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Io credo che, dentro i territori, la gente nonostante tutti i casini, stia già inventando canzoni per sopravvivere. Mi prende una enorme voglia di scendere a intuire con pancia, cuore e testa che canzoni stanno inventando.


Non ho le conclusioni. Non le avete nemmeno voi, spero. Rimango con un paio di convinzioni. Credere nei circoli e nella loro attualità. Sono convinto che c’è un estremo bisogno di circoli, con quel che la parola circolo dice. C’è un cerchio che si chiude. C’è gente dentro, che pensa insieme, fa insieme e poi va a bere la barbera. Circolo come idea di luoghi di incontro, di gente che è un po’ curiosa gli uni degli altri, posti in cui c’è molta gente che entra e esce, senza che nessuno chiede se ha la tessera in tasca. 

Io credo molto in luoghi in cui la gente viene da voi, voi aiutate a fare, gente che vuole vivere di cose insieme. Non chiedete etichetta. Non chiedete tesserino. Proponete partecipazione. Quelli che vengono sono cittadini come voi, che trovano in voi un circolo di partecipazione. Un luogo in cui possono portare, senza troppo rischio, qualcosa di loro. Da mettere assieme a qualcosa di vostro. Un luogo dove si portano idee.

Io non dico che dovete salvare il mondo, ma voi dovete stare sulla porta del circolo. Per tenerlo aperto. Alcuni ameranno chiudersi dentro, anche troppo. E a volte bisognerà aiutarli ad andarsene. Perché, magari dopo troppo tempo, il circolo lo considereranno troppo loro, si sentiranno proprietari. Ma soprattutto dovete stare sulla porta perché qualcuno entri. Stare sulla porta vuol dire che il circolo è contemporaneamente aperto e chiuso. C’è un circolo in cui c’è un nucleo che si ritiene Acli, che magari si tessera, che si sente l’anima del circolo. E c’è altra gente, che viene portando qualcosa, che cerca qualcosa che serva a loro per vivere. E voi dovete essere ospitali. Ci vuole ospitalità per fare un circolo. Generosità. Capacità di essere aperti e di guardare fuori. 

Non serve a niente un circolo troppo chiuso, che non ha più nessun significato per chi sta su quel territorio. Ma non serve a niente nemmeno un circolo troppo aperto. Dove non c’è più pensiero e che è attraversato da tutti e da nessuno. Il nucleo e gli altri stanno assieme. Sapendo che molti non cerano l’appartenenza alle Acli. Non la cercano. Non la vogliono. Non la capirebbero. Sarebbe per loro un peso. Ma non vuol dire che non si sentano dentro, nelle Acli. Non nelle Acli associazione. Ma nelle Acli movimento. Voi siete contemporaneamente associazione e movimento. Ci sono persone che aderiscono all’associazione in quanto tale anche in modo formale. Per scelta o per necessità. Ci sono persone che si sentono (o che si possono sentire) in un movimento valoriale di idee e di prospettiva. Coltivate entrambi gli aspetti. Quelli di associazione e quelli di movimento. Non lasciate che la prima dimensione soffochi la seconda. 

Siate ospitali. Qualcuno sempre lì, a tenere la porta aperta. E qualcuno in giro, a guardare e annusare il territorio. A partecipare alle cose che fanno gli altri. E poi a riportare a casa idee, suggerimenti. E contatti. E persone. 

Non c’è un modellino di circolo. Non esiste. E se qualcuno vi propone il modello di circolo già confezionato ditegli che è fuori dai tempi. Ogni circolo nasce dentro un territorio. Con la gente che incontra. Con quei giovani che entrano o non entrano. Con quegli anziani che fanno posto e non fanno posto. Un circolo è, per natura sua, territoriale, di quel territorio. Il circolo deve avere  un sapore di quel territorio e deve esprimere un sapere di quel territorio. Solo questo permette al circolo di inventarsi e reinventarsi. 

Ci possono essere circoli che diventano la casa di micro movimenti territoriali. La casa, il luogo dove si ritrovano. Perché lì tanti ritrovano un humus. Perché sanno che lì si può parlare e discutere. E partecipare. O anche solo avere spazio. Questo fa si che voi valorizziate molto l’alta intensità relazionale interna. Ma moltissimo l’alta intensità relazionale con l’esterno. Ci vuole un clima di coraggio, di entusiasmo, ci vuole anche un po’ di energia. Ma il centro di tutto sono i legami così detti deboli con il territorio. Sono i legami in cui la gente non è per forza aclista, in cui la gente fa altre cose, per alcuni mesi lavora con voi, poi magari va a fare altro. Questo continuo creare legami deboli è utile. Deboli perchè non ti costringono a scelte troppo acliste.  Questo è in realtà il modo che i gruppi cercano, a livello giovanile e non solo. Fare pezzi di strada insieme a voi. Chi tiene dei legami non troppo rigidi, deboli, aperti, permette alla gente di imparare molto. Permette di sperimentare. Permette di imparare. Lascia liberi di andare. A volte tra marito e moglie non si riesce più ad imparare nulla perché il legame è molto stretto. Ci si è già detti tutto, su un tema. A volte conversando in ufficio con una persona con cui c’è poco in comune viene fuori l’importante. Perché il legame debole permette di prendere distanza. E di vedere da un’altra prospettiva. La cura dei legami deboli è la cura della gente che non si lega alle Acli.  Questa cura è in realtà un legame altamente generativo per le Acli. Diventate maggiormente anima del territorio. Proprio perché non volete impossessarvi del territorio. Collaborate su alcune cose.

