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Dietro casa

Non é una sorpresa. Ma prendere consapevolezza che il coordinamento dell'invio di armi in Ucraina è dietro casa, in mezzo al parco, un po' fa impressione.
(Poi io ero rimasta al Coi, a cui nella prima fase kosovara mandavamo le richieste per i passaggi aerei da/per Gjakova, vedo che adesso é diventato Covi, anche se la pandemia non c'entra).



No! Non è bello svegliarsi così!


Un altro locale in fiamme, stanotte: Barak bistrot.

Baraka bistrot
Pecora elettrica
Pinseria Romana

Tutto nel giro di 700 metri
Tutto attorno ad uno stesso grosso spazio.
In cui c'è il Forte e anche il borgo don Bosco.

(Magari, speriamo, l'incendio è di altra natura. 

Magari, speriamo, i fatti non sono collegati. 
Ma la testa unisce i puntini e li disegna sulle mappe. 
Ed i pensieri che nascono sono dei peggiori. 
No. Non è bello svegliarsi così)

Dove bruca la pecora

La Pecora è la pecora. "Il solo fatto che ci sia un posto così, dice che questa non è (più) periferia". Ha detto un giorno un esploratore di passaggio. Questo giustifica tutta la mobilitazione che c'è stata e l'ondata, anche emotiva, che da qui si è propagata. 
Ma... "È assurdo: i parchi, che sarebbero stati pensati come risorsa, oggi qui sono un problema" ha detto una volta un insegnante della scuola non distante. E l'entrata della scuola verso il parco, pulita coi ragazzi meno di un mese fa, è (naturalmente) di nuovo piena di fazzoletti e preservativi. Perché siamo ad un passo dalla Togliatti e di notte lì, c'è attività, si sa. 
Qui invece sono due gli esercizi commerciali aperti la sera che affacciano sul parco di via delle palme. Anzi, erano due. Una è la pecora, bruciata due volte, una è la pinseria, bruciata una volta e non ancora riaperta. 
Il parco ha i giochi nuovi, installati da poco grazie ad un progetto. E pure un nuovo canestro nel campetto da basket, regalato da Decathlon. E c'è un comitato che si mobilita per pulire, dibattere, fare... Però, i lampioni nel parco sono rotti, sulla via (come ovunque) vicino ai cassonetti trovi di tutto. E nelle chat di quartiere fioccano le segnalazioni di danni alle auto parcheggiate e si dibatte sulle interpretazioni del perché intere vie si trovino al buio per settimane. Da anni. C'è persino chi parla di risparmio energetico e turnazione. 
Poi ci sono tutti i posti nuovi per mangiare e bere trandy, che aprono di continuo. E per cui vengono qui anche da altrove. Persino dall'estero. La Pignetizzazione di Centocelle. Diceva qualcuno. Ma sappiamo già lì com'è andata. Poi ci sono i negozietti che aprono e chiudono in un batter di ciglia. E le case in vendita che non si vendono. E le campane colorate, in mezzo ai secchioni (che siccome sono sempre pieni, al posto di svuotarli aumentano di numero, diventando filari...).
"È il problema. Non. La normalità". Cosa è problema e cosa è normale? La fatica da fare è quella di non abituarsi. E di capire come ricomporre il puzzle della frase. Leggere ciò che accade, non guardando il semplice fatto, ma all'interno di dinamiche dell'intero quartiere, nel quadro dell'intera città. È complesso, si, ma è l'unico modo. Intanto, nell'ospedale di riferimento di zona, settimana scorsa erano 4 i neonati in crisi di astinenza.




E intanto piove...


Ci sono giorni in cui ciò che c'è dentro e ciò che c'è fuori si saldano. E senti il bisogno di tornare #apiedi
Il giorno dopo del giorno dopo #lapecoraelettrica ha una macchina della polizia parcheggiata davanti. Gente sparsa e diversa che passa, legge, fotografa. E intanto piove.


L'Alveare


Spazio di coworking.
E di nido per piccoli.
Iniziative per bambini e famiglie.
E spazio convegni.
In un locale assegnato formalmente dall'assessorato alle periferie.

