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Pragmatici esercizi di umanità, spostamenti e trasformazioni.



La Bosnia. I profughi. L'Europa.
La Bosnia é un luogo che non ha più voglia di presentarsi come "quella della guerra". 30 anni dopo, ha pure molto senso. Anche se i segni delle smitragliate ci sono ancora su certi palazzi, non sono la prima cosa da vedere, in mezzo ai locali dello struscio, gli alberghi fighetti, le pubblicità per turisti e un gran fiorire di rose, di nuovi murales, di scuole pubbliche da cui partono futuri campioni di basket...
Diaspora. È una parola emersa molto nei racconti. Bosnia oggi é luogo di gente che va altrove, in cerca di opportunità, per sfuggire al presente di immobilismo, più che a ciò che resta del passato. Ma forse sono proprio i nodi irrisolti dal passato che impediscono lo sviluppo futuro che (in fondo) sarebbe così a portata di mano. Un paese ancora diviso in più parti. Partiti nazionalisti che ancora soffiano sulle braci dell'essersi fermati agli accordi di Dayton. Chissà se davvero la speranza può arrivare da una politica diversa, fatte dal crescere di livello di liste civiche non costruite su identità nazionali?
"Tra 15 minuti voi tornate in Europa", dice il vice sindaco sorridendo con il mano la bandiera europea che Emiliano gli ha appena consegnato. "Vi auguriamo di arrivarci presto anche voi" aggiunge Stefano. "Voi siete già Europa, ma speriamo che l'Unione Europea arrivi fino a qui" chiosa Daniele.
Locali che cambiano destinazione con il mutare delle emergenze e delle vicende. La Chiesa che (secoli orsono) diventa moschea. Il villaggio per gli scambi giovanili del tempo di Tito che prima resta in disuso, poi rinasce come "accoglienza" dei profughi in transito, poi quarantena del covid, poi un nuovo abbandono.
Profughi. Chi ha più di 40 anni non può non ricordarlo, cosa è stato essere profugo o vivere sotto assedio. Qui intorno. Adesso si fanno progetti nelle scuole per insegnare come si viveva sotto assedio e non perdere la memoria collettiva. Ed in piazza c'è un monumento ai caduti che é un bellissimo simbolo: un cerchio, tondo, intatto. Con un pezzo rotto, a terra. I caduti in guerra. Il pezzo di comunità che non c'è più.
Oggi qui i profughi sono coloro che arrivano da Bangladesh, Afghanistan e mezzo mondo e finiscono in mezzo a questi boschi, ad affidare la propria sorte ed i risparmi di famiglia ad un trafficante che permetta di fare l'ultimo pezzo di tragitto, varcare la frontiera ed entrare in Europa. "E tu vedi quanto scommettano tutto per arrivare. A qualsiasi costo, in tutti i sensi" racconta Claudia. "Come se l'arrivo fosse la fine della fatica. E tu che sai, non puoi non pensare che dopo è ancora un pezzo di inizio, forse peggio, perché non c'è più il sogno".
Un campo da 1500 persone in mezzo ai boschi. Prefabbricati bianchi su prato verde, dopo strada sterrata. Troppo pieno, poi troppo vuoto. La stagionalità e gli effetti del meteo, da un lato. La ricerca di sempre nuove rotte e nuovi modi di passare, dall'altro. La globalizzazione la respiri qui. Altro che battito d'ali di farfalla. Conflitti mediterranei ed asiatici, emergenze climatiche in Africa, decisioni europee altrove...producono effetti concreti sotto forma di persone qui, in mezzo a questo bosco nel nulla, ad un passo dall'Europa.
Il thè caldo distribuito, la gara di cucina, il lavoretto, due parole di lingua..."siamo qui come esseri umani con esseri umani" dice Silvia. "Ma non dovremmo essere qui". "Non dovremmo esserci, perché questo posto non dovrebbe esistere".
I campi nel bosco sono meglio del nulla. Un conteiner con thè caldo e legna per cucinare è meglio di nulla. I prefabbricati sono meglio delle tende. Un campo aperto è meglio di uno chiuso. Le famiglie in città sono meglio che tutti sui monti. La comunità per minori stranieri (in progetto) è meglio del campo. Esserci permette di provare a fare qualcosa. Esserci come precondizione per spostare di un poco l'asticella. Anche questo è pragmatico esercizio di umanità.
In un luogo dove tutto cambia funzione continuamente, non riesci a non pensare "Cosa diventerà questo luogo dopo?" C'è già il recinto, c'è già l'isolamento, c'è già l'essere appena fuori dai confini. Forse basterà poco per trasformarlo in centro di detenzione per trattenimento e rimpatri di vario tipo.
A breve si andrà a votare.
Ma noi, che Europa vogliamo essere?
Con tutta la consapevolezza che le scelte si fanno votando, ma anche molto essendoci qui a fare cose così.
Prime riflessioni informi, da treno di ritorno di una toccata e fuga 12 anni dopo dall'ultimo viaggio.
La Bosnia. I profughi. L'Europa.

