Nuove forme di attivismo
L'esperienza non è l'attività che noi progettiamo
Lego
Non buttateli!
Cosa abbiamo fatto a Pesaro?
Molte riflessioni, a partire già dalla fine degli anni 90, girano attorno all’idea che la democrazia rappresentativa non sia, da sola, più sufficiente e che la direzione non sia una forma di democrazia diretta, quanto un investimento in termini di democrazia deliberativa e partecipativa.
Un’ipotesi su cui, come Acli, vogliamo lavorare è che questo ragionamento, rivolto in primo luogo all’interno delle istituzioni pubbliche, in realtà valga anche all’interno delle associazioni. E’ quindi necessario prestare attenzione a questi aspetti per non lasciare l’Associazione nel 900, lamentandosi poi perché le nuove generazioni non la partecipano. Si potrebbe definire l’obiettivo come un restare fedeli alle fedeltà (in questo caso alla fedeltà alla democrazia) ma con sensibilità e modalità coerenti ed efficaci nel mondo in cui viviamo.
Come si scriveva già in un articolo su Bene Comune nel 2017 «l’essenza della democrazia non consiste nella conta dei voti tra posizioni precostituite, secondo il principio di maggioranza, o nella negoziazione tra interessi dati, ma nella discussione fondata su argomenti (deliberation, in inglese) tra tutti i soggetti coinvolti dal tema sul tappeto. Le numerose esperienze pratiche che si richiamano alla democrazia deliberativa si fondano perciò su due pilastri: da un lato l’uso del confronto argomentato, dall’altro l’inclusione di tutti gli interessi e i punti di vista che sono toccati dall’oggetto della discussione. La democrazia deliberativa è, quindi, una forma di democrazia partecipativa che organizza spazi e modi affinchè tra i diversi punti di vista si instauri un confronto dialogico».

Partecipazione è un processo di appropriazione ed utilizzo consapevole e mirato del potere. Non una benevola concessione di chi detiene (temporaneamente e per delega) il potere. Non una semplice informazione o una richiesta di schierarsi con un voto o di ratificare decisioni già prese. Una risignificazione della delega che è temporale, non è in bianco, non è assoluta e che vede il bisogno di allargare e riempire di contenuti i rapporti ed i coinvolgimenti tra delegati e deleganti, tra cittadini/associati ed eletti, tra i diversi livelli di delega.
E’ su questo tipo di riflessioni che si basa un primo, piccolissimo e apparentemente banale, esercizio di lavoro di gruppo che abbiamo realizzato nell’ultimo Consiglio Nazionale. Non per pensare che quella sia la soluzione, ma per iniziare, anche da lì, ad esplorare ed approfondire e sperimentare nuove forme di partecipazione associativa.
Nello specifico, una prima modalità che abbiamo sperimentato, con tutti i limiti di tempo e logistici e di contesto, ha preso spunto dal metodo sinodale. Ossia dalle modalità con cui la Chiesa sta provando a riformare se stessa in termini di maggiore collegialità e lo fa mettendo al centro l’ascolto reciproco e la necessità della partecipazione di tutti.
Nell’ultimo Consiglio Nazionale la riflessione, a partire dalla relazione del Presidente e dalla domanda: Per chi sono io? Per chi sono le Acli? ha portato, nei diversi gruppi in presenza e online, a far emergere alcune centralità. Singole frasi, frutto dell’ascolto reciproco e della scelta dei partecipanti che serviranno come base anche per le riflessioni successive che accompagneranno il prossimo periodo in molti aspetti: la sperimentazione di modalità partecipative nel prossimo Incontro Nazionale di Studi, un lavoro di messa a disposizione ed emersione dei dati che è in corso con Azione Sociale con gli Incontri “Guardarsi allo specchio” con le province che ne fanno richiesta e che proseguirà con ulteriori strumenti (Acli Monitor) come illustrato anche nel Bilancio Sociale, l’Assemblea straordinaria che si terrà a fine 2023 e da cui emergeranno indicazioni di modifiche statutarie da affidare al congresso, il percorso congressuale che prenderà avvio prima dell’estate 2024.
