Visualizzazione post con etichetta generi e generazioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta generi e generazioni. Mostra tutti i post

Io le capisco, ma io che c'entro?


Prima mattina, autobus pieno. 

Ubriaco urlante con birra in mano intercalando tre parole e tre bestemmie...

Il discorso aveva gli incisi infiniti, le mille parentesi aperte e le molte connessioni deboli, da ubriaco. 

Ma c'era un filo di fondo, che era: 

"Le donne oggi ci hanno sottomesso.

Governano e stanno mandando in malora il mondo.

Non le puoi toccare, non puoi dire niente.

Giornalisti compiacenti e uomini di cultura le assecondano. Per salvarsi. Schiavi. 

Io le capisco, le donne.

Perché le abbiamo sottomesse per secoli.

Le menavamo. Dovevano starci con noi a forza. 

Non potevano votare. 

Immagina te quanto veleno hanno accumulato in corpo, passandoselo da madre a figlia. 

Io le capisco, ma che parità e paritá...

Oggi queste comandano tutto. 

E noi ci dobbiamo sottomettere. 

Ma io che c'entro? 

Io oggi non mi voglio sottomettere.

Io non ci sto. 

Che devo essere io il più fesso di tutti? 

Io se le donne non mi lasciano libero de fa quello che me pare, je meno...".

Dagli sguardi di solidarietà tra passeggeri, nella mezz'ora di tragitto che é stato, riporto tre cose: 

1. Anche cercando di non farlo, é impossibile non ascoltare, cercando una logica, i discorsi di un ubriaco...

2. Più di un uomo, non condividendo né tono, né modo, né conclusioni, di fondo si riconosceva in quel sentirsi vittima innocente. E questo mi pare un nodo. 

3. Lunedì. Mattina. Ottimo inizio di settimana 

Daje. 😎 💪

La parte mette in discussione il tutto e impedisce al tutto di diventare totalitario - Maria Grazia Fasoli



Sono qui perché faccio parte anche io di questa storia. La genealogia femminile: c’è una linea che si dipana. Ci sono delle madri simboliche. Lei è una di queste madri. Per certi aspetti la più importante. Permettetemi, prima di entrare nel merito di questo tema: le donne nelle Acli e le forme della rappresentanza, due premesse. 

La prima: sulla storia come memoria. Recentemente ho letto una intervista rilasciata da uno storico che sbrigativamente liquida la storia dei testimoni, perché dice che è storia esposta alle derive identitarie. Non si può negare che ci sia questo rischio, anche di distorsioni che vanno dal revisionismo al negazionismo (di cui la storia anche politica del Paese ha dato esempi). Ma contesto la concezione riduttiva e sospettosa, perché credo che un’altra memoria è possibile, perché un’altra identità è possibile. Le Acli lo credono e ne stanno dando prova nelle celebrazioni degli 80 anni. Identità aperta, inclusiva, relazionale. Le Acli, rispetto alla propria identità, non si sentono come proprietari di una memoria, si sentono depositari di una memoria che diventa bene comune. Noi facciamo la storia da eredi. L’erede ha un debito. Ma nell’accogliere l’eredità, l’erede deve anche essere non troppo obbediente. Perché se l’erede ripete l’eredità per inerzia, così come l’ha ricevuta, non si sprigiona quella energia creativa che invece è fondamentale. Noi siamo eredi, riconosciamo il debito, siamo coerenti con questa provenienza e memoria, ma cerchiamo di vivere una coerenza creativa. 

La seconda: sulla rappresentanza. La rappresentanza non è questione di numeri. Non solo di numeri. Perché la presenza delle donne eccede sempre la rappresentanza. C’è una eccedenza che è proprio del femminile, ed è una eccedenza che non può essere incanalabile negli stereotipi. Una volta discussi a lungo di questo con Pino Trotta. La parte eccede sempre il tutto, sembra un paradosso, ma è così. C’è un brano di Holderlin, lettera al fratello Carlo, la questione è una sola, se è più importante una parte o il tutto. La parte mette in discussione il tutto e impedisce al tutto di diventare totalitario. Rappresenta, cioè fa presente, una differenza e una parzialità e obbliga, stimola, costringe, anche gli uomini, che per questioni culturali complesse si autorappresentano come l’universale, a riconoscere la loro parzialità. Uomini e donne, sono due parzialità. 

