Visualizzazione post con etichetta periferie da esplorare periferie da abitare. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta periferie da esplorare periferie da abitare. Mostra tutti i post

Come vivere insieme? - Giovanni Caudo


Come vivere insieme? – Giovanni Caudo  

Urbanista, già presidente di Municipio a Roma, responsabile del pnrr romano.

Il punto di domanda di fondo è: come vivere insieme?
La biennale di Venezia quest’anno aveva il titolo: come vivremo insieme?
E’ un tema trasversale. Perchè ci facciamo questa domanda? 40 anni, 80 anni fa ce la saremmo fatta questa domanda?  E’ successa una epopea da 40, 80 anni fa.   Dal 31 al 61 ad oggi siamo passati da 1 milione a 2 milioni a 3 milioni di abitanti. Anche negli altri passaggi c’erano quantità di persone diverse. Eppure il tema non si poneva. C’era una modalità di organizzarsi della società che, anche fisicamente, dava risposte a queste esigenze di stare insieme. A partire dal diritto alla casa. Le lotte anni 70. C’era una costruzione collettiva della possibilità condivisa di abitare uno spazio insieme. Oggi è venuto a mancare questo presupposto.

Questo ha a che fare con la famiglia. Facciamo bene a fare tanta retorica sulla famiglia, ma quando si è soli, si è soli anche in famiglia. “Come vivere insieme?” è la domanda che oggi attraversa tutto, anche il nucleo più piccolo. Ciò che vediamo nella società è lo specchio reso fisico di come viviamo. Le città non esistono in natura, sono manifestazione antropica e sono la cosa più complessa che l’uomo ha messo al mondo. Guardando la città vediamo come viviamo, ci vediamo allo specchio. 

“Come vivere insieme?” è la domanda di questo tempo e riguarda tutte le scale. Dalla famiglia, al vicinato, ai gruppi, alla città nella sua interezza. Abbiamo bisogno di una agency che costruisca le possibilità di abitare insieme lo spazio. Perché non è più qualcosa che è dato per scontato. Prima era dato per scontato che mettendo assieme le persone queste avrebbero trovato una formula per stare assieme, oggi non è così. Prima esistevano grandi visioni che si confrontavano ed in cui l'esperienza si inseriva, oggi non è più così. 

Gli esempi di solitudine, potrei raccontare tante cose di quando ero Presidente di Municipio ed una volta al mese facevo ascolto degli abitanti del mio municipio. Signora della mia età, 56 anni, che scopriamo a seguito di piccolo incidente (perché pioveva acqua in un atrio di case popolari). Scopriamo che aveva stipato nel mobile, in modo ossessivo, uno strato di carta, uno strato di plastica, uno di bottiglie, via via fino a 80 cm dal soffitto. Con una sorta di barbonismo domestico in usciva di notte per lavarsi alla fontana della casa popolare. La domanda è: perché succede? L’Acea stacca la luce senza porsi il tema di se c’è qualcuno dentro. L’amministrazione comunale non ha antenne per sapere se dove stanno staccando ci vive qualcuno. La Asl ha bussato una volta, nessuno ha risposto…. Ci si è fermati lì. I vicini, essendo occupanti abusivi, per non autodenunciarsi non si interfacciano con le istituzioni... Insomma, esistono n istituzioni, in quel palazzo vivono n persone, ma si è comunque soli. 

Il tema di come vivere insieme ha a che fare con una condizione contemporanea in cui le istituzioni fanno fatica a trovare soluzioni. Quando non c’erano telefonini, sui mezzi pubblici si incrociava lo sguardo. Oggi è quasi impossibile incrociare lo sguardo di qualcuno su un mezzo pubblico. La prossimità oggi non è ciò che ti sta vicino. Il prossimo è quello con cui si sta parlando con il telefono. La questione della prossimità si pone in modo del tutto diverso da prima. Se vivere insieme non è scontato. Vivere la condizione urbana è sempre più complicato e difficile. Difficoltà di muoversi, di trovare il tempo libero, di trovare soddisfazione, di trovare i servizi… 

Questa difficoltà di avere una visione e di percepire il futuro, si monta con l’esigenza di dover vivere in una condizione in cui il prossimo non è quello fisico ma è quello collocato chissà dove e quello vicino a te fisicamente può esserti totalmente estraneo e lontano. Di fatto bisogna che l’amministrazione e il modo con cui concepiamo la città assuma il compito di rispondere in concreto a questa domanda e non la lasci tutta solo sulle spalle delle persone. 

La scuola. Possiamo pensare la scuola come un servizio scolastico. Nello stesso tempo possiamo immaginare che il servizio scolastico non siano le aule. Cosa è il concetto di comunità educante? Un conto è offrire il servizio scolastico, un conto è un’amministrazione che si fa carico di facilitare una comunità educante in un contesto scolastico. Questo è un esempio.  Il modo in cui il servizio viene costruito, con o senza la partecipazione degli stessi abitanti e delle associazioni, fa la differenza. Perché la partecipazione costruisce quella possibilità di vivere insieme che altrimenti non ci sarebbe e costruire la possibilità di vivere insieme è il tema. L'amministrazione che offre, anche bene, un singolo servizio, non risponde più alla domanda, non arriva al livello minimo di ciò che serve. 

Una delle questioni più chiare emerse dopo il covid è che c’è una vera epidemia, che è la salute mentale, soprattutto nei ragazzi giovani. Storie concrete di persone in carne ed ossa. Di queste persone non si occupa nessuno. La scuola dà un servizio scolastico ma non riesce a stare su altro. Il servizio di salute mentale comincia appena ora ad accorgersi ora di queste cose ma non ha le forze per farsene carico… Nell’area di Modena una ricerca dice che gli accessi ai servizi di salute mentale sono aumentati del 300%. In che modo questo malessere segnala questa difficoltà di vivere insieme? In che modo segnala la difficoltà di ricongiungere l'esperienza fisica del corpo con le nostre relazioni? 
Io non credo alla città dei 15 minuti a Roma, perché in 15 minuti a Roma al massimo arrivi alla macchina. Ma il punto è tradurre la prossimità fisica in possibilità di relazione. Si deve offrire le occasioni per rompere il ghiaccio e fare in modo che la prossimità fisica possa diventare… 

come si fa? Come si è sempre fatto….Quel santuomo di Papa Francesco, non è un caso che nella Evangeli Gaudium abbia dedicato un intero capitolo alle culture urbane. Vedete da dove viene Papa Francesco, viene da un barrio in Argentina. E’ una ricetta vecchia, ma è la ricetta che possiamo mettere in campo, consapevoli dei cambiamenti anche in nuove modalità. La prossimità o diventa anche prossimità fisica o non riusciamo a vivere insieme.  Che vuol dire: costruiamo luoghi ed opportunità concrete di incontro, oppure la perdiamo.  Così come nella casa non devi prescrivere ma devi trovare l’occasione per rompere il modo “ognuno nella sua stanza”,  così nella città hai bisogno di trovare l’engagment per ridurre la distanza e per far diventare lo spazio di prossimità fisico, opportunità di relazione. 

