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Una buona occasione per rileggere la vostra storia e per esprimere gratitudine...


Questa mattina, nell’Aula Paolo VI, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza le ACLI (Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla loro fondazione.

Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa ha rivolto ai presenti nel corso dell’incontro:

Discorso del Santo Padre

Cari fratelli e sorelle delle ACLI!

Sono felice di accogliervi mentre state celebrando il vostro ottantesimo anniversario. È una storia lunga e ricca, che testimonia il vostro impegno e la vostra dedizione nel servizio alla comunità. Avendo ottant’anni siete un po’ più giovani di me, ma il vostro percorso è molto significativo; e questo anniversario è una buona occasione per rileggere la vostra storia, con le sue gioie e i momenti difficili, e per esprimere gratitudine. Ringrazio con voi il Signore che vi ha accompagnato e sostenuto lungo questo cammino, anche ispirando tante persone che, attraverso le ACLI, hanno dedicato la loro vita al servizio dei lavoratori, dei pensionati, dei giovani, degli stranieri e di tanti che si trovano in situazioni di bisogno. Le ACLI sono un luogo dove è possibile incontrare dei “santi della porta accanto”, che non finiscono sulle prime pagine dei giornali, ma a volte cambiano concretamente le cose, in bene!

Questa storia è un patrimonio da cui trarre energie vitali per guardare avanti con speranza e determinazione. In essa troviamo i valori che hanno ispirato i vostri fondatori e che generazioni di aclisti hanno incarnato nel corso degli anni, attraverso una presenza importante nella società. A questo proposito, oggi vorrei soffermarmi su cinque caratteristiche di questo stile vostro, che ritengo fondamentali per il vostro cammino.

La prima è lo stile popolare. Si tratta non solo di essere vicini alla gente, ma di essere e sentirsi parte del popolo. Significa vivere e condividere le gioie e le sfide quotidiane della comunità, imparando dai valori e dalla saggezza della gente semplice. Uno stile popolare implica riconoscere che i grandi progetti sociali e le trasformazioni durature nascono dal basso, dall’impegno condiviso e dai sogni collettivi. Ma la vera essenza del popolo risiede nella solidarietà e nel senso di appartenenza. Nel contesto di una società frammentata e di una cultura individualista, abbiamo un grande bisogno di luoghi in cui le persone possano sperimentare questo senso di appartenenza creativo e dinamico, che aiuta a passare dall’io al noi, a elaborare insieme progetti di bene comune e a trovare le vie e i modi per realizzarli. È questa la vocazione dei vostri “circoli”: aprire le porte, e tenerle aperte, accogliere le persone, permettere loro di costruire legami di solidarietà e senso di appartenenza, per intraprendere insieme un cammino di integrazione che sviluppa «una cultura dell’incontro in una pluriforme armonia» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 220).

Seconda caratteristica: lo stile sinodale. Lavorare insieme, collaborare per il bene comune è fondamentale. Questo stile sinodale è testimoniato dalla presenza di persone che appartengono a diversi orizzonti culturali, sociali, politici e anche ecclesiali, e che oggi sono qui con voi. Ma è anche uno stile che vi appartiene strutturalmente perché, come ha scritto il vostro Presidente presentandovi, siete un insieme di associazioni “multiformi e inquiete”. È bello questo: voi siete pluriformi e inquieti, e questo è una cosa bella. È bello questo: la varietà e l’inquietudine – in senso positivo –, che vi aiuta a camminare insieme tra voi e anche a mescolarvi con le altre forze della società, facendo rete e promuovendo progetti condivisi. Vi chiedo di farlo sempre più e di avere attenzione verso quelli che nella società sono deboli, perché nessuno sia lasciato indietro.

La terza caratteristica: uno stile democratico. La fedeltà alla democrazia è da sempre un tratto distintivo delle ACLI. Oggi ne abbiamo tanto bisogno. Democratica è quella società in cui c’è davvero un posto per tutti, nella realtà dei fatti e non solo nelle dichiarazioni e sulla carta. Per questo è importante il molto lavoro che fate soprattutto per sostenere chi rischia l’emarginazione: i giovani, ai quali in particolare destinate le iniziative di formazione professionale; le donne, che spesso continuano a patire forme di discriminazione e disuguaglianza; i lavoratori più fragili e i migranti, che nelle ACLI trovano qualcuno capace di aiutarli a ottenere il rispetto dei propri diritti; e infine gli anziani e i pensionati, che troppo facilmente si ritrovano “scartati” dalla società, e questa è un’ingiustizia. A queste persone prestate un servizio importante, che non deve soltanto restare nell’ambito dell’assistenza, ma promuovere la dignità di ogni persona e la possibilità che ciascuno possa mettere in campo le proprie risorse e il proprio contributo.

Quarto: uno stile pacifico, cioè da operatori di pace. In un mondo insanguinato da tante guerre, so di condividere con voi l’impegno e la preghiera per la pace. Per questo vi dico: le ACLI siano voce di una cultura della pace, uno spazio in cui affermare che la guerra non è mai “inevitabile” mentre la pace è sempre possibile; e che questo vale sia nei rapporti tra gli Stati, sia nella vita delle famiglie, delle comunità e nei luoghi di lavoro. Il Cardinale Martini, durante una veglia di preghiera per la pace, pose l’accento sulla capacità di “intercedere”, cioè di situarsi tra i contendenti, mettendo una mano sulla spalla di entrambi e accettando il rischio che questo comporta (Un grido di intercessione, 29 gennaio 1991). Costruisce la pace chi sa prendere posizione con chiarezza, ma al tempo stesso si sforza di costruire ponti, di ascoltare e comprendere le diverse parti in causa, promuovendo il dialogo e la riconciliazione. Intercedere per la pace è qualcosa che va ben oltre il semplice compromesso politico, perché richiede di mettersi in gioco e assumere un rischio. Il nostro mondo, lo sappiamo, è segnato da conflitti e divisioni, e la vostra testimonianza di operatori di pace, di intercessori per la pace, è quanto mai necessaria e preziosa.

Infine, uno stile cristiano. Lo menziono per ultimo non come un’appendice, ma perché si tratta della sintesi e della radice degli altri aspetti di cui abbiamo parlato. A chi possiamo guardare per capire che cosa vuol dire essere operatori di pace fino in fondo, se non al Signore Gesù? Dove possiamo trovare ispirazione e forza per accogliere tutti, se non nella vita di Gesù? Assumere uno stile cristiano, allora, vuol dire non soltanto prevedere che nei nostri incontri ci sia un momento di preghiera: questo va bene, ma dobbiamo fare di più; assumere uno stile cristiano vuol dire crescere nella familiarità con il Signore e nello spirito del Vangelo, perché esso possa permeare tutto ciò che facciamo e la nostra azione abbia lo stile di Cristo e lo renda presente nel mondo. In particolare, a fronte di visioni culturali che rischiano di annullare la bellezza della dignità umana e di lacerare la società, vi invito a coltivare «un nuovo sogno di fraternità e di amicizia sociale che non si limiti alle parole» (Lett. enc. Fratelli tutti, 6). È il sogno di San Francesco di Assisi e di tanti altri santi, di tanti cristiani, di tanti credenti di ogni fede. Fratelli e sorelle, sia anche il vostro sogno!