Ognuno di noi, in questa stanza, ha almeno 2-3 ruoli, 2-3 appartenenze, 2-3 identità, se non di più...


Silvia ha iniziato raccontando di come fosse buffo il suo intervenire al congresso Arci, come portavoce Aoi, quando lei è anche direttrice Arcs ed é Arci da una vita. 

Io sono qui a nome delle Acli nazionali, ma sono anche ex presidente Ipsia, ex cooperante, ex tielle...

Mirsada é arrivata qui da Trieste, ma è anche albanese.

Marco é Ipsia, ma è pure Patronato e pure Acli a Torino... 

L’ex ambasciatore prima parlava di quel “passarsi la palla” Ipsia e Caritas in Bosnia che spesso trova sintesi nelle stesse persone e nelle loro multi-appartenenze…

 

Ognuno di noi, in questa stanza, ha almeno 2-3 ruoli, 2-3 appartenenze, 2-3 identità, se non di più… 

Il punto é come le ricomponiamo e come le mettiamo in gioco. 

 

Le contraddizioni, i dubbi, le sfaccettature, sono dentro di noi. Ci attraversavano. Se non ricomponiamo le nostre identità, superando la frammentazione dei ruoli e andando a quel punto di sintesi che é la persona umana, portiamo fuori le lacerazioni interne e le facciamo esplodere... Per questo dico che intervengo come Paola, non ponendo questo come contrapposizione ma come punto di sintesi del resto… 

Dov'eravamo


Cari amici e invitati,

Quando abbiamo pensato il programma della nostra assemblea IPSIA volevamo fosse proprio un occasione per riflettere insieme sulle prospettive. Era importante uno sguardo da fuori che ci indicasse un percorso ricordandoci il contesto in cui lavoriamo e abbiamo lavorato, e farlo con chi in questi anni è stato un nostro compagno di strada, gli spunti e i pensieri di questa mattina saranno simbolicamente lasciate alla riflessione dei nuovi organi sociali. E qui andiamo al punto che abbiamo voluto ricordare nelle testimonianza di apertura.

Il 24 febbraio 2022 l’invasione russa dell'Ucraina, una nazione libera e democratica con un governo legittimo, ha impresso il sigillo alla fine dell' illusione del progressismo occidentale, un turning point storico secolare con il ritorno della guerra nell'Europa continentale su i suoi confini orientali. 

Anniversario di Srebrenica ai tempi della Brexit


L'articolo è dell'anno scorso. Quando l'anniversario era cifra tonda e dell'11 luglio a Srebrenica se ne ricordavano tutti. 

Ma la riflessione che connette Srebrenica all'Europa è ancora lì. Ancora del tutto valida e attuale ai tempi della Brexit. 

La riflessione la riprende anche "La nostra Europa era un'altra" su Internazionale del 25 giugno. E ricorda il movimento di solidarietà che si è creato. Fa piacere che lo si ricordi. Ma se parliamo di Europa e Balcani... c'è molto più segno di un'assenza e di un fallimento che segnale di futuro. 

E l'articolo di Gigi Riva (il giornalista, non il calciatore) Il declino dell'Europa è iniziato a Srebrenica  mi pare lo identifichi bene. 


Il secolo scorso, fin troppo lungo, aperto col genocidio armeno, è proseguito di orrore in orrore fino al genocidio politico dei desaparecidos argentini e a quello fintamente “etnico religioso” dei musulmani di Bosnia.  

Catalogare le vittime di quest’ultimo come figlie di un genocidio minore perpetua i malintesi e annacqua il giudizio su un episodio cruciale per il Continente. Né sono estranee a questa postura le colpe diffuse che vanno oltre quelle dei pianificatori e dei meri esecutori. 
Srebrenica era un’ “area protetta” sotto l’egida e per Risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dunque della comunità internazionale tutta. Se, nel 1993, si arrivò ad adottare un simile pronunciamento è perché si temeva quanto poi si sarebbe verificato di lì a due anni senza che ci fossero né la forza né la volontà politica di impedirlo. 
 

Un governo olandese cadde nel 2002, sette anni dopo, travolto dall’onda d’urto dell’inazione dei suoi soldati. Gli stessi a cui però, con ipocrisia sconcertante, nel 2006 venne consegnata la medaglia d’onore del proprio ministero della Difesa.
 

In mezzo, l’amara considerazione che Srebrenica doveva cadere per preparare il terreno alla pace di Dayton che sarebbe stata firmata dopo quattro mesi. E che ha sancito la spartizione della Bosnia-Erzegovina su base etnica. 
 

Un peccato originale che l’Europa sta ancora scontando e che al mercato della sopravvivenza dei suoi valori conta anche più degli indici di Borsa, degli spread e della stabilità dell’euro.
 
