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Le periferie in ottica animativa



Proverò a dare una cornice a ciò che ha detto Danilo. 
Contestualizzandolo nel percorso che stiamo facendo con gli animatori di comunità.
Non siamo ancora in grado di fare una riflessione conclusiva. Per questo stiamo pensando ad un seminario da fare tra qualche mese.

Oggi provo ad identificare, con delle pennellate, alcuni degli snodi che ci sembra di aver trovato.
Per offrirli, assieme a quanto emerso dalla ricerca di cui ha già detto Danilo:
  • come contributo alla riflessione (e confutazione) delle Acli tutte,
  • come elementi da validare (o invalidare) da parte del prof. Remotti e di chi su questi temi ha approfondito dal punto di vista scientifico
  • come questioni e attenzioni da tenere presenti nel confronto con la politica, che avverrà più tardi nel pomeriggio. 
Ne ho selezionate 10. E per questioni di tempo mi limito ad accennarle.

Ci sono molti modi di intendere l'animazione di comunità. E non sempre un modo esclude un altro. Ma per noi, l'idea di animazione di comunità che ci ha condotto all'esplorazione delle periferia alcuni punti fermi: 
    1. IL PROCESSO ARTISTICO DELLO SCULTORE
    Il modo che noi abbiamo trovato ha molto più a che fare con il processo che con il prodotto. E ha a che fare più con un lavoro da scultori che da progettisti. Più da artigiani che da impresa di carattere industriale. Non c'è niente di male nell'essere progettisti. Non c'è nulla di male nel processo industriale. Ma l'approccio animato è altro. Si tratta di intuire. Intravedere. E togliere tutto il superfluo affinchè l'essenziale possa emergere anche ai nostri stessi occhi. Ci vuole pazienza, tempo e un misto di arte e mestiere. Non è progettare e poi fare tutto ciò che serve per arrivare all'obiettivo dato. E' avviare un processo e avere fede nel processo e nel suo sviluppo.
    E' una inversione di prospettiva rispetto alla modalità con cui spesso siamo abituati a muoverci.
    Ed è anche una esperienza di decentramento. Non siamo noi il centro, nemmeno del nostro percorso. Il centro è la realtà

In continuo movimento


C'è un noi fatto di tante persone diverse.
C'è la storia, in quelle 52 volte, che un po' ci pesa addosso, un po' ci spinge avanti.
C'è la fatica, ad inizio anno, di trovare il tempo di fermarsi e concentrarsi e studiare un po'.
C'è la sfida di farlo assieme. Mettendo in comune le nostre intuizioni. Chiamando qualcuno che ci aiuti a pensare, confrontandoci con altri e interloquendo con la politica di oggi. 

C'era un'idea di fondo, quest'anno: che povertà e diseguaglianze siano insostenibili. Soprattutto se si sommano ad una carenza di mobilità sociale ascendente (alla possibilità di uscire da quella povertà) e alla crescita di mobilità discendente (timore di diventare sempre più poveri).
C'è il riconoscere che nel nostro Paese ci sono luoghi in cui tutto questo è più concentrato ed evidente. Ed è ciò che chiamiamo periferia (indipendentemente da che si trovi in città o in provincia).
Cercare di comprendere le cause e gli effetti di questo e provare a costruire le molteplici modalità per invertire il processo è stato il lavoro di questi giorni. 

Abbiamo moltissimi limiti. E anche questa stessa esperienza è molto perfettibile. Ma dobbiamo dirci che il ritrovarsi a studiare assieme oggi non è scontato e non è poco importante. 
È un pezzo (solo un pezzo, certo!) di quella assunzione di responsabilità sociale e politica che ci spetta. Per fare il mondo un po' migliore. 

Europa: 3 cose da fare, lavorando attorno alle 5 grandi transizioni



Io non ho trovato altri strumenti per educarci alla comprensione dell’altro, se non viaggiare. In qualsiasi forma. Non solo migrare. Anche campi estivi o fare esperienze altrove. Dislocarsi, lasciare le sicurezze, le proprie conoscenze, andare in un territorio diverso, che sia uno spazio culturale con similitudini come l’Europa, o altrove. E’ una delle chiavi per aprirsi al mondo. Non c’è dubbio. 

