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Io le capisco, ma io che c'entro?


Prima mattina, autobus pieno. 

Ubriaco urlante con birra in mano intercalando tre parole e tre bestemmie...

Il discorso aveva gli incisi infiniti, le mille parentesi aperte e le molte connessioni deboli, da ubriaco. 

Ma c'era un filo di fondo, che era: 

"Le donne oggi ci hanno sottomesso.

Governano e stanno mandando in malora il mondo.

Non le puoi toccare, non puoi dire niente.

Giornalisti compiacenti e uomini di cultura le assecondano. Per salvarsi. Schiavi. 

Io le capisco, le donne.

Perché le abbiamo sottomesse per secoli.

Le menavamo. Dovevano starci con noi a forza. 

Non potevano votare. 

Immagina te quanto veleno hanno accumulato in corpo, passandoselo da madre a figlia. 

Io le capisco, ma che parità e paritá...

Oggi queste comandano tutto. 

E noi ci dobbiamo sottomettere. 

Ma io che c'entro? 

Io oggi non mi voglio sottomettere.

Io non ci sto. 

Che devo essere io il più fesso di tutti? 

Io se le donne non mi lasciano libero de fa quello che me pare, je meno...".

Dagli sguardi di solidarietà tra passeggeri, nella mezz'ora di tragitto che é stato, riporto tre cose: 

1. Anche cercando di non farlo, é impossibile non ascoltare, cercando una logica, i discorsi di un ubriaco...

2. Più di un uomo, non condividendo né tono, né modo, né conclusioni, di fondo si riconosceva in quel sentirsi vittima innocente. E questo mi pare un nodo. 

3. Lunedì. Mattina. Ottimo inizio di settimana 

Daje. 😎 💪

Riconoscere, interpretare, scegliere

Vedere, giudicare, agire.
Che oggi si rideclina come:
Riconoscere, Interpretare, Scegliere.
Riconoscere è alla base della dinamica di lettura della realtà e di ciò che avviene nella realtà. Riconoscere significa che dentro questo cambiamento spiazzante, so che ci sono le placche tettoniche che si muovono. So che ci sono grandi cambiamenti che tengono assieme tanti piccoli cambiamenti.
Riconoscere è anche che, dentro questo cambiamento in cui non mi ritrovo, in cui tutto mi sembra nuovo, non è tutto nuovo.
Come quando abbiamo installato la nuova versione di un programma. Noi pensiamo che la nuova versione butti via tutto il resto precedente e che tutto sia nuovo. Non è così. C’è qualcosa che è nuovo. Ma c’è anche qualcosa che c'era prima e che non è stato cancellato, che resta.
La domanda che dobbiamo porci allora è:
Nel cambiamento, che ci sembra assoluto, cosa non possiamo permetterci di pensare che sia superato? Cosa permane di essenziale?
Sembra che tutto sia in movimento, sembra impossibile decifrare cosa resta di essenziale in mezzo al cambiamento. Riconoscere, il primo verbo, è questo: guardiamo, guardiamo dentro, guardiamo meglio, distinguiamo, proviamo a riconoscere.
Solo da lì possiamo ripartire, perché quello che è essenziale, quello che permane, quello che ci serve è quello che dobbiamo curare.
E comunque, siamo dentro il cambiamento. Essere dentro al cambiamento significa che la partita è aperta. Non è già tutto deciso. Non è tutto già chiuso. Se pensiamo che tutto sia già deciso, allora l'unica cosa che possiamo fare è rassegnarci. Se pensiamo che i giochi siano chiusi allora io ho solo la tentazione di fuggire, di portare a casa il mio pezzetto di vita nel modo migliore possibile.
Ma dire che tutto è già deciso è una bugia. Siamo dentro il cambiamento e abbiamo la nostra parte da giocare.

IL CIRCOLO ACLI DI SAN MARTINO A SANREMO: PORTO APERTO ALLE OPPORTUNITÀ E AGLI INCONTRI


Dal 1958 spazio libero e accogliente del quartiere San Martino” c’è scritto sulla pagina facebook del circolo che in queste giornate, proprio in occasione della kermesse musicale più famosa d’Italia, sta organizzando con e insieme ai Giovani delle Acli tante iniziative su Europa, lavoro, prossime tornate elettorali e diritti. Proprio dall’incontro con il circolo San Martino, un po’ per gioco, è nata l’idea, che poi è cresciuta ed è diventata reale, di proporre una serie di eventi che possano sensibilizzare l’opinione pubblica su questioni calde e troppo spesso fuori dal dibattito mediatico, sfruttando la settimana in cui Sanremo è al centro di ogni contenuto mediatico. Perché questa é una delle funzioni dei circoli: costituire, per il solo fatto di esserci realmente, in un territorio, un'opportunità per qualcosa che ancora non si conosce ma che può realizzarsi. 