E poi continuate a fare scambio tra voi. Essendo voi con esperienze di circoli molto diversficati,  diventa formidabile raccontarvi tra voi che ragioni ci sono dietro il modo di pensare ed agire. Il modo con cui pensate e fate il circolo. Il futuro dei circoli nasce dal rendervi ragione tra di voi, in gruppi. Dal  rimasticare cosa è il vostro circolo. Dirlo. Provare a dare un nome. Provare a darvi le ragioni di cosa state facendo. Anche gli altri circoli hanno estremamente bisogno di voi.

Tornate curiosi tra voi. Per imparare gli uni dagli altri cosa vuol dire oggi fare un circolo. È una vera impresa. Quello a cui sprono non è trovare momenti formali. Parlatevi, imparentatevi, sposatevi, gemellatevi tra circoli, vicini e lontani. Create scambi con la barbera e il resto. Provate  a dirvi cosa state facendo. Ritrovart questo apprendimento reciproco, scavando dentro l’esperienza che state facendo. Le esperienze che state facendo sono molto più preziose di quello che volete dirvi. Questa moltiplicazione dei saperi esperienziali diventa un momento di alto livello, anche se non ve ne accorgete. 

Ultimo concetto. Perifericità. A me piace molto che nelle Acli si parli di periferia. Non tanto di poveri. Quanto il fatto che dentro la società che stiamo vivendo vi mettete da una certa angolatura, che è quella dei diritti dei giovani, degli anziani, del provare a convivere. E guardate dalla periferia questi problemi. Con lo sguardo un po’ critico. Forse dovete arrabbiarvi un po’ anche voi. Perché la gente possa alleggerire la sua rabbia. Arrabbiarvi per come vanno certe cose. Arrabbiarvi anche voi, perché la gente possa vedere in voi la sua rabbia. Altrimenti la gente non ce la fa. 

Guardare dalla perifericità vuol dire anche ritrovare la vostra dimensione politica dentro i territori. Cioè, non basta girare, non basta guardare. Bisogna capire come mobilitare le risorse dei territori affinchè certi diritti vengano soddisfatti per giustizia e non per carità. 

Questo tentativo di restituire a voi come Acli il vostro patentino politico è possibile solo se guardate le cose stando vicino a chi non ce la sta facendo. E lo sguardo non è neutro. Prestate gli occhi e il cuore a chi non ce la sta facendo. Siate al loro fianco. Dovete arrabbiarvi, dovete soffrire. Questa sofferenza forse è il modo di reinventare le Acli oggi. Invece di essere solo semplice gestori di servizi. Siete persone che vivono il loro essere periferico nel mondo, sentire il malessere profondo della gente, ma non lasciarlo degradare fino a ritenere che nulla sia più possibile. Vivere il malessere e la sofferenza e la rabbia affinchè da questo nascano nuove soggettività, nuove possibilità per gli altri. Forse per rinascere bisogna stare di più nelle periferie, per comprendere dove va il futuro e come costruirlo. Forse dobbiamo avere una parte di poveri, di migranti che non consideriamo gente da aiutare, gente da ospitare, ma gente con cui da cui apprendere, gente con cui condividere la battaglia. Forse dobbiamo pensare che, essendo noi alla ricerca di altri modi di vivere, gli altri hanno molte cose da dirci, su come si può vivere altrimenti. 

Fare un circolo aperto a tutti non vuol dire fare circoli neutrali. Non fare circoli neutrali. Non circoli che vanno sempre bene a tutti. Circoli che prendono posizione sull’abitare, circoli immersi dentro i territori.

Havel, nella Cecoslovacchia del tempo intermedio, tra l’uno e l’altro mondo. Diceva ai politici: “Cari politici, se voi non imparerete a cantare le canzoni della gente, la gente non imparerà mai a cantare le vostre canzoni”. Io credo che, dentro i territori, la gente nonostante tutti i casini, stia già inventando canzoni per sopravvivere. Mi prende una enorme curiosità di scendere a intuire con pancia, cuore e testa che canzoni stanno inventando. Ho voglia di tornare in mezzo a questa gente. 