Ai tempi in cui Gigi era presidente delle Acli, ero un fan dell’idea di rifare una battaglia per il servizio civile obbligatorio. Oggi sarei per imporre ad ogni ragazzo europeo una esperienza di almeno 6 mesi o 1 anno all’estero. Studio, praticantato, lavoro… all’estero. In Europa. Io credo sarebbe uno strumento straordinario. 

Però vorrei invitare a fare un’altra riflessione. Altrimenti rischiamo di guardare solo una parte della nostra popolazione. E di non considerarne altre, parti con le quali una parte del nostro mondo viene quotidianamente in contatto. Ma rischiamo di non capire la rottura sociologica e culturale che si è creata in Europa. 
Ho sempre trovato, e trovo ancora più pertinente oggi, una riflessione che faceva Herman Van Rompuy, al  termine del suo mandato in Europa. Faceva una doppia riflessione su persone e  ruoli. La prima è la distinzione fondamentale tra i movers e gli stayers. Senza andare nelle parti più recondite dei nostri paesi, ieri sera Paolo Petracca mi annunciava di voler fare un grosso piano di 150 incontri, nel milanese, per L’Europa. E mi diceva: se devo dire cosa ha fatto l’Europa “ai nostri”, non parlo del rooming, perché non interessa, a gente che non si è mai mossa. Per loro è più significativo il quarto gestore…  
Van Rompuy diceva: Ci siamo resi conto che l’Europa è fatta di queste due parti. I movers e gli stayers. Una grande attenzione, in termine di narrazione e di spinte e di politiche attive, guarda a questa parte che si muove. E non a chi sta. Dove è il problema? Non si sono ribellati i movers. Non si sono ribellati quelli che, anche controvoglia, sono stati obbligati ad andare oltre. Quelli che sono andati altrove, con mille difficoltà. Non sono questi che si sono ribellati, che hanno votato i populisti… Sono gli stayers. 

Io non ho i dati sull’Italia (sarebbe interessante andare a leggerli). Ma la mappa del voto in Polonia, quando vi fu il capovolgimento, era drammatica. Era una diagonale. Tutta la parte che aveva vissuto la straordinaria modernizzazione e ne aveva vissuto i benefici aveva votato i partiti conosciuti. Tutta la parte che aveva vissuto meno l’impatto della modernizzazione, che meno ne aveva beneficiato, ha votato ribellandosi. 

Se analizzate con il criterio movers e stayers la Brexit, è uguale. Se analizzate il voto degli ultimi 30 anni in Austria, è uguale. Le città più dinamiche, le parti più moderne, più aperte agli interscambi, sono quelle che nella globalizzazione hanno trovato una collocazione, magari non compiuta e problematica, ma l’hanno trovata. E’ il resto che si è ribellato. E con la ribellione ci siamo accorti che le politiche che facevamo non parlavano a questi. Ci siamo accorti che, a fronte di alcune grandi trasformazioni, quelli che hanno pagato il prezzo più alto sono gli stayers. 

Nuovi movers e identità multiple


Dopo questa presentazione…buffo sentirsi (donna, giovane, all’estero…) nel quadro un po’ sfortunato… della sfigata strutturale, per semplificare.... Non mi giudico tale, ma per certi aspetti sono assolutamente espressione di ciò che è stato detto prima. Già questo come introduzione è significativo. 

Quei grafici cosa ci mostrano? Ci mostrano che a livello individuale siamo portatori di tutti questi conflitti e contraddizioni. Siamo quelli che partono con una speranza di migliorare, esprimersi professionalmente… siamo anche quelli che soffrono per quasi una mancata relazione con il proprio paese d’origine.

Alcuni studi stanno dimostrano, su Parigi è evidente, che per i primi 3-4 anni gli expat non vogliono avere niente a che fare con la comunità degli italiani all’estero. C’è una partenza con rabbia che non è inconciliabile con la partenza per voglia di esplorare. Questi fattori sono tenuti assieme, nelle stesse persone. Per questo a Parigi abbiamo anche pensato ad un servizio con una brillante psicologa, per venire in aiuto a queste situazioni.  Ma se sono conflittuali a livello individuale, quando sollecitiamo le persone per ragionamento politico, è ovvio che il ragionamento politico tiene dentro anche questa conflittualità. 