LA STORIA

Il circolo Acli San Martino di Sanremo, che tanti chiamano ancora “La Bocciofila” nasce nel 1958 ed svolge le proprie attività in uno spazio dato in gestione dal Comune che, periodicamente, rinnova la convenzione. Non avendo la proprietà il senso della provvisorietà si vive sempre. Ma dal 1958 sono lì e sono consapevoli di essere, con la 70ina di soci e le varie attività, riconosciuti come presidio sociale, culturale e ludico del territorio.   

L’INTERVISTA

Flavio Di Malta è presidente di circolo dal 2020, nel quadriennio precedente era stato componente del direttivo. Gli chiediamo come ha incontrato le Acli e ci racconta di aver fondato un giornale di quartiere, con un paio di anziani. Con questo giornale hanno iniziato a raccontare il quartiere. Ad un certo punto avevano bisogno di spazi per fare anche iniziative pubbliche e così  sono entrati in contatto con l’ex presidente del circolo che ha usato con loro il metodo che ora  loro stessi portano avanti come circolo. “Vi serve uno spazio per una attività? E’ una cosa che ci sembra buona? Potete venire, non c’è un costo di affitto sala. Ma che qualcuno di voi si tesseri e iniziamo a conoscerci”. 

Così abbiamo iniziato. Poi con la frequentazione abbiamo avviato un ricambio generazionale che ha avuto un impulso maggiore quando ho iniziato a frequentare la formazione nazionale delle Acli.  Perché è lì che ho preso consapevolezza di cosa sono le Acli e che potenzialità hanno. Per me fino ad allora le Acli erano l’ufficio per fare l’Isee e il circolino. 

L’ultimo sviluppo è stato l’avvio dell’attività in un’altra zona di Sanremo, a Coldirodi. Lì, dove in questi giorni abbiamo esposto la mostra temporanea “Il g(i)usto di fare le Acli”, adesso gestiamo un museo, con una sala conferenze e una casetta per attività libere di circolo. Formalmente ad oggi quella è una attività del circolo San Martino, ma in sostanza non sappiamo cosa sarà in prospettiva

Oggi ci sono delle persone che fanno attività in entrambe le sedi e persone che fanno attività solo lì, che sono di quel quartiere e che vengono da quella zona. Oggi è come se fosse un gruppo con anche una propria autonomia, ma che fa riferimento al circolo. Anche questo è nato da incontri e conoscenze. Un giorno è venuta una persona e ha detto: vogliamo riaprire questo museo, che è importante per la frazione e che è chiuso da tanti anni, come Acli riusciamo a fare qualcosa? E da lì abbiamo fatto un percorso che è durato un anno, abbiamo formato un comitato tecnico che segue tutte le attività di quella sede e abbiamo costruito il contatto stretto tra quelle attività ed il circolo in generaleÈ stato un bel modello di azione, reso possibile non dalla bacchetta magica di Flavio di Malta, ma da un lavoro con le persone, tra persone. Un modo di lavorare alla maniera che ho imparato altrove ma che ho ritrovato anche in Acli. Se funziona è perché siamo riusciti a far crescere la comunità, in modo che le fatiche siano ripartite su varie spalle, in modo che tutti siano felici perché quello in cui si impegnano dialoga con i propri desideri e le proprie aspirazioni. Perché le comunità si reggono se le persone si sentono protagoniste e se l’impegno rende anche un po’ felici… 

Il circolo è molto aperto e accoglie gruppi ed associazioni che hanno il piacere di fare qualcosa assieme o anche semplicemente che hanno bisogno di spazi per farlo. In questo modo è nato, ad esempio, il  rapporto con Popoli in arte, un’altra associazione del territorio E’ iniziato facendo un incontro, poi un altro, poi vedendo che ci si piaceva si è iniziato ad allargare il dialogo:  cosa facciamo noi, cosa fate voi, cosa possiamo fare assieme… adesso la presidente di Popoli in arte è anche nel coordinamento di circolo e molti soci sono comuni, per cui possiamo dire che siamo partner. Che si lavora assieme. Poi ognuno ha la sua specificità. Le iniziative di Popoli in arte hanno scopi precisi, come le nostre iniziative hanno scopi precisi. Dove questi scopi si intersecano le cose le facciamo insieme. Dove non lo fanno si va singolarmente. C’è un rapporto seminato, maturato e che adesso cresce…”