Conclusioni di Franco Floris dopo il lavoro di gruppo al Consiglio Provinciale Residenziale delle Acli di Milano a Diano. Appunti non rivisti dall'autore. 

Foto di  Carlo Tardani

Non prendetevela con i singoli, lavorate perchè nascano nuove gruppalità


Premessa: finalmente i circoli! 

Finalmente ce l’ho fatta. A far cosa? Io sono 25 anni che giro in ambito Acli. Dopo un bellissimo tentativo con Achille Tagliaferri sugli animatori, ho continuato a venire a fare degli incontri e a girarci attorno. Poi, finalmente, dopo 25 anni sono venuto al dunque. Sono arrivato ad incontrare i circoli!

Quello che mi piace di voi è che alcuni di voi sono rimasti nella pancia delle comunità locali. Cioè, non sono usciti dai territori. Man mano che i territori si evolvevano, sono rimasti lì. Sono stati, in tanti casi, luoghi di resistenza culturale e sociale. Luoghi in cui qualcuno si è anche sentito abbandonato dai livelli superiori (non a torto). Quello che mi interessa è che voi siete rimasti nella pancia delle comunità, dove si colgono le gioie e i dolori del popolo. Voi siete rimasti lì. Il mio intento, molti anni fa, era arrivare ai circoli. Oggi sono soddisfatto perché ci sono arrivato. 

Al funerale di don Ellena, ad un certo punto Franco Garelli, mi si avvicina e dice: dopo Ciotti, deve parlare Giovanni Bianchi. Io vado da Giovanni Bianchi e dico: tocca a te. Perché Giovanni Bianchi è cofondatore di Animazione sociale. E Giovanni ha raccontato una cosa che non dimenticherò. Giovanni ha detto: Siamo nel 68. Milano è piena di movimenti più o meno rivoluzionari. E il gruppo di Animazione Sociale si è fermato a dire: noi cosa facciamo? Decisione: noi non andremo sulle barricate. Noi rimarremo nelle retrovie a formare gruppalità nei territori. I circoli sono esperienze di gruppalità. Luoghi generativi delle energie. Per cui grazie di invito.  

Non esiste situazione in cui non siano presenti reticoli sotterranei vitali

Da dove partire… partirei da un’idea. La dico così: in botanica esistono dei funghi, che stanno sottoterra, che collegano il bosco. Se uccidi quei funghi, il bosco muore. Quei funghi preparano il pranzo alle piante. Senza quei funghi le piante non riuscirebbero ad assumere i nutrienti. Tutto: i minerali, l’acqua, gli altri nutrienti, vengono filtrati attraverso immensi reticoli sotterranei, che sono la mente pensante del bosco. Loro orientano la vegetazione in superficie. “Non andate di là, perché lì non c’è acqua” “Attenzione di lì, che ci sono piante nemiche” “State alla larga da…”. Esiste, sotto terra, nei reticoli, molto vicini al terreno, molto vicini alla vita di tutti  i giorni, un luogo entro cui si inventa il governo del bosco. 

Noi sosteniamo che i reticoli sotterranei, formati da cittadini che nella vita quotidiana si ritrovano, pensano, organizzano la scuola per i figli degli immigrati, raccolgono soldi per una causa… noi sosteniamo che questo sommovimento sotterraneo è qualcosa che sta avvenendo anche oggi. O i circoli si lasciano nutrire da questi reticoli sotterranei o non hanno energia per crescere.  

Sapendo che i reticoli sono i produttori di vita, sono quelli che trasformano i minerali, che danno energia, che permettono la vita, sappiamo che questi reticoli sono per noi importanti. Sono importanti perché sono quelli che in questo momento storico stanno digerendo la crisi. La stanno masticando, la stanno rielaborando. Per questo lavoro di masticazione e digestione sono in grado di restituire energie. 

Cosa è questo tempo? Perché così tanta rabbia?

Dice Miguel Benasayag, quando mio figlio mi ha chiesto: Hai ucciso qualcuno? Lui ha risposto: quando ci attaccavano, ci difendevamo. (Adesso sono un po’ sconvolto dalle vicende del sud America. E’ tragedia. Il sandinismo sta diventando dittatura. Era rivoluzione…) Miguel Benasayag dice: non c’è alcun posto, nella crisi attuale, anche nel quartiere più desolato, anche nel posto più estremo, dove non stiano nascendo nuovi organismi viventi che, partendo dal dentro delle vicende del tempo, masticano e rimescolano queste vicende, e ne escono con intuizioni generative di futuro.