Cari amici delle ACLI, vi ringrazio per il vostro impegno e vi esorto a portarlo avanti con coraggio. Che lo Spirito Santo continui a rendere feconda la vostra opera e a guidarvi nel servizio alla comunità. Avanti con gioia e nella speranza! Vi benedico di cuore. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Grazie.


In una società realmente progredita


In una società realmente progredita il lavoro è una dimensione irrinunciabile della vita sociale, perchè non solo è un modo di guadagnarsi il pane, ma è anche un mezzo per la crescita personale, per stabilire relazioni sane, per esprimere se stessi, per condividere doni, per poter sentirsi corresponsabili del miglioramento del mondo, ed in definitiva per vivere come popolo. 

#fratellitutti

Don Bruno Bignami ai lavoratori Acli 

Cali numerici e umiliazione


"Quando sono entrato in noviziato, eravamo 33.000 gesuiti. Ora quanti siamo? Più o meno la metà. E continueremo a diminui­re di numero. Questo dato è comune a tanti Ordini e Congregazioni religiose. Ha un significato, e noi dobbiamo chiederci quale sia. In definitiva, questa diminuzione non dipende da noi. La vocazione la manda il Signore. Se non viene, non dipende da noi. Credo che il Signore ci stia dando un insegnamento per la vita religiosa.
Per noi ha un significato nel senso dell’umiliazione. Negli Esercizi Spirituali Ignazio punta sempre a questo: all’umiliazione. Sulla crisi vocazionale il gesuita non può rimanere al livello della spiegazione sociologica. Questa è, al limite, la metà del vero. La verità più profonda è che il Signore ci porta a questa umiliazione dei numeri per aprire a ciascuno la via al «terzo grado di umiltà»[5], che è l’unica fecondità gesuitica che vale. Il terzo grado di umiltà è l’obiettivo degli Esercizi".
(papa Francesco ai #gesuiti in Grecia) da civiltà cattolica


I due Papi, i film e la realtà


C'è del bello, secondo me, nel film di Meirelles.
E' un film teatrale. In cui affascinano le scelte musicali i cambi di scena e i dialoghi.
E che offre molti spunti di riflessione sulla responsabilità delle leadership e sul rapporto tra persona e ruolo.

Però..."La verità è insostenibile senza la carità" dice ad un certo punto un Papa citando l'altro.
Ma un po' è vero anche il contrario. "La realtà è superiore all'idea". E qualche problema con la realtà questo film ce l'ha.
E' un film verosimile senza essere in alcun modo vero.  Anzi, l'impressione è che, purtroppo, funzioni soprattutto nel suo rispecchiare i canoni classici delle fiabe: protagonista, antagonista, oggetto magico, scontro, contrapposizione, smarrimento, apparente sconfitta, colpo di scena, lieto fine.

Il tutto, cinematograficamente parlando, lasciando persino aperta la possibilità di un eventuale seguito. O dell'avvio di una serie (siamo su Netflix, no?). Con il secondo Papa che lascia, sopraffatto dalle cose, chiedendo il ritorno del primo, come viene fatto dire ad Andreotti in un articolo con un immaginario dialogo con Cossiga in paradiso (!!!). O, più probabilmente, con le nuove fatiche e i nuovi scontri che l'assetto di coesistenza di due papi (che sono anche due uomini) farà nascere. E siamo all'attualità.

Che poi, nel tempo dell'immagine, la cosa che più mi stupisce di tutta la vicenda (reale) è il fatto che in una istituzione così profondamente simbolica come la Chiesa, si sia deciso di mantenere per entrambi la stessa veste bianca da Papa.

Prima dovranno parlare le donne. Durissimo da accettare in casa cattolica, si tratti pure della Chiesa di Francesco Papa...

Foto con licenza cc di Paola Rizzi 
Il terzo punto mi pare importante, per capire e contestualizzare.
Il secondo altrettanto, per evitare confusioni di piani e continui stupori. 
Il corsivo, detto in altre parole, mi pare richiami anche il monito stesso del Papa nei confronti del clericalismo. 
Il quarto non lo comprendo fino in fondo e comunque non è detto che lo condivida tutto. 

E appena ho letto la frase ho pensato alla parte in neretto. Perchè ciò di cui parliamo avviene dentro il corpo di una donna. Riguarda anche altri esseri umani. Ma avviene dentro un essere umano specifico. Dentro. E questo non può essere indifferente. 

Questa riflessione di Stefano Sodaro (tratta da un suo post) mi pare esprima bene...

(...) Eccoci, eccomi allora. Devo dire dunque? Dico. Forza...