Poi il municipio decide che non si può rinnovare.
Che lo spazio deve andare a bando.
Per non si sa cosa, non si sa quando.
Ciò che si sa è che adesso è chiuso.
E che l'esperienza in corso, dopo 5 anni, è stata interrotta.

Come NON lavorare in periferia (e altrove).

http://www.lalveare.it

Mo' me metti in crisi


Mo' me metti in crisi.
Che io c'ho un vaffanculo solo, pronto de prima mattina...
Non so se usallo per te, o tenello de scorta pe dopo...

Problemi di scarsità di risorse. Per le vie di Centocelle di prima mattina. 

Teatro a piedi


Portare lo spettacolo in strada, per favorire l'incontro e riconquista di spazi urbani, per avvicinare i cittadini ai processi artistici.
Testi classici riletti, con allestimenti contemporanei, nella stazione della metro, in piazza, al mercato. 
Ieri e l'altro ieri era Il mercante di Venezia di Shakespeare. Messa in scena dalla compagnia del teatro dell'orologio. Al mercato rionale di Centocelle. 
Un teatro in piedi, un teatro #apiedi, che ti costringe a muoverti per gli spazi, in gruppo con altri, seguendo luci e suoni, per capire dove sta succedendo, ciò che sta succedendo. 


C'era una volta un parco, anzi, non c'è ancora...



Visivamente, da più di un punto, il parco non c'è. Non è visibile. 
Non è facile mobilitare per qualcosa che non si vede. Che non è parte del quotidiano.
Che è, solo, ad oggi, un progetto. 
E che lo è da infinito tempo. 

Eppure, il parco, sarebbe il punto comune tra più quartieri (Quadraro, Torpignattara, Centocelle).
Il punto comune tra tre municipi. 
E potrebbe dare identità all'area. 
Nonché risolvere un problema di carenza di aree verdi nell'area.
(Lo standar minimo di verde è 9mq ad abitante. Al momento qui è variabile nelle diverse zone da 3mq a 10 mq). 
Ci dicono che non è chiara la proprietà. 
Che probabilmente, in parte, è proprietà privata. 
Come se questo fosse sufficiente a spiegare l'immobilismo e il non intervento. 
Non vuol dire niente, ci sono già esempi, in questo senso. 
Il parco degli acquedotti è in buona parte privato, ma il suo uso è pubblico. 
Appunti (incompleti) di storia del parco:  

1990: Prima parte della consegna del terreno dell'ex aeroporto di Centocelle dal Ministero
          della Difesa al Comune di Roma. 

1992: Il soprintendente archeologico di Roma ha apposto a questi tutto l'ex aeroporto 
          militare un vincolo, per via delle testimonianze storiche e letterarie che attestavano
           l'importanza archeologica del sito. 

1994: Al Comune di Roma nasce l'idea di realizzare un parco archeologico. 

1995: Area as duas lauros (archeologica) è stata sottoposta a vincolo 

1996: concorso internazionale di idee per la realizzazione del parco 
          
         arriva primo il progetto inglese "Centocelle forest", 
         vince ma non rispetta tutti i parametri, 
         si costruisce una mediazione tra questo progetto e il secondo arrivato, 
         proposto dall'Università La Sapienza.

In una parola: tagliato


"Si tratta di un faraonico progetto di cementificazione dell'area romana di Centocelle che sarebbe costato, da qui ai prossimi anni, 1 miliardo e cento milioni di euro. Ecco, sono lieta di annunciarvi che, in una prospettiva di reale razionalizzazione delle spese e di riduzione degli sprechi, quei soldi non saranno mai spesi. In una parola: tagliato".
Il ministro Trenta alla convention dei 5 Stelle.
Annunciando il taglio del progetto del pentagono italiano nel parco di Centocelle. 
(E si diceva, l'altro giorno...sta a vedere che le soddisfazioni possono arrivare solo di rimbalzo, dal fatto che la manovra ha bisogno di tagli, e che per tagliare devono andare a toccare la difesa...)

Gli edifici



Flanerie a Centocelle
Giovedi: Gli edifici

La facciata è l'elemento gerarchicamente rilevante del progetto. 
Ad essa è attribuito il compito della relazione con la città. 

