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Lo stato delle cose - in ascolto dei presidenti provinciali - Acli 2020


 Era un periodo strano, c'era il Covid e, oltre ad essere rinchiusi in casa, c'era la sensazione che tutto attorno stava cambiando. Da questo, anche in vista del congresso, è partito un momento di ascolto di tutti i Presidenti provinciali, da cui questo lavoro di trascrizione ed analisi. 

Ad ognuno veniva chiesto: 

- una storia di solidarietà, un'immagine

- cosa hanno fatto "le tue Acli" in questa fase

- che ruolo per le Acli del futuro 

E tutto questo è stato riletto trasversalmente per mettere in evidenza: 

- le esperienze concrete

- le idee

- i riferimenti a persone o testi o organizzazioni (esterni a noi)

- i riferimenti a persone o circoli o parti di organizzazione (interni a sistema Acli).

A distanza di un mandato si potrebbe riprendere in mano per uno sguardo nel tempo...


A questo link è disponibile il file: In ascolto dei presidenti - 2020




Popolo: soggetto collettivo da costruire


Il punto di partenza è sempre il popolo. Soggetto collettivo da costruire. Credo l’azione delle Acli debba collocarsi lì, perché è il nostro posto, da associazione popolare e perché lì, oggi, è l’urgenza sociale.

Popolo in dimensione nazionale, perchè, a fronte della diminuzione di rilevanza internazionale cui il paese andrà incontro e della crisi economica e sociale che attraverseremo, il tenersi assieme sarà uno sforzo che avrà bisogno di tutti e non potrà essere dato per scontato.

Popolo in dimensione locale, cioè comunità, perché la dimensione nazionale non è una somma di singole persone, ma l’intreccio (non facile) di connessioni tra comunità locali. Comunità che sono abitate da gruppi e culture diverse, che spesso procedono in parallelo senza incontrarsi o in conflitto tra loro. Comunitá che però hanno in comune un territorio ed una storia ed hanno bisogno di ridefinire assieme un progetto ed un sogno collettivo sul futuro.

Innovazione forzata



Del consiglio nazionale Acli di oggi si potrebbero dire varie cose. A me piace registrare che quel consiglio nazionale che nell'idea sembrava semi impossibile, siamo riusciti a farlo diventare realtà. 
A luglio, durante la settimana, metà in presenza, metà online, distanziati, in spazio enorme, con mascherine, amuchine, cartelli, segnali... Ma l'abbiamo fatto e la tecnologia ha funzionato. 
Il che vuol dire che, quando ci troviamo obbligati, siamo più capaci di sperimentare l'innovazione di quanto noi stessi crediamo. 



Fedeli alla democrazia? Il governo per mezzo del dibattito



Ultimamente mi è capitato di leggere il libro “L’idea di giustizia” di Amartya Sen. Non è recentissimo (è del 2009) ma, come ho detto nell’ultima Direzione Nazionale Acli, vi ho trovato una pista di riflessione che mi pare utile per interpretare vari elementi di attualità. Del Paese e della nostra associazione. Il libro contiene un’analisi complessa. Io mi limito a fare sintesi di alcune parti relative ad un singolo aspetto. 

Per capire il mondo non è mai sufficiente limitarsi a registrare le nostre percezioni immediate. Per capire è sempre indispensabile riflettere. Ciò che sentiamo e ciò che riteniamo di vedere va «letto»: dobbiamo domandarci che cosa tali percezioni stiano a indicare e come sia possibile tenerne conto senza restarne sopraffatti. La sensazione di ingiustizia può costituire un segnale che ci spinge ad agire, ma la validità delle nostre conclusioni, basate su segnali percepiti, vanno sempre prima sottoposte a verifica. 

Di fronte a istanze in conflitto è necessario affidarsi al confronto razionale con se stessi e con gli altri, assai più che a quella che potremmo chiamare «tolleranza disimpegnata», con le sue comode e facili soluzioni del tipo: «Tu hai ragione nella tua comunità, io ho ragione nella mia» o semplicemente all’appello: “Cerchiamo di andare d’accordo”. Di fronte ad istanze in conflitto, ragionamento ed indagine e dialogo pubblico sono imprescindibili. 