Primo. Chi è il ghost-writer del Papa? Fuori i nomi. Lo stesso vale per i canonisti di Sua Santità che non brillano per perfezione giuridica. Chi sono? Coraggio. Si può fare meglio e di più, ragazzi. 
Secondo. Altro è la teologia della liberazione, altro la postmodernità e la cultura della soggettività del nostro contesto europeo-occidentale. Lo aveva già ben visto Christian Duquoc: non è possibile nessuna sovrapposizione tra liberazione e progressismo in ambito storico-teologico. Tanto per fare un esempio eclatante, Gutierrez, in "Teologia della liberazione", classico dei classici no?, critica con tagliente ironia la richiesta di abolizione del celibato ecclesiastico. Il ragionamento che fa Gutierrez è dirompente: vediamo se con una moglie sarete meno borghesi di come siete stati da celibi, speriamo, ma chi ce lo assicura? 
Terzo. Di cosa è preoccupato il Papa? Bisogna essere intellettualmente onesti su questo. È preoccupato di un assetto culturale, un'opzione culturale, che crea "scarti umani". Non ci sono altri sottintesi di capziosità para-politica e neanche tanto di ammaestramento etico. C'è questa tensione, evidente, costante, verso chi non ce la fa a vivere, come sia, chiunque sia, mi verrebbe quasi da dire un po' cinicamente, ma so che capirete bene, anche "qualunque cosa sia". 
E tuttavia, lo dico con rispetto e affetto, la prospettiva, per dire ciò che si vuol dire, dev'essere quella della donna, non dell'uomo maschio. Della donna, delle donne. Altrimenti falliamo. La prima tensione effettiva verso chi non ce la fa a vivere dev'essere quella in ascolto delle donne, dei loro drammi, dei loro interrogativi, delle loro solitudini, dei loro dilemmi, dei loro strazi. A loro dev'essere data e lasciata la parola sull'aborto. 
Poi, sì, parleremo anche noi maschi, ma prima e sempre dovranno parlare le donne ed essere ascoltate
Durissimo da accettare in casa cattolica, lo sappiamo, si tratti pure della Chiesa di Francesco papa. Durissimo. Eppure necessario. Fondamentale. Imprescindibile. 
Quarto. Mi è stato chiesto se mi sia piaciuto il ricorso al termine "sicario" proprio in bocca al pacifico e non violento Francesco. No. Non mi è piaciuto. Ma guardate che tutta la teologia della liberazione classica, di prima generazione per intenderci, non è mai riuscita ad abbandonare schemi e approcci tipicamente patriarcali o paternalisti. Leonardo Boff, che amo ma proprio amo, ha scritto trattati interi sulla divinizzazione pneumatologica di Maria invece che sulla necessità teologica di avere un Cristo donna. 
Ciò detto, siccome l'uso corrente del linguaggio più spinto sino ad essere volgare e scurrile nella pubblicistica più applaudita è realtà costante e quotidiana, non capisco bene lo scandalo. Ci si scandalizzi allora - evangelicamente intendo - anche di altri autori applauditissimi e laicissimi. Perché il Papa dovrebbe fare l'anima bella? 
Per quanto mi riguarda, diffido sia da una certa stucchevole francescolatria per cui anche se il Papa estrae il fazzoletto sarebbe un gesto profetico, sia da un certo gusto di accanirsi polemicamente contro ogni uscita pontificia perché tanto sarebbe comunque sempre falsa, insincera, interessata, doppiogiochista, così appalesando, da parte di cotanti fini esegeti, un'assenza di substrato ecclesiologico da far paura. 
Ho finito. Mi piacerebbe concludere, alla Nouwen, che "ho ascoltato il silenzio", ma non è del tutto vero. Il silenzio ha ancora quasi tutto da dirmi, rivelarmi. (...)

Terra, Casa, Lavoro, quello per cui lottate, sono diritti sacri.

venerdì: la casa

Ieri sera sono stata al Quarticciolo. Il comitato di quartiere ha organizzato un momento di incontro. E' stato proiettato "Sotto un cielo di Piombo". Con la storia della lotta per la casa a Roma.




E da incontro, dibattito e documentario mi è venuto in mente l'incontro del Papa con i Movimenti.
(...)   Terra, casa e lavoro, quello per cui voi lottate, sono diritti sacri. Esigere ciò non è affatto strano, è la dottrina sociale della Chiesa.   
(...) L’ho già detto e lo ripeto: una casa per ogni famiglia. Non bisogna mai dimenticare che Gesù nacque in una stalla perché negli alloggi non c’era posto, che la sua famiglia dovette abbandonare la propria casa e fuggire in Egitto, perseguitata da Erode. Oggi ci sono tante famiglie senza casa, o perché non l’hanno mai avuta o perché l’hanno persa per diversi motivi. Famiglia e casa vanno di pari passo! Ma un tetto, perché sia una casa, deve anche avere una dimensione comunitaria: il quartiere ed è proprio nel quartiere che s’inizia a costruire questa grande famiglia dell’umanità, a partire da ciò che è più immediato, dalla convivenza col vicinato.  
Oggi viviamo in immense città che si mostrano moderne, orgogliose e addirittura vanitose. Città che offrono innumerevoli piaceri e benessere per una minoranza felice ma si nega una casa a migliaia di nostri vicini e fratelli, persino bambini, e li si chiama, elegantemente, “persone senza fissa dimora”. È curioso come nel mondo delle ingiustizie abbondino gli eufemismi. Non si dicono le parole con precisione, e la realtà si cerca nell’eufemismo. Una persona, una persona segregata, una persona accantonata, una persona che sta soffrendo per la miseria, per la fame, è una persona senza fissa dimora; espressione elegante, no? Voi cercate sempre; potrei sbagliarmi in qualche caso, ma in generale dietro un eufemismo c’è un delitto. 
Viviamo in città che costruiscono torri, centri commerciali, fanno affari immobiliari ma abbandonano una parte di sé ai margini, nelle periferie. Quanto fa male sentire che gli insediamenti poveri sono emarginati o, peggio ancora, che li si vuole sradicare! Sono crudeli le immagini degli sgomberi forzati, delle gru che demoliscono baracche, immagini tanto simili a quelle della guerra. E questo si vede oggi.  
(...) Quanto sono belle le città che, anche nel loro disegno architettonico, sono piene di spazi che uniscono, relazionano, favoriscono il riconoscimento dell’altro! Perciò né sradicamento né emarginazione: bisogna seguire la linea dell’integrazione urbana! Questa parola deve sostituire completamente la parola sradicamento, ora, ma anche quei progetti che intendono riverniciare i quartieri poveri, abbellire le periferie e “truccare” le ferite sociali invece di curarle promuovendo un’integrazione autentica e rispettosa. È una sorta di architettura di facciata, no? E va in questa direzione.  
Continuiamo a lavorare affinché tutte le famiglie abbiano una casa e affinché tutti i quartieri abbiano un’infrastruttura adeguata (fognature, luce, gas, asfalto, e continuo: scuole, ospedali, pronto soccorso, circoli sportivi e tutte le cose che creano vincoli e uniscono, accesso alla salute — l’ho già detto — all’educazione e alla sicurezza della proprietà. 
Dal discorso di Papa Francesco ai movimenti popolari. Ottobre 2014.

Movimenti e politica: il coraggio della lotta


Riflessioni sulla democrazia, a partire dal terzo incontro internazionale dei movimenti popolari, cui le Acli sono state invitate a partecipare, assieme a molte altre realtà italiane, al momento conclusivo con papa Francesco.


In una giornata di riflessione di qualche tempo fa ci si interrogava: ci troviamo di fronte al fallimento di due dimensioni: pace e giustizia. Non si ottengono perché non c’è sufficiente democrazia o perché la democrazia ha fallito il suo compito? Assistiamo a una confusione tra mezzi e fini e a uno schiacciamento sul piano delle regole. La democrazie è mezzo, non fine. Le norme, se svuotate, non riescono ad incidere sulla realtà. E la realtà è superiore all’idea.