Animazione è mettere al lavoro le energie positive


E' importante che ci sia tanta gente che sta mettendo in gioco la prospettiva. 
Per me è fondamentale intensificare lo scambio, perché spesso molte esperienze non usano il termine animazione ma la sostanza c’è. La sostanza è riscoprire e mettere in moto le energie positive di una nazione. Forse l’animazione è mettere al lavoro le energie positive. Se c’è una competenza delle Acli è il lavoro. Il mettere al lavoro. Far lavorare. La capacità di mettere la gente al lavoro. 

Risorse positive, energie positive. Questa è la stranezza. Molto del lavoro nell’ambito sociale mira sul problema. Sul bisogno. Quello che fa l’animazione è scommettere che nei territori ci sono risorse che possono mettersi al lavoro, anzi risorse che attendono di essere messe al lavoro attorno a problemi. 

Aggiungo una cosa. Non è che fino a che non c’è domanda, noi non andiamo, non partiamo. Nessuno comprende davvero la domanda fino a che non riceve una proposta. Fino a che qualcuno non gli rompe un po’. Fino a che non vede qualche risposta possibile. L’animazione scommette che, anche dentro la crisi attuale, sono risorse. Siamo freireiani, i temi generativi... Baumann... anche dentro l’attuale tempesta, anche nel quartiere più disgraziato, c'è qualcuno che ha già digerito la crisi. Quelle persone vanno interettate, perché sono portatori di anticorpi. Dietro l’animazione ci sta di non nascondersi il problema. Ma sapere che quelle periferie, quelle reti, quelle stesse che producono la malattia  e ammalano, quelle stesse sono anche reti capaci di curare. E che in ogni caso la soluzione dei problemi non va portata da fuori. Sei tu che devi entrare in quella cultura, capire dove si formano risposte. E in questo modo, aprire possibilità inedite per un quartiere, mettendo in gioco le forze che già esistono. Non possiamo aspettare...

Animazione è mettere al lavoro le energie positive


E' importante che c’è tanta gente che sta mettendo in gioco la prospettiva. 
Per me è fondamentale intensificare lo scambio, perché spesso molte esperienze non usano il termine animazione ma la sostanza c’è. La sostanza è riscoprire e mettere in moto le energie positive di una nazione. Forse l’animazione è mettere al lavoro le energie positive. Se c’è una competenza delle Acli è il lavoro. Il mettere al lavoro. Far lavorare. La capacità di mettere la gente al lavoro. 

Risorse positive, energie positive. Questa è la stranezza. Molto del lavoro nell’ambito sociale mira sul problema. Sul bisogno. Quello che fa l’animazione è scommettere che nei territori ci sono risorse che possono mettersi al lavoro, anzi risorse che attendono di essere messe al lavoro attorno a problemi. 

Aggiungo una cosa. Non è che fino a che non c’è domanda, noi non andiamo, non partiamo. Nessuno comprende davvero la domanda fino a che non riceve una proposta. Fino a che qualcuno non gli rompe un po’. Fino a che non vede qualche risposta possibile. L’animazione scommette che, anche dentro la crisi attuale, sono risorse. Siamo freireiani, i temi generativi... Baumann... anche dentro l’attuale tempesta, anche nel quartiere più disgraziato, c'è qualcuno che ha già digerito la crisi. Quelle persone vanno interettate, perché sono portatori di anticorpi. Dietro l’animazione ci sta di non nascondersi il problema. Ma sapere che quelle periferie, quelle reti, quelle stesse che producono la malattia  e ammalano, quelle stesse sono anche reti capaci di curare. E che in ogni caso la soluzione dei problemi non va portata da fuori. Sei tu che devi entrare in quella cultura, capire dove si formano risposte. E in questo modo, aprire possibilità inedite per un quartiere, mettendo in gioco le forze che già esistono. Non possiamo aspettare...

5. Un gruppo pensante in azione - Franco Floris




Franco Floris

Circolo virtuoso conoscenza/azione
Contrariamente a ciò che si pensa è un circolo che non si chiude. Una sorta di spirale. 
Al centro c’è un gruppo di operatori che in questa logica è un gruppo di ricercatori.
Non hanno la risposta già fatta rispetto ai problemi.
La risposta dipende dalla capacità di essere ricercatori.
O siamo ricercatori, non solitari, o la possibilità non si apre. 
O c’è un gruppo pensante di ricercatori, o la storia si ripete. 

Il percorso si riapre non perchè le cose fatte sono sbagliate. Ma perchè i problemi cambiano.
Continuare a fare le cose già fatte non può essere la soluzione.
Chiede di ripercorrere determinate tappe che permettono di produrre ricerca da operatori sociali. 

Anche ogni discorso sul metodo e processo rimanda ad un gruppo pensante in azione. 

Prima fase: consapevolezza di essere un gruppo di professionisti.
Che hanno un loro sapere.
Una loro memoria
delle loro credenze.
degli obiettivi ormai scritti dentro di loro.
dei preconcetti
dei pregiudizi.
La mancanza di consapevolezza di questo crea depressione o illusione. 