Le istituzioni? Devono essere soggetti che attivano possibilità di partecipazione. Mettiamo questo criterio al centro delle scelte che facciamo: ciò che facciamo o che vogliamo fare attiva relazioni? Che tipo di relazioni porta in campo? Si riduce la distanza? Chi amministra la città non può più pensare di guardare alla città dal punto di vista della stanza dei bottoni. Non funziona più così. Chi amministra la città deve porsi il tema della presenza comune, fisica, nella città. Ce lo insegnano le esperienze di luoghi in cui i processi sono ancora più estremi che da noi. Sono stato a New York, sono andato a vedere un bando pubblico che ha selezionato 8 progetti che provano a declinare come lo spazio pubblico possa curare il disagio e il malessere mentale.  Lì le condizioni sono più al limite che qui. Ma noi siamo sullo stesso crinale. O ritroviamo il senso del corpo dentro lo spazio oppure anche noi siamo rassegnati a perdere la scommessa di riuscire a vivere insieme. Non è una questione culturale. E’ una questione esperienziale. Abbiamo bisogno di ricomporre, nelle esperienze, la prossimità emotiva, affettiva, sociale, con la prossimità fisica e di facilitare le occasioni per metterci assieme. Più diventa difficile farlo, più è segno che ce n'è bisogno. 

Per farlo abbiamo bisogno di alleanze tra tutti e l’alleanza, come si diceva, è più della rete. 




Quale rigenerazione per quale periferia


Il 31 dicembre 2021 è stato pubblicato il decreto di assegnazione dei finanziamenti per la prima delle misure del PNRR dedicata alla rigenerazione urbana (1).  E'  già un coro di proteste da parte dei Comuni esclusi. L’intera Italia del Nordest, ad esempio, ottiene poco o nulla. Perché? Per via del criterio utilizzato: l’indicatore di vulnerabilità sociale e materiale (IVSM). E in effetti non hanno tutti i torti. Vediamo perché, anche rispetto a Roma 

.https://www.ricercaroma.it/quale-rigenerazione-pnrr/?fbclid=IwAR0pFbXcYS7lVDTWpfaw2yQN--nG2d6DYDrZXzHAc6EWwi2i6XtD-imChdU

Ma tutto questo c'era già, anche prima di ieri...



Lo sentivamo. Che sarebbe riaccaduto.
Vuol dire che ciò che abbiamo fatto ieri é stato inutile?
No. É servito ad incontrarci e a fare assieme.
E a prendere nuovamente consapevolezza del fatto che ciò che serve non è un momento, ma un processo collettivo. Che metta assieme le forze di tutti con un surplus di fantasia, energia e tenacia.
Non è un processo assente, nel quartiere, ma ciò che c'è non è sufficiente.
Anche perché i problemi nuovi (covid, crisi economica) non si sostituiscono ai vecchi, ma ci si intrecciano.
Noi oggi siamo effettivamente un po' così, come il ragazzino: sotto pressione. Schiacciati dal peso e dalla mancanza d'aria.
E come nella canzone di De Andrè...
Le nuvole vanno, vengono.
A volte sono nere e ritornano.
E magari si fermano tanti giorni
Che non vedi più il sole e le stelle
E ti sembra di non conoscere più
Il posto dove stai.
Ma tutto questo c'era già, anche prima di ieri.
P.s. Le foto delle scritte nuove già girano, io preferisco non dare loro spazio.

Non tutto il male viene (solo) per nuocere



Due giorni fa
Soledad Agresti
ha realizzato un murales a San Felice. Io l'ho scoperto da un post di
Alessandra Noce
e ho pensato: domattina nel mio giretto mattutino passo a vederlo.
Ieri mattina però la vista non è stata affatto piacevole. Svastiche e scritte inneggianti al duce erano sovrapposte al disegno, in vernice arancione fosforescente.
Alessandra ha fatto nuovamente da catalizzatore. Soledad ha dato disponibilità per intervenire. Stamattina in un po' persone ci si è trovati. Da cosa nasce cosa, si é iniziato con scopa e ramazza, a pulire la piazza. Poi, mentre la parte artistica si concentrava sul lavoro di fino, gli altri hanno colorato anche la parte bassa del muretto ed il retro (coprendo altri segni della stessa mano).'
Molti sono passati, si sono fermati, hanno salutato, commentato, qualcuno é andato a comprare la vernice, qualcun altro il caffè, l'acqua, della frutta...il sole era cocente e asciugava troppo in fretta la parete e noi. Ma il clima vero é stato invece molto piacevole.
Alla fine il murales è più bello di prima e l'alone arancione gli dà una profondità intensa che prima non aveva.
A me piace moltissimo anche ciò che c'è sul retro. Non é un murales pensato, non ha un vero autore e non è nemmeno veramente arte. Ma é realmente il frutto di un'intelligenza e di una mano collettiva.
"É inutile, tanto non dura" commentava qualcuno in piazza.
"Può essere. Ma non tutto il male viene (solo) per nuocere" rispondeva qualcun altro.
L'incontrarsi a fare assieme di stamattina non ha ripristinato l'esistente. Ha prodotto qualcosa che prima non c'era. Ed é un valore.
Aver ricominciato così la fase di rientro mi è parso un modo di non sentirsi impotenti e non lasciarsi sovrastare dal brutto (dopo di che, nei discorsi tra chi era lì a lavorare, tutti eravamo d'accordo che l'intervento del singolo e dei volontari non basta, serve che la città torni ad essere amministrata e governata).

Rientri

Ciò che rende faticoso il rientro non è trovare il bello (che c'è sempre), è non farsi sopraffare dal brutto (che lo circonda). 

Ma si continua ad allenare lo sguardo. 

#Apiedi di prima mattina. 



No! Non è bello svegliarsi così!


Un altro locale in fiamme, stanotte: Barak bistrot.

Baraka bistrot
Pecora elettrica
Pinseria Romana

Tutto nel giro di 700 metri
Tutto attorno ad uno stesso grosso spazio.
In cui c'è il Forte e anche il borgo don Bosco.

(Magari, speriamo, l'incendio è di altra natura. 