La realtà che emerge dall’incontro sono le cosiddette 3T: terra, tetto, trabajo (in spagnolo “lavoro”), Il fine non è solo una volontà di cambiamento. Il fine sono cose concrete e azioni da compiere: “Mettere l’economia a servizio dei popoli, costruire pace e giustizia, difendere la Madre Terra”.
La chiave di lettura della politica non è destra/sinistra. Non è nemmeno la contrapposizione base/establishment. Il termine popolo non indica un segmento di società ma la sua interezza impegnata in un progetto condiviso ed intenzionale. Ciò che ne emerge è un progetto di sviluppo umano integrale. Che “respinga il consumismo e recuperi l’amore tra le persone e il rispetto per la natura come valori essenziali. Un progetto ponte tra i popoli”.

Perché il Papa convoca i movimenti popolari? Perché parla loro di politica? Le forme cambiano nel tempo e a volte i termini si sovrappongono.

Tradizionalmente il partito è l’intreccio di più istanze: verificare il consenso tramite competizione e bisogno di incanalare le appartenenze sociali in soggetti collettivi per garantire tenuta sociale. Il partito è per sua natura ordine ed organizzazione.

I movimenti in genere non hanno strutture complesse, non partecipano alle elezioni direttamente, non mirano a rappresentare gli interessi dei propri iscritti o simpatizzanti. Sono per natura fluidi e dinamici. Portano l’attenzione su singoli temi emergenti, perseguono obiettivi specifici. In alcune fasi storiche propongono modelli alternativi di società e sono il motore iniziale da cui nascono gli stessi partiti.

Senza tutto questo “La democrazia si atrofizza, diventa un nominalismo, una formalità, perde rappresentatività, va disincarnandosi perché lascia fuori il popolo nella sua lotta quotidiana per la dignità, nella costruzione del suo destino. Voi, organizzazione degli esclusi e tante organizzazioni di altri settori della società, siete chiamati a rivitalizzare, a rifondare le democrazie che stanno attraversando una vera crisi”.

La crisi della democrazia non è curabile solo per decreto, non si risolve solo con un aggiustamento delle norme, il ricambio della classe dirigente o la vittoria di questo o quel partito. Alla democrazia serve respirare l’aria prodotta da movimenti in movimento.

Oggi si è diffusa la perversa convinzione di poter vivere “senza sforzo”, e l’erronea sovrapposizione tra conflitto e violenza. La fatica è un elemento connaturale di ogni percorso. Così come il conflitto lo è di ogni relazione.

Non è l’assenza di idee (pur deboli e parziali) a caratterizzare questa fase. È l’aver associato il senso di colpa al ritrovarsi in situazione di fatica o al pensare di voler cambiare le cose. Con una doppia conseguenza: impedire ogni trasformazione e lasciare il campo libero a chi si fa pochi problemi a zittire coscienza e senso di responsabilità.

Non lasciatevi incasellare. Non abbiate paura ad entrare nelle grandi discussioni, nella politica con la P maiuscola”. E poi ancora: “Vi accompagno e vi chiedo di continuare ad aprire strade e a lottare”. Il coraggio della politica e della lotta è il messaggio del Papa a questo mondo. Non è pre-politico quindi, né è un partitico camuffato. È politica con la P maiuscola. Quel qualcosa che ha a che fare con il bene, il noi e la felicità.

La lotta nella politica con la P maiuscola non è una semplice competizione “contro”, ma assume e accetta la dimensione del conflitto. La lotta è legata alla realtà, finalizzata all’obiettivo ed è nella sua essenza un movimento di liberazione e trasformazione.

Sono ancora una volta 3 le dimensioni che la caratterizzano.
La scelta nonviolenta: “l’unica cosa che cerchi di sconfiggere sono i sistemi maligni. Le persone che sono intrappolate da quel sistema le ami […] Odio per odio intensifica solo l’esistenza dell’odio e del male nell’universo. (…) Da qualche parte, qualcuno deve avere un po’ di buon senso, e quella è la persona forte”. Qui il Papa, non a caso, cita Martin Luther King. Uno dei profeti della nonviolenza, ma anche un nordamericano, protestante, che ha lottato per i diritti civili.
Il discernimento: “Le soluzioni reali non verranno fuori da una, tre o mille conferenze: devono essere frutto di un discernimento collettivo che maturi nei territori insieme con i fratelli. Un discernimento che diventa azione trasformatrice secondo i luoghi, i tempi e le persone”.
L’austerità morale personale. “Colui che è affezionato al denaro, per favore, che non si metta in politica, che non si metta in un’organizzazione sociale o in un movimento popolare, farebbe danno a se stesso, al prossimo e sporcherebbe la nobile causa che ha intrapreso”. “Questa austerità – del resto – vi farà essere felici”.
Per approfondire: 
Testo integrale del discorso di papa Francesco al terzo incontro con i movimenti popolari
Dichiarazione finale sottoscritta dai partecipanti all’incontro 2016
  • Sul sito movimientospopulares.org tutti i materiali degli incontri 2014, 2015 e 2016 in italiano, spagnolo e inglese

Post pubblicato oggi su www.acli.it 

Andare a Cuba per prendere distanza dal vecchio mondo...



Cuba come luogo simbolico. Di incontro ed incrocio. Il bisogno di andare altrove, per prendere distanza dal vecchio mondo e guardare le cose in modo diverso.

Solo se sei sereno e forte della tua identità riesci a dialogare. E ad accettare senza paura che lo spazio comune contenga stili e modi e temi dell'altro.

Lo spazio comune è necessariamente un passo troppo indietro, o troppo di lato, o troppo avanti rispetto a dove sei da solo.

Accettare lo spazio del dialogo è sempre sapere di esporsi alla critica di chi guarda con sguardo alle dinamiche interne alle parti è legato "al vecchio mondo". Saperlo ma decidere di dare più importanza ad alcuni processi rispetto ad altri.

Lo spazio comune ha valore perché permette di fare passi insieme. E quei passi accompagneranno l'uno e l'altro altrove. E se il dialogo è serio non annulleranno lo spazio dei passi individuali.

È un gesto storico anche solo per ragioni di tempo.
Ma quello che a me pare più interessante è il ridisegno dello sguardo nello spazio.
E il fatto che  per contenuti, stili, modi non mi pare un gesto privato ed esclusivo tra cattolici ed ortodossi. Mi pare gesto di comunicazione. Gesto che sembra un invito ad uno spazio possibile tra religioni. E ad un ruolo possibile delle religioni per la pace. Oggi.

E trovo interessante che i cattolici (percepiti come possibili prevaricatori) partano dimostrando subito che sono disposti a cedere su qualcosa di sé per far spazio reale agli altri.

Non sono una esperta ma credo l'orizzonte e le tracce di lettura su cui muoversi siano queste. Leggerlo nella prospettiva della legge Cirinnà in Italia (pensando che sia gesto che vuole parlare qui o pensando che non avrebbe dovuto farlo per evitare contraccolpi qui) mi pare talmente fuori fuoco da dimostrare provincialismo o mala fede strumentale.

