La nascita dei processi creativi, secondo Asimov


Era il febbraio 1959, quando Isaac Asimov venne avvicinato da Arthur Obermayer, scienziato e caro amico dello scrittore. Con una proposta: entrare a far parte di un gruppo di ricerca super segreto creato al Mit di Boston per un progetto di difesa in caso di attacco nucleare. Il governo americano (presidente era allora il generale Eisenhower), nonostante i miliardi spesi per le nuove tecnologie si era reso conto che occorreva uno scatto di fantasia, voleva qualcuno in grado di ragionare fuori dagli schemi. Asimov disse di sì, l'idea in qualche modo lo affascinava e poi nel ristretto team dell' Advanced Research Projects Agency che si doveva occupare del progetto Glipar ( sviluppo di nuovi sistemi missilistici) lui era chiamato più degli altri a portare "idee creative". La collaborazione non durò a lungo. Dopo alcuni incontri con gli scienziati del team e i supervisori militari, lo scrittore decise di abbandonare il progetto. Non voleva avere a che fare con troppe notizie top secret, convinto che avrebbero potuto limitare la sua libertà di espressione. Prima di farlo, quasi a forma di saluto e ringraziamento, scrisse un piccolo saggio che aveva come argomento la nascita dei processi creativi e in cui teorizzava che andrebbero collegati al processo evolutivo basato sulle teorie di Darwin. Dopo 55 anni Obermayer ha deciso di renderlo pubblico.



Isaac Asimov: vi spiego la prima legge della genialità 



In che modo una persona arriva ad avere un'idea nuova? Si può presumere che il processo di creatività, qualunque cosa sia, sia essenzialmente lo stesso in tutte le sue diramazioni e varietà, e quindi che l'evoluzione di una nuova forma d'arte, di un nuovo congegno, di un nuovo principio scientifico, comporti sempre degli elementi comuni. La cosa che ci interessa maggiormente è la "creazione" di un nuovo principio scientifico o di una nuova applicazione di un vecchio principio scientifico, ma possiamo parlare in generale.


Un metodo per indagare il problema è quello di prendere in considerazione le grandi idee del passato e capire in che modo sono state generate. Si pensi per esempio alla teoria dell'evoluzione attraverso la selezione naturale, creata da Charles Darwin e Alfred Wallace. Ci sono molte cose in comune, in questo caso. Tutti e due avevano viaggiato in posti lontani, tutti e due avevano osservato strane specie di piante e animali e il modo in cui variavano da un posto all'altro. Tutti e due erano smaniosi di trovare una spiegazione per questo fatto, e tutti due ci riuscirono solo dopo aver letto il Saggio sulla popolazione di Malthus. Tutti e due videro che il concetto di sovrappopolamento ed "estirpazione" (che Malthus aveva applicato agli esseri umani) si adattava bene alla dottrina dell'evoluzione attraverso la selezione naturale (se applicato alle specie in generale). È evidente, quindi, che quello che serve non sono solamente persone con una buona preparazione in un certo campo, ma anche persone capaci di fare un collegamento tra l'oggetto 1 e l'oggetto 2, che normalmente non sembrano collegati.


Sicuramente nella prima metà del XIX secolo moltissimi naturalisti avevano studiato il modo in cui le specie si erano differenziate fra loro. E moltissime persone avevano letto Malthus. Ma quello di cui c'era bisogno era qualcuno che avesse studiato le specie, che avesse letto Malthus e che avesse la capacità di incrociare le due cose. È questo il punto cruciale, la caratteristica rara che dev'essere trovata. Una volta che qualcuno lo ha stabilito, il collegamento diventa ovvio. Thomas Huxley avrebbe esclamato, dopo aver letto L'origine delle specie : «Che stupido a non averci pensato!».Ma perché non ci aveva pensato? La storia del pensiero umano induce a ritenere che è difficile pensare a un'idea, anche quando tutti i fatti sono lì, sul tavolo. Per fare questo collegamento serve una certa audacia. E dev'essere così, perché ogni collegamento che non richiede audacia è un collegamento che può essere fatto da tante persone contemporaneamente e che non si sviluppa come un'"idea nuova", ma come un semplice "corollario di un'idea vecchia". È soltanto dopo che un'idea nuova appare ragionevole. Inizialmente è il contrario: sembra il massimo dell'irrazionalità presupporre che la terra sia tonda invece che piatta, o che sia lei a muoversi invece del sole, o che un oggetto, una volta messo in movimento, necessiti di una forza per fermarsi e non di una forza per continuare a muoversi; e così via. Una persona disposta ad andare contro la ragione, l'autorità e il senso comune è necessariamente una persona molto sicura di sé. Dato che persone di questo tipo nascono di rado, sicuramente apparirà eccentrica al resto della popolazione. Una persona eccentrica sotto un certo aspetto spesso è eccentrica anche da altri punti di vista.