Dal primo breve momento di verifica partecipata al termine dei lavori, tra i partecipanti, sono emerse inoltre una serie di indicazioni metodologiche per i lavori successivi: prestare attenzione al prima e al dopo (informazione sugli oggetti di discussione partecipata, prima, informazione su esiti e materiali, dopo), prestare attenzione a spazi e tempi e materiali per la discussione (che per una reale partecipazione non sono particolari secondari). E’ anche emersa, in qualcuno, la preoccupazione che queste modalità non siano un modo per evitare il dibattito assembleare tradizionale ma anche, da molti, la considerazione che il confronto in piccolo gruppo ha permesso di conoscersi meglio tra partecipanti ( dimensione considerata piacevole e non solo: per fare associazione insieme conoscersi e costruire relazioni è questione essenziale) e sentirsi, anche nel giorno successivo, parte più integrante del consiglio nazionale stesso.
Ma quello di Pesaro è stato solo un minuscolo assaggio. Molto altro potrebbe nascere da qui. A tutti l’invito a condividere riflessioni, a partire da propri approfondimenti e da modalità in atto sui propri territori.
Il primo follower trasforma un pazzo solitario in un leader
Uno spazio in cui una realtà frammentata si ricompone in una unitarietà poliedrica
Uno spazio in cui una realtà frammentata si ricompone in una unitarietà poliedrica...
In primo luogo azionesociale.acli.it (blog + pagina fb + profilo Ig) funge da aggregatore di notizie: raccoglie in modo semi automatico contenuti da fonti diverse, riunendoli in un posto unico, facile da trovare e da sfogliare. La maggior parte dei contenuti del blog quindi non sono contenuti originali prodotti per azionesociale.Acli.it, ma sono rilanci di contenuti direttamente creati dalle realtà Acli locali che, volutamente, sono mantenuti nella forma con cui la realtà locale li ha creati e proposti. In questo modo, per aclisti ed esterni, azionesociale.acli.it è lo spazio in cui una realtà frammentata si ricompone in una unitarietà poliedrica. “Il modello non è la sfera, che non è superiore alle parti, dove ogni punto è equidistante dal centro e non vi sono differenze tra un punto e l'altro. Il modello è il poliedro, che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità” (Evangelici Gaudium 236).
In secondo luogo su azionesociale.acli.it c’è una forma di curation dei contenuti. Tutto ciò che viene pubblicato viene catalogato, assegnando delle tag in base al luogo in cui avviene l’azione (provincia), in base al promotore(circolo, Acli provinciali, regionali, altro soggetto di sistema), in base al tema (pace, lavoro, welfare, aggregazione….) ed in base al tipo di attività (Dibattiti, laboratori, feste, sport, arte….).
A partire da queste prime due funzioni azionesociale.acli.it permette quindi una rivelazione anche quantitativa che, tramite l’intreccio tra questi dati e quelli presenti nei programmi di tesseramento, permette di creare nuovi indicatori qualitativi per leggere e interpretare la realtà dei circoli e dell’azione sociale oggi.
Un tempo i circoli si assomigliavano tra loro maggiormente e le categorie (anche registrate nei nostri programmi di tesseramento) che usavamo erano: numero dei soci, circolo/nucleo (cioè realtà sul territorio o realtà in un luogo di lavoro) e circolo con/senza mescita/spaccio (cioè con/senza che una licenza che autorizza somministrazione o distribuzione di cibi e bevande ai soci). Oggi questo non ci basta più.
In tempi precedenti non serviva altro perché tutti i circoli rispondevano essenzialmente ad una unica motivazione e stile associativo: quello militante (vedi articolo POP Acli numero precedente), oggi sicuramente ci sono stili di cittadinanza attiva, di comunità di interesse, di comunità di identità… Questo spesso porta ad una certa polarizzazione tra “circoli tradizionali” e “circoli nuovi” ed anche tra province che maggiormente promuovano e curano “circoli tradizionali” e province che maggiormente sperimentano ed intercettano “circoli nuovi”.