La necessità della riflessione e del dialogo non sono finalizzate immediatamente al risultato di un emergere di una ragione unica, comune a tutti. L’utilità del processo non è compromessa dalla possibilità che permangano più assunti, in contrasto fra loro. La pluralità di posizioni ottenute non è inutile e sarà in ogni caso una pluralità differente da quella iniziale. 

Possiamo, di fronte allo stesso evento, provare un forte senso di ingiustizia, senza essere d’accordo nell’individuare la ragione prevalente a cui imputare quell’ingiustizia. Senza che il senso di ingiustizia di ciascuno sia da considerare falso, errato o strumentale. E’ una situazione faticosa da sostenere. Ma per approdare a conclusioni utili e salde, non è utile ridurre arbitrariamente la molteplicità di posizioni tra loro in potenziale conflitto ad una sola, assumendo come valido solo un unico criterio di valutazione. 

Un esempio: si tratta di decidere a quale dei tre bambini - Anne, Bob e Carla - debba essere dato un flauto per il quale stanno litigando. Anne pretende il flauto perchè è l'unica dei tre che lo sappia suonare (circostanza che gli altri riconoscono) e certo sarebbe ingiusto negare lo strumento all'unica persona che sa davvero adoperarlo. Se l'unica informazione in nostro possesso fosse questa, saremmo fortemente orientati ad assegnare il flauto alla prima bambina. 

In una scena alternativa, però, parla Bob, il quale giustifica le proprie pretese sul flauto con il fatto di essere così povero da non avere neanche un giocattolo: nel flauto troverebbe qualcosa con cui giocare (e le due bambine non negano di essere più ricche e di avere molti giocattoli con cui divertirsi). Se ascoltassimo soltanto Bob, senza sentire le bambine, avremmo tutte le ragioni per dare a lui il flauto. 

Una terza scena ci presenta Carla, che fa notare di essersi applicata per mesi e mesi, con diligenza, per costruire il flauto con le proprie mani (e gli altri confermano) e, appena terminata l'opera, "proprio allora" protesta "questi ladri di cose altrui sono venuti a portarmi via il flauto". Se non avessimo altra dichiarazione che quella di Carla, saremmo con ogni probabilità propensi a dare il flauto a lei, riconoscendo ragionevoli le sue pretese su un oggetto che ha creato con le sue mani. 

Ma dopo avere ascoltato le argomentazioni di tutti e tre, prendere una decisione non è facile. Per teorici di scuole diverse – utilitarismo, egualitarismo economico, liberalismo pratico – è probabile che la soluzione giusta sia lì pronta, ma se ci si ascolta cercando di comprendere, si vede quanto sia difficile liquidare come infondata ciascuna delle tre istanze, basate rispettivamente sulla realizzazione delle persona, sul contrasto alla povertà e sula legittimità di godersi i frutti del proprio lavoro. Non si tratta soltanto della diversità fra gli interessi personali dei tre bambini (che pure sussiste), ma del fatto che ciascuna delle argomentazioni fa appello a un tipo di ragione differente. 

Se la realtà si presenta a noi in questo modo, come è possibile quindi scegliere? La democrazia offre un metodo di decisione. Non l’unico, non perfetto. Ma un metodo. E’ vero che ci sono posizioni antiche che fanno identificare la democrazia con l’esito di un conteggio numerico di selezione attraverso il voto. Ma in realtà tutti i filosofi politici moderni concordano nel ritenere che la democrazia assuma significato solo in base alla capacità di alimentare partecipazione consapevole e possibilità di dare vita a confronti interattivi. La democrazia quindi può essere vista come governo per mezzo del dibattito. 