Ci sono tante altre associazioni e gruppi con cui facciamo le cose o che fanno cose nella nostra sede. Ma non è che noi prestiamo loro la sede. Noi siamo un tutt’uno con loro. La comunità del nostro circolo si compone di vari gruppi che hanno interessi e ambizioni diverse. Il gruppo di popoli in arte è costituito da quella parte di soci che hanno interessi di attivismo più culturale, di organizzazione di aiuto ai migranti, di arte educazione… e questa è una parte dei nostri soci. Poi c’è il gruppo del calcio balilla che è un gruppo abbastanza numeroso, che è fatto di appassionati (alcuni anche campioni) di calcio balilla. C’è il gruppo degli amanti dello scopone scientifico o quelli del torneo di belota. Loro vengono tutti i giorni, giocano a carte. Poi se c’è un evento culturale che li interessa, partecipano. Se non interessa, vanno avanti con il loro gioco.  Ci sono cose che coinvolgono tutti e ci sono cose che coinvolgono gli amanti di una cosa o di un’altra. E’ tutto una situazione molto fluida, molto eterogenea. Non c’è solo una cosa o solo un’altra. Non siamo una setta, non siamo un gruppo di uguali. Siamo un hub o, per meglio dire, visto il contesto, siamo un porto, un porto apertoIn cui ciascuno porta qualcosa, ciascuno mette in collegamento con qualcun altro… “

Tutto parte dall’incontro tra persone. Se qualcuno arriva e chiede di affittare le sale noi diciamo di no. Noi diciamo che le sale possono essere offerte senza pagare un affitto. Vieni, provi, se ti trovi bene qualcuno si associa. Quello che chiediamo, se vi trovate bene e volete continuare a venire, è che almeno alcune delle attività che fate siano aperte a tutti, che siano un’opportunità per la comunità. Avete bisogno di fare un incontro ristretto, solo per voi, per parlare delle vostre cose? Non è un problema, ma vi chiediamo se riuscite a farne anche uno aperto a tutti. Sui vostri temi, ma aperto al quartiere e agli altri gruppi. E’ attraverso cose del genere che nasce la relazione tra gruppi e che si sviluppano le attività.  

Una volta al mese facciamo il Circolo Freire, un incontro mensile, con lo spirito di Freire, pedagogista brasiliano, per cui si individua un tema e lo si affronta assieme. Questo è ormai diventato un appuntamento fisso. Al circolo poi ci si incontra come direttivo del Festival dei Boschi. Siamo 5 soci che seguiamo questo festival di Arte educazione  che è arrivato alla sua decima edizione e che, in un week end di agosto, coinvolge 20 educatori popolari.  Una volta l’anno poi realizziamo una formazione, spesso congiunta con Popoli in arte.  Sono iniziative di formazione sull’educazione popolare e sul metodo Freire. L’ultima, a fine gennaio, si chiamava “Dire e fare comunità. Costruire la dimensione del collettivo e attivare il territorio. L’impegno della comunità” e metteva al centro la matrice “Growing community” per sviluppare protagonismo. 

Sempre con Popoli in arte, si prepara, ciascuno a casa propria, il cibo per i migranti in transito da Ventimiglia. Poi si passa con le macchine a ritirarlo e lo si porta per la dimostrazione. È  un’attività che va avanti, una domenica al mese, dal 2015. Questo ci dà la misura concreta di ciò che impropriamente chiamiamo emergenza ma che in realtà è un fenomeno del tutto stabile.”

Non può mancare, sul finire, una domanda sul Festival. Come vive il territorio di Sanremo questa annuale invasione di notorietà? “Siamo una delle province più estreme di Italia.  A parte questa settimana, in cui sembra che siamo al centro dell’Universo,  restiamo periferia, terra di confine. Rispetto al festival ti rispondo a titolo personale. In generale all’arrivo del tornado ci si abitua. Non abbiamo sudditanza nei confronti dei personaggi. L’invasione fa parte della nostra (anche se temporanea) quotidianità. Però ad un certo punto, invece di scappare o combattere l’invasione, mi sono detto: questa è la realtà, a questo punto cerchiamo di starci dentro, ma di farlo con la postura migliore possibile. Sfruttando l’occasione per proseguire il nostro lavoro di sempre su questi temi. Per questo quest’anno in questi giorni abbiamo la mostra temporanea, la formazione dei giovani delle Acli, la presentazione di libri su affido e famiglia...

In una lavagna che forse non viene mai pulita c’è una frase che riassume bene quello che muove i volontari del circolo: “Non chiedetevi cosa può fare il vostro paese per voi, chiedetevi cosa potete fare voi per il vostro paese. Il bene porta bene.

 

Foto di Daniele Cametti Aspri. 2024. 

Una tavola quadrata, con un lato aperto...


