Per una ricostruzione aclista del decennio 1969-1979
Domenico Rosati
1. Far riaffiorare le informazioni sommerse
Cade quest’anno il X anniversario dell’XI Congresso Nazionale delle Acli che si svolse a Torino dal 19 al 22 giugno 1969. Fu un congresso importante nella storia delle Acli: di svolta, come si disse allora e come poi risultò nei fatti. Conviene dunque riparlarne. Ma come?
Sul piano del metodo credo sia importante evitare due rischi: il primo è quello di “annegare” il Congresso di Torino, e ciò che rappresentò, nella rievocazione generale, per non dire generica, del contesto culturale, sociale, politico e religioso del 1969; e per stemperare così il senso di quella svolta considerandola un momento minore di una partita che, tutto sommato, si giocava e decideva altrove. L’altro rischio è quello di leggere le vicende solo attraverso le lenti deformanti di una ricostruzione esclusivamente “aclista”, con il risultato di dare al tutto un taglio intimistico e in fondo apologetico; e comunque, di presentare la vicenda Acli con un carattere di “centralità” che in effetti essa non ha avuto. E che non aveva neppure nel 1969, quando molti di noi ritenevamo che le Acli fossero il punto fermo su cui fissare la punta del compasso per tracciare il cerchio in cui rinchiudere l’universo.
Allo sforzo per evitare i due rischi si aggiunge, per me, una complicazione da non sottovalutare: il fatto che io non sono un osservatore estraneo e distaccato rispetto a quanto accadde prima, durante e dopo il Congresso di Torino. Con l’aggravante che ritrovandomi attualmente nella posizione di Presidente delle Acli, sono naturalmente indotto a leggere i dati di quanto accadde allora alla luce di quanto si è successivamente prodotto con la tentazione, neppure tanto implicita, di “giustificarmi”.
Naturalmente se questi scrupoli metodologici venissero fatti pesare in modo determinante si dovrebbe sospendere ogni ricerca e affidarsi, come si diceva una volta, al giudizio della storia che arriva più tardi, quando i cicli vitali sono definitivamente chiusi. Ma forse è possibile, con qualche cautela, evitare gli scogli più pericolosi e tentare un approccio ricostruttivo che non pretende affatto di dare un giudizio compiuto, ma vuole essere invece uno stimolo – se si vuole una provocazione – affinché da altre fonti d’acqua cominci a sgorgare, altre memorie si attivino, altri tasselli del mosaico possano accostarsi per consentire, a chi poi scriverà la storia completa, di lavorare su un tessuto di testimonianze il più possibile ricco e articolato.