Magari, speriamo, i fatti non sono collegati. 
Ma la testa unisce i puntini e li disegna sulle mappe. 
Ed i pensieri che nascono sono dei peggiori. 
No. Non è bello svegliarsi così)

Dove bruca la pecora

La Pecora è la pecora. "Il solo fatto che ci sia un posto così, dice che questa non è (più) periferia". Ha detto un giorno un esploratore di passaggio. Questo giustifica tutta la mobilitazione che c'è stata e l'ondata, anche emotiva, che da qui si è propagata. 
Ma... "È assurdo: i parchi, che sarebbero stati pensati come risorsa, oggi qui sono un problema" ha detto una volta un insegnante della scuola non distante. E l'entrata della scuola verso il parco, pulita coi ragazzi meno di un mese fa, è (naturalmente) di nuovo piena di fazzoletti e preservativi. Perché siamo ad un passo dalla Togliatti e di notte lì, c'è attività, si sa. 
Qui invece sono due gli esercizi commerciali aperti la sera che affacciano sul parco di via delle palme. Anzi, erano due. Una è la pecora, bruciata due volte, una è la pinseria, bruciata una volta e non ancora riaperta. 
Il parco ha i giochi nuovi, installati da poco grazie ad un progetto. E pure un nuovo canestro nel campetto da basket, regalato da Decathlon. E c'è un comitato che si mobilita per pulire, dibattere, fare... Però, i lampioni nel parco sono rotti, sulla via (come ovunque) vicino ai cassonetti trovi di tutto. E nelle chat di quartiere fioccano le segnalazioni di danni alle auto parcheggiate e si dibatte sulle interpretazioni del perché intere vie si trovino al buio per settimane. Da anni. C'è persino chi parla di risparmio energetico e turnazione. 
Poi ci sono tutti i posti nuovi per mangiare e bere trandy, che aprono di continuo. E per cui vengono qui anche da altrove. Persino dall'estero. La Pignetizzazione di Centocelle. Diceva qualcuno. Ma sappiamo già lì com'è andata. Poi ci sono i negozietti che aprono e chiudono in un batter di ciglia. E le case in vendita che non si vendono. E le campane colorate, in mezzo ai secchioni (che siccome sono sempre pieni, al posto di svuotarli aumentano di numero, diventando filari...).
"È il problema. Non. La normalità". Cosa è problema e cosa è normale? La fatica da fare è quella di non abituarsi. E di capire come ricomporre il puzzle della frase. Leggere ciò che accade, non guardando il semplice fatto, ma all'interno di dinamiche dell'intero quartiere, nel quadro dell'intera città. È complesso, si, ma è l'unico modo. Intanto, nell'ospedale di riferimento di zona, settimana scorsa erano 4 i neonati in crisi di astinenza.




E intanto piove...


Ci sono giorni in cui ciò che c'è dentro e ciò che c'è fuori si saldano. E senti il bisogno di tornare #apiedi
Il giorno dopo del giorno dopo #lapecoraelettrica ha una macchina della polizia parcheggiata davanti. Gente sparsa e diversa che passa, legge, fotografa. E intanto piove.


Prof! Prof! Una siringa! La droga!



- Prof! Prof! Una siringa! La droga!
In prima media sono grandi, ma al tempo stesso piccoli. E l'annuncio (ripetuto in due casi) si è poi rilevato un pistone di automobile una volta ed un distributore di silicone un'altra.
Di siringhe vere non se ne sono viste. E questa è quasi una sorpresa, di quelle positive. 
Sono invece stati reali i ritrovamenti di: 
- una lavatrice
- un piccone
- l'imbottitura intera del sedile di un'auto
- una borsetta da donna (comprensiva di portafoglio e mezza bottiglia d'acqua e mezzo sacchetto di patatine) sbruciacchiate
- lucertole tagliate a pezzi, imbevute nel gasolio
- vestiti da donna
- lo scheletro di un ombrello da uomo (arrugginito e bruciato)
- un pannolino da bambino (usato)
- parecchie bottiglie di vetro (in prevalenza birra e vino, ma anche qualche vodka)
- qualche cartone (ancora mezzo pieno) di Tavernello
- tanichette (vuote) di plastica
- un' insegna stradale in marmo (in pezzi)...
Poi ovviamente cartacce, pezzi di plastica di tutti i tipi, tappi, cicche di sigarette... e grossi rami (e persino qualche tronco). Ma tutti (tra genitori, ragazzi, insegnanti e volontari) potranno confermare che la cosa assolutamente più numerosa (e più schifosa) ritrovata e raccolta nella via attorno alla scuola, adiacente ai cancelli, è: buste di preservativi, preservativi usati, fazzoletti di carta usati. 
La mattinata ha avuto senso, in tutti i sensi.
Certo, che questo sia lo scenario abituale delle scuole, ne ha molto meno. 

Le periferie in ottica animativa (video)




Intervento all'Incontro Nazionale di Studi Acli 2019 "In continuo movimento"  a Bologna

Le periferie in ottica animativa



Proverò a dare una cornice a ciò che ha detto Danilo. 
Contestualizzandolo nel percorso che stiamo facendo con gli animatori di comunità.
Non siamo ancora in grado di fare una riflessione conclusiva. Per questo stiamo pensando ad un seminario da fare tra qualche mese.

Oggi provo ad identificare, con delle pennellate, alcuni degli snodi che ci sembra di aver trovato.
Per offrirli, assieme a quanto emerso dalla ricerca di cui ha già detto Danilo:
  • come contributo alla riflessione (e confutazione) delle Acli tutte,
  • come elementi da validare (o invalidare) da parte del prof. Remotti e di chi su questi temi ha approfondito dal punto di vista scientifico
  • come questioni e attenzioni da tenere presenti nel confronto con la politica, che avverrà più tardi nel pomeriggio. 
Ne ho selezionate 10. E per questioni di tempo mi limito ad accennarle.

Ci sono molti modi di intendere l'animazione di comunità. E non sempre un modo esclude un altro. Ma per noi, l'idea di animazione di comunità che ci ha condotto all'esplorazione delle periferia alcuni punti fermi: 
    1. IL PROCESSO ARTISTICO DELLO SCULTORE
    Il modo che noi abbiamo trovato ha molto più a che fare con il processo che con il prodotto. E ha a che fare più con un lavoro da scultori che da progettisti. Più da artigiani che da impresa di carattere industriale. Non c'è niente di male nell'essere progettisti. Non c'è nulla di male nel processo industriale. Ma l'approccio animato è altro. Si tratta di intuire. Intravedere. E togliere tutto il superfluo affinchè l'essenziale possa emergere anche ai nostri stessi occhi. Ci vuole pazienza, tempo e un misto di arte e mestiere. Non è progettare e poi fare tutto ciò che serve per arrivare all'obiettivo dato. E' avviare un processo e avere fede nel processo e nel suo sviluppo.
    E' una inversione di prospettiva rispetto alla modalità con cui spesso siamo abituati a muoverci.
    Ed è anche una esperienza di decentramento. Non siamo noi il centro, nemmeno del nostro percorso. Il centro è la realtà

Ma lo mandi da solo?