Una tavola quadrata, con un lato aperto, per far spazio alle idee che devono entrare ed uscire. Un gruppetto che fa un lavoro preparatorio, per offrire a tutti una base da cui avviare il confronto. Un metodo. Un pomeriggio ed una sera di cui credo di avere una ventina di pagine di appunti.
Sono impegnativi, sempre perfettibili, non sai mai dove ti porteranno e cosa ne uscirà. Ma, quando sono reali, mi piacciono sempre gli spazi di intelligenza collettiva.

Un lavoratore cristiano...


Dell'incontro di stamattina in presidenza Acli con il padre e l'avvocato di Luca Attanasio porto a casa, oltre al senso di dignità e fermezza, alcune pennellate:
Luca era un lavoratore cristiano. Vero lavoratore e seriamente cristiano. Anche per questo noi non possiamo non seguire la ricerca della verità attorno alla sua morte.
Di Luca c'erano fascicoli pieni di elogi. Ma oggi la famiglia é sola alla ricerca della verità. La non corrispondenza tra parole di elogio e ricerca della verità é ciò che più stride e fa male.
Luca Attanasio quando é stato ucciso stava servendo e rappresentando lo Stato italiano, tutti noi. E con lui è morto un carabiniere, anch'esso servitore dello Stato. Perché lo Stato non si sia costituito parte civile e non stia facendo tutto ciò che é nelle sue possibilità per comprendere ciò che è accaduto, é cosa da comprendere. Il fatto che questo non accada è un dolore per la famiglia ed é un problema per tutti noi italiani. Perché se lo Stato non difende un suo rappresentante in servizio come possiamo pensare che difenda i semplici cittadini?
La costruzione della pace, oggi così difficile, passa anche da figure di ambasciatori e rappresentanti dello Stato che svolgono con dignità e responsabilità, ed anche con sapienza ed intelligenza, il loro dovere.

Uno spazio in cui una realtà frammentata si ricompone in una unitarietà poliedrica




Uno spazio in cui una realtà frammentata si ricompone in una unitarietà poliedrica...

In primo luogo azionesociale.acli.it (blog + pagina fb + profilo Ig) funge da aggregatore di notizie: raccoglie in modo semi automatico contenuti da fonti diverse, riunendoli in un posto unico, facile da trovare e da sfogliare. La maggior parte dei contenuti del blog quindi non sono contenuti originali prodotti per azionesociale.Acli.it, ma sono rilanci di contenuti direttamente creati dalle realtà Acli locali che, volutamente, sono mantenuti nella forma con cui la realtà locale li ha creati e proposti.  In questo modo, per aclisti ed esterni, azionesociale.acli.it  è lo spazio in cui una realtà frammentata si ricompone in una unitarietà poliedrica. “Il modello non è la sfera, che non è superiore alle parti, dove ogni punto è equidistante dal centro e non vi sono differenze tra un punto e l'altro. Il modello è il poliedro, che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità” (Evangelici Gaudium 236).

In secondo luogo su azionesociale.acli.it c’è una forma di curation dei contenuti. Tutto ciò che viene pubblicato viene catalogato, assegnando delle tag in base al luogo in cui avviene l’azione (provincia), in base al promotore(circolo, Acli provinciali, regionali, altro soggetto di sistema), in base al tema (pace, lavoro, welfare, aggregazione….) ed in base al tipo di attività (Dibattiti, laboratori, feste, sport, arte….).

A partire da queste prime due funzioni azionesociale.acli.it permette quindi una rivelazione anche quantitativa che, tramite l’intreccio tra questi dati e quelli presenti nei programmi di tesseramento, permette di creare nuovi indicatori qualitativi per leggere e interpretare la realtà dei circoli e dell’azione sociale oggi.

Un tempo i circoli si assomigliavano tra loro maggiormente e le categorie (anche registrate nei nostri programmi di tesseramento) che usavamo erano: numero dei soci, circolo/nucleo (cioè realtà sul territorio o realtà in un luogo di lavoro) e circolo con/senza mescita/spaccio (cioè con/senza che una licenza che autorizza somministrazione o distribuzione di cibi e bevande ai soci). Oggi questo non ci basta più.

In tempi precedenti non serviva altro perché tutti i circoli rispondevano essenzialmente ad una unica motivazione e stile associativo: quello militante (vedi articolo POP Acli numero precedente), oggi sicuramente ci sono stili di cittadinanza attiva, di comunità di interesse, di comunità di identità… Questo spesso porta ad una certa polarizzazione tra “circoli tradizionali” e “circoli nuovi” ed anche tra province che maggiormente promuovano e curano “circoli tradizionali” e province che maggiormente sperimentano ed intercettano “circoli nuovi”.