Le Corbusier

Uno dei problemi già gravi dell'architettura attuale è quello dell'unità urbana. 
Si tratta dell'armonia tra gli edifici, i volumi, le altezze e gli spazi liberi 
che costituisce l'architettura della città. 

Il problema non è specificamente legato al linguaggio del singolo edificio, 
ma ad un ordine di rango superiore, a scala urbana, 
in grado di attribuire a parti di città una specifica riconoscibilità. 

Le relazioni tra le parti vengono prima del linguaggio delle singole parti. 

Niemeyer

Non è il vuoto a creare degrado. E’ ciò che c’era e che non è stato curato, ciò che è stato abbandonato. Il problema è sempre il “dopo”. Come a dire che in ogni inaugurazione c’è una potenziale problematicità.  In ogni ordinaria manutenzione una agita responsabilità. Eppure festeggiamo le prime, ignoriamo le seconde. 

Luoghi abitati. Luoghi abbandonati. Luoghi occupati. Luoghi rigenerati. Luoghi gentrificati. 

Nessuno status resta immutabile. Nemmeno quello di legalità. Se la delibera 26/94 del Comune di Roma dice che si può assegnare un bene ad un’associazione per uso sociale, regolarizzando, a un decimo del prezzo di mercato, ciò che prima era abbandonato, poi occupato e che così diventa gestito, vissuto, abitato. In questo, i casali, qui, fanno storia. Casale Falchetti, Casale Garibaldi…

Due massicci (il Forte Prenestino e l’Aereoporto Baracca) influiscono da sempre su questo spazio urbano. Il primo, struttura militare da fine 800, dal 1986 è un centro sociale occupato ed autogestito. Il secondo, struttura militare da inizio 900, oggi intreccia la vita di un parco e riattiva lo spettro di presenza ingombrante e pericolosa. 

Tra casali, scuole, centri commerciali e sedi istituzionali… le case.

Palazzine residenziali, casette di borgata, complessi di case popolari, villette, palazzi da ceto medio. Attraversi quasi tutto, in poco spazio, tranne i palazzoni. Non ci sono i grattacieli, qui.  

Sul lato di un rettangolo


Martedi. 

Quartiere e città tendono a diventare i poli di un'implicita opposizione: 
il primo come principale fonte di supporto emozionale degli individui urbanizzati,
la seconda come mondo in qualche modo ostile, 
caratterizzato da disgregazione, individualismo e atomizzazione.

Al contempo comunità e quartiere diventano una sorta di gemelli siamesi, 
il cui vincolo di unione è tale da non necessitare di essere esplicitato: 
parlare di comunità, in ambiente urbano, significa guardare alla città dal livello del quartiere. 

Ma, una premessa è ancora necessaria: Il quartiere non è la comunità.

Barbara Borlini


Centocelle (quartiere XIX di Roma) in fondo è un rettangolo. Ed io abito su uno dei lati. La mia vita sociale attraversa continuamente la linea di confine, ma questo è normale. E poi anche i confini si muovono, non solo le persone.  

Che sia un quartiere, già dice qualcosa. Roma ha un centro, diviso in rioni, e una periferia, divisa in quartieri. O quanto meno, nel 1929, i quartieri erano la suddivisione della periferia, degli spazi di nuova urbanizzazione. Oltre ciò che allora era periferia, c'è il resto. Che sono i suburbi e le zone. Cioè (in ordine inverso) la parte agricola. E ciò che la collega alla città. 

Roma è un cerchio, ma solo se si tiene come confine il Grande Raccordo Anulare.

Grata

Grata per le #vdb che hanno vissuto loro. Per le difficoltà che diventano palestre.
Grata per #theotherside of #vdb che abbiamo vissuto noi. 

Per la mia settimana #apiedi per Centocelle.
(Prima o poi la faccio la mappa della streetart, ma...occhio animatori, che mi sono venute tante idee sulle esplorazioni delle periferie...!).
Grata per il girare per localini la sera con Roberto (la mappa di questi è già su Guida Verace di Centocelle) anche se si aggiorna di continuo.
Grata per le idee, gli spunti e gli incontri di Solidarius Italia

Grata per la rete tra genitori di lupetti, che continuerà, anche se alcuni passeranno al reparto e poi altri arriveranno...perché è vero, come hanno scritto, "le vacanze di branco possano essere occasione di crescita anche per genitori".
E grata per il modo in cui, a distanza di tempo o spazio, continuano a fiorire gli incontri che sono stati realmente tali. 

