie maturate nel mondo del lavoro (giovani pensionati) o che nel lavoro non sono mai state valorizzate (adulti che nel lavoro “fanno altro”).

  • avere attenzione per la dimensione di innovazione del volontario nel sistema: il volontario nell’organizzazione è altro, viene da fuori, torna fuori. Fare volontariato all'interno di una organizzazione che non è solo di volontari ma che intreccia i lavoratori è complesso. Mette in moto conflittualità e difficoltà. Occorre esserne consapevoli per lavorare sulla dimensione organizzativa. Ma occorre anche valorizzare la restituzione di una lettura dei volontari all'associazione: della sua dimensione di lavoro, organizzativa, politica ed associativa. Significa dare spazio all’ascolto dei volontari, dando loro parola, poiché i volontari ci vedono nel quotidiano, da dentro. E possono dirci davvero molto di noi.

2.4 Un ventaglio di proposte prendibili

Affinché il volontariato presente in Acli possa essere una proposta aperta c’è necessità che la proposta sia “prendibile”, cioè deve essere descrivibile, comunicabile e definita.
Deve chiedere in modo chiaro: vieni con me a fare questo, per questo tempo, con questi impegni, con queste caratteristiche. Non può essere solo: “vieni a fare il volontario alle Acli”.

Io penso che noi dovremmo costruire una mappatura delle esperienze esistenti e poi organizzare una proposta complessiva che compone le differenti forme di volontariato possibile alle Acli, che ne declinino le caratteristiche specifiche, che siano pubblicizzabili e diffondibili in senso generale ed una per una. Questo può diventare in un secondo tempo un volantino, un manifesto, un parte del sito,  ma prima deve essere la costruzione di una proposta, oltre a saper immaginare il percorso del volontario e il “chi” si prende cura della sua accoglienza od orientamento.

2.5 Volontario del Patronato? Volontario del Caf? O volontario delle Acli (compreso UsAcli, Ipsia, Fap...)

La logica con cui costruire queste proposte e questo ragionamento per me non può che essere di sistema ma anche associativa.

Si può prestare servizio volontario a contatto con un servizio. Ma si è volontari dell'associazione non del servizio. Non si è volontari “del Patronato”. Non si è volontari “del Caf” (che tra l’altro è una realtà profit e non ha senso che abbia volontari).

Si è volontari delle Acli (e delle sue associazioni specifiche: UsAcli, Ipsia, Aclicolf, Fap...). Ma le Acli sono un soggetto promotore di servizi. E tra i vari ruoli che svolgono rispetto ai servizi si riconoscono quello di scegliere i servizi come luoghi di esercizio di parte di questo volontariato, consapevoli della molteplicità dei bisogni che i servizi intercettano, della difficoltà/impossibilità degli operatori di farsene carico, della ricchezza di incontri e letture che sono presenti nei servizi.

Questo è un nodo critico e profondo.

Quanto più stiamo lavorando per far diventare i servizi delle imprese anche capaci di stare sul mercato, di intraprendere, di fare impresa, tanto più abbiamo la necessità di riassumere l'esperienza del volontariato come Acli, altrimenti rischiamo di promuovere un volontariato che anche senza volerlo diventa sfruttamento di personale sotto costo (o a costo zero).

Le dimensioni del patto con il volontario che intercetta i servizi devono comprendere:  
-       contenuto tecnico e di organizzazione del lavoro (che sono di competenza dei servizi),
-       dimensioni della relazione (che non può essere solo tra servizi e volontario ma deve essere tra Acli e volontario),
-       dimensione dell'oggetto di impegno del volontario (che non può essere sovrapponibile a quella del lavoratore, che deve contenere alcune cose “in meno” e questo è in parte normato anche per legge, ma anche alcune cose “in più” che la legge non norma ma che interessano a noi),
-       dimensione di organizzazione del volontariato (tempi, percorso, formazione),
-       dimensione di progetto di volontariato (che non può essere “aiutare a fare più pratiche o più punti” al servizio, ma deve rispondere a obiettivi politici e associativi delle Acli).

In questo senso, le sale d'attesa dei servizi potrebbero essere luoghi in cui, come Acli, incontriamo persone che vorremmo incontrare, e quindi potrebbero essere luoghi di sperimentazione di integrazione culturale, di aggregazione tra famiglie, di innovazione.
Non credo che questo vada “contro” i servizi perché da questo lavoro, per esempio, può arrivare una sperimentazione di attività che più avanti, strutturandosi, possono diventare nuovi servizi. In fondo il volontariato ha sempre avuto un ruolo di anticipatore del welfare futuro.
 

3. Quindi.... cosa fare?


3.1 Mappatura dell'esistente

Lettura delle esperienze attuali di volontariato delle loro caratteristiche, dimensioni...

3.2 Definizione delle caratteristiche del volontariato aclista

Un gruppo di lavoro che coinvolga le diverse esperienze.

3.3 Definizione di una primo ventaglio di proposte comunicabili

Partire dalle esperienze sufficientemente strutturate e prendibili e coerenti con le caratteristiche che avremmo individuato.


Si possono valorizzare le risorse territoriali del 5x1000, le proposte progettuali del Patronato, i piani di sviluppo associativo.


Ovviamente dipende molto anche dalla possibilità di investire risorse in questo senso.

Se ci sono risorse mi parrebbe interessante anche lavorare su:
- percorsi di formazione formatori comuni a più esperienze,
- sperimentazioni di nuove attività di volontariato,
- rilettura delle caratteristiche delle esperienze di volontariato per andare a vedere come accompagnare i processi organizzativi in ottica di maggiore conformità con le caratteristiche del volontariato aclista.

Se non ci sono risorse i punti precedenti sono il livello minimo attuabile.

Se non ci sono risorse ma c'è condivisione dell'approccio è possibile anche provare a presentare proposte progettuali per cercare le risorse necessarie.


(Documento consegnato in Presidenza Nazionale il 20.11.2013) 

La nascita dei processi creativi, secondo Asimov

Era il febbraio 1959, quando Isaac Asimov venne avvicinato da Arthur Obermayer, scienziato e caro amico dello scrittore. Con una proposta: e...