L’ipotesi oggi, maturata anche grazie ai dati di azionesociale.acli.it, propone di superare la polarizzazione tradizionale/nuovo ed assumere 2+4 criteri:

I 2 criteri cornice sono la compatibilità e la coerenza con i valori Acli da un lato e con le attuali norme del Terzo Settore dall’altro).

I 4 criteri contenuti sono:

         Associazione: essere esperienza non individuale

  • Partecipazione: essere luogo che non solo eroga servizi o offre prestazioni ed esperienze ma che promuove proposte di attivazione e partecipazione reale (che non si limitano all’essere formalmente soci)
  • Territorio: essere territorialmente radicati ed in rete con altri
  • Utilità sociale: essere, in differenti modi, produttori di valore di utilità sociale.

Se si assume questo punto di vista, ciò che possiamo assieme fare non è scegliere tra tradizione e novità ma aiutare tutti i circoli ad osservare in quali di questi ambiti sono già forti ed in quali hanno margine di crescita.


(da Pop - Informazioni storie e approfondimenti dalle Acli - marzo 2023)

Mobilitare la partecipazione ai tempi della complessità

Riflessioni e spunti a partire dall’incontro per rilanciare l’azione sociale delle Acli e l’animazione delle comunità che si è svolto a Roma, con circa 50 territori Acli, il 19 e 20 gennaio scorso

Toqueville diceva “La maggior parte degli europei vede nell’associarsi un’arma da guerra che si prepara frettolosamente per sperimentarsi subito sul campo di battaglia. Un’associazione è un esercito, vi si parla per contarsi e animarsi e poi si marcia contro il nemico”. Descritta così sembra una modalità datata, ma è la militanza,che ci ha caratterizzato per molto tempo. Però, in uno schema generale in cui non esistono più parti complessive definite, la gente ha meno desiderio e meno disponibilità a lasciarsi “arruolare” in una guerra generale e non solo per una resistenza alla metafora utilizzata.

Non si tratta di rinunciare alla politicità dell’associarsi, quanto semmai di dare una lettura ancora più ampia della politicità. “L’associarsi attiene al governare, nel suo senso più alto. Rendere il mondo intellegibile, fornire degli strumenti di analisi e interpretazione che permettono ai cittadini di orientarsi e agire con efficacia” (diceva Rosanvallon).

L’attivismo civico, le pratiche di cittadinanza attiva per il bene comune, sono le modalità diffuse a partire dagli anni 2000.  Ma il mondo corre veloce e dal 2000 sono già passati più di 20 anni. I nuovi ruoli previsti dalla riforma, per ora più abbozzati che realizzati a dire il vero, affidano alla società civile non solo un ruolo esecutivo, ma anche un ruolo protagonista nella definizione delle politiche sociali. Questo però, inevitabilmente, dà luogo a nuova progressiva istituzionalizzazione e contrattualizzazione della collaborazione pubblico privato sociale. I vari istituti della amministrazione condivisa generano nuove opportunità, ma sostengono anche meccanismi, tra soggetti di società civile, che sono più competitivi che cooperativi. D’altra parte, sostengono una tendenza alla collaborazione, piuttosto che alla conflittualità con le istituzioni pubbliche. E come convive con tutto questo una associazione che vuole restare anche movimento, con tutto il necessario portato di capacità di mobilitazione, protesta e pressione?

Inoltre, i tavoli di coprogettazione, i patti di collaborazione, il partenariato i progetti, il bilancio partecipativo e i tavoli tematici, sono tutti strumenti di governance locale, non nazionale. Il nazionale quindi, non è più, per definizione e per natura, il luogo naturale di una sintesi e di una regia che è anche sostenuta da distribuzione di fondi. Quale nuovo ruolo spetta, quindi, a questa dimensione, nell’era della complessità, della velocità, della specificità?

Cresce la distanza tra associazionismo basato prevalentemente su militanza e cittadinanza attiva, e volontariato occasionale… ma cresce anche quello tra piccole formazioni, radicate, significative su scala micro e grandi organizzazioni, professionalizzate, con una logica sempre più imprenditoriale. Noi in questo, come ci collochiamo? L’ambizione è (o sembra essere) tenere assieme tutto. Logica imprenditoriale e dimensione economica, da un lato e radicamento locale, volontariato e motivazione (se non militanza), dall’altro. Aggregazione, sistema di welfare, politica e promozione culturale. Il rischio è non essere bene nulla. Ma la pista (forse) è costruire un nostro modello specifico di essere. Come?