Perché è breve il passo tra la chiusura in clan tribali e i sigilli che si vorrebbero mettere alle sue frontiere esterne.





Quel filo di umanità


I volontari #nonsonoangeli. Sono persone che fanno scelte.

Per lo più persone normali che fanno scelte normali. 

Perché, diciamocelo, occuparsi e preoccuparsi gli uni degli altri, indignarsi e mettersi in moto di fronte ad un'ingiustizia, fermarsi di fronte al bisogno... sono scelte normali. Se vogliamo essere esseri umani. Se vogliamo #restareumani.

Quello che non è umano, che non è normale, è passare oltre di fronte al bisogno, restare immobili davanti all'ingiustizia, fregarsene gli uni degli altri.

Però a volte i volontari fanno scelte anormali. A volte nell'occuparsi e preoccuparsi degli altri, nell'indignarsi e mettersi in moto di fronte all'ingiustizia, nel fermarsi e mobilitarsi di fronte al bisogno... ci mettono qualcosa di "anormale".

Anormale in termini di passione, tempo, energie. Perché ci sono volontari che finiscono per far ruotare tutto attorno alla scelta volontaria, anche senza che questo diventi un lavoro o porti ad un ricavo economico.

Anormale in termini di destinatari. Perché ci sono volontari che riescono a scegliere come destinatari della propria azione persone particolarmente "scomode". Gente che magari oltre ad essere vittima è anche colpevole.

Anormale in termini di rischio. Perché per compiere la propria azione volontaria mettono a rischio la propria salute od incolumità.

E' un po' paradossale. Perché fingiamo di pensare che il mondo si divida in due categorie: i volontari normali e quelli anormali. I normali sono assolutamente buoni. Sono angeli: nei titoli di giornale, nei premi assegnati, nelle retoriche natalizie... Gli anormali sono sempre da guardare con sospetto. Alla ricerca di "cosa c'è sotto".

Mentre il mondo è diviso (per usare questa categoria) in volontari e non volontari. In "gente" e in "esseri umani" (per citare Mafalda). In chi si accorge degli altri e chi no. Semplicemente. Il resto è solo una questione di opportunità e circostanze della vita. 

Perché a volte il volontario normale si trova ad entrare in contatto con situazioni estreme e semplicemente sente di non poter restare immobile. E una volta fatta questa scelta il bivio tra il diventare un eroe e un colpevole è molto sottile e spesso anche un po' casuale. Semplificando un po' e con qualche variante possibile (ma non troppo) tenderei a dire che se tutto va bene si finisce per essere visti come eroi. Se le cose vanno male si finisce per sentirsi rinfacciare l'egoismo e l'incoscienza della scelta.

Perché? Perché così è tutto più semplice e rassicurante per chi non fa nulla. 

Perché è vero che non serve andare in un contesto di guerra per fare qualcosa per le vittime di una guerra. Ma è anche vero che, tendenzialmente, la stragrande maggioranza di persone che sottolinea questo aspetto poi non fa assolutamente nulla. Nemmeno l'accoglienza dei profughi quando arrivano in zona non pericolosa. Nemmeno una donazione. Nulla.

Mentre la stragrande maggioranza di persone che fanno scelte anormali prima e dopo quelle scelte hanno fatto mille altre scelte normali. Che sia essere scout o accogliere cani randagi, che sia essere animatore in parrocchia o allenare dei ragazzini o organizzare una mobilitazione per una giusta causa sociale.

Penso a Greta e Vanessa. E so che io oggi in condizioni simili non sarei andata in Siria. E in condizioni in qualche modo simili, quando ne ho avuto la responsabilità, mi sono trovata a scegliere di non "far andare" altri.

Ma non posso non pensare a Mirsada. Avevo poco più di 20 anni. Contro il parere di mia madre e di molti altri, partecipai ad una marcia che tentò di raggiungere Sarajevo in una Bosnia in guerra. Andò bene (nel senso che non ci furono incidenti o vittime) anche se fu un fallimento. Ma sarebbe potuta andare diversamente. E in molti avrebbero potuto dire che ce l'eravamo cercata. E in parte, in qualche modo, sarebbe stato anche vero.

Ma sono convinta che, nonostante tutto, ci sia un filo di umanità maggiore nelle scelte azzardate e magari sbagliate che nella scelta di ignorare tutto e non fare nulla. 

Detto questo, comunque la si pensi, credo che l'ondata di volgarità e violenza che si sta scagliando contro Greta e Vanessa sia davvero inopportuna e indegna. E credo che dovremmo riflettere sull'identità di un Paese in cui tutto questo si scatena in modo maggiore nei confronti di chi ha la "colpa" aggiuntiva di essere giovane e donna. 



L'indifferenza non è mai una virtù

Non sono esperta di politica internazionale. Sono una cittadina. Ed un essere umano. E credo questo basti per sentirsi interpellati.


Non invidio chi alla responsabilità di cittadino ed essere umano deve aggiungere responsabilità politiche. E prendere decisioni complesse e difficili assumendone il peso delle conseguenze.