I confronti e le discussioni non sono sempre fruttuosi. Però possono esserlo. Ed in questa possibilità è racchiusa una opportunità e una responsabilità. Il dialogo appartiene alla materia stessa della giustizia e della democrazia. Ci sono buone ragioni per essere scettici di fronte all’idea di una giustizia e di una democrazia senza dibattito pubblico. Ma ci sono alcune accortezze. Non è sufficiente la libertà di espressione delle posizioni singole. E non è sempre utile ricercare e rifarsi a ciò che è astrattamente giusto promuovendo una sintesi automatica e teorica. 


Ad esempio, se stiamo cercando di scegliere tra un Picasso e un Dalí, non è di alcun aiuto fare riferimento a un’analisi (qualora fosse possibile) da cui emerge che il dipinto ideale è la Gioconda. Sarà anche un dato interessante, ma nella scelta tra un Dalí e un Picasso questa informazione non ci spinge né verso l’uno né verso l’altro. 


Anzi, lasciarci tentare dall’idea di ordinare le varie opzioni sulla base della loro vicinanza alla scelta perfetta (pensando che da un’identificazione trascendentale scaturisca indirettamente una gerarchia di alternative concrete) ci porta fuori strada. Ad esempio: una persona che preferisce il vino rosso al vino bianco, può comunque preferire il bianco puro ad una miscela dei due, anche se in senso puramente descrittivo la miscela dei due è più vicina al rosso (che è il vino preferito) rispetto al bianco. 


Cosa aiuta, allora, la democrazia? Aiuta esplicitare con la maggiore chiarezza possibile le motivazioni e le argomentazioni che spingono alle proprie azioni. Senza questo passaggio, o con una spiegazione che risponda a motivazioni puramente diplomatiche e tattiche, non si è in grado di garantire all’altro la comprensione delle proprie idee. Passaggio indispensabile in democrazia. E non si è in grado nemmeno in grado di assicurare che le persone coinvolte si convincano che giustizia è stata fatta (e questo è un aspetto che fa parte delle regole per rendere difendibili le decisioni). 

La realtà, inoltre, si presenta in modo diversa dalla pura astrazione.  In molti casi particolari può verificarsi una convergenza di ragioni eterogenee. 


Anche nel caso dei tre bambini, per esempio, può emergere che la piccola artefice del flauto, Carla, è in realtà anche la più povera o l’unica che sa come suonare lo strumento. Oppure può venire alla luce che lo stato di indigenza del bambino più povero, Bob, è talmente estremo che il bisogno di qualcosa con cui giocare potrebbe essere cruciale affinché egli conduca una vita accettabile: in questo caso l’argomento fondato sulla povertà potrebbe essere fondamentale nel pervenire a un responso secondo giustizia. 

L’idea della giustizia, insomma, può coprire scenari molto diversi. D’altro canto, le diverse parti che compongono le ragioni di ciascuno, sottoposte al vaglio della critica collettiva, producono brandelli di ordinamenti superstiti che, messi assieme, vanno a costituire la base di un ordinamento parziale, sul quale poggerà la scelta collettiva di quella comunità. La base di un ordinamento parziale è costituita dalla convergenza di conclusioni raggiunte mediamente ragionamenti pubblici. Non necessita di una coincidenza tra le preferenze personali dei vari individui, né necessitano il mero rinunciare di una parte a vantaggio dell’altra. Necessita invece l’esplicitazione, il più possibile chiara, della preferenza personale dei vari individui e delle ragioni che sottendono a quella preferenza. Ragioni che possono fare riferimento a criteri diversi da quelli che noi ci aspetteremmo o che desidereremmo.