L’ipotesi oggi, maturata anche grazie ai dati di azionesociale.acli.it, propone di superare la polarizzazione tradizionale/nuovo ed assumere 2+4 criteri:
I 2 criteri cornice sono la compatibilità e la coerenza con i valori Acli da un lato e con le attuali norme del Terzo Settore dall’altro).
I 4 criteri contenuti sono:
Associazione: essere esperienza non individuale
- Partecipazione: essere luogo che non solo eroga servizi o offre prestazioni ed esperienze ma che promuove proposte di attivazione e partecipazione reale (che non si limitano all’essere formalmente soci)
- Territorio: essere territorialmente radicati ed in rete con altri
- Utilità sociale: essere, in differenti modi, produttori di valore di utilità sociale.
Se si assume questo punto di vista, ciò che possiamo assieme fare non è scegliere tra tradizione e novità ma aiutare tutti i circoli ad osservare in quali di questi ambiti sono già forti ed in quali hanno margine di crescita.
(da Pop - Informazioni storie e approfondimenti dalle Acli - marzo 2023)
Mobilitare la partecipazione ai tempi della complessità
Riflessioni e spunti a partire dall’incontro per rilanciare l’azione sociale delle Acli e l’animazione delle comunità che si è svolto a Roma, con circa 50 territori Acli, il 19 e 20 gennaio scorso
Toqueville diceva “La maggior parte degli europei vede nell’associarsi un’arma da guerra che si prepara frettolosamente per sperimentarsi subito sul campo di battaglia. Un’associazione è un esercito, vi si parla per contarsi e animarsi e poi si marcia contro il nemico”. Descritta così sembra una modalità datata, ma è la militanza,che ci ha caratterizzato per molto tempo. Però, in uno schema generale in cui non esistono più parti complessive definite, la gente ha meno desiderio e meno disponibilità a lasciarsi “arruolare” in una guerra generale e non solo per una resistenza alla metafora utilizzata.
Non si tratta di rinunciare alla politicità dell’associarsi, quanto semmai di dare una lettura ancora più ampia della politicità. “L’associarsi attiene al governare, nel suo senso più alto. Rendere il mondo intellegibile, fornire degli strumenti di analisi e interpretazione che permettono ai cittadini di orientarsi e agire con efficacia” (diceva Rosanvallon).
L’attivismo civico, le pratiche di cittadinanza attiva per il bene comune, sono le modalità diffuse a partire dagli anni 2000. Ma il mondo corre veloce e dal 2000 sono già passati più di 20 anni. I nuovi ruoli previsti dalla riforma, per ora più abbozzati che realizzati a dire il vero, affidano alla società civile non solo un ruolo esecutivo, ma anche un ruolo protagonista nella definizione delle politiche sociali. Questo però, inevitabilmente, dà luogo a nuova progressiva istituzionalizzazione e contrattualizzazione della collaborazione pubblico privato sociale. I vari istituti della amministrazione condivisa generano nuove opportunità, ma sostengono anche meccanismi, tra soggetti di società civile, che sono più competitivi che cooperativi. D’altra parte, sostengono una tendenza alla collaborazione, piuttosto che alla conflittualità con le istituzioni pubbliche. E come convive con tutto questo una associazione che vuole restare anche movimento, con tutto il necessario portato di capacità di mobilitazione, protesta e pressione?
Inoltre, i tavoli di coprogettazione, i patti di collaborazione, il partenariato i progetti, il bilancio partecipativo e i tavoli tematici, sono tutti strumenti di governance locale, non nazionale. Il nazionale quindi, non è più, per definizione e per natura, il luogo naturale di una sintesi e di una regia che è anche sostenuta da distribuzione di fondi. Quale nuovo ruolo spetta, quindi, a questa dimensione, nell’era della complessità, della velocità, della specificità?