A scuola di famiglia...


Questo il testo integrale di Papa Francesco alla veglia del 3 ottobre 2015.
C'è da tornarci ma, a caldo... 
per un sinodo che più che parlare di famiglia sappia mettersi a scuola di famiglia.
Poi, a proposito di generi...
Per il Papa le caratteristiche del femminile (madre) che la Chiesa deve coltivare sono:
capacità di generare alla vita
attenzione a dare continuamente la vita, accompagnare con dedizione, tenerezza e forza morale. 
Le caratteristiche del maschile (padre): responsabilità del custodire
proteggere senza sostituirsi
correggere senza umiliare
educare con l’esempio e la pazienza.
(A volte) silenzio ed attesa orante e aperta.
Il passaggio (bellissimo) sulla giustizia che senza compassione diventa ingiusta potrebbe attribuire la giustizia al maschile e la compassione al femminile ma non è detto...
Su tutto questo non so. Come si diceva, fatico ad inserire le caratteristiche in categorie di maschile e femminile. 
Poi c'è il pezzo da figli. Difficilissimo da vivere ma bellissimo per tutti e tutte. 
"figli che si riconoscono fratelli. Che non arriva mai a considerare qualcuno soltanto come un peso, un problema, un costo, una preoccupazione o un rischio: l’altro è essenzialmente un dono, che rimane tale anche quando percorre strade diverse"
E mentre approfondiamo il resto, sarebbe bello, tutti e tutte assieme, partire da qui!

Attenti al rischio di non essere gioiosi...




E’ un gioia condividere questo tempo con una associazione verso la quale nutro stima e sentimenti di affetto e coinvolgimento.

Fedeltà alla Chiesa. E’ una delle fedeltà ineludibili. 

Il discorso del 23 maggio è stato illuminante: Il Papa invita l’associazione a prendere consapevolezza che i tempi sono mutati, che serve cambiare le coordinate dell’agire sociale. Porsi in ascolto del nuovo e prendere consapevolezza del cambiamento. Cambiamento che non è congiunturale ma strutturale. Il Papa invita a vivere il cambiamento, a coinvolgersi nel cambiamento.
A vivere fino in fondo la dimensione del lavoro, di fronte ad un dio denaro che distrugge questa dimensione e produce la cultura dello scarto. 

l vostro impegno abbia sempre il suo principio e il suo collante in quella che voi chiamate ispirazione cristiana, e che rimanda alla costante fedeltà a Gesù Cristo e alla Parola di Dio, a studiare e applicare la Dottrina sociale della Chiesa nel confronto con le nuove sfide del mondo contemporaneo.
L’ispirazione cristiana e la dimensione popolare determinano il modo di intendere e di riattualizzare la storica triplice fedeltà delle ACLI ai lavoratori, alla democrazia, alla Chiesa. Al punto che nel contesto attuale, in qualche modo si potrebbe dire che le vostre tre storiche fedeltà – ai lavoratori, alla democrazia e alla Chiesa – si riassumono in una nuova e sempre attuale: la fedeltà ai poveri.

Fedeltà ai poveri: l’associazione può continuare ad essere ciò che è nella misura in cui vive un profondo legame con il senso del suo esistere, con quel Gesù Cristo che noi tutti riconosciamo come Signore della storia e del tempo. Senza questo legame vissuto in modo radicale noi corriamo il rischio che le nostre fedeltà e anche la fedeltà ai poveri perdano il loro valore e non abbiano risonanza in questo nostro tempo.

Quando manca il fondamento prendono il sopravvento altre variabili. La corsa al potere, la perdita delle relazioni per la costruzione di un mondo più giusto, emergono tendenze individualistiche che calpestano il senso di un andare. Il fondamento non può che essere il Cristo, Signore della storia. Fondamento del nostro stare insieme, non vissuto in modo solo personale, né in modo isolato, ma all’interno della grande esperienza della Chiesa intera.

Il Papa chiede uno sforzo. Non all’associazione in quanto associazione. Ma a  tutti coloro che fanno parte dell’associazione. Noi possiamo essere significanti nella realtà del nostro Paese nella msiura in cui ciascuno di noi che decide di appartenere alle Acli vive anche una profonda esperienza del Cristo morto e risorto. Senza richiamo al fondamento non andiamo da nessuna parte. Ci inaridiamo. Diventiamo persone che in modo routinario trascinano il proprio tempo nella ricerca di ciò che non dà pace e verità alla storia di ciascuno e alla storia delle Acli. 

La motivazione interiore che ci muove è fondamentale. Senza la motivazione interiore la testimonianza diventa vuota. Compiamo tante azioni importanti, magari in tante realtà si è un punto di riferimento per i poveri e per gli emarginati. Ma non basta. Sarebbe bello, incontrando le Acli, poter incontrare negli uffici, nei patronati … non dirigenti o burocrati, ma persone che vivono in modo radicale il Vangelo. Non abbiamo bisogno di burocrati prezzolati. Abbiamo bisogno di testimoni appassionati che accompagnano le persone nella ricerca di un senso che non finisce.

E ‘ questa la nostra prospettiva nel qui ed ora di questo tempo. Il coraggio di mettere al centro il Signore, viverlo nella quotidianità ed essere pronti a testimoniarlo, con gioia.

Se non siamo persone motivate evangelicamente, corriamo il rischio di vendere illusioni. 

Nell’encliclica Laudato sii si sottolinea con forza la necessità di prendersi cura della casa comune. Del nostro tempo. Accompagnare il nostro tempo. E mettersi al passo con la storia di tanti uomini e donne. Che sono alla ricerca di una prospettiva di vita. 

Tante volte l’essere umano si arrangia per alimentare tutti i vizi autodistruttivi, cercando di non vederli e non riconoscerli. Rimandando le decisioni importanti, facendo come se nulla fosse. 

Senza riferimento costante al Vangelo diventiamo impermeabili, indifferenti. Faticosamente ci trasciniamo senza trasmettere quell’entusiasmo liberante che fa di noi persone gioiose. Dobbiamo stare attenti al rischio di non essere gioiosi,  di trovare il modo di non cambiare e di arrangiarci nella realtà. Così diventiamo impermeabili alla vita degli altri. Finiamo per fare le cose solo per abitudine. 

La Chiesa italiana si incontrerà a Firenze a fine anno. Per capire come possiamo, in Cristo Gesù, esprimere un nuovo umanesimo. Sarebbe utile se come Acli prendessimo in mano i documenti preparatori per Firenze per prepararci. ( ndr http://www.firenze2015.it/category/materiali/traccia/).  
Lì vengono indicate 5 vie per vivere una umanità nuova:

-       uscire 
-       annunciare
-       abitare
-       educare
-       trasfigurare

Uscire. Uscire da noi, uscire dalle nostre dinamiche auto referenziali per vivere prossimità concreta alla vita della gente. E’ la dimensione della soglia, del confine. E’ lì che si gioca il nostro futuro. 