Seconda fase: Questo gruppo pensante in azione, assume una determinata funzione. 
Una rete secondaria che si pone a servizio delle reti primarie. 
Per restituire o per riconsolidare il potere delle reti primarie rispetto alla loro vita.
Il che vuol dire che non si può sostituirsi. 

Usando la parola potere torniamo alla chiave di lettura che un operatore ha sempre una dimensione politica. Paul Brodel racconta di una riunione di servizio psichiatrico del Quebeq. C’erano più scuole che soggetti. Si sono messi a sorridere. Perchè facciamo una riunione? Ognuno ha i suoi paradigmi, metodi, tecniche. Ognuno il suo obiettivo e la sua stanza. 
Quel giorno è nato il lavoro di rete. 

Il lavoro di rete non un problema tecnico. Ma politico. Eravamo lì per restituire potere alla gente. Potere a quelli che vivono in quel territorio. Dunque a generare qualcosa insieme a loro. 
Così facendo la rete secondaria non può che ridefinirsi in base alle domande della rete primaria. 
La rete primaria è costituita da donne e uomini che vivono nella complessità e sta provando a ragionare come sortirne. E spesso si arriva anche all’idea che forse se ne può sortire solo insieme.
cioè arriva all’idea di politica. Don Milani. 

Lo sguardo delle reti secondarie verso le reti primarie è legato alla capacità di cogliere come la gente del nostro tempo, nella quotidianità, dentro l’impossibilità di cambiare il mondo, sta provando a intuire altre forme di vita personale e collettiva. Altre forme di economia, di politica. 
Lo sguardo è pedagogicamente teso ai rigeneratori di questa generazione. Questa generazione sta maturando esperimenti generativi. Intuizioni generatrici. Sono le forme di aver cura della vita che si esprimono nel quotidiano. Se le reti secondarie tolgono lo sguardo dalle reti primarie non vedono nulla della generatività presente. 

Dentro le situazioni, anche le più drammatiche e fragili, nascono sempre forme di vita microsociale che hanno digerito le crisi del tempo e stanno provando a riemergere da qualche altra parte
Io sono molto incuriosito da quello che si sta producendo dentro questi organismi. E se non li annuso, non assecondo le intuizioni che stanno emergendo, finisco sempre per pensare che devo colonizzare gli altri. Entrare, per immersione, dentro la vita quotidiana dei territori, per produrre una conoscenza che nasce nella situazione di vicinanza, relazionalità, prossimità, sentire empatico, tale che in quella situazione intuisco che cosa…

Ma se c’è questo nelle reti primarie, noi a cosa serviamo? Non si tratta di dire ascoltiamo dal basso. Si tratta del dovere di rimettere in gioco il mio sapere. Le mie intuizioni e i nostri saperi sono di importanza decisiva per permettere ai saperi che stanno prendendo forma dentro le fatiche di svilupparsi.

Quel sapere, per essere generativo, ha bisogno di incrociarsi con quel sapere della rete degli operatori.  Se l’incrocio non è predativo. se è forma di scambio e di incrocio per riformulare le ipotesi con cui le forme sociali si muovono. Per arrivare a riscrivere comprensioni ed ipotesi che nascono. Cioè, c’è molto più bisogno del nostro sapere di quel che non vogliamo dire. Molto più bisogno di quanto a volte non ne abbiamo consapevolezza. Ma questo porta ad un lavoro che è di utilità alle persone. 

Questa capacità di entrare dentro le reti sociali, i reticoli sociali, per cogliere le intuizioni e le generatività, non vuol dire dimenticare i grandi problemi. Ma vuol dire riconoscere che le grandi storie vengono rielaborate nelle piccole storie. Che il potere trasformatvo delle società nasce dentro i piccoli processi di lavoro. Nasce da un corpo a corpo di azione sociale.

I territori non sono pacifici e pacificati. Sono ingiusti. Conflittuali. Le scelte di vita di alcuni sono impedite da scelte di vita di altri. Questo vuol dire entrare nel dolore e nelle conflittualità. Nella fatica, nello sfregamento che avviene nelle dinamiche sociali di un territorio. Tra inclusi e esclusi, chi ce la fa e chi no. Chi comprende dove siamo e chi no. 

L’esito è accompagnare alla nascita di nuovi organismi sociali nei territori, che probabilmente sono vaccinati rispetto a tante crisi e cominciano ad essere capaci di prendersi cura gli uni degli altri. Costruire un po’ più di abitabilità.  