Parto dal lavoro con gli italiani all’estero anche per raccontarvi quale è la realtà. Siamo 9 donne su 63 consiglieri. Siamo 5 di nuova immigrazione su 63. Il mio essere lì è un accidente della storia, della volontà e dello spirito agguerrito delle Acli, ma io la vivo come una ultima chiamata. Queste strutture istituzionali che abbiamo creato per tenere una relazione tra queste persone e l’Italia sono state create per la vecchia immigrazione, non riescono ad intercettare la nuova. La nuova immigrazione non si iscrive all’Aire, si stima che metà non si iscrivono al Registro degli italiani all’estero, in Europa. Nelle mie ricerche c’è qualcosa di più in extra Europa, probabilmente perché lì c’è più bisogno di restare connessi. Ma l’effetto è molto significativo.

Animazione è mettere al lavoro le energie positive


E' importante che ci sia tanta gente che sta mettendo in gioco la prospettiva. 
Per me è fondamentale intensificare lo scambio, perché spesso molte esperienze non usano il termine animazione ma la sostanza c’è. La sostanza è riscoprire e mettere in moto le energie positive di una nazione. Forse l’animazione è mettere al lavoro le energie positive. Se c’è una competenza delle Acli è il lavoro. Il mettere al lavoro. Far lavorare. La capacità di mettere la gente al lavoro. 

Risorse positive, energie positive. Questa è la stranezza. Molto del lavoro nell’ambito sociale mira sul problema. Sul bisogno. Quello che fa l’animazione è scommettere che nei territori ci sono risorse che possono mettersi al lavoro, anzi risorse che attendono di essere messe al lavoro attorno a problemi. 

Aggiungo una cosa. Non è che fino a che non c’è domanda, noi non andiamo, non partiamo. Nessuno comprende davvero la domanda fino a che non riceve una proposta. Fino a che qualcuno non gli rompe un po’. Fino a che non vede qualche risposta possibile. L’animazione scommette che, anche dentro la crisi attuale, sono risorse. Siamo freireiani, i temi generativi... Baumann... anche dentro l’attuale tempesta, anche nel quartiere più disgraziato, c'è qualcuno che ha già digerito la crisi. Quelle persone vanno interettate, perché sono portatori di anticorpi. Dietro l’animazione ci sta di non nascondersi il problema. Ma sapere che quelle periferie, quelle reti, quelle stesse che producono la malattia  e ammalano, quelle stesse sono anche reti capaci di curare. E che in ogni caso la soluzione dei problemi non va portata da fuori. Sei tu che devi entrare in quella cultura, capire dove si formano risposte. E in questo modo, aprire possibilità inedite per un quartiere, mettendo in gioco le forze che già esistono. Non possiamo aspettare...

Animazione è mettere al lavoro le energie positive


E' importante che c’è tanta gente che sta mettendo in gioco la prospettiva. 
Per me è fondamentale intensificare lo scambio, perché spesso molte esperienze non usano il termine animazione ma la sostanza c’è. La sostanza è riscoprire e mettere in moto le energie positive di una nazione. Forse l’animazione è mettere al lavoro le energie positive. Se c’è una competenza delle Acli è il lavoro. Il mettere al lavoro. Far lavorare. La capacità di mettere la gente al lavoro. 

Risorse positive, energie positive. Questa è la stranezza. Molto del lavoro nell’ambito sociale mira sul problema. Sul bisogno. Quello che fa l’animazione è scommettere che nei territori ci sono risorse che possono mettersi al lavoro, anzi risorse che attendono di essere messe al lavoro attorno a problemi. 

Aggiungo una cosa. Non è che fino a che non c’è domanda, noi non andiamo, non partiamo. Nessuno comprende davvero la domanda fino a che non riceve una proposta. Fino a che qualcuno non gli rompe un po’. Fino a che non vede qualche risposta possibile. L’animazione scommette che, anche dentro la crisi attuale, sono risorse. Siamo freireiani, i temi generativi... Baumann... anche dentro l’attuale tempesta, anche nel quartiere più disgraziato, c'è qualcuno che ha già digerito la crisi. Quelle persone vanno interettate, perché sono portatori di anticorpi. Dietro l’animazione ci sta di non nascondersi il problema. Ma sapere che quelle periferie, quelle reti, quelle stesse che producono la malattia  e ammalano, quelle stesse sono anche reti capaci di curare. E che in ogni caso la soluzione dei problemi non va portata da fuori. Sei tu che devi entrare in quella cultura, capire dove si formano risposte. E in questo modo, aprire possibilità inedite per un quartiere, mettendo in gioco le forze che già esistono. Non possiamo aspettare...