Uscire, annunciare, abitare, educare. Diventano possibili solo se c’è trasfigurare. Possiamo avere tante idee come associazione, tante prospettive. I nostri incontri, i seminari, gli appuntamenti.. questa voglia di esserci diventa motore di trasformazione solo nella misura in cui noi viviamo esperienza della morte e risurrezione del Signore e accettiamo di lasciarci trasfigurare. 

C’è un rapporto intrinseco tra fede e carità. Dove si esprime il senso del mistero. il divino nell’umano e l’umano nel divino. Senza preghiera la carità si svuoterebbe. Sarebbe pua filantropia incapace di conferire significato alla comunione fraterna. 

Vogliamo essere significativi? Gioiosamente significativi? Vogliamo dare prospettive di un mondo migliore a questo nostro tempo? Mettiamocela tutta. Investiamoci tempo ed energia. Non è facile. Richiede la fatica della ricerca.  Ma se ciascuno investe nella forza del Vangelo può farcela. E la nostra associazione può essere, qui ed ora, luogo di speranza e trasformazione. 

Premessa: sono appunti presi in diretta e non rivisti dall'autore, dell'intervento di Padre Gianni Notari all'iniziativa #70anniAcli organizzata a Catania dalle Acli Sicilia. Spero di non tradiscano troppo...

Lavoratori...

Fare il Papa é un lavoro insalubre. 
Lo ha detto ieri. Davanti a me e Paola nei saluti. E sembrava davvero affaticato.
Poi ridendo ha aggiunto la battuta "e non ti pagano nemmeno gli straordinari".

Rocco ed Ovidio che portano la statua a braccio assieme ai due presidenti provinciali. 
I lavoratori delle Acli assieme ai presidenti provinciali. 
Secondo me è un gran bella immagine. C'è da pensarci su...


C'è chi... Papa Francesco...



parte 1: 

C'è chi parte ora in macchina. Chi è in pullman già da un po'. Chi ha preso il treno. Chi (da più lontano) l'aereo. 
Chi ha fatto tappe in città d'arte. Chi ne approfitta per una gita romantica in coppia. Chi ci infila una visita ai musei vaticani, chi chiede agli amici parlamentari di far da guida ai luoghi istituzionali. Chi evita la pioggia passeggiando in giro per la città. Chi chiede riparo a santa rita. 
Chi ospita amici di amici. Chi dorme dai preti.
Chi si è portato la bandiera. Chi seguirà dalla TV. 
Chi ha lavorato per preparare. Chi è emozionato per dover parlare. 
È una bella immagine quella delle Acli oggi. In cammino. In movimento. Ognuno a modo suo ma confluendo verso qualcosa di comune. 
E' un ‪#‎70anniAcli‬ ma non è solo una festa di compleanno. Mi pare. È come se noi fossimo in fondo in cerca. E come se qualcuno ci avesse convocati. 
Intanto a Papa Francesco grazie di questo. Che da soli questa capacità convocatoria non l'avremmo avuta.l mattino (anche molto presto) è il momento dei più vicini. Foto di pullman in partenza che è ancora buio. 

parte 2: 

Intanto il tempo fa emergere carsicamente i segni che ognuno ritrova ed compagni di viaggio che ognuno riconosce. 
Da Pio a don Raf a don Ciccone a tanti altri sparsi per l'Italia. I preti che ci sono stati a fianco. 
Da Romero a Falcone. Le coincidenze della giornata che sono grazia e mandato. 
La Pentecoste e il free2pray per i nuovi martiri. 
E mi colpisce questo emergere trasversale della dimensione del martirio. Quello evidente e violento. Quello quotidiano del dare la vita giorno per giorno. 
E sono grata a ciò che oggi permette questa memoria collettiva. 
Che si compone da sola con i pezzi di ciascuno. 
‪#‎70anniacli‬ e non solo.

parte 3: 

C'è che gira un bisogno comune di segnare "c'ero anche io". Anche in chi non era fisicamente presente. (Segno che comunque lo si guardi é già un evento).
Chi si intrufola in prima fila e chi inventa il binocolo immaginario per vedere dal fondo.
Chi torna a casa con tante aste (senza bandiere). Chi ha perso il pullman. Chi fatto scambio di zaini. Chi ha preso l'acqua ed è (di nuovo) senza voce. Chi ha scoperto trastevere e la cucina romana. 
Chi sa essere sventolatore di foulard professionista. Chi Il cappellino Acli lo metterebbe pure il giorno del matrimonio. 
Chi riconosceva tutte le musiche classiche e sa spiegare tutti i segreti di tutte le chiese romane. Chi é scoppiato a cantare all'attacco di "Offri la vita tua...come Maria ai piedi della croce..." e sa solo che Roma é bella. 
Chi si tuffa dalla transenna per acchiappare il braccio del Papa al volo. Chi dalla transenna tuffa figli sgambettanti (o i nipoti). 
Chi é felice di uno sguardo. Chi di una foto. Chi di un bacio. Chi di una carezza. Chi di una parola. 
Chi al Papa ha consegnato un libro, chi una casetta, chi una maglietta, chi la lettera del nipotino di un presidente di circolo, chi un invito... Chi vedendolo di fronte é riuscito a dire solo "grazie". 
Chi nel corso della giornata si è stancato, chi emozionato, chi annoiato, chi arrabbiato, chi rasserenato, chi innervosito, chi inorgoglito, chi stupito...chi (molti) é stato preso da un mix di tutto questo in diverse dosi e momenti. 
Chi é soddisfatto perché questa giornata mostra a tutti che ‪#‎leaclicisono‬.
Chi è preoccupato perché teme che per realizzare i mandati impegnativi ricevuti in realtà le Acli non ci siano abbastanza.
Chi sogna, dopo ieri, di tornare finalmente alla normalità. Chi spera che ieri sia finalmente la molla del cambiamento per Acli più coerenti ed incisive.
Chi continua a lottare con rabbia e passione tra l'idea di mollare e quella di rilanciare. 
Chi si interroga su come mai si potrà riuscire a tenere assieme portando le Acli da qualche parte. In un processo che vada oltre l'evento. 
Dopo i ‪#‎70anniacli‬ cosa c'è?

Fare politica è martiriale.


E tutti a commentare la questione del partito unico dei cattolici (tra l'altro senza citare il passaggio secondo me più bello di quel pezzo e cioè il "non avrà capacità convocatorie". Il convocare, ciò che conta è ciò che sa convocare il popolo...).