Fase 3: la sperimentazione dell’azione. 
Tutte le cose dette rimandano a possibilità di agire.
Potere è potere di legami, di pensiero, di azione. 
ma a fronte dei problemi l’intuizione oggi prevalente è la possibilità di sperimentarsi nuovamente nell’azione. L’azione, microazione, collettiva, è quella che permette maggiormente di uscire dall’assoggettamento, dalla sudditanza.

C’è una intuizione sul fare che non va banalizzato.
Una intuizione sull’agire, che è un fare con un pensiero.
se non si passa all’azione si rimane in campo terapeutico. 
Invece questo lavoro permette allegate di intraprendere ed agire. Che il compito nostro come operatori è fare gli allenatori dell’azione
Allenare l’azione. Non è che noi insegniamo. E’ l’allenare all’agire, collettivo, territoriale, comunitario…. questo è il nostro mestiere, a fianco di chi ha intuizioni. Allenare è esercitar di continuo con pazienza e testardaggine le competenze di base dell’agire, dell’intraprendere. 

L’allenamento può essere faticoso, doloroso. Perchè questi organismi viventi per quanto ricchi di intuizioni sono fragili, piani di ambivalenze, contraddittori. Ma noi stiamo dentro, non per sostituire. Allenare. Stare vicino, ripensare, riproporre. 

Sappiamo che le microazioni finiscono per modificare il campo sociale. culturale e anche politico. 
Modificare il campo leviniano delle forze. 
Vuol dire che l’azione sposta forze. Che prova a rompere certe dinamiche. 
ma lo fa agendo, non lo fa per via ideologica, non lo fa per via moralistica.
qui comincia il futuro. 


Nell’azione, ora, comincia il futuro. Si genera il futuro. 
Cioè cambia la prospettiva delle persone che si mettono in gioco. Cambiano i rapporti di forza. Viene spostato il peso del potere. E c’è un gruppo di persone, una rete di persone del territorio, che hanno acquistato senso del potere. 

Questo mondo non lo cambiamo. 
Viviamo nel sistema che conosciamo.
Ma in questo mondo non è detto che sia impossibile agire. 

L’allenamento a non cadere in depressione è quel che porta a scoprire le possibilità e ad apprezzare le parzialità. A non cercare il tutto subito, a cominciare a godersi la possibilità di cambiare alcune cose del mondo in cui viviamo. 
Sul successo nelle parzialità possiamo costruire. 
Non ci è dato altro. Se non lavorare sulla parzialità. 
Permettendo ad altri di sperimentare il successo. Anche se su cose parziali.
Con il fatto di tornarci su. 

L’allenatore è questo. Ci torna su. 
Ritrovare la parola sulle cose che stanno facendo.
Ritroviamo la parola che mi permette di reinventare comprensioni del mondo.
Se l’esercizio della parola è solo parlarsi addosso nei convegni è difficile che attivi qualcosa. 
Ma va ritrovato il gusto del riparlare. Del raccontarsi per l’ennesima volta con altri, del gusto di una avventura condivisa. Questo genera cultura, genera nuovi significati.

fase 4: la produzione intensa di sapere professionale. 
Stiamo sprecando il sapere di cui è intriso il nostro lavoro perchè non ci stiamo fermando.
Facciamo animazione sociale. Ma non ci mettiamo testa nel provare a rileggere il lavoro che stiamo facendo in termini scientifici, in termini di comprensione profonda. 
Scrivere è strategico, non in termini di giornalismo di bassa lega. In termini di costruzioni complesse di pensiero sul fare, da parte dello stesso mondo professionale. 
Non possiamo non essere professionisti anche in questo. Scrivere ci serve per rileggere cosa sta succedendo. Ma questo chiede riconoscere che la conoscenza da estrarre dalla azione è nostro compito morale, oltre che professionale. Perchè la società ne ha bisogno. 
Se non lo facciamo tradiamo la nostra professionalità. 

Quali spazi riflessivi e di criticità, di riformulazione, di apprezzamento? 
Non solo spararci sempre sui piedi, riuscire ad apprezzare le parzialità del nostro successo nel lavoro. Altrimenti cadiamo in depressione e abbandoniamo. 
Il cinismo degli operatori nasce dal non fermarsi a pensare. 

Nicola Negri, di Torino, nei primi anni nella rivista ha scritto che il luogo in cui si deciderà il futuro degli immigrati sarà il linguaggio che i servizi avranno elaborato per rapportarsi con il mondo dell’immigrazione. Quanto volontariato ha un linguaggio da carrettiere?  
Dobbiamo restituire dignità culturale attraverso riflessività professionale. Produrre pensiero. Restituire dignità. Se non facciamo questo cadiamo nel cinismo e non alimentiamo il nostro pensiero. O ci alimentiamo nelle cose che facciamo, riflettendoci, o questo mondo non può essere salvato…