- ma lo mandi da solo? Io avrei paura...
- io ho paura, infatti. Indubbiamente. Ma lui mi pare ragionevole, la strada la sa, il tragitto non è troppo, spesso sono in due... Quindi... ho l'impressione che sia la città a mettere paura. E che la paura ce l'avrò anche tra un mese o un anno, per cui...o decido che lo accompagno a vita o incrocio le dita, butto uno sguardo in alto e mi abituo a convivere con questa sensazione...  

Come si può affrontare l'emergenza abitativa a Roma?


Per dare risposte, premesso il periodo di scarsità di risorse, bisogna scindere un problema complesso in tanti problemi differenti, che si possano affrontare. Intanto l’emergenza abitativa si può scomporre in due fasi. Immaginatela come se fosse un lago con un emissario e un affluente. L’acqua che arriva sono le nuove famiglie che entrano in emergenza abitativa e che quindi fanno domanda di alloggio. Sono all’incirca 1500.  In uscita ci sono quelli a cui ho risolto il problema assegnando una casa popolare. Sono circa 350. Se io in un anno ho 1500 famiglie che perdono l’alloggio e assegno la casa a 350 famiglie il problema è irrisolvibile. Peggiora, invece di migliorare, di anno in anno. Oggi il sistema è un imbuto. Tante entrano, pochissime escono. E’ un imbuto che si allarga ogni anno. Serve lavorare su due parametri: l’entrata e l’uscita. Se io potessi diminuire il numero di famiglie che entrano, da 1500 a 750 e potessi assegnare 750 case all’anno invece che 350, a quel punto avrei un flusso in pareggio. Una volta ottenuto il flusso in pareggio posso aggredire, con interventi straordinari, chi è rimasto in attesa.
In che altro modo posso intervenire per ridurre l’emergenza abitativa? 

Case popolari: i disastri attuali derivano dalla somma delle concause


I disastri attuali derivano dalla somma delle concause:

1. La forte immigrazione degli ultimi 15 anni non ha trovato sfogo nel mondo delle case popolari. 
Dai dati si vede che a Roma la presenza di immigrati è in media del 13,4 %. Con zone in cui si arriva al 30%. Nelle case popolari è attorno la presenza degli immigrati è attorno al 5%.
Quindi si vede che c’è un problema di massiccia presenza di immigrazione in alcune aree (l’accesso a quelle aree però non è determinato da decisioni di governo). A Roma ci sono zone che sono ex borgate in cui gli affitti costano meno. E gli stranieri sono andati a vivere in quelle aree che potevano permettersi. Sono zone ex abusive. Ma la maggior parte comunque vive in comuni extra fascia, dove ci sono connessioni rapide con la città. Un esempio è Ladispoli. Che è sul mare, che in treno è raggiungibile da Roma in 45 min. E che ha una struttura di casette basse. Dove magari si può affittare una villetta in tanti e ammortizzare i costi di residenza.
C’è quindi una concentrazione di immigrazione in alcune aree. Non c’è una concentrazione di immigrazione nelle aree di edilizia pubblica, proporzionatamente alla presenza generale di immigrazione.  E’ vero che è mancata una risposta politica abitativa a fronte della ondata migratoria. Che è del 2004-2011. E che è stata comunque molto ridotta rispetto all’ondata di migrazione interna dei decenni precedenti.

Le cronache parlano di nuovo bisogno di case. In realtà quello di cui abbiamo veramente bisogno è un nuovo approccio.


Le cronache sembrano parlare di nuovo bisogno di case. I fenomeni non si ripropongono identici. Cambiano volto. La fase è molto interessante perché in realtà quello di cui abbiamo veramente bisogno è proprio un nuovo approccio. 

Nei dibattiti si dice: bisogna costruire 10.000 case popolari. Ha un senso logico. Guardando i numeri. Ma noi i fondi per 10.000 case non li abbiamo più. E’ stata tolta anche la tassa Gescal (la legge che consentiva una tassa che metteva risorse in un fondo per consentire piani di trasformazione. Non abbiamo più questo gettito). E poi ci sono moltissimi edifici vuoti. Servono nuove case? 

1. Roma è una città che non cresce dal 1971. C’è una demografia che non cresce. La variazione demografica in 30 anni è minima. Pensare di costruire 10.000 case ex novo quando la popolazione è la stessa è paradossale. 

2. La politica sulla casa in Italia è stata impostata sulla crescita di edilizia popolare legata all’acquisto. Tutti i piani costruttivi prevedono che si facciano case popolari connesse alla crescita edilizia. Si fa un po’ di edilizia privata e assieme un po’ di pubblica. Se non fai la privata, metti in crisi anche la pubblica. 

3. Noi abbiamo investito sull'edilizia agevolata, cooperative che consentivano di acquistare alloggio a prezzi minori di quelli di mercato. Gruppi e cooperative (di tutti i tipi in Italia) che mettono in condizione anche chi appartiene al ceto medio basso di acquistare. Lì sono andati maggior parte dei nostri finanziamenti. Ma ora si sono ridotte le risorse. 

4. Noi siamo uno dei pochi paesi europei che ha un alto tasso di proprietari. Il 79% delle case in Italia sono di proprietà. Mentre in altri paesi c’era anche un mercato storico sugli affitti. In altri paesi ci sono gruppi che costruiscono per mettere gli alloggi in affitto. Noi abbiamo trascurato il mercato degli affitti. Da noi è cosa molto complessa cercare in affitto. Le case popolari sono una risposta, il mercato privato è un’altra, manca tutta la risposta per la fascia intermedia. Giovani coppie, persone monoreddito, precari…mancano politiche pubbliche di abbattimento delle quote di affitto. Se tu hai un reddito disponibile per l’affitto di 400 o 500 euro al mese, sei tagliato fuori dal mercato degli affitti. Con la precarizzazione del mondo del lavoro c’è stato salto forte tra le condizioni lavorative dei vostri genitori e le vostre e se i vostri genitori non vi hanno passato una casa adesso voi spesso avete un problema.