E se il conflitto ci sembra insanabile o se non sussistono differenze su cui negoziare, può ancora essere efficace la democrazia? Perché è necessario un confronto in questi casi? La risposta di Amartya Sen mi pare sia che raggiungere un accordo dopo aver avuto la possibilità di esprimere liberamente, profondamente e pubblicamente le proprie ragioni non è la stessa cosa che presumere di maturare a priori tutti le stesse decisioni e le stesse aspirazioni. Così come non è la stessa cosa il fatto che l’accordo assuma la forma di un impegno cui ciascuno liberamente si obbliga o meno. Il processo per arrivare liberamente ad un accordo passa dalla comunicazione pubbliche delle proprie ragioni e dalla comprensione delle ragioni altrui. E dall’azione, anche creativa, di sintesi e rielaborazione finale. Questo processo è parte integrante del processo democratico ed il credere nella democrazia porta a credere che il processo di dibattito pubblico possa influenzare le decisioni dei singoli, al punto da dare luogo ad un accordo diverso, tra posizioni diverse, rispetto a quelle per cui ciascuno opterebbe se procedesse da solo. 

Gli accordi raggiunti tramite discussione pubblica non implicano di convenire tutti su un’unica proposta finale.  Nè implicano che la scelta finale sia ritenuta da tutti l’unica cosa giusta. Il processo elettivo in sé non è antitetico all’idea di democrazia per mezzo del dibattito. Ne costituisce una parte. Ciò che emerge dal processo, anche quando la decisione finale è assunta in base a sintesi elettiva, non implica che tutti convengano sulla medesima soluzione, ma  implica il fatto che per tutti quella emersa sia una decisione plausibilmente giusta, o almeno non palesemente ingiusta. Un buon accordo, frutto di una seria discussione pubblica, infatti, è pienamente compatibile con il ricorso al voto, con la consapevolezza di una buona dose di incompletezza e con la presenza non marginale di conflitti irrisolti. L’accordo che emerge da una riflessione pubblica strutturata è utile anche quando è parziale e pur nella parzialità, se è maturato attraverso un processo democratico serio, costituisce la base su cui costruire accordi più ampi futuri. 

La maggioranza dei sostenitori della democrazia non ha saputo dimostrare finora in modo esplicito che la democrazia promuove in se stessa lo sviluppo e il miglioramento del benessere sociale. La tendenza è stata, semmai, quella di inquadrare l’una e l’altro come obiettivi buoni ma nettamente distinti e per lo più indipendenti. Dal canto loro, i detrattori della democrazia si sono invece affannati a indicare le consistenti tensioni che a loro avviso sussistono tra democrazia e sviluppo. 

Tutto sta a capire, oggi, se noi siamo realmente sostenitori della democrazia o se in realtà siamo affezionati all'idea democratica ma, sotto sotto, siamo anche noi convinti che i detrattori abbiano ragione. 

A che serve un Congresso?




Un congresso, in Acli, assolve a 4 funzioni: 
  • condividere e ri-condividere vision e mission rinnovate ed offrirle all’esterno. Diciamo cosa sono le Acli e cosa pensano. Lo diciamo a noi stessi e poi lo diciamo all’esterno. 
  • un buon congresso individua le priorità per i prossimi anni. E le condivide in un percorso. Quindi è il gruppo dirigente uscente che individua queste priorità e ne discute con la propria base associativa. Poi, nel momento della celebrazione del congresso, dice a chi viene da fuori: “Guardate che noi, nei prossimi anni, vogliamo fare queste cose”. E se ci riesce poi magari dice anche: queste cose noi le vorremo fare assieme a voi. Se davanti ha possibili partner e pezzi di società civile. E dice anche: sappiate che noi ci stiamo muovendo in questo quadro, se ha davanti qualche autorità, civile o ecclesiale che sia. 
  • un congresso serve a condividere e rivedere le regole dell’organizzazione. Sia dal punto di vista giuridico che funzionale. Ci si dà una organizzazione quando si sa chi si è e cosa si vuol fare. Se individuo tra le priorità, l’accrescere i volontari, dovrò anche immaginare misure organizzative per riuscire a realizzare questa priorità. I congressi da noi servono anche a rivedere lo statuto. E non solo nella parte ordinaria, come abbiamo fatto in questi mesi per adeguamenti formali alla legislazione, ma nella parte straordinaria. E questo vale per lo statuto nazionale, ma anche per quelli locali. Che i congressi abbiano una attenzione forte al piano organizzativo per le Acli è un po’ una novità. Nella nostra tradizione esisteva un momento specifico, che si chiamava Assemblea organizzativa e programmatica, che si occupava di questo. Ed i congressi quindi potevano non occuparsene. Noi qualche anno fa abbiamo abolito questo momento, rendendolo opzionale, quindi tutto confluisce nel congresso.  
  • Il congresso, infine, serve a selezionare la classe dirigente, ad ogni livello. Dai circoli alla presidenza nazionale. Questo è forse l’aspetto che, a livello nazionale, attira più attenzione, ma è anche uno degli elementi su cui, a livello di base, avere maggiore cura. 
Gli strumenti di un congresso sono vari, abbiamo provato a suddividerli in questo modo: 