Noi ci stupiamo e a volte anche scandalizziamo un po’, della nostra diversità interna. Di come, nella stessa associazione, in diversi posti, si interpreta l’agire associativo. Ma in realtà le ricerche dicono che, sempre di più, oggi, “Una stessa associazione può agire con stili associativi diversi. Come lobby, come nodo di un movimento, come gruppo di rappresentanza di interessi, come parte del sistema di welfare locale” (Biorcio/Vitali) a seconda del contesto e del momento.

Forse oggi le persone danno meno rilevanza all’appartenenza organizzativa. Ma questo non vuole dire necessariamente maggiore resistenza all’associarsi. A volte, specie per i più giovani, può voler dire anche essere più disponibili ad associarsi, ma solo se ne vale la pena. Forse c’è maggiore sensibilità a determinati temi, quindi maggiore richiesta di verifica di coerenza. Forse oggi per associarsi c’è bisogno di avere anche un ritorno personale. Non necessariamente economico, ma di crescita, di soddisfazione, di senso e persino di felicità.  Forse c’è disponibilità a portare la propria associazione, il proprio gruppo, la propria esperienza, dentro qualcosa di grande, se questo qualcosa di grande non mi annulla, ma anzi, preserva e valorizza la mia specificità. 

Tutti questi forse interrogano il nostro essere associazione, il nostro essere rete associativa ed il nostro essere quel mondo diffuso che una volta chiamavamo Sistema Acli. Quello che stiamo provando a fare è stare su un duplice asse: 

  • da un lato promuovere l’azione sociale delle Acli e cercare di renderla sempre più animazione di comunità(cioè sempre più capace di mobilitare partecipazione), 
  • dall’altro stiamo provando ad utilizzare un approccio di animazione di comunità anche all’interno delle Acli stesse, come modalità di sostenere un processo di rigenerazione associativa.

Ognuno di noi, in questa stanza, ha almeno 2-3 ruoli, 2-3 appartenenze, 2-3 identità, se non di più...


Silvia ha iniziato raccontando di come fosse buffo il suo intervenire al congresso Arci, come portavoce Aoi, quando lei è anche direttrice Arcs ed é Arci da una vita. 

Io sono qui a nome delle Acli nazionali, ma sono anche ex presidente Ipsia, ex cooperante, ex tielle...

Mirsada é arrivata qui da Trieste, ma è anche albanese.

Marco é Ipsia, ma è pure Patronato e pure Acli a Torino... 

L’ex ambasciatore prima parlava di quel “passarsi la palla” Ipsia e Caritas in Bosnia che spesso trova sintesi nelle stesse persone e nelle loro multi-appartenenze…

 

Ognuno di noi, in questa stanza, ha almeno 2-3 ruoli, 2-3 appartenenze, 2-3 identità, se non di più… 

Il punto é come le ricomponiamo e come le mettiamo in gioco. 

 

Le contraddizioni, i dubbi, le sfaccettature, sono dentro di noi. Ci attraversavano. Se non ricomponiamo le nostre identità, superando la frammentazione dei ruoli e andando a quel punto di sintesi che é la persona umana, portiamo fuori le lacerazioni interne e le facciamo esplodere... Per questo dico che intervengo come Paola, non ponendo questo come contrapposizione ma come punto di sintesi del resto… 

70 ragazzi in vacanza dalla guerra


Le Acli nazionali e milanesi coinvolte in un progetto Caritas per ospitare giovani e giovanissimi in fuga, anche se solo temporanea, dalla guerra

Dal 16 al 26 agosto 70 ragazzi ed educatori ucraini sono stati accolti per una vacanza solidale a Vezza d'Oglio in alta Valcamonica, provincia di Brescia.

L'iniziativa è stata promossa, insieme ad altre due accoglienze (a Sondalo e Massa Marittima) da Caritas italiana in collaborazione con Caritas Ucraina e Caritas Spes.

L'esperienza a Vezza è stata presa in carico dalle Acli Nazionali e Milanesi ed ha visto il coinvolgimento di 27 volontari che si sono occupati dell'organizzazione, della pulizia, della cucina e dell'animazione. 

È stata una esperienza molto ricca e significativa per tutti quelli che hanno partecipato. 

Il tempo di preparazione, brevissimo, il periodo estivo e le vacanze già diversamente programmate da quasi tutti, avevano portato qualche timore nel momento della decisione. Riusciremo a trovare volontari? Riusciremo a organizzare tutto ciò che serve?

Ma non solo, le domande erano anche più profonde: riusciremo a pensare attività adatte a persone con un'altra lingua, un'altra cultura, che arrivano da un contesto di guerra, con età così differenti (i più piccoli erano sugli 8 anni, i più grandi sui 17)? Gli adolescenti, età preziosa e delicata, avranno voglia di partecipare e ci aiuteranno con i più piccoli o saranno in crisi più degli altri e avranno voglia solo di stare per conto loro?