Cresce la distanza tra associazionismo basato prevalentemente su militanza e cittadinanza attiva, e volontariato occasionale… ma cresce anche quello tra piccole formazioni, radicate, significative su scala micro e grandi organizzazioni, professionalizzate, con una logica sempre più imprenditoriale. Noi in questo, come ci collochiamo? L’ambizione è (o sembra essere) tenere assieme tutto. Logica imprenditoriale e dimensione economica, da un lato e radicamento locale, volontariato e motivazione (se non militanza), dall’altro. Aggregazione, sistema di welfare, politica e promozione culturale. Il rischio è non essere bene nulla. Ma la pista (forse) è costruire un nostro modello specifico di essere. Come?
Noi ci stupiamo e a volte anche scandalizziamo un po’, della nostra diversità interna. Di come, nella stessa associazione, in diversi posti, si interpreta l’agire associativo. Ma in realtà le ricerche dicono che, sempre di più, oggi, “Una stessa associazione può agire con stili associativi diversi. Come lobby, come nodo di un movimento, come gruppo di rappresentanza di interessi, come parte del sistema di welfare locale” (Biorcio/Vitali) a seconda del contesto e del momento.
Forse oggi le persone danno meno rilevanza all’appartenenza organizzativa. Ma questo non vuole dire necessariamente maggiore resistenza all’associarsi. A volte, specie per i più giovani, può voler dire anche essere più disponibili ad associarsi, ma solo se ne vale la pena. Forse c’è maggiore sensibilità a determinati temi, quindi maggiore richiesta di verifica di coerenza. Forse oggi per associarsi c’è bisogno di avere anche un ritorno personale. Non necessariamente economico, ma di crescita, di soddisfazione, di senso e persino di felicità. Forse c’è disponibilità a portare la propria associazione, il proprio gruppo, la propria esperienza, dentro qualcosa di grande, se questo qualcosa di grande non mi annulla, ma anzi, preserva e valorizza la mia specificità.
Tutti questi forse interrogano il nostro essere associazione, il nostro essere rete associativa ed il nostro essere quel mondo diffuso che una volta chiamavamo Sistema Acli. Quello che stiamo provando a fare è stare su un duplice asse:
- da un lato promuovere l’azione sociale delle Acli e cercare di renderla sempre più animazione di comunità(cioè sempre più capace di mobilitare partecipazione),
- dall’altro stiamo provando ad utilizzare un approccio di animazione di comunità anche all’interno delle Acli stesse, come modalità di sostenere un processo di rigenerazione associativa.
- (pubblicato su POP Acli - febbraio 2023)
In dialogo con l'intelligenza artificiale...
Cosa è l'azione sociale? puoi definirla?
L'azione sociale è l'insieme di attività e iniziative volte a migliorare la qualità della vita delle persone e della comunità. Può includere programmi di assistenza sociale, attività di volontariato, campagne di sensibilizzazione e azioni politiche volte a promuovere la giustizia sociale e l'uguaglianza. L'azione sociale può essere intrapresa da individui, gruppi, organizzazioni non profit e governi.
E cosa è l'animazione di comunità?
L'animazione di comunità è un insieme di tecniche e metodi utilizzati per coinvolgere le persone in attività che migliorano la qualità della vita della comunità in cui vivono. Può essere utilizzato per costruire relazioni, promuovere il senso di appartenenza, sviluppare progetti comuni, affrontare problemi sociali e promuovere la partecipazione attiva dei cittadini. L'animazione di comunità può essere utilizzata in una varietà di contesti, come quartieri, città, scuole e
organizzazioni. L'animatore di comunità si occupa di questa attività e agisce come un facilitatore, aiutando le persone a lavorare insieme per raggiungere obiettivi comuni.
C'è una connessione tra azione sociale e animazione di comunità? Quale?