Animazione e comunità: come abbiamo fatto lavorare questi due concetti nelle aree interne


Animazione e comunità, come abbiamo fatto lavorare questi due concetti sulle aree interne

In queste aree abbiamo creato delle equipe chiamando dei progettisti che andavano sui territori e facevano attività di scouting. Cercavano soggetti con cui immaginarsi il futuro di questi territori. Noi guidavamo il processo di stimolo, ma il processo doveva essere costruito da amministratori locali, portatori di interessi e attori rilevanti. La teoria che sta dietro questa SNAI è che per fare sviluppo in questi territori bisogna portare visioni che aprono conflitti. E’ necessario che la gente dibatta (nella maniera che diceva Sen) e che costruisca visioni. Il dibattito è sempre stato acceso, perchè non nascondevamo nulla sotto il tappeto. 

In un’area con il 14% degli immigrati, se non c’era un immigrato presente chiedevamo: come mai non c'è nemmeno un immigrato? E poi proseguivamo: “Adesso parliamo, ma noi vogliamo la rappresentanza di tutti”. E lo dicevamo consapevoli che su questo loro si sarebbero scazzati. Ma chiedevamo. Sollevavamo i problemi: “Come mai oggi abbiamo individuato cose innovative e non ci sono?” “Come facciamo a costruire il futuro se c'è solo il sindaco?”. Cercavamo di introdurre elementi di conflitto e di rottura nella costruzione della visione locale. Con l’idea che le politiche di sviluppo vanno fatte con la logica stakeholder. Spesso chi è al tavolo e rappresenta sono agenti estrattivi. Intermediano le risorse pubbliche per mantenere il consenso del territorio. Non hanno interesse a cambiare. Hanno interesse a governare una sorta di declino. Chiamiamo persone che fanno nascere dibattiti forti. Agiamo in una logica di decostruzione della comunità. Di svelamento. Abbiamo disvelato il fatto che non è che se c'è forte appartenenza di un gruppo, allora tutti gli abitanti condividono quello stesso senso di appartenenza territoriale. Abbiamo notato che chi abita da poco (neo rurali) fa scelte differenti da chi è sul luogo da molto. Abbiamo fatto emergere le visioni e abbiamo iniziato a farle confliggere.  Quante visioni di sviluppo ci sono sul territorio? Sentivamo di dover far confliggere queste visioni, in modo governato. 

Per fortuna in questa politica c'è stata l’idea di uno Stato che si mette a dispozione del territorio, che innesta dinamiche e cerca di ricomporle. In un modo anche molto difficile e molto stancante. L’animazione può essere l’attivazione di risorse che stanno sul territorio. L’attivazione di  risorse palesi ma anche di risorse latenti. L’attivazione che può produrre discontinuità e conflitto. Con l’idea che sia possibile ricomporre il tutto in una strategia. Non necessariamente in modo del tutto consensuale. Ma ricomposto. 

Un tema posto è stato: come fanno tutti (rientranti, giovani emigrati…) se vogliono ritornare, come fanno ad accedere alla terra? Se voi non siete figli di contadini, ma avete una grandissima passione che volete provare a seguire, arrivate in un posto ed iniziate a cercare la terra. Nessuno ve la vuole né vendere né affittare. Perchè c’è un grandissimo feticismo proprietario. Siccome era del bisnonno, io la tengo. Non importa che resti incolto. Ma resta in onore al bisnonno. Meglio incolto ma mio, piuttosto che rigenerato ma dato a qualcun altro.  Con il passare delle generazioni, questo produce una grandissima frammentazione fondiaria. Significa che immaginate questa stanza come una campo, divisa in 25 proprietà. In alcuni casi non trovi più i proprietari. In altri piuttosto che darlo a qualcuno lo tengo come è. Come facciamo a rendere la terra nuovamente accessibile a chi vuole coltivare e quindi vuole ricostruire un’identità di quel territorio, che non sia il passato e il declino e l’abbandono? 

La ricomposizione dei terreni agricoli, può sembrare una questione tecnica, ma è una questione sociale. Si tratta di prendere le persone e convincerle,  discutendo di bene comune e di sviluppo. Convincerle che quel pezzo di terra è meglio unirlo ad altri, o affittarlo ad un giovane, piuttosto che lasciarlo così come è. Non è che noi avessimo la soluzione. Noi avevamo capito che questa era una domanda. E allora ci siamo messi a cercare in giro per l’Italia per vedere dove si erano inventati un modo di ricomporre la proprietà fondiaria (siamo andati a cercare l’innovazione sociale). E guardando i diversi modi abbiamo visto che c’erano alcuni fattori comuni: serve cooperazione tra fattori economici (i proprietari) ed istituzioni. Le istituzioni devono creare un clima favorevole. Devono dire che il tema è importante per il futuro delle comunità. Cosa possono fare per attivarsi? Possono fare politiche locali, tipo mettere insieme i catasti o creare banche della terra locali. Abbiamo terre pubbliche? Creiamo un portale dove mettiamo tutte le terre pubbliche che vogliamo dare ai giovani e creiamo un match tra domanda e offerta. Serve una forte intenzionalità per processi di questo tipo. Servono persone che, in maniera perseverante, perseguano un obiettivo, superando i mille fallimenti. Con un orientamento al bene comune. E con attenzione alla cultura territoriale locale. E’ diverso ragionare dove c’è una cultura cooperativistica e dove c’è il clan del pascolo che mette i bastoni tra le ruote. 

C’è un caso, dove non hanno lavorato alla ricomposizione fondiaria in senso famigliare. La proprietà è rimasta frammentata, ma si è puntato al fatto che concedessero le terre ad uno stesso consorzio. C’era un agronomo che voleva mettere in piedi un consorzio forestale per fare una filiera di energia termica. Voleva scaldare le scuole con la biomassa locale. E voleva tornare a lavorare il bosco. Le prime riunioni che ha fatto, i proprietari terrieri non erano disponibili a dialogare tra loro. E' partito con il lavorare su chi aveva le proprietà vicine. Poi ha capito che doveva lavorare con chi aveva intenzionalità di farlo. Ma quelli erano pochi ed avevano le proprietà distanti tra loro. Ha pensato: se io unisco in un consorzio quelli distanti, dal punto di vita economico è un disastro, ma dal punto di sociale intanto devo avere il passaggio, poi lentamente loro vedono il migliorare e si convinceranno che stanno facendo una cosa positiva. E’ partito dai volenterosi. Che erano tutti persone non residenti. E tutti quelli che non avevano concesso erano persone del posto. Poi è scattato il processo di mimetismo ed emulazione, hanno iniziato a vedere il bosco del vicino. Ed ha puntato a ricostruire  una comunità del posto. Hanno inventato la festa del bosco,  per costruire capitale sociale e per ricomporre. Convinti che le politiche servono a creare contesti, ma che sarebbe ora che le istituzioni investissero in figure che curano sul territorio questi processi. Una delle cose che Barca disse è: invece di fare tante politiche costruendo burocrazia, assumi 1000 giovani che vadano sui territori e facciano animazione al conflitto. Così in Europa fai vedere che sui territori succedono elle cose. E’ più importante lavorare sul processo che sulle regole. Le regole una volta stabilite ti creano una gabbia che non ti permette di lavorare davvero. Lavorare sul processo e costruire politiche sul processo è investire davvero. Si è visto che un gruppo di persone con forte intenzionalità e con una idea molto chiara delle cose, le cose le ha portate a casa. 