Il nodo vero. Il potere. La cessione o meno del potere. 
Quanto potere professionale e istituzionale stiamo usando in forma abusante? 
Quanto potere siamo in grado di cedere? 
Quanta autonomia siamo in grado di riconoscere alle persone nelle loro storie? 
La possibilità di cedere potere e di permettere agli altri l’autonomia possibile del vivere è la vera avventura. Perchè noi siamo rete secondaria ed esistiamo in funzione della rete primaria. 


fase 5: diffusione del sapere
Dobbiamo preoccuparci della diffusione del sapere. Di quello maturato dentro gli esperimenti del nostro lavoro. Dentro la cultura del mondo in cui viviamo. Dentro il campo sociale. 
Nel sociale troviamo oggi sicuramente gente generosa, intuitiva. ma anche affaticata. 
Gente che è irritata e irritevole. 
La complessità genera tutto questo. 
La ricchezza del nostro lavoro è di estrema utilità rispetto al vivere della gente comune. 
Un paese per vivere ha bisogno del sapere che si è costruito dentro i luoghi sperimentali e innovativi. Ma quel sapere e quella esperienza che abbiamo prodotto, non può essere tenuta chiusa nei luoghi professionali, perchè le nostre comunità hanno domande, incasinamenti, problemi che possono essere illuminati dalla conoscenza che noi abbiamo estratto dalle nostre sperimentazioni e azioni. 
Non si tratta di fare marketing a fine raccolta fondi. 
E’ che bisogna entrare in contatto con le domande profonde che le persone hanno nel territorio. Con la paura dell’altro. Con la fatica di relazionarsi con il diverso. 

Franca Manukian diceva: devono mettersi a studiare questi esperimenti, perchè c’è una ricchezza dentro. Dobbiamo metterci nell’ottica che il nostro sapere può aiutare a produrre altri significati del vivere, altri investimenti tra mondi che poco si conoscevano e ignoravano, altre forme di economie in cui cominciamo a capire che dobbiamo trovare a nuove forme di baratto, di nuove forme di trattamento degli oggetti. 
La gente cerca idee per sopravvivere. A volte noi copiamo da altri. 
Un 20% del tempo da parte degli operatori sociali va speso nel produrre cultura nelle comunità. 

fase 6: cosa ha da imparare il mondo politico dalla nostra politicità?
Il nostro lavoro ha una alta componente di politicità, cioè di tensione a costruire la polis, alla lettura della polis, al generare assieme la polis, a sortirne assieme dai problemi, a praticare la democrazia. 

Tocqueville diceva che la democrazia è la forma meno dolorosa del governo dei problemi. 
Le nostre organizzazioni agiscono consapevolmente in termini di politicità e democraticità? 
Forse una forma di democrazia, oggi, possiamo ritrovarla in una politica che è più vicina ai problemi. Più sensata, non di parte, che ha idea alta di coesione, di giustizia, solidarietà. 
Che ha a che fare molto con la nostra possibilità di provare a governare i problemi in maniera un po’ più partecipata. Provando a riconoscere a coloro che abbiamo eletto, ai nostri amministratori, che c’è bisogno di loro per governare i problemi. ma che noi vogliamo collaborare e ascoltare. 
Un nodo della politica è non aver paura della sofferenza che è in gioco nelle scelte che si fanno.

Noi operatori dobbiamo riformulare il mandato sociale che abbiamo. 
Il mandato non è mai un assunto statico. E’ sempre da riformulare. 
Andiamo a re-interrogare il nostro mandato, non in teoria, non per difendere i diritti del terzo settore, ma per difendere il senso della giustizia. 
Tornando a parlare da operatori con il mondo della politica. Non per chiedere favori. Non per distruggere. Per verificare con loro il nostro sapere. Per offrire loro il nostro sapere. Per verificare il nostro sapere alla luce del loro. Le conoscenze dei politici, degli amministratori, non sono sempre banali. Non possiamo continuare a pensare che abbiamo a che fare con gente senza sapere.
Dobbiamo parlare con la politica non per rivendicare. Per capire quale è il mandato politico che loro danno al nostro lavoro. E per riformularlo assieme. Riformulare il mandato è una parte del lavoro sociale. Non lo è la strumentalizzazione del rapporto con la politica. 
A volte per fare questo serve un corpo a corpo con gli amministratori. A volte invece basta ascoltarsi. 

fase 6: Il welfare
Abbiamo da produrre significato di un welfare che si sta evolvendo, ma che rischia di perdersi. 
Il nostro prototipo di welfare è uscito dai morti della guerra mondiale. Oggi assistiamo ad altre forme di morte. Che welfare ne uscirà? Sta a noi costruirlo. Che nessuno sia escluso. Perchè chi viene abbandonato a se stesso ci farà la guerra. Il significato del welfare non va costruito a partire dalla cifre, ma dall’idea di società che vogliamo per noi e per i nostri figli. 