Sì, c'è una connessione tra azione sociale e animazione di comunità. Entrambe mirano a migliorare la qualità della vita delle persone e della comunità in cui vivono, e possono utilizzare metodi simili per raggiungere questi obiettivi.
L'azione sociale si concentra sull'affrontare problemi sociali specifici, come la povertà, l'esclusione sociale e l'iniquità, e può coinvolgere la promozione di politiche e programmi che aiutano a risolvere questi problemi. L'animazione di comunità, d'altra parte, si concentra sul coinvolgimento attivo dei cittadini e sullo sviluppo di progetti comuni che migliorano la qualità della vita della comunità.
In generale, l'animazione di comunità è un'attività a lungo termine che mira a costruire relazioni e a promuovere la partecipazione attiva dei cittadini. L'azione sociale, d'altra parte, è più mirata a risolvere problemi specifici e può essere un'attività a breve o lungo termine.
In sintesi, l'animazione di comunità e l'azione sociale possono anche essere complementari poiché l'animazione di comunità può aiutare a creare un ambiente in cui le persone sono più attive e più disponibili e disposte a partecipare all'azione sociale, mentre l'azione sociale può fornire risorse e supporto per affrontare problemi specifici della comunità.
Potrebbe essere corretto dire che l'azione sociale mira a risolvere alcuni problemi comuni e l'animazione di comunità è
un particolare approccio, cioè un modo (non l’unico possibile) per farlo?
Sì, potrebbe essere corretto dire che l'azione sociale è un insieme di azioni atte a risolvere problemi comuni e che l'animazione di comunità è un particolare approccio o metodo per affrontare questi problemi.
L'animazione di comunità può essere considerata un modo possibile per affrontare i problemi sociali e per promuovere l'azione sociale, lavorando sulla partecipazione attiva dei cittadini e costruendo relazioni positive all'interno della comunità.
Secondo te l'approccio di animazione di comunità può essere utilizzato anche "internamente"? Ad esempio per
rivitalizzare un'associazione?
Sì, l'approccio di animazione di comunità può essere utilizzato anche "internamente" per rivitalizzare un'associazione o un'organizzazione. L'animazione di comunità, infatti, non è limitata solo alle comunità allargate, ma può essere un approccio applicato anche a gruppi più piccoli, come le associazioni.
Nel caso di un'associazione, l'animazione di comunità può essere utilizzata per coinvolgere i membri in attività che migliorano la qualità della vita dell'associazione stessa, come ad esempio:
• Costruire relazioni e promuovere senso di appartenenza tra i membri dell’associazione
• Sviluppare progetti comuni e attività che rispondano realmente alle esigenze e agli interessi e alle capacità dei soci dell’associazione e della comunità in cui vivono
• Affrontare problemi interni all’associazione e promuovere la partecipazione attiva dei soci alla vita dell’associazione
• Promuovere una cultura della partecipazione e della collaborazione
• Intercettare nuove persone interessate a far parte dell’associazione come modo per attivarsi per rispondere ai bisogni della comunità
In questo modo l'animazione di comunità può essere utilizzata anche in una prospettiva interna all’associazione e può contribuire a rivitalizzarla, aumentando la partecipazione attiva dei membri e migliorando la qualità della vita dell'associazione stessa.
Gli obiettivi della comunità e gli obiettivi dell’associazione potrebbero non coincidere. Come ci si garantisce che
l'intervento (che vuole attivare la comunità ma vuole anche rivitalizzare l'associazione) non sia da un lato troppo
autoreferenziale e dall'altro non perda di vista anche i bisogni interni dell’associazione?
Per garantire che l'intervento di animazione di comunità promosso dall'associazione non sia troppo autoreferenziale e al contempo non perda di vista i bisogni interni dell'associazione, è importante seguire alcune best practice:
1. Coinvolgere la comunità nella definizione degli obiettivi e delle attività: è importante impiegare del tempo per ascoltare i bisogni e le aspettative della comunità e incorporarli nelle attività dell’associazione.