Il nostro modo di lavorare è stato questo: Lo Stato è ignorante. Non ha competenze per fare politiche publiche, può ingaggiare esperti che sono in grado di leggere se ciò che trovano può portare a diventare politiche pubbliche o no. Dal territorio veniva fuori il tema. Ci siamo mobilitati, abbiamo fatto un seminario nazionale, abbiamo invitato 30 casi che avevamo individuato noi, facendo attività su internet, chiamando il funzionario che dice... conosci qualcuno che... abbiamo trovato 30 casi, abbiamo convocato tutte le aree e abbiamo raccontato tutte le esperienze. Dicendo: non esiste una politica publica univoca. Ma esiste un'idea. Attivare un processo di costruzione di capitale sociale, di relazione, su un territorio, in un certo modo. Imparato questo, abbiamo provato in alcune aree a sperimentare. Quindi l’idea è: ci sono competenze diffuse che il pubblico può conoscere, può fare proprie, traducendo quelle competenze in azione o in politica pubblica.

Noi non abbiamo preso le persone e ricomposto. Noi abbiamo offerto al territorio una attività di formazione per capire come fare a ricomporre. E abbiamo creato il tessuto istituzionale e l'autorevolezza nazionale che dice che questo è un tema sentito. Capiamo cosa possono fare i sindaci, cosa i proprietari, cosa i privati. Lavorare a mettere insieme servizi che i comuni gestiscono. In una logica di Co-progettazione. Stato, territorio, istituzioni locali e attori rilevanti del territorio. Siamo andati con il pullman in tutte le aree. Abbiamo fatto 100.000 km. Si è creata anche tra noi una comunità di policy making. La politica è stata fatta sul pullman. Le decisioni sono state prese sul pullman. 

Ci sono mille esperienze. C’è un racconto che è mitologia. Paese in cui ci mettono un’ora e 45 per andare a scuola. Abbiamo incontrato i ragazzi. Abbiamo capito la situazione. Abbiamo sentito che questo era un tema che ci dovevamo prendere a cuore. Ci siamo detti: la Stai non può andare a casa senza aver risolto questo tema. Ci sono questioni che magari non sono prioritarie. Ma che diventano simboliche. Noi abbiamo visto questa questione come simbolica. 

Riguardava 6 ragazzi. Ma noi abbiamo sentito che se risolvevamo questa potevamo dire in tutta Italia che era fattibile. La regione diceva: sono 10 ragazzi, cosa dobbiamo spendere per 10 ragazzi? Qualcuno molla, qualcuno va avanti, ci siamo impiccati per anni sui tavoli in regione e con il  consulente da Roma… Ad un certo punto... qualcuno ha una intuizione. Mi pare che nessuno riesca ad avere una empatia umana. Proviamo a viverla anche noi. 

Abbiamo proposto al tavolo di lavoro di prendere il pullman e fare il percorso dei ragazzi. Andata e ritorno. La reazione è stata: come ti permetti tu che vieni da Roma di dire che non conosciamo il territorio... alla fine ciò che ha fatto sbloccare è stata la forza di una politica tradizionale, dove lo Stato ha il pallino. La mia coordinatrice chiama e dice “lo facciamo”. A volte ci vuole anche lo scontro istituzionale. La mia coordinatrice non aveva nessun titolo per chiamare e imporre. Ma ha chiamato. Abbiamo preso gli studenti, i genitori, i dirigenti (che vivevano tutti in città in centro). I tecnici. E l’azienda dei trasporti e una serie di soggetti che avevamo individuato. Ed un autista in pensione che ricordava tutti i tragitti di tutte le corriere. 70 km di tornanti. Noi tutti con il mal di stomaco a lavorare su un pullman, un po’ di schiena… Ad un certo punto l’autista ha una idea. Facciamo fermare alla piazzola e gli chiediamo: come la vede? E lui sbotta: lo dico da 10 anni: se facessimo la piazzola di smistamento in un comune intermedio. E facessimo partire due pullman, quello piccolo e quello grosso, risparmieremmo in gasolio e in tempo. Perchè invece di fare tutti i comuni ne faremmo solo alcuni. 

Il risparmio complessivo era di 40 minuti. Che non è tutto. Ma è qualcosa. Il nostro tecnico SNAI inizia a lavorarci sopra. Si convince che l’idea è sensata. Organizziamo un tavolo di soli tecnici. Anche la regione si convince. L’azienda di trasporti comincia a dire di no. Ma poi capiamo che per loro la questione era di tariffe. Loro erano pagati a km, non a persona. Alla fine l’idea dell’autista è passata. Ed è stata finanziata. Ed è stata costruita la piazzola. E’ un esempio da manuale di come la conoscenza locale ci sia, magari tacita. 

Perchè non è stata fatta prima? Perchè la conoscenza non è emersa prima? Perchè, senza una politica dietro, i ragazzi non avevano voce. Potevano protestare, ma non avevano efficacia per farlo. Non è una best practice. Non è che ha funzionato qui e quindi si replica altrove. E’ il metodo che conta. E il metodo è anche quello di fare una cosa eterodossa. Se uno diceva: io non vengo perchè non sono assicurato…gli appigli burocratici, gli scoraggiatori militanti, sono infiniti. Se uno non ti vuole fare fare una cosa non te la fa fare. Cosa fa funzionare? In un sistema di regole soffocante come il nostro, le persone fanno la differenza. 











Aree interne vuol dire postura territoriale





Il tema delle aree interne ha a che fare con il tema delle periferie. 

In Italia non si usa il termine periferie, per indicare le aree interne. Ma a livello europeo si usa un termine che è periferie inner. In italia si parla semmai di territori marginali rurali.  Perchè è interessante usare il criterio di area interna? Perchè esiste il problema dello stigma della definizione. Per molti anni si sono chiamate aree marginali. Ma marginale rimandava a marginalità. Alcuni politici hanno spinto per definirsi marginali o sottosviluppati. Il polesine (delta del po, area interna anche se sotto il livello del mare, tenuto asciutto con le idrovore, dopo l’ultima bonifica del fascismo) ha fatto carte false per rientrare in una legge di finanziamento del mezzogiorno negli anni 70. La marginalità è uno stigma, ma quando c'è una politica pubblica che attiva un finanziamento, la politica locale si attiva e dello stigma se ne fa una ragione. 