Beati i poveri (e la Costituzione e a proposito di cosa abbiamo sentito oggi)


Parte 1: le Beatitudini 


Sono tante beatitudini, ma in realtà è una sola. Nella storia della vita cristiana è prevalso, in modo sempre più forte, la beatitudine dei poveri. Come se le altre descrivessero e illuminassero la prima. I veri illuminati sono i poveri. La ragione è che Matteo, tra gli evangelisti, è quello che viene in modo più forte dal mondo ebraico. Per la fede ebraica la categoria della povertà è fondamentale nell’esperienza della fede. Noi come cristiani ci siamo un po' scostati da questo. Da 10 anni stiamo tornando. Perché stiamo ritrovando il libro dei padri ebrei. 

E’ stato un piccolo grassotto bergamasco, diventato papa, che ha voltato pagina e da lì è ricominciato un mondo. Ma il catechismo nelle parrocchie è ancora alla veccchia. Che in paradiso ci vanno solo quelli che se lo meritano. A fine messa in parrocchia io ho sempre dato un arrivedrci in paradiso, sempre sottolineando che sicuramente ci vedremo tutti in paradiso. Perché in paradiso non ci andiamo perché ce lo meritiamo, ma perché lui ci vuole bene. 

Come le mamme in sala. Se hanno 3 figli e due funzionano benone, sono capi scout, hanno brave fidanzate, e il terzo è un po' scapuzzo, le mamme che fanno? Sono sempre attaccate al terzo. Ci stanno dietro. Parlano bene di lui. E’ il cocco? No, è il più fuori. Più uno è fuori, più Dio lo ama. L’argentino che è venuto a fare il papa ha reintrodotto questo termine, anche se era un termine sempre stato nella nostra fede europea, il termine è misericordia.

Che differenza c’è tra amore e misericordia? Amore è sempre una cosa un po’ ricambiata. Misericordia è un amore da barricata. Da guerra. Tu non mi vuoi bene, ma io sì. Tu non mi vuoi bene, ma io ti aspetto. Se ritardi, ti vengo a cercare. L'amore di Dio è misericordia, è un amore senza fine, che farà si che malgrado non ce lo meritiamo, tutti siamo aspettati da lui. Questa cosa è sicura. Il crocifisso è il segno assicurativo di questa vicenda. Qualche volta nel linguaggio comune si dice: “ti voglio un bene da morire” non sempre è detto con sincerità. Ma è una frase importante. Che evoca la radice. C’è qualcuno che è morto d’amore per noi. Dio ha messo di mezzo questo segno, che segna che nessuno è fuori.

Con un gruppetto ho fatto un pellegrinaggio in Germania, nei campi nazisti. Per andare a riscavare e pregare sulle antiche memorie di questo colossale, inspiegabile, dramma. Ti vengono domande. Ma io anche di fronte a quelle domande, anche davanti a questi orrori, ho sentito che l’amore di Dio non cede. Bravissimo Dante, bellissima la Divina Commedia,  ma non credo che le cose vadano così. Tutta la storia è dominata dall’amore di Dio. Più uno non se lo merita, più è amato. Altrimenti si mettono dubbi sulla potenza dell’amore di Dio. Se anche lui deve rassegnarsi a condannare ed escludere….

Valore lavoro




Sul canale youtube Acli c'è una playlist  con tutto il convegno di Napoli Valore Lavoro.
E direi che sono da sentire in particolare Rosina, Becchetti, Pais.

E poi suggerisco in particolare tre suggestioni: Alessandra Smerilli, Cesare Moreno, Don Nicolini.

giustizia e pace... (giorno 3)



Il terzo giorno è stato il giorno della politica.