Di conseguenza, la persona che ha maggiori probabilità di arrivare ad avere un'idea nuova è una persona che ha una buona preparazione nel settore in questione e che ha abitudini non convenzionali. Una volta trovate queste persone, la domanda successiva è: è meglio metterle insieme in modo che possano discutere il problema tra loro, o informare ognuno del problema e lasciare che lavorino per conto proprio? La mia sensazione è che quando si parla di creatività sia necessario l'isolamento. Tuttavia, una riunione di persone del genere può essere auspicabile per ragioni che non hanno a che fare con l'atto di creazione in sé e per sé. Due persone non avranno mai lo stesso identico magazzino mentale di nozioni. La mia sensazione è che lo scopo delle sessioni di elucubrazione non è escogitare idee nuove, ma educare i partecipanti a fatti e combinazioni di fatti, teorie e pensieri in libertà. Il mondo in generale disapprova la creatività, ed essere creativi in pubblico viene visto particolarmente male. Il creativo, quindi, quando incontra altri creativi, deve avere la sensazione che gli altri non troveranno nulla da ridire. 


Il numero ottimale di partecipanti alla riunione non dev'essere molto alto. Probabilmente sarebbe meglio organizzare una serie di riunioni a cui partecipano ogni volta persone diverse, invece di un'unica riunione con dentro tutti. Per ottenere i migliori risultati, deve esserci una percezione di informalità. La giovialità, l'uso dei nomi di battesimo, le battute, le prese in giro rilassate, secondo me sono fondamentali: non in quanto tali, ma perché incoraggiano i partecipanti a prendere parte alla follia della creatività.


L'elemento che probabilmente inibisce più di tutti è la sensazione di responsabilità. Le grandi idee del passato sono venute da persone che non erano pagate per avere grandi idee, ma che erano pagate per fare gli insegnanti, i funzionari dell'ufficio brevetti, gli impiegati pubblici, o non erano pagate affatto. Le grandi idee sono spuntate come questioni secondarie. Sentirsi in colpa perché non ci si guadagna lo stipendio perché non si ha avuto una grande idea è il modo più sicuro, secondo me, per precludere ogni possibilità di grande idea. 


Pensare ai parlamentari, o ai cittadini in generale, che sentono parlare di un gruppo di scienziati che si gingillano, elaborano progetti irrealizzabili, magari raccontano barzellette sconce, tutto a spese dei contribuenti, fa venire i sudori freddi. In realtà lo scienziato medio ha sufficiente coscienza civica da non voler avere l'impressione di fare una cosa del genere nemmeno se nessuno dovesse venirlo a sapere. 


Io suggerirei di assegnare ai partecipanti di una sessione di elucubrazione compiti non impegnativi da svolgere (scrivere un breve rapporto o una sintesi delle conclusioni) e pagarli per questo. In questo modo la riunione formalmente non sarebbe pagata e questo renderebbe tutto molto più rilassante. Se sono completamente rilassati, sgravati da responsabilità e impegnati a discutere cose interessanti, ed essendo per loro stessa natura persone non convenzionali, saranno i partecipanti stessi a creare strumenti per stimolare la discussione.


Pubblicato con l'autorizzazione della Asimov Holdings ( Traduzione di Fabio Galimberti)


Servizio, tra passato e presente - Mons. Marconi


Prendo in esame un punto, del vostro incontro, l’aspetto intergenerazionale. L’incontro tra chi è già stato e chi è oggi. L’incontro tra storia e presente. 

E’ saggio non costruire il futuro come se ogni volta si ricominciasse da zero. E’ saggio fare tesoro del passato, non per ripeterlo, ma per non dimenticare ciò che l’esperienza ci ha insegnato. 

Però vedo 3 grandi punti di differenza tra passato e presente, nel vivere le Acli. E nel vivere il servizio in Acli. 

Questo non vuol dire che il presente va benissimo e che il passato è sbagliato.

Questo non vuol nemmeno dire che il passato va benissimo e che il presente è sbagliato.

Per dire che va trovata una sintesi e un punto di equilibrio. 

Va trovato una postura (oggi si direbbe uno standing).  Perchè ci serve trovare un modo del nostro stare al mondo. E starci come ci si sta oggi e come ci si stava prima, è diverso. E oggi e prima,  in ognuna delle due modalità, c’è qualcosa da tenere e qualcosa da correggere.