Area interna è stato un tentativo di definizione neutra, anche se non immediatamente intellegibile. Periferico non è solo la periferia della grande città,  periferico è tutto ciò che è periferializzato dai processi di innovazione. Quindi anche, forse soprattutto, le aree interne. 

Aree interne e periferie delle grandi città condividono l'essere periferia. Ma ci sono differenze sostanziali tra periferie urbane e aree interne:
  • c’è un tipo di economia diversa. Le aree urbane sono più industriali e sul terziario. Le aree interne sono più rurali. Anche se ora c’è anche un tessuto urbano rurale.
  • il tessuto sociale nelle aree interne è connotato da più relazioni, ci si saluta di più, ci si conosce di più, si va più piano. C’è un mito della comunità come cosa positiva. Non è detto che sia sempre reale. Ma nella area interna c’è una connotazione maggiormente di comunità. Con i pregi e difetti della comunità. 
  • tra periferia urbana e area interna c’è una presenza di classi socio economiche differenti. Nella periferia urbana ci sono prevalentemente stranieri, a basso reddito. Nella zona isolata per abitare devi avere una casa di proprietà ed una macchina. Nell’area urbana ci sono anche abitazioni in affitto, case popolari… 
  • Le forme della povertà sono diverse. E' diverso il peso della povertà relativa. Nella periferia urbana c'è maggiormente povertà, nella periferia interna c'è una situazione più interclassista. Ci sono ceti sociali diversi anche affiancati. 
  • Struttura demografica. Il tasso di persone anziane nelle aree interne è molto molto alto. I demografi dicono che se superi il 30% di popolazione anziana, se non arriva qualcuno da fuori si deperisce fino a diventare residuali. Ci sono parti delle aree interne hanno anche più del 35% di popolazione anziana. 
  • Disagio: il tipo di disagio è differente. Nelle aree interne è difficile individuare le soglie di sostenibilità per i servizi, perchè non c’è massa critica. E’ complesso organizzare la mobilità delle persone per raggiungere i servizi. Ma il rapporto tra uomo ed ambiente è positivo, c’è un rapporto numerico tra superficie e persone molto ragionevole. 
Altra cosa che caratterizza in modo diverso periferia urbana e periferia inner sono le politiche. E’ vero che esiste la SNAI (Strategia nazionale delle aree interne) che si occupa di questi territori, ma è una eccezione nelle politiche territoriali di sviluppo in Europa. Tutte le politiche hanno sempre in mente la città. Quando parliamo di povertà, di esclusione, di diritto alla casa… Di fronte alle risorse scarse un politico e un amministratore se devono investire soldi scegliendo tra periferia urbana degradata e paesini con poche persone, sceglie sempre la periferia urbana. E’ inevitabile che sia così, ma in realtà il tema delle aree interne è una urgenza, rispetto al cosa sarà il nostro paese tra 20 anni. Se è vero che le aree interne potrebbero diventare appetibili per motivi climatici, se è vero che esistono sempre più giovani che si reinventano la vita in queste aree, si potrebbe avere una nuova dinamica di sviluppo in questi territori. 

Infine c’è un elemento che accomuna le periferie urbane e le aree interne. Ed è un elemento che ha più a che fare con la politica che con le politiche. Oggi va molto di moda parlarne, ma fino a qualche anno fa i politologi dicevano che la dimensione territoriale non contava niente nella determinazione dell’orientamento politico. Semplificando le espressioni di voto in centro destra, centro sinistra e 5stelle. E rapportando questi dati con la classe di ampiezza dei comuni, si notano dei fenomeni che sono interessanti perchè non coinvolgono solo l’Italia e perchè superano una concezione diffusa (concezione che considera la contrapposizione tra città con orientamento a sinistra e provincia con orientamento a destra). Leggendo l’immagine che emerge da questa analisi infatti vediamo che il centro delle grandi città va a sinistra, mentre periferia ed aree interne vanno a destra. Il dato politico quindi è che le periferie (sia urbane che interne) sono soggette ad un fenomeno che stiamo chiamando deriva autoritaria. Sono soggette ad un emergere di domanda di comunità chiusa, di rigetto della diversità, di ricerca della omogeneità, di rabbia verso gli esperti e l’elite, di richiesta di autorità in grado di stigmatizzare i comportamenti devianti.  Per questa ragione oggi, il tema delle periferie (interne e urbane) sta entrando nel dibattito pubblico.

L'impressione, a fronte di questo tipo di lavoro, è che la domanda profonda delle aree interne sia di riconoscimento. Che la rabbia nei confronti dello straniero origini da un "riconosci persino loro, perchè non riconosci me" indirizzato alla politica. Che non ha politiche per le aree interne. E che, anche culturalmente, considera arretrato e "da civilizzare" tutto ciò che non è città. 
  
La definizione di area interna è una definizione molto particolare. Voi come provereste a misurare le diseguaglianze? Ci sono molti diversi modi di studiare le diseguaglianze. Uno è quello di guardare alle diseguaglianze sociali, di reddito, di disponibilità… studiare le diseguaglianze territoriali è un’altra cosa. C’è una diseguaglianza territoriale quando le condizioni aggregate delle persone che vivono in quel territorio sono complessivamente diverse rispetto a quelle che vivono in un altro territorio. Storicamente la marginalità territoriali sono sempre state misurate con criteri economici. C’è sempre stato un assunto in tutte le politiche di sviluppo: se bisogna intervenire in area di sottosviluppo, va fatto portando lavoro, facendo impresa e quindi la priorità è produrre ricchezza. I servizi arriveranno dopo. Il problema è che i servizi  poi non arrivano. Quindi, per definire le aree interne, abbiamo fatto una operazione culturale. Abbiamo iniziato a misurare queste aree interne non in base ai valori economici ma in base ai diritti di cittadinanza. Persone che hanno più diritti di cittadinanza o meno diritti di cittadinanza. L’idea è quella di misurare il divario civile. Nel nostro paese esistono persone che hanno più possibilità di accedere ai servizi e persone con meno possibilità di accedere ai servizi, non in base al reddito individuale, ma su base territoriale. In questo modo abbiamo detto che ci sono interi comuni caratterizzati da perifericità spaziale, rispetto ai poli dei servizi. 