E quel che mi resta in testa è la convinzione che il rapporto tra Acli e politica sia uno dei nodi (parzialmente) irrisolti di questa associazione. E che riuscire a trovare il punto di equilibrio in questo rapporto vorrebbe dire riuscire a risolvere (almeno parzialmente) anche il tema dell'identità e della mission... 
Che vuol dire equilibrio nel rapporto con il potere ed il denaro. 
Ma anche rapporto con il sogno, con l'orizzonte, con la prospettiva...  
E con i padri. E con il tempo... 

E poi nella relazione del Presidente c'era la fantomatica parola: congresso! 

E qui restano più domande che risposte...
Cosa c'entrano i congressi con la politica? 
Cos'è in fondo un congresso? 
Una scelta di direzione? Un confronto di idee? Un momento di sintesi o di lacerazione? 
Oppure una bolla sospensiva dalla realtà? un rito da celebrare? una gara da vincere? un dazio da pagare? una prova di sopravvivenza? 
La democrazia (anche interna) è un valore. Innegabile ed irrinunciabile. 
E la dimensione di scelta tra più istanze o persone non è un disvalore. 
Ma le forme in cui la viviamo fanno fatica ad essere generative di senso. 

Alternative? Non ne vedo. 
Vedo il bisogno di capire come darci strumenti per non smarrirci.
Personalmente e associativamente.  
(O almeno per limitare i danni...)  

Addendum: grazie a Davide che alla domanda "cos'è un congresso?" risponde così... 

Di acqua e di respiro 
di passi sparsi 
di bocconi di vento 
di lentezza 
di incerto movimento 
di precise parole si vive 
di grande teatro 
di oscure canzoni 
di pronte guittezze si va avanti 
di come fare 
di come dire 
di come fare a capire 
di alti 
di bassi 
battiti del cuore 
fasi della luna 
e ritmi della terra 
di intelligenza 
di intermittenza 
si vive di danze 
di ballo sociale 
di una promessa 
di un faccia differente 
di mediocri incontri 
di bellezze 
di profumi ardenti 
di accidenti 
rotolando si gira, si balla 
si vive, si fa festa 
quella, questa 
si picchia forte col piede 
nella danza 
e si sbaglia il passo 
si vive di fortune raccontate 
e di viaggiare 
e si cammina stanchi 
è di lavoro 
è opposizione 
è corruzione 
si vive di lenta costruzione 
e di tempo che ci inchioda 
e di diavoli al culo 
di fianchi smorti 
di fuochi desiderati 
si vive di pane 
di speranza di bere 
un vino buono per l'estate 
rotolando si vive 
di discorsi leggeri 
cori 
di maschere notturne 
canto e discanto 
e giù divieti 
e oli sulla pelle 
e sorrisi di fantasmi 
e fantasmi fotografati 
e giù campane annuncianti 
si vive di sguardi fermi 
di risposte folgoranti 
di lettere partite 
che aspettiamo in cima al mistero 
di essere così soli. 

Di questo si vive 
e di tant'altro ancora 
che inseguiamo come i cani 
respirando dal naso 
per finire invece 
ancora sorridenti, ancora abbaianti 
di un dolore a caso.

(Discanto - Ivano Fossati)

Giustizia e pace si baceranno (giorno 2)


Lo spettacolo.
Lo spettacolo è "Le quattro stagioni. Statistica e altri materiali recitati e narrati" - Incontro di studi Acli 2015  una sorta di racconto parallelo della storia delle Acli e della storia d'Italia.
Una specie di contaminazione tra generi. La statistica, il saggio, il teatro, la musica... segui e non sai se ti trovi in una sorta di storytelling o in un'analisi sociologica. Questo un po' spiazza il piano razionale e attiva stimoli ed emozioni. Che permettono una comprensione diversa. Ed in fondo, a modo suo, forse anche questo è un tentativo di ermeneutica nuova.
Però è la narrazione di una storia guardando indietro. Ricostruendo solo il punto di vista del nonno.
Ed in sala e su twitter è nato un po' un dibattito:

Andrea Bossi: esempio di questo paese e dell'associazione: vecchi che raccontano passato e presente. Tempi nuovi spiriti nuovi.
Paola Villa: lo stavamo dicendo... serve lettura della storia fatta anche da un'altra generazione. E scrivere il seguito.
Matteo Bracciali: cosa risponderebbe il pronipote al nonno (prob con una mail)?
Paola Villa: (Secondo me risponderebbe con un periscope in diretta) scriviamolo il seguito della storia declinato al futuro!
Santino Scirè: nuove generazioni protagoniste del futuro! Acli una grande storia... adesso abbracciamo il futuro! 
Ma anche....
Davide Caviglia: Storia Italia Iref. Dopoguerra di ricostruttori. Poi tanti predatori, alcuni longevi quanto basta per tornare come maestri. 