La parzialità femminile ha bisogno delle forme della rappresentanza, ma apendo che queste forme non le esauriscono mai del tutto. Non solo non la esauriscono in senso storico, perché vanno rivisitate, ma non la esauriscono nemmeno in senso valoriale e teorico. E’ molto importante che le forme, le regole, i codici, siano in divenire, abbiamo questa evoluzione storica delle norme che corrispondono alle diverse fasi della storia delle donne, non solo nelle acli. 

Vorrei sottolineare che Maria Fortunato rappresenta tutto ciò nella forma di un paradosso. Prima donna vicepresidente, anche quella che nella stessa circostanza sciolse la specializzazione femminile. Il nome specializzazione è interessante. Perché dice che c’è un tutto “normale”, poi c’è una specialità, che è “speciale”. Il passaggio da specializzazione a integrazione, massima vicinanza al tutto, fino al coordinamento, è interessante. 

Coordinamento secondo me è un nome interessante. Coordinamento delle donne nelle Acli. Le donne non sono una specializzazione, una cosa strana che sta da una parte e si aggiunge. Ma le donne non sono nemmeno una massa critica, uno zoccolo duro uniforme. Le donne sono  una realtà multiforme. Le donne, non solo sono differenti dagli uomini, ma sono anche differenti tra loro. Questa genealogia femminile ci presenta anche differenze tra le donne, differenze che sono anche all’origine di confitti. Non dobbiamo dare una idea irenica dei rapporti tra donne. Ci sono stati passaggi più o meno felici, duri, scabrosi, in questo passaggio di testimone da una sorella all’altra. Questo ci deve far riflettere sulla complessità che la presenza e rappresentanza delle donne custodisce. Complessità che rende anche il tutto più complicato.  Le Acli senza le donne sarebbero meno complicate. Viceversa, una associazione solo femminile sarebbe più semplice. Ma se dobbiamo parlare di sorellanza dobbiamo parlarne anche in termini di diversità, di confronto tra visioni diverse. 

Tra i libri amatissimi, proporrei un libricino  di Nadia Fusini, studiosa del pensiero delle donne, letteratura anglosassone, si intitola: uomini e donne, una fratellanza inquieta. C’è anche una sorellanza inquieta, di cui le forme della rappresentanza cercano di dare conto. Fratellanza inquieta, sorellanza inquieta, tra donne delle Acli. Se andassimo a fare una carrellata delle donne, della genealogia femminile, emergerebbe anche questo…

Io ne ho conosciute un po’. La prima è Maria Filippi, stanza 48. Siccome io ho una memoria archivistica, ricordo che in quella occasione vidi per la prima volta Franco, che conoscevo di fama, che si affacciava in quella stanza. 

Si avvicinava a tutti senza alcun tipo di pregiudizio

"Si avvicinava a tutti senza alcun tipo di pregiudizio. E per questo riusciva a vedere nelle persone cose che noi non vediamo".
É una di quelle qualità che rendono una persona davvero preziosa.
Ci pensavo, ieri, a questa generazione di donne intelligenti, sapienti e forti, che hanno incontrato i mariti nell'impegno sociale ma che, come era ovvio a quei tempi, in quell'impegno non sono state valorizzate quanto loro.
Se ci penso dal punto di vista associativo, vedo che abbiamo perso tanto, tantissimo.
Se ci penso dal punto di vista familiare, di parrocchia, di quartiere, di comunità...vedo che spesso quella non valorizzazione di vertice non è restata uno spreco. Ha permesso un enorme rovesciamento di energie alla base.
Certo, la divisione uomo/donna altezza/base non ha senso ed oggi é impossibile non vederlo. Ma le comunità non stanno assieme solo con le altezze. E la cura delle relazioni orizzontali, più prossime, nei luoghi, non richiede meno intelligenza, sapienza, forza...
Non so se l'uscita è l'alternanza differenziata tra uomo e donna. Non so se é una diversa divisione di tempi di vita e lavoro (ed impegno sociale e politico), la nostra generazione di donne é già altro da loro, e ancora diverse sono le generazioni successive.
...per ora mi soffermo sul sentire che quella generazione di donne ha fatto il Paese e noi per come siamo. E mi sento grata.

Prima smettiamo di fare le pulci al look delle donne in politica, meglio è....