Ma sulla politica poi c'è tutto il resto:   
fare politica è un po’ martiriale? Sì. Eh sì: è una sorta di martirioMa è un martirio quotidiano: cercare il bene comune senza lasciarti corrompere. Cercare il bene comune pensando le strade più utili per quello, i mezzi più utili. Cercare il bene comune lavorando nelle piccole cose, piccoline, da poco … ma si fa.
Fare politica è martiriale: davvero un lavoro martiriale, perché bisogna andare tutto il giorno con quell’ideale, tutti i giorni, con quell’ideale di costruire il bene comune.  E anche portare la croce di tanti fallimenti, e anche portare la croce di tanti peccati.   
Perché, nel mondo è difficile fare il bene in mezzo alla società senza sporcarsi un poco le mani o il cuore: ma per questo vai a chiedere perdono, chiedi perdono e continua a farlo.  
“No, Padre, io non faccio politica perché non voglio peccare” “Ma non fai il bene! Vai avanti, chiedi al Signore che ti aiuti a non peccare, ma se ti sporchi le mani, chiedi perdono e continui avanti!”. Ma fare, fare … E proprio lottare per una società più giusta e solidale.

Ma che questo non ti scoraggi! 



Che è al tempo stesso consolazione ed ammonimento. 

Ti consola sapere che è umano anche scoraggiarsi. Ti consola sapere che la solitudine e la sconfitta non sono incidenti individuali di percorso. 


Ma ti ammonisce perchè non ti permette di crogiolarti nello sconforto. Non ammette smanie di protagonismo. Neppure in forma vittimista.  

Interessante pensarci in questi giorni...

E mi torna alla mente un altro gesuita. E un documento di 20 anni fa....  Convertirsi al Vangelo - Vie nuove per la politica... 







Cosa c'entra la satira con il Giubileo, l'Expo con la misericordia...

Papa Francesco annuncia il Giubileo. E tutti a commentare la sorpresa. A cominciare a pensare all'organizzazione, all'evento, ai turisti, a chi lo gestirà...

Ci vuole un programma di satira (Gazebo di stanotte, dal minuto 14 al minuto 15) per sentir parlare del vero senso di Giubileo.

Sentire dire la parola Giubileo viene dall'ebraico jobel. Che significa corno d'ariete. Adoperato come tromba per segnare l'inizio dell'anno giubilare.
Che era, ogni 50 anni, un anno caratterizzato da:



il riposo della terra
il riscatto della terra
la liberazione degli schiavi 



"Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria e si vende a te, non farlo lavorare come schiavo; sia presso di te come un bracciante, un inquilino. Ti servirà fino all'anno del Giubileo; allora se ne andrà da te con i suoi figli, tornerà nella sua famiglia e rientrerà nella proprietà dei suoi padri" Levitico.


Credo il riferimento di Marco Da Milano in Gazebo volesse essere sulla situazione delle carceri, sull'indulto e sull'amnistia. Il tema può essere connesso. Ma credo anche che lo sguardo di Papa Francesco voglia essere più globale.



Il 31 ottobre 2015 si chiude un Expo con a titolo Nutrire il pianeta, energia per la vita. L'8 dicembre 2015 si apre un anno giubilare.


Che poi, ce lo ricordiamo, l'ultimo giubileo è stato nel 2000, anno in cui ci siamo anche dati gli


Obiettivi del millennio



e il 2015 è l'anno europeo dello sviluppo e la Carta di Milano che uscirà da Expo nel 2015 sarà un passo della strategia per il Post 2015 su cui si sta discutendo...





Affrontare tutto questo con lo spirito del Concilio. Con la chiave di lettura della Misericordia. E' un percorso tutto da fare....  

Le parole della misericordia - secondo Chicercate









I poveri ci dicono cosa è la polis


Il 23 maggio le Acli vanno dal Papa. 

Il 23 maggio Oscar Arnulfo Romero viene riconosciuto beato.

Un onore, un gran bel segno, un messaggio da cogliere.

La pista da seguire è, ancora una volta, quella di


farsi popolo

Romero che... Se uccidono me, resterà sempre il popolo. Un popolo non lo si può ammazzare.


Romero che... il popolo è il mio profeta

Romero, il vescovo fatto popolo. 

Un percorso da pro-seguire è, ancora una volta, quello di cercare di comprendere 

cosa è per noi la dimensione politica 

Romero che ldimensione politica della fede è a partire dall'opzione per i poveri 

Romero che i poveri ci dicono che cos'è la polis 

Romero che la  Chiesa sia sostegno dato ai poveri e alla loro nobile lotta di liberazione. 

Romero che la Chiesa predichi ai poveri per dare loro coraggio di essere, essi stessi, gli autori del proprio destino.  

Romero che... le maggioranze povere si assumano la propria responsabilità, affinché prendano coscienza del propri ostato, affinché si diano una propria organizzazione. 

Perché la liberazione arriverà il non il giorno in cui i poveri saranno i meri destinatari di benefici resi dai governi e dalla stessa Chiesa, ma quello in cui diventeranno in prima persona attori e protagonisti della propria lotta e della propria liberazione, smascherando in tal modo la radice ultima dei falsi paternalismi.  

E allora forse il messaggio per noi di questa festa coincidente è quello della buona novella da annunziare ai ricchi: 

che costoro si convertano al povero, per condividere con lui i beni del Regno.  

Con la consapevolezza che questa scelta non porterà a successi e vittorie. 
Con la fiducia che quel che conta è (anche tardi) lasciarsi convertire.  

(da leggere La gioia di Dio è il povero che vive Discorso in occasione del dottorato Honoris Causa Università di Lovanio 2 febbraio 1980)

(mentre per l'idea di popolo in Papa Francesco Noi come cittadini, noi come popolo)

Noi come cittadini, noi come popolo

Il popolo mai sbaglia. 

L'ha detto Papa Francesco la settimana scorsa in aereo, mentre rientrava dalle Filippine . Anche se parlava a braccio non era una frase buttata lì, non era riflessione improvvisata. Il popolo, per lui,  è sicuramente un concetto di approfondimento sedimentato e rielaborato...
Noi come cittadini, noi come popolo
è il discorso che l'allora cardinal Bergoglio fece a Buones Aires nel 2010, in occasione del bicentenario dell'indipendenza. In Italia è stato pubblicato in un libro Jaca Book del 2013. E' un testo interessantissimo e che contiene molto di ciò che poi si ritrova nella Evangelii Gaudium (in cui, dicono che popolo compaia 164 volte).