Renzi in Iraq ha citato Srebrenica. E capisco perfettamente la citazione. Per tutti, ma sopratutto per una generazione (la nostra) e per qualcosa  che vuol essere più di un territorio (l'Europa) è il simbolo della colpa per indifferenza ed omissione.

"Poco" dopo Srebrenica ci fu il Kosovo. La tv faceva vedere colonne di donne, anziani, bambini in fuga... Noi portavamo ancora addosso il peso di quella indifferenza a quanto avveniva alle porte di casa. E persone in buona fede si divisero tra chi sosteneva la scelta del non intervento e chi riteneva che la cosa peggiore fosse comunque restare immobili. (Poi, si sa, c'erano i tattici, gli strumentali e quelli in mala fede, ma quella è un'altra storia..).


Secondo me, il tempo ha mostrato che intervenire in un conflitto bombardando una parte non rende interlocutori super partes credibili per le fasi successive dell'auspicato dialogo. E che chi oggi è aggressore domani è aggredito. E viceversa... Ma i Balcani erano i Balcani. Ed erano gli anni 90. Noi eravamo diversi. E il mondo era diverso (anche se... in quanto ad aggrediti che diventano aggressori, alleati che diventano nemici pure l'Iraq...).

L'Europa sui Balcani fallì qualsiasi posizione politica unitaria.  Ma l'ingresso in Europa per molto tempo continuò ad essere la molla e la "carota" per la pacificazione di quell'area. Ed è già qualcosa.
L'Onu è morta nei Balcani. Si disse. Ma questo anche perché fino ai Balcani nell'Onu ancora ci si credeva.  Ed era già qualcosa.
I Balcani vennero non troppo dopo la caduta del muro di Berlino. Ma in qualche modo sembrava "solo" la transizione da sistema a due blocchi a sistema con un unico punto di riferimento.

Oggi... ci manca tutto. 

Ci mancano luoghi e regole inter/sovra/nazionali. Tutti da costruire. 
Ci manca un'Europa. Tutta da costruire. 
Ci mancano chiavi di lettura ed ipotesi. Tutte da approfondire.

Oggi l'unica cosa che mi pare certa per tutti quelli in buona fede è il senso di smarrimento e di impotenza. 
La percezione della fine dell'Occidente per come lo conosciamo. 
La sensazione che tutti i problemi superino agilmente i confini degli stati nazionali mentre tutte le soluzioni siano ancora cercate prima delle frontiere.


È una terza guerra mondiale a pezzi. Ha detto il Papa. 
No, una guerra mondiale è uno scontro tra super potenze. Ha risposto Cacciari. 
Ma è questo il punto. È cambiato il mondo e con lui il vocabolario. E noi continuiamo a leggerlo con parole e pensieri vecchi.


Su cosa (non) si regge l'equilibrio internazionale oggi? Su cosa pensiamo si possa reggere domani?

Forse nel video c'erano un cittadino inglese ed uno americano. Dicono. Con il primo che ha tagliato la gola al secondo.
Chi è in guerra con chi? Chi è alleato di chi? 
Quali sono i confini della guerra?
Come si distinguono i "nemici" dagli "alleati"?

Come evitare che, in Europa o Usa, la lotta ai terroristi diventi una caccia all'immigrato, al musulmano...? (Il ministro Alfano l'altro giorno ha parlato di "problema islam"). 
Noi stiamo intervenendo come "terzi" per dare protezione alle vittime di un'aggressione? O siamo noi i (potenziali) aggrediti e armiamo altri perché combattano i nostri nemici difendendo noi? 
Quali criteri determinano oggi quali vittime è necessario proteggere, in quali contesti è necessario intervenire e quali no?


Io riesco a comprendere il bisogno di fare qualcosa che finisce per essere di fare "qualunque cosa" pur di non essere indifferente. Non riesco lo stesso a credere all'efficacia della  scelta di inviare armi in zona di guerra. 

Ma, alla fine, a me e a noi non sarà chiesto di rendere conto di quella scelta. Che nel bene o nel male peserà su altri.

A me sarà chiesto di render conto come persona, come cittadina. 
A noi sarà chiesto di render conto come parte del cosiddetto mondo del pacifismo e della società civile, di ciò che abbiamo o non abbiamo fatto.

E non sarà un comunicato stampa, un post sul blog o una Perugia Assisi a scrollarci di dosso la responsabilità dell'indifferenza e dell'omissione.

Per cui...
o ci facciamo interpellare e ci facciamo mettere in discussione, realmente, da quanto accade. 
O facciamo in modo che ciò che ci avviene attorno modifichi i nostri piani, progetti, priorità... 
O riusciamo ad uscire da noi stessi e smettere di guardarci l'ombelico...
O mettiamo in campo realmente, ora, qualcosa che non sarà risolutivo ma che sia significativo...