Una differenza tra uomini e donne è anche che gli uomini hanno uno standard di vestito per l'impegno pubblico.
Camicia, cravatta, giacca e pantaloni, scarpe chiuse standard. Varia (di poco) il colore. Varia (per gli esperti) la qualità e il prezzo. Ma in generale (per tutti noi) lo standard é standard. É "il vestito" e non si nota. Si nota solo ciò che esce dallo schema.
Le donne non ce l'hanno, lo standard di look in politica.
Ogni donna deve scegliere che fare, attribuendo un significato ed un peso alla situazione e declinandolo.
Anche per questo il look della donna in spazio pubblico viene analizzato, commentato, criticato.
Detto questo, prima smettiamo di fare le pulci al look delle donne in politica, meglio é. Secondo me.

La prima statua dedicata ad una donna...

Che sia la prima statua dedicata ad una donna (eccezion fatta per la Madonna e dintorni) a Milano nel 2021 fa un po' impressione...

Donne e uomini a Sanremo

Niente rende più chiaro un concetto di una visualizzazione efficace, fatta bene, lavorando sui dati.
#Sanremo2022 (grazie a Dataninja, per la perfezione mi sarebbe piaciuto, in più, solo qualcosa sulla tendenza nel tempo).


Desmond Tutu


3 obiettivi:
Sacerdozio delle donne
Suddivisione in unità pastorali
Liberazione di tutta la nostra gente, bianca e nera.

Insicure...


Non tutti gli uomini sono uguali.
Non tutte le donne sono uguali.
Vero. Quindi, in ogni analisi, la dimensione uomo/donna non è l'unica che conta.

Però le donne oggi non sono presenti in determinati ambiti in una proporzione che sarebbe naturale aspettarsi, in base ai numeri di donne esistenti al mondo. Questo è un fatto e dice che, anche se non è l'unica, la dimensione uomo/donna oggi esiste e conta.

Cosa impedisce alle donne di essere presenti in certi ambiti e ruoli? 
Cosa impedisce alle donne di restare presenti a lungo in certi ambiti e ruoli? 
Io credo siano ottime domande che è molto utile porci.

L'ipotesi semplice che oggi ha fatto irruzione nel dibattito pubblico è: le donne non hanno le caratteristiche per... E' un'ipotesi solo apparentemente semplice, perchè apre varie questioni:
  1. cosa determina le caratteristiche che le donne non hanno? Sono innate, genetiche, biologiche o sono caratteristiche socialmente, storicamente, culturalmente date? 
  2. quelle caratteristiche di cui, eventualmente, le donne sarebbero carenti, sono quelle necessarie per svolgere bene il ruolo che in certi ambiti sarebbe utile svolgere o sono necessarie per sgomitare ed ottenerlo o per difenderlo con i denti da chi lo attacca?
Se partiamo dal presupposto che fino ad oggi certi contesti sono stati quasi esclusivamente maschili e se ipotizziamo che le donne siano portatrici di una qualche forma di differenza, allora dobbiamo accettare l'idea che l'arrivo del femminile in certi ambiti porti con una diversità, una disomogeneità, una frattura dalla consuetudine. Quanto gli uomini (specialmente quelli che dichiarano di volere la parità) hanno approfondito questo aspetto? Quanto sono pronti ad accettarne realmente le conseguenze?

Da un punto di vista femminile l'approdo in contesti prevalentemente maschili significa fare i conti con il tema del "come mi pongo, qui dentro?". Schematizzando (in modo eccessivo) ci sono 4 opzioni:  
  • accettare di essere "la donna in mezzo agli uomini" cioè sentirsi magari sempre un po' diversa e fuori posto, ma trovando i modi per farsi accettare. O con la seduzione. O con forme di cura e "badantato" altrui. O simulando di farsi "prendere in carico" dall'uomo che ti spiega come devi fare... In ogni caso non dando troppo fastidio ai manovratori, stando sempre all'interno del recinto dato e mandando giù con grande eleganza vari rospi.  
  • porsi come "la donna rivendicativa in mezzo agli uomini". Portando su ogni aspetto ed argomento il tema della differenza di genere...
  • uniformarsi agli uomini, assumendone tutte le caratteristiche. Diventando in tutto come un uomo.  
  • provare semplicemente a portare il proprio modo di essere e di fare personale e professionale, le proprie conoscenze e le proprie competenze.