Ma, cosa si intende con il termine popolo?
La categoria popolo è ambigua. non per povertà ma per eccesso di ricchezza. Da un lato infatti può indicare il popolo (nazione); dall'altra può indicare le classi e i settori sociali popolari. La Copeal lo intese soprattutto nella prima accezione, a partire  dall'unità plurale di una cultura comune radicata in una storia comune e proiettata verso un bene comune condiviso. 
A spiegarlo è Padre Scannone in un articolo per Civiltà Cattolica e ripreso anche in una relazione
La teologia del pueblo. Una prospettiva argentina tenuta a Roma a fine marzo 2014.

La teologia del pueblo è una delle 4 correnti della teologia della liberazione e si sviluppa in Argentina. Come tutta l'esperienza della teologia della liberazione si caratterizza per il porre l'opzione preferenziale per i poveri come punto di partenza e luogo ermeneutico. Si caratterizza per il privilegiare un'analisi storico-culturale a quella socio-strutturale e, in base alla convinzione della superiorità della realtà all'idea, esprime una critica delle ideologie, sia di stampo liberale che marxista e delle categorie di comprensione e strategie di azione che vi corrispondono.

E proprio in quanto esperienza imbevuta della realtà latinoamericana è profondamente incarnata e inculturata. Ed è profondamente politica. La riflessione culmina sempre in vocazione politica, nella chiamata a costruire con altri un popolo-nazionale, un'esperienza di vita in comune attorno a valori e principi, a una storia, a costumi, lingua, fede, cause e sogni condivisi...  Il progetto politico deve avere come autore un soggetto storico che sia il popolo e la sua cultura, non una classe, una parte, un gruppo, un'élite. 

Popolo è una categoria storica e mitica. Non è un fatto automatico. Si tratta di un processo. Farsi popolo.  Popolo è la cittadinanza impegnata, riflessiva, consapevole ed unita in vista di un obiettivo o un progetto comune.  La storia la costruiscono le generazioni che si succedono nell'ambito di un popolo in cammino.  

Ma anche dal punto di vista dei contenuti per il Bergoglio cardinale il progetto politico ha connotati precisi: una definizione di sviluppo che includa tutte le persone in tutte le loro dimensioni (cosa su cui è più facile mettersi d'accordo in una fase di espansione che in clima di ristrettezza). Un progetto di sviluppo che privilegi la lotta contro la diseguaglianza e la povertà. 

Il processo di costruzione (integrazione) del popolo si fonda sull'idea della persona sociale che attraversa il passaggio da abitante e cittadino e da cittadino ad appartenente ad un popolo. Il tutto orientato al bene comune. Cittadino viene dal latino citatorium. Il cittadino è il convocato, il chiamato al bene comune. Cittadino non è il soggetto preso individualmente come lo presentavano i liberali classici, né un gruppo di persone indistinte, ciò che in termini filosofici si definisce unità di accumulazione. Si tratta di persone convocate a creare un'unione che tende al bene comune. Essere cittadini significa essere convocati per una scelta, chiamati ad una lotta, lotta di appartenenza ad una società e ad un popolo. Lotta per smettere di essere mucchio, di essere gente massificata, per essere persone, per essere società, per essere popolo.  

Ma, chi convoca? La realtà, non l'idea. E nemmeno la parola (con la minuscola).  Perché la realtà è. L'idea si elabora, si induce. Non c'è autonomia tra idea (parola) e realtà. Non c'è subalternità della realtà all'idea. I nominalismi non convocano mai. Tutt'al più classificano. Ciò che convoca è la realtà illuminata dal ragionamento, dall'idea e dalla loro percezione intuitiva.

L'unità è superiore al conflitto, ma il conflitto esiste e la teologia del popolo non lo ignora. Riconosce la realtà dell'antipopolo (che, pur appartenendo al popolo, si pone contro di esso), del conflitto e della lotta per la giustizia. Non assume la lotta di classe come principio di comprensione della società e della storia (se ci fermiamo alla conflittualità della congiuntura perdiamo il senso dell'unità). Ma assegna al conflitto un posto rilevante nel processo di sviluppo. Bisogna farsi carico del conflitto, bisogna viverlo. I conflitti non possono essere ignorati, ma non si deve nemmeno restarne intrappolati o pensare di trasformarli nella chiave del progresso.  Si tratta di  immergersi nel conflitto, compatire il conflitto, risolverlo e trasformarlo nell'anello di una catena, in uno sviluppo. 

Il tutto è superiore alla parte. Il modello è il poliedro. Il poliedro è l'unione di tutte le parzialità, che nell'unità mantiene l'originalità delle singole parzialità. Il tutto del poliedro non è il tutto sferico. Lo sferico non è superiore alla parte, la annulla. Si assiste alla riduzione del bene comune al bene particolare, si cerca una bontà che non essendo affiancata dalla verità e dalla bellezza, finisce per diventare bene privato, riservato solo a sé o al proprio gruppo. Una sfida per il cittadino, quindi, è salvaguardare questa unione di bontà, verità e bellezza, senza lacerazioni, in vista di un'esperienza di popolo, di un noi come popolo. 


Il tempo è superiore allo spazio. L'abbiamo tutti letto e citato nell'Evangelii Gaudium. Ma c'era già tutto qui: nell'attività civile, nell'attività politica, nell'attività sociale, è il tempo che governa gli spazi, che li illumina e li trasforma in anelli di una catena, di un processo. uno dei peccati che a volte si riscontrano nell'attività socio politica sta nel privilegiare gli spazi di potere rispetto al tempo dei processi. 

Di fronte a questo, la diagnosi di inefficacia della politica non può che essere legata alla lontananza tra governanti e popolo. La diagnosi del divorzio tra elite e popolo figura nella maggior parte dei lavori di analisi della nostra evoluzione storica. Ma continuiamo a dimenticarla.  La nostra politica spesso non si è messa al servizio del bene comune. Non ha saputo, non ha voluto o non ha potuto mettere limiti, contrappesi, equilibri al capitale per sradicare le diseguaglianza e la povertà che sono i flagelli più gravi di questo momento storico. Su questo argomento non ci sono posizioni ufficiali e opposizione, c'è solo una sconfitta collettiva.  

Padre Pepe (prete impegnato nelle periferie di Buenos Aires) riassume così il rapporto con l'allora Cardinal Bergoglio: "Ascoltava le nostre proposte e quando vedeva che stavamo lottando per qualcosa per cui valeva la pena, che aveva a che fare con le nostre convinzioni ci diceva

Se lo vedete, cominciate

E forse il primo passo per farsi popolo sta proprio lì: intravedere non individualmente quale lotta sostenere,  riconoscere il qualcosa per cui vale la pena lottare, quello che davvero a che fare con le nostre convinzioni e con un bene realmente comune.  














La nascita dei processi creativi, secondo Asimov

Era il febbraio 1959, quando Isaac Asimov venne avvicinato da Arthur Obermayer, scienziato e caro amico dello scrittore. Con una proposta: e...