Altre note:

metodo/metodi: 
la prima posta in gioco è aver creato uno spazio ed un luogo dove ci si ferma ad esercitare il potere del pensiero e della riflessività sull’azione. Porre uno sguardo su quello che noi viviamo nella vita quotidiana. Sulle nostre interazioni quotidiane.  

A me basta già il fatto che siamo qui a interrogarci, a riconoscere maggiormente ciò che mettiamo in campo, interrogandoci su come metterlo in campo. 
Pensare vuol dire fermarsi. Fermarsi è doloroso. 
Spesso la tecnologia ci può illudere che si può accedere a tutto, in tutti i momenti, in tutti gli spazi. 

E’ importante oggi pensare e riflessione collettiva, non ognuno per sè.

il valore di una rivista
Un insieme di parole, messe insieme da operatori, cioè da persone che lavorano nel sociale. 
La sfida più grande è come riusciamo a contenere le disuguaglianze. 
Oggi la disuguaglianza più grossa è che non tutti hanno uguale diritto di parola.
E che non tutti i contesti sociali sono inclusivi.
Il nodo è come riusciamo a creare luoghi sociali in cui tutte le persone possono avere diritto di parola. Indipendentemente da ogni appartenenza.
E’ il principio fondamentale di ogni democrazia. 
Ma oggi non è banale. 

democrazia.
Il valore più grande di un operatore sociale è che crea luoghi di democrazia. 
Luoghi in cui le persone possono avere la parola. 
Ovviamente, l’atto creativo non è mai da zero. 
Come dice Munari, ogni atto creativo è fare i conti con ciò che c’è. 
Con i limiti che i materiali a disposizione pongono.
L’atto creativo è creativo solo se fa i conti con i limiti che il materiale pone. 
Se ho il pongo faccio delle cose, se ho il ferro ne faccio delle altre.
l’atto creativo fa i conti con ciò che c’è.

Agire in situazione è un atto creativo prima che razionale.
L’atto creativo è entrare in relazione con la materialità.
se io prescindo da ciò che ho davanti, ciò che io faccio non sta in piedi.
Con quello che abbiamo, con ciò che oggi ci è davanti, dobbiamo capire come creiamo luoghi di parola, il più possibile inclusivi, capaci di tenere dentro più persone e culture possibili.
Luoghi creativi capaci di abitare l’ambivalenza.
Non solo riconoscendo che nell’atto creativo c’è anche il desiderio distruttivo. 
Perchè se io volevo fare una figura, e nella mia testa mi serviva il pongo, se mi trovo davanti solo il ferro mi verrà la voglia di distruggere quel ferro. 
Ma solo costruendo qualcosa con quel ferro io sono creativo. Se non ci faccio qualcosa, con il ferro, non costruiscono niente. 
Noi abbiamo una continua presenza di incontro/scontro, di costruttività e distruttività. 
Grazie all’ambivalenza c’è la vita. Senza ambivalenza avremmo spazi chiusi. Avremmo solo claustrofobia. La riflessività non vuole chiudere l’ambivalenza. Vuole riconoscerla e capire come stiamo in questa ambivalenza. 
L’inconscio. Uno va in analisi per conoscere l’inconscio. 
L’inconscio in realtà non si conosce mai. Ma agisce sempre. 
Non è che se non riconosci che esiste quella parte, quella parte non esiste. 
Per chi lavora nel sociale questo è molto importante. Vuol dire che di ogni situazione, di ogni persona, noi conosciamo sempre solo un parte. Riconoscere che c’è altro vuol dire che abbiamo tanto spazio di scoperta, di creazione, di ricerca.
Quello che noi sperimentiamo non dice mai tutto di ciò che c’è sotto traccia. 
Ciò che noi conosciamo non dà mai ragione del tutto di tutte quelle dimensioni profonde che circolano nella nostra vita personale e sociale. 
Qui c’è il potere della riflessività. Il micro che si fa macro. 
Le narrazioni apparentemente banali riverberano un tessuto molto più ampio. 
C’è sempre più spazio di azione di ciò che pensiamo. 


Per riflettere assieme sul nostro quotidiano.
per capire come creare luoghi di parola inclusivi.
per capire come queste ambivalenze agiscono in noi, non possiamo agire un pensiero semplificativo. Dobbiamo agire un pensiero rigenerativo. 

Il come lo scopriamo, lo vedremo nelle esperienze. Vedremo come ogni esperienza porta in sè degli approcci, degli sguardi e modi di stare nella realtà. Tutti modi diversi tra loro. Ognuno portatore di verità inaspettate. In virtù di un suo modi di stare in ascolto in situazione. 

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Era il febbraio 1959, quando Isaac Asimov venne avvicinato da Arthur Obermayer, scienziato e caro amico dello scrittore. Con una proposta: e...