2. E’ importante che l'associazione coinvolga il più possibile la comunità nel momento in cui vuole sviluppare un piano d'azione che tenga conto degli interessi e delle esigenze di entrambe le parti.
3. Comunicazione trasparente: è importante che l'associazione fornisca costantemente informazioni sui progressi e sui risultati degli interventi, in modo che la comunità possa valutarne l'efficacia e l'impatto.
4. Valutazione continua: è importante che ci sia un tempo dedicato ad una valutazione continua degli interventi, per verificare se gli obiettivi sono stati raggiunti, per cogliere le novità prodotte e per adattare costantemente il piano d'azione.
5. E’ importante che l'associazione tenga in considerazione gli interessi della comunità ma allo stesso tempo che non perda di vista i propri bisogni per garantire la sopravvivenza e crescita dell'associazione.
Seguendo queste best practice, l'associazione può promuovere l'animazione di comunità in modo che sia efficace sia per la comunità che per l'associazione stessa.
Con postura territoriale
La globalizzazione accresce il rilievo della dimensione locale. Viviamo in un’epoca che è contemporaneamente delocalizzazione (spostamento in un altrove indefinito, a volte smaterializzazione) e ri-territorializzazione.
Se diciamo che lo spazio in cui viviamo influisce su di noi, stiamo dicendo che abbiamo la necessità di trasformare gli spazi, anche quelli pubblici, per il nostro benessere. E stiamo dicendo che la costruzione di un popolo (o di una comunità) non può che avvenire in un «dove», perché il dove è il luogo in cui l’esperienza si forma e nel quale il pensiero «atterra» e dove, potenzialmente, il dialogo tra diversi può comporsi.
Animazione di comunità per noi, quindi, significa agire in dimensioni prendibili per la persona: tipicamente il quartiere o il paese (ma potrebbe anche essere una dimensione più ridotta). Dimensioni non istituzionali, che abbiano connotati in qualche modo identitari e che producano senso di appartenenza (può essere il rione, difficilmente è il municipio). Perché il centro non è la rigenerazione degli spazi, ma il modo in cui le persone li abitano e attraversano.
Pur sapendo che la dimensione territoriale non è più unica per ciascuno. Ciascuno viene da, si sposta attraverso, e vive online e offline. Ciascuno abita contemporaneamente più territori, partecipa contemporaneamente a più «pubblici». E questa complessità è ineliminabile. Affrontarla però non vuol dire virare a un’astrazione neutra ma assumere una visione policentrica. Se si dovesse progettare lo stile democratico di vita nella forma di uno spartito musicale, il suo maggior tema sarebbe l’armonia della dissonanza [Alinsky, 1971].
(in Forma Esplora Anima - Una conversazione animativa - Paola Villa)
Senza fare a meno di attraversare i conflitti
Per fare sviluppo serve portare visioni che aprono conflitti [Carrosio, 2019]. È necessario che la gente dibatta con le modalità indicate da Amartya Sen [Sen, 2000] e che costruisca dialoghi, discorsi, visioni.
Per arrivare allo sviluppo è necessario introdurre elementi di conflitto e di rottura nella costruzione della visione locale. Serve portare tutti al tavolo. Servono tutte le visioni presenti. Decostruire la comunità che si presenta in maniera apparentemente compiuta e monolitica. Con un’opera di svelamento. Perché poi la comunità si ricostruisca nel processo di riappropriazione condivisa del passato e d’individuazione del futuro. Attorno a uno specifico territorio. Non in astratto, ma con una postura territoriale.
I conflitti hanno un potenziale evolutivo, ma solo se vengono attraversati e trasformati. Nel suo manuale dal titolo: La trasformazione del conflitto con mezzi pacifici, Galtung parla di capacità di trascen-dere i conflitti [Galtung, 2006]. E prende un esempio: due bambini, un tavolo, un’arancia. Che succede? Nel suo schema tutte le soluzioni possibili di questa scena (ne individua 16) si raggruppano in 5 categorie: prevale una parte o l’altra (seguendo il più forte, seguendo un principio, seguendo il caso, o seguendo una compensazione che contiene in sé anche un possibile ampliamento del conflitto), prevale la scelta di ritiro (si regala l’arancia, la si mette via per dopo, non la si mangia ecc.), si arriva a un compromesso (tagliarla, spremerla, dividerla ecc.).