 

Il primo binomio che pongo è: Reale – Virtuale

Nel passato ciò che caratterizzava era la realtà, la concretezza. Nelle riunioni di un tempo, quando si facevano le riunioni di AC si parlava dei massimi sistemi, quando si passava alle Acli si parlava dei posti di lavoro, delle difficoltà dei trasporti… in Acli il punto era la realtà, il contatto estremamente forte con la realtà e con il vissuto. 

Oggi si vive tantissimo il virtuale. Oggi è difficile, guardando un video, capire se ritrae la realtà o se è prodotto dall’intelligenza artificiale. Oggi sembra che viviamo più nel virtuale che nel reale. Noi che veniamo da prima, abbiamo in testa la realtà, concreta, come criterio. I ragazzi oggi, sembrano avere in mente il virtuale. Per questo non ci capiamo. 

Ma il mondo di oggi non è più solo il mondo reale. Oggi il virtuale ha una sua concretezza e una sua realtà nella vita delle persone. Non è solo questione di social. Oggi se un posto di lavoro lo racconti male non trovi nessuno che ci vuole andare a lavorare. Oggi nessun lavoro può fare a meno di una parte online. Non pensare anche al virtuale, non pensare anche alla narrazione,  dire “Conta solo la realtà” vuol dire essere fuori dal mondo di oggi.  Se vogliamo vivere oggi, non possiamo permettercelo. Vivere solo nel passato, non sarebbe “reale”. 

Il secondo binomio che pongo è: Associazione – Emozione

Cosa è l’esperienza dell’associarsi, dell’essere associazione? E’ un vivere la relazione tra persone, sulla base di uno statuto, di un regolamento, di un impegno, di una adesione, di metodi consolidati su come si fa confrontare le idee, su come si fa ad arrivare a decidere. Essere associazione vuol dire avere un metodo stabile su come stare in un luogo. Dare un peso alle persone e al loro consenso, confrontarsi con la democrazia. Sono tutte cose importanti e significative.

Oggi però in tutti questi ambiti c’è un’altra parola che è preminente, che è emozione. Oggi una decisione in un gruppo passa più se cattura l’emozione del momento, che se costruisce gradualmente una base condivisa sul sistema della votazione. Oggi se tu dici: dobbiamo organizzarci, facciamo due mozioni e votiamo e vediamo quale delle due passa… I ragazzi ti guardano e dicono… vabbè. Oggi si è più portati a decidere in base a se questa cosa mi prende o non mi prende. Se mi attira o non mi attira. Se chi la dice ha una leadership che mi piace e soprattutto se ha leadership.  Noi vecchi queste cose facciamo fatica a capirle. Noi diciamo che così si perde il criterio, che si costruisce sul nulla.  

Può essere anche vero, ma l’emozione è oggi una via di coinvolgimento fondamentale. Non basta aver ragione. Bisogna anche saper costruire una condivisione della ragione. Non basta costruire strutture, metodi. Non basta darsi un obiettivo una volta per tutte e aspettarsi che tutti vengano sempre in base ad un patto di fedeltà. Oggi la fedeltà deve essere costruita con una motivazione, che non è solo razionale e che non può essere solo un dovere. 

La motivazione del dovere è una motivazione che nel mondo di oggi non ce la fa a motivare. C’è bisogno di lavorare per costruire appartenenza e condivisione, c’è bisogno di lavorare per costruire emozione. E’ importante, per costruire un camminare insieme che non può più essere dato per scontato. 

Non basta avere la struttura. Non basta lo schema dell’associazione. Bisogna fare i conti con il mondo dei sentimenti e delle emozioni. Che poi vuole dire fare i conti con il mondo delle persone. E’ complicato, ma è una lingua che dobbiamo imparare, se no ci condanniamo fuori dalla storia. 

Non si vive solo con l’estemporaneo. Con uno che arriva e dice “Facciamo il grande evento”. A forza di fare solo eventi si fanno solo venti. Non si costruisce. Ma io capisco che sbaglio quando penso con una razionalità che è solo calcolo e non anche emozione. 

Terzo binomio: SERVIZIO – PRETESA

Si potrebbe dire anche servizio e rivendicazione. 

C’è un valore, che è il valore del servizio. E’ un valore che arriva dal sentire che tu non ti sei messo al mondo da te. Dal sentire che la vita è qualcosa che ti è stata regalata, per cui tu ti senti di dover restituire ciò che sei, ciò che sai. Ti senti di dover restituire perché senti che ciò che hai e sei non viene solo da te. Senti che ti è stato dato. Per questo senti di vover restituire alla collettività. Questo è il senso del servizio. 