Il lavoro di gruppo. 
Progettare i circoli. Una ventina di persone, 6 scenari. Ed il confronto sul "cosa fare". Bella la voglia di partecipare e raccontarsi. Bello lo scambio. E l'idea di continuare il dibattito a distanza (chissà se riusciremo davvero...).

Il circolo: cerchio chiuso od aperto. 
Cerchio senza circonferenza di bordo?
Il concetto di cerchio. Qualcosa che a prima vista appare in qualche modo perfetto - equidistante tra tutti i punti del perimetro e il suo centro, così dice la geometria - ma anche chiuso in sé stesso. Parrebbe che il termine enciclica sappia di circolo, quasi club privato, delimitato chiaramente da ciò che è al di fuori.
La geometria classica ci offre anche un'altra definizione di cerchio: in mancanza di indicazioni ci riferiremo al cerchio chiuso, cioè delimitato dalla linea di circonferenza. Ma se non consideriamo la circonferenza di bordo diremo che il cerchio è aperto. Si tratta di un cambio totale di prospettiva, semplice ma efficace. E' a partire dalla prospettiva con cui guardiamo le cose che queste prendono forme aperte o chiuse. Non è necessario pensare un cerchio con il suo perimetro, il bordo appunto, quasi fosse un giardino recintato, una proprietà in cui non si può entrare. Se eliminiamo la recinzione la realtà circolare resta e ha sempre una sua centratura, ma è comunicante, debordante, diffusiva verso l'esterno. 
Il circolo come spazio fisico e simbolico dove circolano idee, cose, persone, processi...
Il circolo luogo, da aprire e mettere a disposizione di altri.
Il circolo gruppo di persone.

Il bisogno di partire dalla realtà e non da noi e dai nostri problemi. 
Il "cosa posso fare per risolvere il distacco tra circolo e provinciale, per attirare i giovani, per avere più gente, più idee, più partecipazione...." non ci porta da nessuna parte. Ci fa solo avvitare su noi stessi. Come viti spanate.  
Il "di cosa c'è bisogno nel mio territorio e nella mia comunità? Cosa stanno facendo altri a cui posso collegarmi portando il mio contributo? Cosa posso mettere a disposizione?" forse ci offre piste di soluzione. Nel micro come nel macro...  

Giustizia e pace si baceranno? (giorno 1)


Ci vuole più tempo per tornarci sopra. Ma il primo giorno di #acliarezzo2015 è andato e per ora mi appunto solo, in modo un po' confuso e frammentato, alcuni stimoli.

Titolo: Giustizia e pace si baceranno.
Io: giustizia e pace si baceranno?
Davide: in questo mondo?
Suor Giovanna: non serve né punto interrogativo né punto esclamativo. Non è promessa, è visione. Senza visione non si può fare.
E mi viene in mente l'episodio "Se lo vedete cominciate".
E mi viene in mente don Alberto con la riflessione sul Regno.

Come combattere le disuguaglianze.
Ognuno a suo modo e con ampia quantità di grafici e dati, a me pare che tutti i relatori abbiano contribuito a disegnare il quadro di un paese bloccato in cui impegni e doti individuali non sono sufficienti a permettere a ciascuno di cambiare un destino già scritto.
E viene in mente, ovviamente, don Milani.
E viene in mente il "far spazio ai poveri senza farsi spazio con i poveri".
E come questo oggi necessiti, anche politicamente, di tornare ad essere il tema del dibattito e di elaborazione di proposta.