Siamo portati a vedere la compensazione e il compromesso come le soluzioni virtuose. Quelle che permettono di evitare il conflitto. Ma in realtà scivolare sempre e immediatamente in una conciliazione, per certi versi acritica tra le parti, è ciò che impedisce al conflitto di essere attraversato e, quindi, trasformato.
La soluzione trasformativa (cioè animativa, secondo noi) è quella che comprende tutto il resto: cucinare una torta all’arancia, metterla all’asta con una lotteria, dividersi il ricavato, per fare altri esempi. Ma anche piantare le parti scartate (semi) proprie e altrui, avviare un commercio, conquistare il mercato ecc. La soluzione trasformativa è la capacità di ridefinire la situazione, in un modo che tutto quello che sembrava incompatibile, bloccato, venga sbloccato e si apra un nuovo orizzonte di possibilità. La creatività è la chiave per la serratura. Il dialogo è la forza da applicare e tra i mezzi più immorali di tutti c’è il non uso di ogni mezzo. Perché la paura di macchiarci entrando nel contesto della storia non è una virtù ma un modo di sfuggirla [Machiavelli, 2013, orig. 1532].
Se questa considerazione è affascinante per tutti, ciò che spesso si tralascia di considerare è che rifiutare il compromesso immediato e mantenere con forza e determinazione la propria posizione non è necessariamente un atteggiamento poco pacifico e poco costruttivo. Anzi, può essere la precondizione necessaria per i passi successivi. La chiarezza e la tenuta assertiva delle proprie posizioni sono infatti essenziali per permettere all’altro di comprendere le proprie ragioni, e il dialogo nasce proprio da questo. Approccio animativo è anche saper stare nella fase in cui il conflitto diventa più evidente e si esplicita; anzi, a volte, è anche provocare l’esplicitazione di conflitti latenti o negati, affinché possano trasformarsi.
(in Forma Esplora Anima - Una conversazione animativa - Paola Villa)
L'ascolto che apre la vista
Vengo riconosciuto, vengo ascoltato. È questo ascolto che mi apre la possibilità di vedere altre opportunità, oltre a quelle viste fino a quel momento. Mentre è non essere ascoltati e non essere riconosciuti ciò che non mi permette di visualizzare le alternative. E visualizzare è la precondizione dell’agire.
L’animazione (responsabilità collettiva da assumere comunitariamente) è quindi una funzione di ascolto come avvio di relazione e come recupero delle dimensioni costitutive dell’umano, con cui costruire comunità. È l’ascolto del grido della città al centro del Piano pastorale della diocesi di Roma, ad esempio. Proposta di un anno dedicato a questo. In un piano pluriennale di cui non si conosce l’esito. «Non è solo la raccolta dolorosa ma doverosa delle tante sofferenze e ingiustizie che dilaniano la vita degli abitanti di Roma. C’è qualcosa di più, che richiede uno sguardo contemplativo». Dove contemplazione è guardare a lungo, con attenzione e interesse, sentendo e gustando (o soffrendo) le cose interiormente [Ignazio di Loyola, 2006, orig. 1615].
Altrimenti, corriamo il rischio di proporre misure semplicemente pragmatiche, quando, al contrario, ci viene richiesta una contemplazione dei popoli, una capacità di ammirazione, che faccia pensare in modo paradigmatico [Fausti, 2018]. Il coraggio che ci serve, oggi, è avviare processi profondi, i cui sviluppi saranno, probabilmente, portati avanti da altri da noi.
(in Forma Esplora Anima - Una conversazione animativa - Paola Villa)
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