E ancora: siamo sicuri che abbia senso far uscire dei ragazzi da un paese in guerra per dieci giorni per poi rimandarli lì? 

Le incertezze erano molte, ma ad un certo punto ha preso il sopravvento la sensazione che la proposta avesse senso. In fondo, ad altri l'arrivo della guerra aveva messo a rischio e sconvolto tutta l'esistenza. A noi era solo chiesto di rischiare e riprogrammare un'estate. Ciò che serviva in quel momento non era avere tutto chiaro.

In base a questo si è deciso che valeva la pena buttarsi, di scegliere alcuni punti fermi e poi il resto sarebbe venuto passo passo.

I punti fermi iniziali che sono stati intuiti come essenziali sono stati:

- volontari: non dovevamo cercare qualcuno interessato ad un lavoretto estivo. Dovevamo cercare volontari. Persone che venissero a dare gratuitamente il loro tempo. Per motivi economici, ovviamente. Ma anche perché solo un incontro tra persone con alta motivazione e precedenti esperienze simili avrebbe permesso di creare il clima necessario a reggere l'esperienza e a rivedere in corsa tutti i programmi in base a ciò che accadeva;

- comunità: con tutte le difficoltà di gestire i movimenti di un gruppo da 80 persone, con la necessità di momenti di sottogruppi, di squadre, etc., ma l'idea di fondo era che dovesse essere un'esperienza organizzata, in cui si sta assieme, tra attività, giochi, laboratori, gite... Un mix tra un campo scout, un'animazione di Terre Libertà, un gemellaggio del Sorriso per la Bosnia in un campo profughi sloveno e una esperienza parrocchiale estiva con adolescenti. Ognuno ha pescato i propri riferimenti e le proprie competenze pregresse per costruire il puzzle;

- comunità anche nel senso di pensare al rapporto con il gruppo dei ragazzi ucraini come qualcosa di non privato. Assumendo l'impegno di condividere la possibilità di incontro, essendo mediatori e facilitatori del rapporto tra il gruppo degli ucraini e la comunità locale di Vezza d'Oglio.

Ed infine, ultimo punto essenziale: chiedere aiuto. Riconoscere di non avere le forze per fare una cosa del genere ci ha messo in condizione di cercare persone che, in un moto di fiducia, potessero decidere di mettersi a disposizione, scommettendo su qualcosa che era molto poco chiaro e definitivo ma di cui si intuiva una potenzialità. 

Ciò che ne è uscito è stato qualcosa di realmente molto intenso e significativo per tutti. Per i ragazzi ucraini, per le educatrici di Caritas Ucraina, per i volontari italiani, per la comunità locale di Vezza d'Oglio ed anche per Acli e Caritas (che si sono trovate a sperimentare insieme, in un modo molto più pratico e concreto di tante altre volte). 

Ne è uscito un incontro. L'avvio di una relazione con i centri di Caritas in Ucraina che adesso sentiamo la voglia e la responsabilità di portare avanti, con azioni future uguali e diverse da questa.

Ne è uscita, per noi, una forma diversa di conoscenza di cosa è una guerra in Europa nel 2022. Dei suoi aspetti di violenza sottile e mentale, anche diversa da ciò che abitualmente abbiamo in mente.

Essere una ragazzina bionda, vestita in modo simile a tanti ragazzi italiani, con i capelli colorati e lo sguardo furbetto, sta assieme con il venire da una zona di guerra combattuta, aver passato settimane in un rifugio, essere uscita dalla città assediata con un corridoio umanitario ed essere ora sfollata in un'altra città.

Essere un giovane dinamico, che si fa i selfie sui social, che ascolta i Maneskin, sta assieme con l'essere orgoglioso del proprio Paese, ballarne i balli tradizionali, commuoversi pensando a chi combatte e a chi è lontano da casa. 

Essere un'educatrice solare, capace di entrare a ballare in mezzo al cerchio e coinvolgere altri allegramente, sta assieme con l'avere un marito al fronte, parenti vittime di guerra, essere sfollata e dover convivere con il dubbio di non essere una buona madre, per il fatto che si sceglie di restare e non di portare i figli al sicuro altrove. 