A leggere così sembra molto semplice scegliere, no? Ovviamente le prime 3 sono negative, ovviamente l'ultima è quella giusta. Invece, dal punto di vista dell'equilibrio pre-esistente, la prima e la terza modalità in fondo sono funzionali. La terza è una rottura di scatole, ma limitata. E' l'ultima è il vero problema!

Provare ad essere se stessi è ciò che nei fatti incontrerà maggiori resistenze e aprirà maggiori conflitti. Perchè (anche senza volerlo) metterà in discussione il contesto. Non starà nelle cornici implicite (e spesso inconsapevoli) già date. Non lascerà passare inosservate (a persone che spesso sono realmente in buonissima fede) discriminazioni e imparzialità, indipendentemente da che queste siano connesse con il tema di genere o meno.

E' qui che, secondo me, entra in gioco il tema della "sicurezza di sé" e della "spavalderia". 

Una donna in un contesto maschile, come un mancino in un contesto di destrimani, come un italiano in un contesto di inglesi, come un tennista in un campo da basket...non trova il mondo a sua misura, non può ricorrere ad automatismi, deve osservare, esplorare, inventare, sperimentare, deve costruire le modalità per... Questo la rende meno sicura di sé e spavalda, specie nelle fasi iniziali? Può essere.

Una donna in un contesto maschile si trova mille volte al giorno a subire piccole umiliazioni, non riconoscimenti, soprusi. Robe tipo il signore molto distinto che "si appoggia" sull'autobus pieno. Che se ti giri e dici "Che fa!?" Lui ti fa la faccia innocente e dice "Non capisco, cosa intende? Ma le pare? E' stata la frenata del pullman!". Non c'entra il tema dell'abuso. C'entra il tema del sopruso negato. Ogni donna che in adolescenza ha vissuto in una città con i mezzi affollati sa riconoscere queste situazioni e ha trovato il suo modo di districarsi. Ma se lo applichi a contesti di ruolo, come se ne esce? Questioni come la sedia della Von Der Leyer senza le telecamere e con quasi tutti solo uomini attorno come sarebbe andata? Se lei, in una riunione successiva con il collega, avesse posto il tema, qualcuno non avrebbe detto che era insicura e che dava importanza a cose banali? Se non l'avesse posto, qualcuno non avrebbe detto che era insicura e si faceva mettere i piedi in testa? E' una strada senza uscita. O almeno così appare. 

Una donna in un contesto prevalentemente maschile si trova mille volte al giorno di fronte a persone che (chi in buona fede e chi no) non riescono a capire perchè lei dica ciò che dice... Tu vedi il cielo azzurro, ma tutti ti dicono che è verde. E allora tu, certe volte effettivamente dubiti, ma... non sarò io che non ci vedo? Questo influisce sulla sicurezza di sé? Beh, può essere. Però in genere poi ti attrezzi anche e ti rafforzi, perchè sai che va così. 

Una donna in un contesto prevalentemente maschile tende a farsi domande su di sè. Anche perchè questo è il suo modo di affrontare le cose. In un confronto con altri, pensa che sia giusto ascoltare, verificare: Può essere che in ciò che dice lui ci sia qualcosa di utile? Come la vedrei a parti inverse? Questo è visto come essere insicure. Ma non credo lo sia. Non potrebbe essere invece il contesto ad avere un deficit di capacità di ascolto, di messa in discussione, di analisi ed introspezione?

Una donna in un contesto maschile spesso vuole prioritariamente che il pensiero collettivo progredisca, che un processo si attivi, che le cose accadano. Tante volte per questo accetta mediazioni, valorizza ciò che di buono c'è nel pensiero dell'altro, ci lavora sopra, porta contributi anche senza che questo sia riconosciuto. Questo non funziona moltissimo per affermarsi. Sicuramente. Ma possiamo dire che questa sia una insicurezza della donna? Non potrebbe essere più funzionale per tutti un contesto in cui ci si ascolta di più e si co-costruisce di più?

Una donna in un contesto maschile a volte tiene il punto. Perchè le pare giusto. Perchè non facendolo le sembrerebbe di tradire il proprio percorso e quello di chi si è fidato di lei. Farlo, spesso del tutto da sola, le fa fare tanta fatica. Nemmeno questo funziona moltissimo per affermarsi. Non viene certo vista come sicura, ma come polemica, sgraziata, acida.