  • gli orientamenti e le mozioni 
  • lo statuto e i regolamenti
  • le elezioni 
  • le assemblee
  • le commissioni 
  • il dibattito 
  • la comunicazione interna
  • la comunicazione esterna
Appunti presi in diretta e non rivisti dall'autore dall'intervento di Paolo Petracca nel corso di formazione per responsabili funzione sviluppo associativo in preparazione al Congresso (RFSA). 

Perchè è importante fare un congresso, oggi?




I miei sono gli spunti di riflessione di un ricercatore.

Crisi della democrazia

Comincio con il crollo del muro di Berlino, quel clima che c’era in quel periodo, la convinzione (come qualcuno scrisse) che era finita la storia. Il disfacimento dei regimi del socialismo reale e la democrazia liberale che poteva espandersi senza limite su tutto il pianeta. Avevo 20 anni all’epoca. Oggi, a 30 anni di distanza, vediamo una situazione che è diversa da quella che ci sembrava allora. E vediamo che molti di quegli assunti vanno rimessi in discussione. 

Quali sono i sintomi del malessere democratico? La crisi ha lasciato i segni. Rabbia e rancore sembrano moneta corrente, specie tra i ceti meno abbienti. Abbiamo visto l’ascesa di forze politiche che vengono definite neo-populiste e sovraniste. Abbiamo sentito il vento, un po’ sinistro, di un nuovo nazionalismo. Assistiamo all’indebolimento di tutti gli strumenti che il mondo si era dato per gestire un mondo multipolare. Tornano le guerre commerciali e torna il multilateralismo. Viviamo nell’epoca dei social. Paura e rabbia sono alimentate in un clima da panico morale. Migranti, banche, tecnocrazia diventano i nemici da cui difendersi. I social hanno aspetti positivi, ma pongono in posizione critica gli assetti che la democrazia si era data dal dopoguerra in poi. Vengono messe in discussione le statistiche, che una volta erano la scienza dello Stato. Oggi tutto può essere sottoposto a dibattito. E tutto è percepito come un’opinione. 

Se andiamo in libreria oggi ci sono scaffali pieni di libri che parlano della crisi di democrazia. Ci sono volumi che escono a iosa su questo tema. Alcuni parlano di cambio di paradigma geopolitico. Il ciclo del neoliberismo sta venendo meno. L’ordine neo-liberale si sta sgretolando e non vediamo all’orizzonte un nuovo paradigma. 

C’è chi riflette sulle fratture. Sulla frattura sociale e su quella generazionale. Nelle nuove generazioni l’adesione alla democrazia non è più garantita. Inglehart è un autore che ha il dato il via ad una indagine planetaria sui valori. Oggi esce con un volume che si chiama: Evoluzione culturale e la cui tesi principale, guardando all’insieme di tutti i paesi, è il riflesso autoritario. Dai valori post-materialistici si è arrivati alla tendenza alla chiusura, per effetto di una insicurezza dilagante. 

Altri autori parlano di ribellione contro la tecnocrazia. 