O questa responsabilità sarà una colpa. 
E non avremo nessuno su cui scaricarla.

Humor Bosniaco

Parliamo di un posto dove c'è chi, per ricordare quello che è accaduto negli anni 90 ha piazzato al centro della capitale un "monumento della carne in scatola" e l'ha dedicato, con gratitudine, alla comunità internazionale. 

Avete presente…? Carne in scatola: la fame di una città e il cibo (s)cadente dagli aerei. Carne (viva) chiusa nella scatola di una città assediata sotto gli occhi di un mondo immobile…


Di un posto che ha vinto un Oscar con un film sulla guerra (No man's land) in cui passi il tempo a ridere (amaramente). Ve la ricordate la battuta "Quale è la differenza tra un pessimista e un ottimista? Il primo pensa che le cose non possano andare peggio di così. Il secondo è convinto di si".

Allora, cosa sta succedendo in Bosnia oggi? Perché protestano? Cosa denunciano?  Forse si può capire dalle battute che girano nelle proteste...

Mi appello ai manifestanti: non bruciate i cassonetti dell'immondizia, il popolo poi rimane senza cibo  

Chiediti, perché non fanno mai sesso nelle aziende pubbliche? Ma perché sono tutti parenti! 

Disoccupazione giovanile al 60%, grandi fabbriche che falliscono dopo essere state privatizzate, lavoro in enti pubblici dove si entra per clientela e nepotismo… Ma anche (e forse soprattutto) mancanza di prospettive… 

Oh, ho capito come risolvere la situazione in Bosnia: attiriamo la Germania in guerra e appena si accingono a imbracciare i fucili noi ci arrendiamo subito, loro ci inglobano facendoci diventare parte della Germania.  

Dove è finito il sogno europeo come molla di sviluppo e pacificazione?
Come (non) evolve un Paese congelato in un assetto spartitorio post conflitto?
Come (non) aiuta la presenza di una "Comunità internazionale" che monitora senza controllare, che deresponsabilizza senza assumersi responsabilità? 

PS: Per seguire le vicende, al solito, leggere Osservatorio Balcani, sfogliare la Rassegna (fatta da Lorenzo Bellini). Poi, per chi le ha come amiche su Facebook, ovviamente stare dietro a Nicole e Zilvia (che sono pure le fonti delle battute di cui sopra oltre che di tanti articoli e servizi). 

PPS: Non la chiamate Primavera, che da tutte ste primavere non mi pare sia mai arrivata l'estate… 

PPS: a proposito di humor e di Balcani e di proteste, non c'è solo la Bosnia… (non serve la traduzione, vero?) 

Lo stile Ipsia esiste. Ed è energia e vita. Cambiatelo. Miglioratelo. Rivoluzionatelo. Ma non disperdetelo.

Lo stile Ipsia esiste ed è energia e vita. Cambiatelo, miglioratelo, rivoluzionatelo. Ma non disperdetelo.
 Relazione conclusiva di Paola Villa - Presidente IPSIA - Scutari Aprile 2013
Provo a dire alcune cose non organiche, non preparate e non ben organizzate. Ma questo è quello che è fattibile per me ora. Quindi da qui parto.
La prima cosa che noto se guardo le persone presenti oggi e se penso alle persone presenti 12 anni fa', quando sono entrata nel Direttivo Ipsia, è che gli unici presenti sia allora che oggi sono Stefano Caronni, Enrico Leoni e Mario Tretola. E se penso alle persone che lavoravano in Ipsia le uniche due persone presenti allora e oggi sono Alessandro Mangoni e Roberto Carnevali. Tutti gli altri sono arrivati dopo. Vuol dire che il cambiamento che ha vissuto Ipsia in questi ultimi 12 anni è un cambiamento veramente notevole che si esprime in molti aspetti a partire dalle persone.
Ipsia si è rifondata, ce lo siamo raccontati mille volte, sull'intuizione di Soana Tortora (condivisa da Franco Passuello e dalla Presidenza Acli di quel periodo) di aver saputo riconoscere la presenza di energia, di vita in ciò che si era mobilitato nell'esperienza de Un Sorriso per la Bosnia. Che era una esperienza promossa dalle Acli ma che era aperta (si potrebbe dire) a “tutti gli uomini – e le donne – di buona volontà”. Soana intuì che lasciar disperdere quell'energia era uno spreco. E caratterizzò il suo mandato nel cercare di capire come mettere assieme quell'energia con quello che era Ipsia allora, poco più di una scatola. Il mandato di Soana fu quindi, secondo me, un mandato caratterizzato da una intuizione e dall'assunzione di un rischio.