Ma sembra un po' un gatto che si morde la coda. Tranne fare l'uomo o accettare di essere "di contorno" tutto sembra non funzionare. Forse è persino inevitabile, l'entrata del nuovo in certi contesti fa sentire in pericolo, esce l'istinto di difesa del proprio ruolo, potere, territorio. E' persino naturale. 

Però, incredibilmente, a volte funziona. A volte ci sono donne che riescono a restare se stesse in certi contesti. E riescono a starci a lungo. Sarebbe da studiare cosa ha funzionato, come, perchè...

Lo schema è una semplificazione. 
Serve per spiegare un ragionamento. 
La realtà è sempre più composita, da ogni punto di vista. 
Sia chiaro.
Ciascuno di noi finisce a volte per fare la parte maschile di chi c'è già e non lascia spazio. 

E allora torniamo al punto di partenza. 
Cos'è il maschile e cosa il femminile? 
Possiamo davvero dire che sono caratteristiche strutturali?
Ed un uomo in un contesto tutto femminile non sperimenta forse la stessa estraneità, esclusione, sensazione di non poter essere se stesso?

E poi ciascuna di noi mixa le diverse modalità a seconda del carattere ma anche delle fasi e dei tempi. Anzi, credo che la differenza di fase (più che la differenza di carattere) sia alla base di molte mancate solidarietà tra donne. Chi sta cercando, a fatica, di perseguire un risultato seguendo una modalità, fa fatica a solidarizzare con chi in quel momento ne sta seguendo un'altra.

Però si, gli uomini sono poco presenti nei luoghi dell'educazione, le donne sono poco presenti nei luoghi di potere. Entrambe le questioni sono importanti, ma non si può dire che siano simmetriche.

Donne e potere. A volte le donne mollano o rinunciano ancora prima di iniziare. Lo fanno perchè non hanno abbastanza "spavalderia e sicurezza di "? Può essere.

Ma ci possono essere altre ipotesi:
- lo fanno (specie nelle generazioni precedenti) perchè stare in certi luoghi chiede dedizione quasi assoluta e invece magari devono/vogliono conciliare con la cura di figli o genitori o anche solo (specie nelle nuove generazioni) con una vita più equilibrata e serena.
- lo fanno perchè il loro obiettivo non è comandare, ma cambiare le cose. Se stando in certi posti si ha l'impressione che tutta l'energia sia dedicata a sgomitare per farsi spazio e per difendere la legittimità di essere nel ruolo in cui si è...si può decidere che non ne vale la pena. 
- lo fanno perché anche senza quel ruolo non si sentono "smarrite" e "fallite". Perchè non affidano al ruolo pubblico, al successo o al riconoscimento tutta la loro identità. Lo fanno perche sanno anche perdere e ripartire da zero. 
Infine, per tornare al punto iniziale, ciò che per semplicità distinguiamo in maschile e femminile è qualcosa che fa problema anche a molti uomini che non rientrano nell'immagine standard di maschio sicuro di sé e spavaldo.  

Il punto è:  
  • accettiamo tutti, almeno come idea, che l'universo costruito su un modello di governo che definiamo maschile (rigido, apparentemente forte, centralizzato, dirigistico e tecnico) non sia l'ideale? E che non lo è nemmeno includendo donne cui è affidato il compito di essere "femminili" (creative e relazionali) in uno spazio limitato mentre il contesto complessivamente resta come era?  
  • L'arrivo di donne in contesti maschili non è il punto massimo di concessione (così poi finalmente non rompete più!), ma può essere l'inizio di un processo di trasformazione di cui c'è estremo bisogno. Verso modalità di governo e di esercizio dell'autorità che siano più in grado di stare nella complessità e nella contemporaneità. Verso modalità più partecipate, più inclusive, più circolari, più dinamiche, più policentriche, più sistemiche, più sostenibili...

Che poi, la storia è lenta, ma i processi camminano comunque. 
Noi cerchiamo di fare ciò che ci pare giusto. In ogni caso questo è tempo di semina. La raccolta non è per noi. Sarà delle generazioni future. Con ciò che a loro arriverà e ciò che, nel frattempo, sparirà.














Cosa ha detto Barbero?