Per i ragazzi ucraini e per le operatrici Caritas ne è uscito (ce l'hanno detto in tutti i modi) la possibilità di rilassarsi, di abbassare le difese, di riprendere fiato. Sono persone che vogliono restare in Ucraina. Che non vogliono andare via. Di fronte al pericolo, finché possibile, cambiano città, ma restano all'interno del Paese. Ma la tensione della guerra è sottile e pesante. E dopo 6 mesi di guerra, di scelte sempre difficili da prendere, di tensione, di super lavoro, di fatica... questa vacanza in Italia è stato un modo per poter non pensare, per godersi panorami e tempi senza sirene. Per loro ha avuto senso. 

Sono state tante le riflessioni nate. Molte non previste in anticipo. 

Nell'organizzare al volo abbiamo coinvolto i figli ed alcuni dei volontari italiani erano 18enni. Da una scelta anche un po' casuale e contingente è nata una delle intuizioni più chiare per il futuro. Tra ragazzi la relazione scatta facilmente ed immediatamente e la curiosità di conoscere l'altro è un motore potente. Usare rudimenti di inglese e google traduttore per capirsi, per raccontarsi, per scambiarsi foto e musica viene spontaneo ed è il primo passo per poi parlare (con propri codici e modi) di guerra, di Europa e di altro...

Perché non pensare, per il futuro, a momenti di scambio tra ragazzi italiani ed ucraini coinvolgendo parrocchie, gruppi scout, scuole, circoli ed altro? 

Trovarsi tutti a dormire nello stesso posto, stare assieme a pelar patate, ad apparecchiare e fare giochi in mezzo ad un cerchio ha creato una sorta di rispecchiamento anche tra noi adulti. 

Siamo tutti operatori sociali, tutti persone che cercano di dare il proprio contributo per una comunità migliore e che al tempo stesso cercano di fare del proprio meglio con la famiglia, i figli, la vita privata non sempre facile... Non c'è nessun merito nell'essere nella parte in cui ci si trova. Nessuna certezza che le divisioni restino queste eternamente. Non ci sono ruoli di vittima e di persone solidali fissamente separati ed assegnati. Ognuno è chiamato a fare ciò che può, al meglio che può, nella situazione in cui è.

(Pubblicato su POP Acli - 9.2022) 

Azione sociale



Mi vengono in mente tante cose pensando a questo nuovo spazio che nasce...
Il desiderio più grande che lo muove è dare valore al bello che c'è e riceverne tutti in cambio una visione complessiva di ciò che siamo...unitaria nella diversità...
E riceverne opportunità di scambio reciproco...perché copiare si può, anzi, si deve, personalizzando ognuno a modo suo...Così funziona il progresso. Copiando, connettendo...Non ricominciando sempre tutti da capo ognuno per sé...
Mi viene in mente il fatto che ci sono dentro tante, tante ore di ricerca ed osservazione, fatte con affetto...
E tante, tante ore di prova e riprova e costruzione. A volte con
divertimento
, a volte con nervosismo e impazzimento.
E non è ancora finita....ma adesso da impazzimento nel sottoscala diventa impresa collettiva, con suggerimenti, feedback, critiche e materiali da parti di tutti... E poi, come ogni cosa... andrà per la sua strada da solo, ma ci vuole ancora un po'...
Ma mi viene in mente una fatica (simile e diversa al tempo stesso) di circa 10 anni, per far nascere la piattaforma 5xmille. Che (con tutto che avrebbe bisogno di ritocchi per l'età) ancora funziona. Ma lì ci passavano le pezze per i rendiconti, qui ci può passare la vita...
È ancora tutto in itinere... come sempre nella vita...
Seguiranno news in giornata.
Intanto: buona strada all'azione sociale delle Acli e a tutti i tanti attori che la compiono. Con l'augurio che questo possa essere utile...
azionesociale.acli.it

Effetto moltiplicatore


Bello ascoltarsi"
"Che immagine di vitalità che esce da qui"
"Grazie per l'opportunità di metterci in contatto".
Il più storico è del 45.
Il più giovane è nato nel 2019.
C'è una gran potenzialità negli incontri tra circoli.
Anche se solo un'ora e mezza online.

Rammendare

Rammendare. Il lavoro sociale ed educativo come leva per lo sviluppo.

Acli Napoli con Paola Villa, Anna Cristofaro, Patrizia Luongo, Andrea Morniroli, Marco Rossi Doria

https://fb.watch/g419jj3hbz/

Eventi. E-venti. E-20.




Eventi. E20...
Da Giovanni Bianchi a Capanna...A Fossato di Vico ci sono passati tutti, nei circa 200 incontri fatti in 20 anni.
Seguiranno appunti migliori.
Intanto oggi...400 km ben spesi.

La nascita dei processi creativi, secondo Asimov

Era il febbraio 1959, quando Isaac Asimov venne avvicinato da Arthur Obermayer, scienziato e caro amico dello scrittore. Con una proposta: e...