Il volontariato (come il lavoro) non è gratis

Intervento presso le Acli Rimini - 15 marzo 2013

Il termine volontariato è un termine ambiguo. Che contiene molte connotazioni. In qualche modo spesso è contrapposto al termine lavoro (termine in parte altrettanto ambiguo, oggi, meno ambiguo storicamente). Provo a tenerli accostati un poco per provare a definirli simmetricamente.
La prima polarità che viene in mente accostando lavoro e volontariato è: il lavoro ha una retribuzione. Il volontariato è gratis. Però, se devo dire, in entrambi i casi mi pare che sia vero solo parzialmente.
Il lavoro è qualcosa che permette di mantenere sé stessi e la propria famiglia. E’ giusto riconoscerlo. Soprattutto oggi. Non farlo sarebbe una poesia “da ricchi” e “da garantiti”. Però il lavoro è anche molto altro. Il lavoro (per un cristiano) è un modo per contribuire a completare la creazione. Il lavoro (per tutti, cristiani e non) è un modo per trovare un proprio posto nella società. Per cercare di dare il proprio contributo per migliorarla. E’ il luogo principale delle nostre relazioni sociali. Per lavorare serve impegno, fatica, studio… Il lavoro riesce meglio se combacia (in poco o in tanto) con le nostre passioni, aspirazioni, con i nostri talenti e carismi….
E il volontariato? E’ l’opposto? No, il volontariato è la stessa cosa. E’ un modo per contribuire alla creazione. E’ un modo per trovare un posto nella società. E’ un modo per dare un contributo per migliorarla. E’ un luogo di relazione. Di impegno, di fatica, di studio… E anche il volontariato riesce meglio se combacia con le proprie passioni, aspirazioni, con i nostri talenti e carismi…

Come un cooperante alle prime armi


Dicembre 2012 

Un Forum è come un frullatore. Un acceleratore di processi. Un aggregatore di eventi. In un Forum accade tutto ciò che in realtà stava già accadendo ma in una dimensione diversa. E tutto è amplificato dalla moltiplicazione degli scambi interni e dall'essere sotto una (inusuale) lente di osservazione esterna. Non è facile quindi trarre un bilancio di un Forum a caldo. Quando il tornado si è appena placato, l'adrenalina cala e la stanchezza sale. Ma forse può essere utile farlo, prima che il quotidiano bussi alla porta richiedendo attenzione.
Cosa portiamo a casa da questo Forum Cooperazione? Cosa resta? 
La prima cosa che portiamo a casa è un messaggio: la cooperazione esiste. E non è irrilevante.
Non si tratta solo di sentirselo dire dalle persone importanti. Si tratta anche di dircelo tra noi. “C'è uno spazio enorme da riempire tra il marketing puro e il pessimismo cosmico” ha detto Paolo Dieci nel suo intervento in rappresentanza di tutte le ong. Il Forum è stato un momento in cui, noi per primi, abbiamo provato a riempire questo spazio.
“La scelta della cooperazione, perché di scelta si tratta, è una scelta che va rinnovata ed alimentata giorno dopo giorno, va sempre messa in discussione, pone degli interrogativi ai quali bisogna saper trovare delle risposte per poter proseguire” diceva ieri Rossella Urru.
Nel Forum “noi della cooperazione” ci siamo messi in discussione e abbiamo trovato un accordo su qualcosa: la cooperazione non è un lusso. La cooperazione fa bene sia a noi che agli altri.
Perchè noi e gli altri siamo interconnessi irrimediabilmente. Su altro non abbiamo trovato una risposta comune e definitiva.
La cooperazione è un imperativo etico o un investimento strategico? E' dovere o interesse? 
Quale punto di equilibrio accettabile tra le due cose. C'è ancora da fare su questo. Ma ci siamo ricordati che farsi le domande va bene. Anzi, che non possiamo smettere di farcele.
La terza cosa che portiamo a casa è l'allargamento del “noi” della cooperazione. 
Passiamo la vita a dire che siamo pochi, che dobbiamo aggregare, che bisogna coinvolgere. Che la comunicazione di massa non ci considera. Ma quando queste cose accadono (e come in questo Forum accadono sempre in modo un po' diverso da come noi vorremmo) ci sentiamo un po' truffati, derubati, usati. Perchè l'altro che entra nel nostro mondo lo cambia e prende in mano in modo goffo ciò che noi abbiamo curato e cresciuto con attenzione.
Ma la cooperazione serve se riesce a fare la differenza nella vita reale delle persone. Se combatte le ingiustizie e se promuove i diritti. E da soli non ce la facciamo. Quindi c'è bisogno di accettare la sfida. E crescere. E, smarrimento a parte, noi abbiamo detto che ci stiamo, che continueremo a partecipare (senza smettere di difendere ciò che va difeso, sia chiaro) ma senza pretendere di giocare da soli e senza lasciare il campo ad altri. E grazie ai contributi di tutti, la cooperazione ne potrà uscire più forte. Cioè il mondo potrà essere più giusto.
Poi portiamo a casa l'idea che forse l'Italia vorrà davvero scegliere alcune priorità (luoghi e temi) e spendere di conseguenza.
La consapevolezza che il nostro Paese tutto ciò che serve per giocare un ruolo in Europa ce l'ha già e basta decidere di farlo. La soddisfazione di vedere i migranti raccontare il cosviluppo già iniziato e rivendicare rappresentanza invece che cooptazione.
Il compiacimento di sentire Monti superare il dibattito sulla posizione della cooperazione rispetto alla politica estera (dentro, sotto o di lato) affermando che oggi non esiste più divisione tra politica estera e politica interna.
E pure Geppi Cucciari che riesce a farci ridere di gusto cogliendo bene le idiosincrasie del nostro mondo.
Rossella Urru che parla con voce rotta dall'emozione e dice cose che ogni volontario e cooperante avrebbe voluto sentire (e dire).
Emma Bonino che mostra come (senza offesa) a volte basti una donna sola in mezzo a 7 uomini a fare la differenza.
Andrea Riccardi che nel discorso di conclusione tra i risultati del forum cita #forumcooperazione che entra nei trend di Twitter.
E infine l'immagine del volto serio di Grilli che dice “Il calo di aiuti pubblici allo sviluppo rappresenta un motivo di disagio e di imbarazzo per Italia. Questa situazione non si addice allo status dell'Italia, al suo ruolo nell'Europa e nel mondo, e alla tradizione di solidarietà che è nel suo dna'' e promette un'inversione di tendenza e un graduale ma costante aumento di risorse stanziate per la cooperazione.
E noi, che sappiamo che non c'è nulla di peggio del vecchio cooperante cinico che non crede più a niente, scegliamo di essere il cooperante alle prime armi (per chi l'ha visto, quello del quiz di Geppi Cucciari), e di credere che le parole di questi giorni avranno riscontro nei fatti, che il Forum non è un evento ma un momento di un processo, che i fondi arriveranno, e che tutto questo avverrà prima che sia troppo tardi.