Cosa ha detto Barbero?
Ha detto: "io sono uno storico, indago il passato, non il presente ed il futuro, su queste cose parlo da cittadino".
Ha detto: "Effettivamente, visti i cambi di costume degli ultimi 50 anni, ci si può domandare perchè non ci sia ancora parità".
Ha detto: "Vale la pena chiedersi se ci siano differenze strutturali tra uomo e donna che rendono più difficile a quest'ultima avere successo in certi campi".
Ha detto: "E' possibile che in media le donne manchino di quella spavalderia e sicurezza di sé che serve per affermarsi?"
Apprezzo il fatto che veda che c'è uno squilibrio.
Apprezzo il fatto che, da cittadino ma con metodo da studioso, si ponga delle domande e provi a formulare ipotesi.
Apprezzo anche il fatto che si sia aperto uno spiraglio di dibattito e riflessione sul tema.
Credo che la sua formulazione dell'ipotesi contenga elementi utili anche se è un po' povera e scivolosa.
Sono assolutamente convinta che indignarsi 3 giorni contro di lui e lasciare tutto com'è non sia per nulla utile.
Mentre approfondire l'analisi e le ipotesi di soluzione, per fare in modo che qualcosa cambi, sarebbe molto più utile.

Metà delle risorse disponibili

Preferite: "Dal 1951 al 2021 mai il ruolo di direttore artistico di Sanremo è stato affidato ad una donna" o
"Dal 1951 al 2021 a Sanremo non c'è mai stata una direttrice artistica"?
Perché il punto vero è quello.
Che la società (non solo nel Festival) continui a non riconoscere la presenza di metà delle risorse disponibili.
Ps. Ovviamente la scelta di innescare la polemica di genere per attirare attenzione su Sanremo é un grande classico che funziona sempre.
P.P.s quando mi é capitato sono stata "la presidente" non "il presidente", non "la presidentessa", non "la presidenta".

Prima dovranno parlare le donne. Durissimo da accettare in casa cattolica, si tratti pure della Chiesa di Francesco Papa...

Foto con licenza cc di Paola Rizzi 
Il terzo punto mi pare importante, per capire e contestualizzare.
Il secondo altrettanto, per evitare confusioni di piani e continui stupori. 
Il corsivo, detto in altre parole, mi pare richiami anche il monito stesso del Papa nei confronti del clericalismo. 
Il quarto non lo comprendo fino in fondo e comunque non è detto che lo condivida tutto. 

E appena ho letto la frase ho pensato alla parte in neretto. Perchè ciò di cui parliamo avviene dentro il corpo di una donna. Riguarda anche altri esseri umani. Ma avviene dentro un essere umano specifico. Dentro. E questo non può essere indifferente. 

Questa riflessione di Stefano Sodaro (tratta da un suo post) mi pare esprima bene...

(...) Eccoci, eccomi allora. Devo dire dunque? Dico. Forza...