Abbiamo detto che non ci convince la sola dimensione nord/sud. Perchè il nostro Paese è articolato e politicentrico. L’Italia è un paese che ha tanti centri, non è un paese come la Francia, che ha Parigi e poco altro. L’Italia è il paese dei tanti campanili, delle tante città medie, dove gravita la vita civile e la vita sociale. La rappresentanzione nord/sud non aiuta ad aggredire le diseguaglianze. Esistono tanti sud nel nord e tanti nord nel sud. I poli sono comuni o sistemi intercomunali presenza di: offerta scolastica, mobilità, sanità.  Più ci si mette per raggiungere i poli, più l’area è interna. Con il metodo dei quintili abbiamo diviso il tempo per raggiungere i poli: 20-40 minuti sono aree intermedie. Superiori ai 40 sono periferiche. Oltre i 75 minuti sono ultraperiferiche. A questo punto abbiamo preso Google, abbiamo preso il Catalogo Acli, abbiamo messo al lavoro due statistici e comune per comune abbiamo prodotto la mappa. 
Il rapporto tra concetto di divario civile e l'indicatore distanza è molto indiretto. É un modo indiretto dire che chi sta in un luogo ultraperiferico ha meno diritti. Ma serve per produrre mappa non accademica, con capacità euristica, che permette di confrontare i territori.  Poi c’è stato il confronto. La Sardegna ci ha detto: da noi dovevate considerare gli hub dei pullman. Benissimo, abbiamo preso il pullman come riferimento e ricalcolato.

Tutto questo serve a trasmettere contenuti sul piano politico. Il criterio della distanza è efficace perchè possiamo tradurlo in tantissime storie di vita. Persone che per andare a scuola prendono il pullman alle 5.15 del mattino, poi tornano e fanno lo stesso al ritorno. Per la scuola superiore. Immaginate che forza resta, dopo 5 ore di pullman su stradine, per imparare. O che voglia viene, di continuare a studiare, in chi già fa fatica. Chi arriva alla fine lì vuol dire che è un fenomeno. Gli altri però restano indietro. Stessa cosa si traduce in donne che nel periodo verso il termine della gravidanza, abitando molto lontano, vanno in ospedale giorni prima, per evitare di partorire in macchina. O il sindaco di un paese, che per venire a Roma alle riunioni si alzava alle 3 per raggiungere l’aeroporto e poi essere a Roma alle 10.30 di mattina. Il dato accademico magari era indiretto. Ma è stato un indicatore in grado di entrare nel sentimento delle persone. Ha toccato la pancia. In questo è stato efficace. Non ha guardato il dato economico, ma la difficoltà di accedere ai servizi.

Con il Governo Monti nasce questo ministero, dove un ministro si dà una missione che riguarda l’art. 3 della costituzione: tutti i cittadini devono poter avere garantiti gli stessi diritti, indipendentemente da…Si è deciso quindi che una persona per avere le stesse possibilità deve avere: istruzione, mobilità pubblica e accesso alla salute. Dopo una serie di riunioni, si è visto che queste tre traduzioni empiriche erano le 3 soluzioni migliori (di compromesso) per fare una mappatura su scala nazionale. Avremmo potuto prendere in esame il casello autostradale, ma saremmo andati sulla  mobilità privata. Quella mobilità non la garantisce lo Stato. Lo Stato dovrebbe garantire, anche a non ha mobilità privata, la possibilità almeno di fare le cose essenziali per vivere. E’ evidentemente un compromesso. E non è facile scegliere. Ma è stata la scelta più convincente. Così è nata la SNAI. La SNAI esiste ancora, io oggi ne faccio parte a titolo gratuito, la strategia è ancora in fase di attuazione. 

Cosa viene fuori dalla mappa? Emerge una Italia molto frastagliata. Esiste un divario nord/sud. Con un sud con aree interne molto rilevanti. Ed un nord policentrico. Ma tutto molto a mappa di leopardo. Molti centri e molte periferie. Ed alcuni errori. C’è un errore che spicca. C'è una area interna che non ha tutti i criteri di internità. Nel nostro modo di identificare i servizi il Trentino Alto Adige risulta periferico, ma non è periferico. A questo punto quindi siamo andati sui territori, per raddrizzare il tiro. Non siamo andati con un approccio: noi abbiamo fatto la mappa, sappiamo tutto. Siamo andati a confronto su molte problematiche. Ed il confronto è stato molto proficuo. Alla fine emerge che le aree interne sono il 70% del territorio con il 22% della popolazione. 

Poi andati su territori per raddrizzare il tiro. Non abbiamo avuto approccio noi abbiamo fatto mappa. Siamo andati e confrontati su molte problematiche. In queste aree interne sono il 22% della popolazione e 70% territorio. E abbiamo suddiviso in Comuni Polo, Comuni cintura e comuni intermedi e Comuni interni. Nel confronto qualcuno ci ha fatto notare che abbiamo mappato anche parte del suolo urbano. Perchè c’è il fenomeno per cui le grandi città si stanno spopolando mentre le grandi cinture urbane vedono una urbanizzazione in crescita, senza servizi. La geografia classica sfugge a tutte le geografie utilizzate per le politiche di sviluppo. 

La scelta di questo indicatore ha aperto un contenzioso enorme con l’Unione Europea. Perchè volevamo usare soldi comunitari e i soldi della coesione sociale e territoriale, tramite le regioni. Ma quei fondi ragionano con criteri di divisione tra: aree competitive, area ad obiettivo convergenza e aree di ritardo. Noi però abbiamo detto all’Europa: guarda che questa classificazione è troppo rozza. Abbiamo bisogno di differenziare maggiormente. Non possiamo trattare Milano e un’area interna della Lombardia allo stesso modo. Da questo lavoro sono nate le 72 aree in cui la Strategia delle Aree Interne lavora. Sono aree che presentano anche differenze tra loro. Ma tutto sommato le aree interne hanno strutture demografiche, tipi di economia e identità materiali delle persone molto simili. Le aree interne rappresentano il vero collante dell’identità nazionale. Nelle metropoli si vedono le differente. Nelle aree interne c’è il punto di unità. L’esperienza ci ha detto che non è vero che con l’Europa non si può trattare. Con un inglese dignitoso e parlando con sicurezza e conoscenza della propria materia, si può. Anzi, questa può essere una occasione anche per l’Europa. Che non è stata felicissima di questo lavoro ma alla fine questo è entrato nell’accordo di parternariato Italia/Europa. Sono passati 5 governi. Ma non è stato possibile, finora, rivedere questa parte. Perchè se un criterio entra nell’accordo di parternariato, la politica da sola non riesce a modificarlo, serve quanto meno anche un grosso lavoro da parte dei tecnici. 

   

La nascita dei processi creativi, secondo Asimov

Era il febbraio 1959, quando Isaac Asimov venne avvicinato da Arthur Obermayer, scienziato e caro amico dello scrittore. Con una proposta: e...