Dopo il Forum



L
'approccio che posso mettere in campo non è da esperta della materia, non è da docente. Ma da cittadina appassionata. E quindi provo un approccio che sta tra il politico, l'etico e il semantico. Non so se può essere utile ma questo è quello che posso portare.

La dichiarazione del Millennio (prima) e gli Obiettivi del millennio sono un fatto importante. I rappresentanti di x Paesi si sono trovati e hanno stabilito di comune accordo che non ci sono scuse (come recitava lo slogan della mobilitazione connessa a quel periodo), abbiamo le possibilità di farlo per cui decidiamo assieme che nel giro di 15 anni dimezziamo la povertà del mondo. E per poter misurare questo risultato viene organizzato e descritto declinandolo in x obiettivi con altrettanti indicatori e risultati.

Partiamo da un piano etico. Ci sono molti approcci possibili al tema della cooperazione o dello sviluppo. E anche nell'ultimo Forum della Cooperazione di Milano la motivazione della cooperazione è stato al centro del dibattito e sono stati proposti approcci che vanno verso una cooperazione utile “a noi” per collocarci e posizionarci nel mondo. O una cooperazione utile a noi per internazionalizzare il sistema Italia e commerciare il nostro made in Italy. Per me il punto di partenza non può che essere un altro. E cioè che non si può assistere a situazioni di ingiustizia, di privazione di diritti, di povertà, di assenza di libertà senza sentire il dovere di provare a fare qualcosa per cambiare la situazione. Ne va della nostra umanità, della nostra dignità. E (se vogliamo stare sul piano dei nostri interessi) della nostra stessa libertà. Perchè ogni diritto negato altrove è un diritto impoverito anche per noi. E tutto ci tornerà.

Passiamo al piano politico. Gli obiettivi del Millennio sono un fatto politico. La politica è la capacità di partire dall'etica e di organizzare un orizzonte del possibile verso cui mutare l'esistente. orientare l'esistente. E la capacità di scegliere indirizzi, attivare processi per condividere l'analisi e l'orizzonte, fino al punto di raggiungere il consenso per poter mettere in campo le modalità conseguenti alle decisioni prese. E sapendo sostenere il consenso per reggerne il periodo successivo. (Politica non è guardare l'orizzonte del possibile e abbassare l'asticella fino al punto del facilmente raggiungibile inseguendo il consenso). All'inizio del Millennio ….

Arriviamo ai risultati: Negativo: il fatto che questo fatto non ha tenuto. Che le scuse le abbiamo trovate. Alcune scuse reali, altre più sfumate.

Ci sono molte analisi sul perchè non ha funzionato. E vanno ad esaminare fattori esterni (la crisi, i mutamenti internazionali...) e fattori interni (il processo non era partecipato....). E ci sono varie riflessioni su cosa serve fare o non fare ora nel lavoro preparatorio di quello che sarà il Dopo2015. Io provo a identificare alcuni concetti che mi pare siano connessi con questi ragionamenti. A partire dal linguaggio con cui parliamo di questo mondo.