Per le vie del quartiere...


Tutti i giorni qualcuno passa a svuotare i cassonetti sotto casa.  Con una sorta di scheletro di passeggino e con un rampino in ferro autoprodotto. Parcheggia lo scheletro. Apre il cassonetto e ci si tuffa a pesca con il rampino. A volte, verso la fine del lavoro, tutto il corpo è dentro e restano fuori solo gambe a penzoloni.

Il rampino è un oggetto fantastico. Prima canna da pesca, per sollevare. Poi punta, per rompere i sacchetti. Poi pinza, per estrarre e scegliere. Tutto ciò che può essere interessante viene recuperato e portato via sullo scheletro di passeggino. Tutto ciò che non interessa resta lì a terra, attorno al cassonetto.

Per lo più è un mestiere solitario. Una persona per volta, una per cassonetto. Ultimamente capita sempre più spesso di vedere, mentre la mamma è impegnata in questo lavoro, un bambino di qualche mese seduto sul marciapiede. Ed un bambino di qualche anno che trotterella attorno. Ma mi pare questo accada di più nella via sul retro, dove il marciapiede è più largo e dove il cassonetto è tra il campo dell'oratorio e ciò che resta della scuola media in trasferimento.

Lo spazio attorno alla nuova fermata della Metro C è di strada per andare a scuola a piedi. Ed è il luogo in cui al mattino presto spesso tutti questi oggetti ricompaiono, in un sorta di mercatino improbabile. Qui non è più mestiere solitario. Ma famigliare e di gruppo composito. Siccome fa molto strano pensare, ad esempio, che un uomo di mezza età passi il tempo a vendere una scarpa da donna vecchia e a volte persino singola, l'impressione è che ciò che appare sia solo una piccola parte visibile di un mondo invisibile.

Si eravamo un popolo...da mo' ch'eravamo scesi in piazza!



Una giornata in un Municipio della Capitale, per la Carta d'identità...

Ore 4.30 papà è davanti al Municipio.
È terzo, segnala via messaggio.
Il primo è un ragazzo, arrivato alle 3.30.
Il secondo un signore di una certa età, con moglie bulgara, appena diventata italiana.
Mano a mano arriva il resto della gente.
I numeri (informali) proseguono abbastanza ordinatamente. E tra gli astanti ci si scambia chiacchiere, aneddoti. Comincia a scattare come un senso di essere compagni di trincea. 

Ore 6.30 si aprono i cancelli. E la fila si trasferisce in cortile.
Il servizio (informale) di consegna numeri passa di mano in mano tra primo, secondo e terzo. Funziona. C'è sonno. E attesa.

In banca




Almeno 4 persone di mezza età per questioni di carta di credito. Tutti lavoratori. Tutti che la carta di credito l'hanno sempre avuta. Tutti con soldi sul conto, casa di proprietà e senza problemi di scoperti. 

- Deve portare la busta paga. 
- Non ho busta paga, sono a partita Iva.
- Allora avrà tanti clienti, i bonifici arriveranno da tanti soggetti diversi...
- No, in realtà ho un cliente solo, diciamo due al massimo...
- Ah, ok, allora può portare attestazione di redditi. Il modello unico. Da che anno ha aperto la partita Iva?
- Dall'anno scorso/da due anni...ma lavoro sempre nello stesso posto. Non è stata una scelta mia. Ma li conosco, mi pagano, non c'è rischio...
- Mi può portare il contratto?
- Eh, non l'abbiamo ancora fatto.../Eh si, eccolo...
- Ah, ok, pagamenti ogni tre mesi, ma i pagamenti arrivano sul conto? Non li vedo...
- Si, si, arrivano sul conto, ma...eh non pagano regolare, ma poi arrivano...e comunque la carta non mi serve per avere un credito. Mi serve per la vita normale. Ce l'ho sempre avuta. Non ho mai avuto segnalazioni. 