Ho pensato di portarvi anche l’immagine dell’elefante della globalizzazione. Perchè dobbiamo sempre relativizzare il nostro sguardo. E’ vero che all’Incontro Nazionale di Studi (INS) abbiamo parlato di mobilità bloccata e di crescenti disuguaglianze, ma non dobbiamo dimenticare il dorso dell’elefante. C’è una parte della curva che dice che negli ultimi 20 anni nei paesi emergenti abbiamo avuto l’emersione del ceto medio. Mentre un’altra parte (la coda) dice che abbiamo chi è tagliato fuori dallo sviluppo.  Infine (la cima) c’è il ceto medio dei paesi sviluppati che hanno patito la crisi. E poi coloro che stavano già bene ed hanno continuato a crescere. 

Se guardiamo all’Europa (io sono classe 68, sono europeista convinto) troviamo altre fratture:
  • la frattura tra protezione sociale da estendere e austerity e fiscal compact
  • la frattura tra paesi creditori del nord e paesi debitori del sud
  • la frattura tra vecchia Europa (quella dei fondatori) e nuova Europa (quella dell’allargamento). E sullo sfondo resta la frattura tra integrazione e sovranità. 
Le ultime elezioni hanno mitigato l’impatto di alcune forze verso la sovranità, ma i conflitti restano. 
E resta anche ai massimi storici la sfiducia e lo scetticismo dei cittadini verso l’Europa. Negli anni 90 il livello di fiducia nei confronti della UE aveva un livello elevato, oggi è molto basso. 

Questa è la cornice del ragionamento. Adesso mi avvicino al tema della cura della democrazia associativa. 

Disintermediazione

Ne parlo dal punto di vista dell’avvento delle nuove tecnologie. Ci sono aspetti positivi, ma anche negativi. Cosa è la disintermediazione? E’ la sostituzione degli intermediari in una filiera di rapporti economici, sociali, politici. E’ un fenomeno che è avvenuto negli ultimi 30 anni, ma che adesso è arrivato a maturazione. All’inizio il fenomeno era limitato al settore finanziario. La disintermediazione è iniziata lì. Poi, tra gli anni 90 ed il 2010, c’è stata l’espansione a tutta l’economia, al turismo, ai beni e ai servizi. Nel secondo decennio del 2000 questa dinamica si è allargata anche alla politica. E’ un fenomeno ambivalente. Con ricadute di vario segno. 

Vediamo le ricadute sulla società: in cima alla piramide abbiamo la dinamica di centralizzazione del potere. Il leaderismo. L’idea che possa esserci l’uomo solo al comando a risolvere tutto. E’ il centro delle retoriche neo-populiste. Io, leader, comando ed ho sintonia diretta con il popolo. Non mi servono intermediari. 

Nel mezzo della piramide vediamo l’indebolimento dei corpi intermedi (partiti, sindacati, associazione di categoria…). Io faccio una generalizzazione, poi si potrebbe vedere il dettaglio. Ma parlo di una dinamica che è anche europea, non solo italiana. Il fenomeno è ambivalente perchè nella società c’è una apertura democratica. C’è una maggiore autonomia ed iniziativa dei cittadini, anche grazie alle potenzialità della rete e dei social. Abbiamo i prosumers (cittadini che grazie a commercio elettronico personalizzano il proprio consumo). Abbiamo molte iniziative. 

In generale si passa alla personalizzazione e si lascia la serialità  e l’omologazione  del passato.  Abbiamo l’ascesa di cittadini che si informano, vanno sui social, dicono la loro. Ma è un fenomeno ambivalente perchè è emerso che nel corso delle presidenziali americane il 60% dei cittadini ha formato la propria opinione attraverso facebook. E abbiamo scoperto che è possibile comprare pacchetti di contatti social di elettori. Ed con un marketing virale personalizzato, investendo dei soldi, è possibile parlare a questi elettori e influenzare la dinamica e spostare l’esito del voto. Questo è un fenomeno che prima non c’era. E dobbiamo tenerlo presente se parliamo di crisi della democrazia oggi. 