Questo modo di pensare è un valore. Ma noi possiamo riconoscere che questo valore in passato è stato anche proposto in modo esagerato. Servizio era connesso con un’idea di sacrificio. Sacrificio era connesso con il sentire che qualsiasi donarsi non bastava mai. Era connesso anche con il sentirsi in colpa e in angoscia se non si poteva fare servizio, se si era stanchi, se si aveva dei limiti, se si dava anche un minimo spazio a sé. C’erano dei limiti in questa impostazione in cui sembrava che ci fosse sempre e solo il Cristo in croce e che non ci fosse mai anche il Cristo risorto. La retorica dell’essere sempre in debito, in modo esagerato, alla fine crea qualcosa di negativo.

Oggi siamo in un mondo che sottolinea l’individualismo esasperato. Oggi la società propone ad ognuno di bastare a se stesso. Oggi non ci si riconosce generati da altri. L’avere a che fare con l’amplificazione dei mezzi, oggi dà l’illusione di poter fare da sé. Dà l’illusione di non dovere niente a nessuno. Dà l’idea che ognuno di noi è in grado di poter fare tutto da solo e se non riesce è un suo problema. 

Guardate le pubblicità. Sono pensate per dire che si può fare da soli. Nella fascia oraria dei pensionati, la pubblicità propone macchine a batteria per muoversi da soli, poltrone con il sollevatore. Per dare l’illusione che non ci sarà bisogno di un badante o di qualcuno che ci curi…

Nella fascia oraria degli adulti ci sono le pubblicità delle auto super ultra integrate… etc…

Tutto va nella direzione che se vuoi (e se ti attrezzi bene) puoi. 

E che siccome puoi, se non hai, puoi pretendere. 

Oggi viviamo in questa realtà. E dobbiamo entrare in dialogo con il mondo della pretesa. 

Oggi ci sforziamo per intercettare i giovani e magari quando arrivano ci chiedono lo spazio, la corrente, il tempo, lo pretendono e noi ci scandalizziamo, ci restiamo male… E magari non sono nemmeno solo i giovani…

Noi, abbiamo una grande ricchezza, l’esperienza del servizio. Dobbiamo capire come portarlo nel mondo di oggi. Senza le angosce del sentirsi sempre in colpa, senza il peso del sentirsi sempre incapaci, dall’essere schiacciati da un servizio enorme ed infinito. 

La pretesa magari è una distorsione, ma porta con sè una percezione della propria dignità, una idea di persona e di indipendenza, anche di individualità di ciascuno, che sono valori. Assolutizzati diventano pretesa, ma di per sé sono valori. 

Se schiacciamo la dignità, la personalità, l’indipendenza per avere il servizio, non otteniamo nulla, o abbiamo un servizio che non è un vero servizio cristiano. 

Io credo che l’incontro tra generazioni possa migliorare il mondo. 

Anche rispetto al mondo che noi abbiamo già vissuto. 

Che sia facile, no. 

 

 

Europa

Comunque il concetto principale di stamattina è:
Nessuno ha pensato: siamo entrati in Polonia, paese ancora lontano da casa.
Tutti abbiamo pensato: siamo entrati in Europa, siamo arrivati a casa.

L'attenzione è bene che resti ai cittadini ucraini

Una considerazione su stanotte, condivisa su questo pullman di ritorno in Polonia:
Ci siamo trovati in una zona dove era in corso un attacco. Abbiamo sentito suoni di guerra.
Abbiamo (chi più chi meno) visto luci di guerra.
Abbiamo, per una notte, più o meno consapevolmente e comunque volontariamente, condiviso ciò che gli ucraini vivono di continuo.
Ci arriva notizia che una famiglia di 4 persone è restata vittima degli attacchi nella zona di Leopoli (in cui ci trovavamo a passare in quel momento).
Siamo andati per un giubileo della speranza.
Cioè per condividere un momento di preghiera.
Per portare vicinanza.
Per stringere relazioni con la società civile.
Per portare l'attenzione sull'Ucraina.
E per chiedere l'istituzione dei corpi civili di pace, di cui noi abbiamo voluto essere un piccolo assaggio in anticipo.
L'attenzione è bene che resti ai cittadini ucraini e a tutto ciò che abbiamo fatto in questi giorni e a ciò che (speriamo) a partire da questi contatti potremo costruire.

Delegazione Acli al pellegrinaggio Mean:

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