Poi compilando i moduli...
- mi può dare l'indirizzo del datore di lavoro?
- xxx, via xxx. Ma non credo possa metterlo nel modulo. Formalmente non è datore di lavoro. È cliente.
- Eh sì, era per dare più forza alla richiesta, un libero professionista con un solo cliente è un po' fragile..se lo mettiamo è un errore nel modulo, ma si capisce che è la partita Iva usata dalle imprese come nuova forma di collaborazione... 

Alla fine, di un tipo o di un altro, tutti hanno avuto la carta. Ma hanno anche avuto la sensazione di legalità incerta. E di insicurezza. Di messa a rischio di qualcosa che pensavano status di vita scontato. 

Sportelli di banche di credito cooperativo.
#periferiaromana#ilpaesereale. Anno 2018.

Prima comunione




Mi ci vuole più tempo per sedimentare e scrivere. E di foto buone praticamente non ce ne sono ancora. Tranne quella di ieri sera, tutte le famiglie, dopo le pulizie. Ma non so se tutti gradiscono pubblicare foto dei figli. 

Per ora dico solo: 
La fede (la ricerca della fede)... non è un  fatto individuale.
Ed educare non è un'impresa individuale. 
(Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio, diceva qualcuno, altrove da qui).

In questa Prima Comunione di Pietro e forse in generale in quest'anno è è di questo che abbiamo fatto un po' esperienza.

Ora siamo stanchi, della stanchezza buona che viene dalla sensazione di aver fatto qualcosa di sensato. E siamo grati. A tutto e tutti. Tutti quelli con cui abbiamo, in modo diverso, avuto modo di condividere questo cammino, questi figli, questo momento. 

Gli eventi sono momenti e sono segni. E i segni sono belli e contano e riempiono.
Ma ciò che conta di più è la quotidianità, la semplicità, la normalità e i rapporti che si tessono, nel tempo. Sono quelli gli elementi  in cui ci troviamo più a nostro agio. 

Da qui, quindi, con calma, di nuovo, e ancora: 
"La strada si apre. Passo dopo passo. Ora, su questa strada, noi. 
E si spalanca un cielo, un mondo che rinasce, si può vivere... per l'unità".
Unità. Che non è mai la sfera, ma il poliedro. 

E intanto: 
"Canta come cantano i viandanti. Non solo per riempire il tempo. 
Ma per sostenere lo sforzo. Canta e cammina. Canta e cammina.
La fatica aiuta a crescere, nella condivisione". 

Con l'augurio a Pietro, Matteo, Tiziano, Samuele, Guglielmo, Anna Laura, Alessandra, Zeyna, Nicole e Elena Sofia (e a tutti gli altri venuti prima e che verranno dopo) di assaporare fino in fondo il calore e la prorompente bellezza di quelle mani posate sulle spalle ad indicare la via. 

E a noi genitori, di fronte al loro meraviglioso (ma a volte un po' spaventoso) diventar grandi, l'augurio di saper trovare i modi opportuni per esserci. Ma anche l'augurio di saper riconoscere ed accettare tutte buone alleanze educative, e saper fare i passi indietro necessari per lasciarli camminare e andare per le loro strade... 

(E poi tra meno di 20 giorni si sale a nord che c'è Marta ed è condivisione con un altro pezzo di mondo...)

Nei panni dell'altro


Ai tavoli esterni di un bar.
Ci cade in testa prima una scatola di succo vuota, poi una lattina vuota. Nessun palazzo sopra. 
Mi alzo di scatto e mi volto, dietro il muretto un uomo, adulto, italiano, normalmente vestito. 
Io: ma che fa? Ci tira le cose?
Lui: (stupito ed un po' imbarazzato) l'avevano buttate a terra...
Io: e se erano a terra lei le butta sui tavolini di un bar, con la gente seduta? Ma le pare?
Lui: scusate...
"Mi ha visto, prima di tirare. Non sai quante me ne succedono di cose così"Dice la mia amica. Che porta il velo. 

La nascita dei processi creativi, secondo Asimov

Era il febbraio 1959, quando Isaac Asimov venne avvicinato da Arthur Obermayer, scienziato e caro amico dello scrittore. Con una proposta: e...