Terzo Settore

In questo quadro, cosa è avvenuto al Terzo Settore?  Se guardiamo ai dati dobbiamo prendere quelli dal 2001 al 2011, con aggiornamento al 2016. L’Istat ancora chiama il Terzo Settore “istituzioni non profit”. Il numero di “Istituzioni non profit” in questo periodo è cresciuto. Con una crescita annuale del 2,8 % che è un dato significativo. Ed è cresciuto il numero dei lavoratori dipendenti impegnati in questo settore, con una crescita del 4,1% annuale. Questo vuol dire che, guardando questi dati, il Terzo Settore oggi conta quasi il 7% del totale. Vuol dire che ha aumentato la sua dimensione. Ma questo non vuol dire che anche il Terzo Settore non sia esposto ai problemi della disintermediazione. 

Vengo quindi alla Riforma del Terzo Settore. Qui ho applicato la analisi SWAT. Di fronte a questo scenario di crescita complessiva, la Riforma ci dà occasione per riguardare al Terzo Settore e capire cosa sta accadendo. L’obbligo di rendicontazione sociale darà modo di pensare strategicamente, di essere più riflessivi e quindi di migliorare gli interventi a livello locale. A livello di opportunità ci sono maggiori strumenti di raccolta fondi e comunicazione sociale. Altro aspetto fondamentale (che salta all’occhio a chi si era occupato della Legge 328 a suo tempo) l’invito a formare reti di secondo livello che dovrebbe permettere di allargare le alleanze, superare le frammentazioni ed andare più compatti.  

D’altro canto, in un processo di accreditamento i soggetti più informali potrebbero rischiare di essere tagliati fuori. E una forte enfasi sull’impatto, rischia di incentivare l’istituzionalizzazione e l’aspetto procedurale a discapito della processualità. Questo può trasformare i soggetti, spostando l’attenzione alla capacità di superare il processo di verifica più che all’azione reale sul territorio. E’ una dinamica che si vede maggiormente sviluppata se  si guarda all’America, dove il processo è più avanti. 

Oggi qui parliamo di cura della democrazia associativa e dei congressi. 

Le Acli hanno una tradizione di democrazia associativa. Toqueville diceva che le associazioni sono palestre di democrazia. Nel 2001 le Acli hanno invitato una persona, che è un teorico di democrazia associativa. In quel contesto fece un pezzo che si ritrova ancora negli Atti. E propose  un modello di democrazia associativa che è una sorta di terza via, ma in modo diverso. La terza via era l’idea che l’individuo potesse integrarsi nella società con modalità che oggi vediamo in affanno. La democrazia associativa tende invece a rafforzare i corpi intermedi, tutti i corpi intermedi, non solo il Terzo Settore. Rafforzare i corpi intermedi per risolvere due problemi: la crisi di governabilità del pubblico, il big business (una società sperequata in cui le disuguaglianze aumentano). 

L’assioma per cui se si alza la marea tutte le barche salgono non è vero. La democrazia propone un maggiore coinvolgimento dei cittadini nelle questioni di interesse generale. Le associazioni ed i corpi intermedi conoscono in modo più dettagliato le dinamiche del territorio. In virtù del radicamento. Questo richiede però, e qui vengo al congresso, di curare molto la democrazia interna, per non farla somigliare alle chermess dei partiti politici. Richiede che ci sia una reale capacità di scambio e di argomentazione. Richiede reali momenti di dibattito su problemi di interesse collettivo. Problemi che possono essere risolti solo con la cooperazione e la condivisione tra persone. Persone che si associano, si mettono assieme, proprio per provare ad avere maggiore forza nel risolvere i problemi. Da questo punto di vista i congressi con base associativa non dovrebbero avere al centro la visibilità regalata ai leader che vengono in visita. Ma dovrebbero essere reali spazi di confronto. Ormai sono 20anni che frequento le Acli, mi è capitato di girare abbastanza. Questa spinta argomentativi io nelle Acli l’ho vista, più volte. E non raramente. 