Cooperazione internazionale: la cooperazione attiene al metodo, al modo, ma spesso nel “nostro mondo” usiamo questo termine per indicare l'obiettivo. Tutti i percorsi nonviolenti stabiliscono che il nesso tra i modi e gli obiettivi devono essere stretti e coerenti. Ma non è possibile confondere gli uni con gli altri. E non è possibile tenere assieme la dimensione etica con la confusione dei due. Le battaglie fatte per sostenere la cooperazione sembrano spesso essere battaglie per difendere noi stessi come istituzioni, e i posti di lavoro delle persone che lavorano nella cooperazione (opera meritoria, perchè il fatto che i posti di lavoro della cooperazione siano formalmente invisibili non li rende non reali e la loro difesa è un diritto e un valore tanto quanto la difesa dei posti di lavoro di una fabbrica). Ma è differente combattere per difendere sé e combattere per difendere i diritti altrui. E' una forma diversa della declinazione dell'interesse.

Aiuto pubblico allo sviluppo: la mia formazione è da assistente sociale, che è una relazione che mette al centro l'aiuto. Quindi sicuramente riconosco il valore che è associato a questo termine. Così come riconosco che è persino un passo avanti rispetto al termine dell'assistenza. Però riconosco anche che è un passo indietro dalla relazione, dalla cura, dalla reciprocità. L'aiuto interviene per mettere una toppa. In emergenza. Ma l'aiuto in sé difficilmente riesce ad essere agente di cambiamento, attivatore di processi, generativo.

Sviluppo: diciamo che diamo per superati i concetti di sviluppo come misurato solo sul PIL (cioè sulla dimensione economica). E quello di crescita. Ma ancora non abbiamo identificato in modo comunitario e condiviso un termine con cui identificarlo. E trovare le parole per dirlo non è indifferente.
A mio modo di vedere le piste per il futuro sono:

Il ridisegno del campo di gioco e delle regole del gioco: chi decide cosa, quando, come? Siamo in una fase di leader deboli, multipolare, in cui è difficile leggere e interpretare gli schieramenti. Abbiamo bisogno di non rincorrere il passato (né l'uomo solo al potere, né il sistema contrapposto di prima) perchè la storia non torna indietro. Abbiamo bisogno di iniziare a sognare e inventare un modello nuovo e futuro.

Società civile: frammentazione, manca rappresentanza... E quindi conflitto sano e mediazione. C'è un sogno di positività della società civile che è la soluzione. Mentre la società civile può essere un attore che gioca un ruolo solo se inizia a riformarsi al suo interno. E se si gioca in dimensione Trasversale, internazionale, multi approccio.

Passione: L'abbandono della neutralità e il recupero della passione per i diritti. Per la giustizia. Che non significa non approfondire scientificamente o professionalmente. Significa riscoprire la dimensione di umanità e cittadinanza. E giocarla ognuno nel suo ruolo e posizione.

Non siamo più i leader: Consapevolezza che la soluzione e il cambiamento non arriverà da noi. Ma che dobbiamo almeno avere il buon senso di non ostacolarlo.

(Intervento realizzato nell'incontro pubblico post Forum Cooperazione) 













Welfare trasnazionale - La frontiera esterna delle politiche sociali

Ottobre 2012 

Un approccio trasnazionale per un cosviluppo realmente sostenibile e dignitoso per tutti
L'intervento in occasione della presentazione del libro "Welfare transnazionale. La frontiera esterna delle politiche sociali ", a cura di Flavia Piperno e Mara Tognetti Bordogna, il 17 ottobre 2012  a Roma.
Il mio punto di vista è quello di una presidente di una ong e di una persona che ha la responsabilità del tema della cooperazione internazionale in una grande associazione come le Acli. Personalmente poi in una vita precedente sono stata una assistente sociale. Il mio approccio a questo libro quindi non parte dal tema migratorio come le persone che mi hanno preceduto, ma da un tema complementare che si intreccia con le riflessioni sulla cura.
Da questo punto di vista molto soggettivo provo a dire qualcosa rispetto a questo libro con una premessa e la sottolineatura di alcuni termini e concetti che ho trovato in questo libro e che mi pare siano utili alla riflessione comune.
La premessa è sul genere. Questo è un libro scritto da due donne e che racconta di storie in cui le donne sono spesso protagoniste. E non mi pare una coincidenza. Non sostengo la superiorità di un genere rispetto all'altro. Ma credo che questo sia un libro che prova a connettere e a collegare temi e ambiti diversi. E credo che la capacità di trovare connessioni, di creare alleanze sia qualcosa di cui la specificità femminile è portatrice. E credo sia collegata anche con la capacità di innovazione e, concetto oggi di moda, con la capacità generativa. Che non è solo mettere al mondo e/o far nascere idee ma è anche accompagnarne i successivi percorsi e processi. I termini/concetti:

La nascita dei processi creativi, secondo Asimov

Era il febbraio 1959, quando Isaac Asimov venne avvicinato da Arthur Obermayer, scienziato e caro amico dello scrittore. Con una proposta: e...