Quali disuguaglianze.
Età, genere, nord/Sud. Sono emerse.
Ed agli esperti chiederei, esistono anche differenze tra città e campagna? Un po' la distanza tra smart city ed aree interne?
Ma nel complesso è indubbio che colpisca l'enorme sbilanciamento generazionale. Che però dopo i grafici di oggi mi appare anche più chiaro: non è questione di guerre tra classi di età. Non è questione di anziani con più peso politico dei giovani. E' questione di una società bloccata, che non riesce a ridisegnarsi sull'oggi, né ad essere proiettata sul domani.
Un paese sostanzialmente insostenibile.

Quale sviluppo.
Non c'è sviluppo sostenibile se si permettono disuguaglianze insostenibili.
Ma a me pare che ieri sia emerso anche di più.
Crescita, povertà e disuguaglianza sono tre questioni da leggere assieme.
Pace e giustizia ed il bacio declinato al futuro.
Il bisogno di ridisegnare una ermeneutica dell'oggi. 

La possibilità di essere lobby di futuro.
La nostra vecchia quarta fedeltà al futuro (che guarda caso, mi viene in mente ora, era contemporanea alla proposta provocatoria che ho sempre trovato eccentrica di "un bimbo un voto").
Ho bisogno di tornarci con calma. Ma è un nodo.

Cercate il vostro carisma specifico.
Qualcosa di cui c'è bisogno.
Qualcosa che sapete fare.
Per far spazio ai poveri.
Per essere costruttori di una società più giusta e in pace.
Non lo so. Ma credo c'entri qualcosa lo scegliere di non voler rappresentare una parte, una classe... Scegliere di voler rappresentare l'interesse complessivo, la fatica di tenere assieme, una forza che cerca di essere collante di ricomposizione... il poliedro, il popolo...
E vediamo da domani
cosa emerge...

Riusciamo a pensare al circolo come ad un cerchio senza la conferenza di bordo?

Cerchi, circoli e quadrati... 



Riusciamo a pensare al circolo come ad un cerchio senza conferenza di bordo? 

Il concetto di cerchio. Qualcosa che a prima vista appare in qualche modo perfetto - equidistante tra tutti i punti del perimetro e il suo centro, così dice la geometria - ma anche chiuso in sé stesso. Parrebbe che il termine enciclica sappia di circolo, quasi club privato, delimitato chiaramente da ciò che è al di fuori.

La geometria classica ci offre anche un'altra definizione di cerchio: in mancanza di indicazioni ci riferiremo al cerchio chiuso, cioè delimitato dalla linea di circonferenza. Ma se non consideriamo la circonferenza di bordo, diremo che il cerchio è aperto. 

Si tratta di un cambio totale di prospettiva, semplice ma efficace. E' a partire dalla prospettiva con cui guardiamo le cose che queste prendono forme aperte o chiuse. Non è necessario pensare un cerchio con il suo perimetro, il bordo appunto, quasi fosse un giardino recintato, una proprietà in cui non si può entrare. Se eliminiamo la recinzione la realtà circolare resta e ha sempre una sua centratura, ma è comunicante, debordante, diffusiva verso l'esterno. 

Il circolo come spazio simbolico dove circolano idee, cose, persone, processi...
Il circolo come luogo, da aprire e mettere a disposizione di altri.
Il circolo come gruppo di persone. 

Siamo sintonizzati su un mondo che non esiste più. Dobbiamo sintonizzarci sull’oggi. 
Abbiamo bisogno di (ri?)scoprire il nostro carisma specifico.  
Abbiamo bisogno di non partire dai nostri bisogni e nostri problemi.

Il "cosa posso fare per risolvere il distacco tra circolo e provinciale, per attirare i giovani, per avere più gente, più idee, più partecipazione...." non ci porta da nessuna parte. Ci fa solo avvitare su noi stessi. Come viti spanate.  

Il "di cosa c'è bisogno nel mio territorio e nella mia comunità? Cosa stanno facendo altri a cui posso collegarmi portando il mio contributo? Cosa posso mettere a disposizione?" forse ci offre piste di soluzione. Nel micro come nel macro...   

(sintesi, incompleta e parziale, del lavoro di gruppo in INS2015 ad Arezzo moderato con Emiliano Manfredonia) 

La nascita dei processi creativi, secondo Asimov

Era il febbraio 1959, quando Isaac Asimov venne avvicinato da Arthur Obermayer, scienziato e caro amico dello scrittore. Con una proposta: e...