Qui condivido uno schema elaborato con Paola e Simona. Uno schema che è nato all’interno della scuola per animatori e che prova a presentare il lavoro circolare che dovrebbe esserci nelle comunità per alimentare una politica associativa virtuosa.  Partiamo dall’esplorazione e cerchiamo di leggere il territorio con capacità di profondità etnografica. Qui è importante saper cogliere tutto, anche le risorse. Saper sempre pensare che ci sono potenzialità. Nell’era dei big data abbiamo sciami di dati, ma non abbiamo la capacità di riconnetterli e di dare chiavi di lettura. C’è bisognosi recuperare la storia dei luoghi, cogliere i nessi e offrire stimoli per prefigurare possibili futuri. Il mestiere delle Acli in questo senso non è fare ricerca in senso tecnico. Ma è coinvolgere altri e costruire reti e parternariati con soggetti, scuole, parti sociali… nella promozione comune di esplorazioni. Nella lettura comune di ciò che emerge dalle esplorazioni. Nella partecipazione alla negoziazione politica, senza tirarsi indietro.

Un ultimo aspetto è la capacità di agency, di agentività. Se volete usate generatività, ma si tratta della capacità di innescare cambiamenti anche in presenza di vincoli strutturali. I vincoli esistono, non li possiamo negare, così come esistono le precarietà e le incertezze. Ma anche in quadro precario e pieno di vincoli, non possiamo abdicare alla voglia di innescare processi comunitari.

La capacità di continuare a sperimentare e a dare senso alla democrazia associativa e la capacità di animare la comunità sono punti di forza delle ACLI, anche in un periodo in cui c’è la crisi e la disintermediazione. 

In un articolo, qualche tempo fa, Prodi diceva che la crisi dei corpi intermedi non è solo frutto della disintermediazione. In realtà i corpi intermedi sono andati in crisi quando sono diventati autoreferenziali. Quando hanno perso la capacità di rappresentare interessi e bisogni. E' per questo che le persone faticano a vederne l'utilità. Quando i corpi intermedi diventano autoreferenziali e, nella crisi, guardano a sé e a chi ci lavora, diventano essi stessi causa della crisi. 

Dopo di che ci sarebbe da fare una distinzione tra partiti, sindacati, associazioni... Perchè ad incidere maggiormente, ad esempio per i sindacati, c'è anche il cambio del mercato del lavoro. C'è una indagine Iref, condotta da Gianfranco Zucca, che misura la distanza tra millennials e sindacati. Rispetto al Terzo Settore la questione è più articolata. Ci possono essere associazioni grandi che si sono strutturate e professionalizzate ma che così facendo hanno perso un po' di carica di innovatività, di capacità di anticipare i bisogni, di essere vicini ai mondi vitali. Alcune grosse associazioni si sono aziendalizzate. 

Però nel Terzo Settore l'innovazione sociale sembra continuare a crescere, costantemente. Strutturarsi è stata anche una necessità, per il Terzo Settore, per giocare su più tavoli. Da quando il pubblico ha smesso di essere l'interlocutore, il Terzo Settore ha finito per schiacciarsi un po' sul mercato.  In Italia manca una forte cultura della programmazione sociale e questo ha depotenziato i soggetti nei tavoli di concertazione. Forse con una maggiore programmazione sociale molti problemi di rabbia si sarebbero attuati. Il rischio è l'isomorfismo strutturale: la tendenza dell'attore pubblico a creare enti a propria immagine e somiglianza, strutturando troppo e non lasciando spazi di libertà. Il Terzo Settore si sta barcamenando, non senza difficoltà, tra questo è il mercato d'assalto. Riaprire spazi di dibattito e curare la democrazia associativa serve anche a questo, a marcare, in positivo, una differenza, senza farsi schiacciare nell'angolo dagli interlocutori.

Appunti dall'intervento di Cristiano Caltabiano alla formazione per Responsabili Sviluppo Associativo Acli. Appunti presi in diretta e non rivisti dall'autore. 

La nascita dei processi creativi, secondo Asimov

Era il febbraio 1959, quando Isaac Asimov venne avvicinato da Arthur Obermayer, scienziato e caro amico dello scrittore. Con una proposta: e...