Primo. Chi è il ghost-writer del Papa? Fuori i nomi. Lo stesso vale per i canonisti di Sua Santità che non brillano per perfezione giuridica. Chi sono? Coraggio. Si può fare meglio e di più, ragazzi. 
Secondo. Altro è la teologia della liberazione, altro la postmodernità e la cultura della soggettività del nostro contesto europeo-occidentale. Lo aveva già ben visto Christian Duquoc: non è possibile nessuna sovrapposizione tra liberazione e progressismo in ambito storico-teologico. Tanto per fare un esempio eclatante, Gutierrez, in "Teologia della liberazione", classico dei classici no?, critica con tagliente ironia la richiesta di abolizione del celibato ecclesiastico. Il ragionamento che fa Gutierrez è dirompente: vediamo se con una moglie sarete meno borghesi di come siete stati da celibi, speriamo, ma chi ce lo assicura? 
Terzo. Di cosa è preoccupato il Papa? Bisogna essere intellettualmente onesti su questo. È preoccupato di un assetto culturale, un'opzione culturale, che crea "scarti umani". Non ci sono altri sottintesi di capziosità para-politica e neanche tanto di ammaestramento etico. C'è questa tensione, evidente, costante, verso chi non ce la fa a vivere, come sia, chiunque sia, mi verrebbe quasi da dire un po' cinicamente, ma so che capirete bene, anche "qualunque cosa sia". 
E tuttavia, lo dico con rispetto e affetto, la prospettiva, per dire ciò che si vuol dire, dev'essere quella della donna, non dell'uomo maschio. Della donna, delle donne. Altrimenti falliamo. La prima tensione effettiva verso chi non ce la fa a vivere dev'essere quella in ascolto delle donne, dei loro drammi, dei loro interrogativi, delle loro solitudini, dei loro dilemmi, dei loro strazi. A loro dev'essere data e lasciata la parola sull'aborto. 
Poi, sì, parleremo anche noi maschi, ma prima e sempre dovranno parlare le donne ed essere ascoltate
Durissimo da accettare in casa cattolica, lo sappiamo, si tratti pure della Chiesa di Francesco papa. Durissimo. Eppure necessario. Fondamentale. Imprescindibile. 
Quarto. Mi è stato chiesto se mi sia piaciuto il ricorso al termine "sicario" proprio in bocca al pacifico e non violento Francesco. No. Non mi è piaciuto. Ma guardate che tutta la teologia della liberazione classica, di prima generazione per intenderci, non è mai riuscita ad abbandonare schemi e approcci tipicamente patriarcali o paternalisti. Leonardo Boff, che amo ma proprio amo, ha scritto trattati interi sulla divinizzazione pneumatologica di Maria invece che sulla necessità teologica di avere un Cristo donna. 
Ciò detto, siccome l'uso corrente del linguaggio più spinto sino ad essere volgare e scurrile nella pubblicistica più applaudita è realtà costante e quotidiana, non capisco bene lo scandalo. Ci si scandalizzi allora - evangelicamente intendo - anche di altri autori applauditissimi e laicissimi. Perché il Papa dovrebbe fare l'anima bella? 
Per quanto mi riguarda, diffido sia da una certa stucchevole francescolatria per cui anche se il Papa estrae il fazzoletto sarebbe un gesto profetico, sia da un certo gusto di accanirsi polemicamente contro ogni uscita pontificia perché tanto sarebbe comunque sempre falsa, insincera, interessata, doppiogiochista, così appalesando, da parte di cotanti fini esegeti, un'assenza di substrato ecclesiologico da far paura. 
Ho finito. Mi piacerebbe concludere, alla Nouwen, che "ho ascoltato il silenzio", ma non è del tutto vero. Il silenzio ha ancora quasi tutto da dirmi, rivelarmi. (...)

Donne nella Chiesa, donne per la Chiesa


Paola la conosco. Il tema dell'identità di genere e delle convivenze tra diversità mi interessa. Ed esplorarlo anche rispetto al mondo cattolico credo sia opportuno. Per questo ho inizialmente fatto parte del gruppo.
In questa fase di di vita però non riesco a trovare il tempo per tutto. E altre cose hanno la priorità. Quindi non ho partecipato agli scambi con il metodo della revisione di vita e non ho dato alcun contributo nella elaborazione, sintesi e limatura finale. Ho solo "visto passare". E so già che non starò dietro nemmeno nella fase futura, a quel che da questo "lancio" nascerà.
Però il tema c'è. E credo sia importante che questo sia "dicibile". Che promuova in tutti (uomini e donne) consapevolezza. E che possa stimolare una riflessione comune.
Rispetto al manifesto:
Il "chi siamo" è naturalmente soggettivo (ma le presentazioni nel gruppo erano anche molto più sfumate e ricche di quanto un elenco sintetico di caratteristiche possa far sembrare).
La parte centrale è sicuramente la migliore ed è il vero punto di riflessione: l'analisi della situazione.
La parte finale è un punto di inizio. La prima frase di un dialogo. Credo.
Personalmente poi, forse, oltre alla questione priorità, ho capito che ho bisogno di soffermarmi ancora un po' sul "nella" prima di pensare al "per la"...
Auguro buon cammino a Paola e al gruppo. Il resto si vedrà...

Macerata...


Sabato a Labico, un momento di judo tra tre società diverse. 
Il maestro di quella locale si gira verso di noi (genitori venuti da Roma) e dice: facciamo verso l'altra parte, non ve la prendete, ma per loro è una novità, voi tanto siete abituati...
E noi, all'inizio sorpresi, quasi "offesi", ci mettiamo un po', parlando tra noi, per capire a cosa si riferisse... 
Eh si, perché quando ti abitui ad essere tutti diversi e stare tutti insieme, fatichi a capire cosa per gli altri "non è normale" della tua normalità...
E il divertente è che scopri anche che il criterio che ti sembra di aver identificato come discrimine per leggere le differenze è solo uno dei tanti possibili...

Ecco, pensando a Macerata a me è venuta in mente questa cosa qui...




Cose ovvie, secondo episodio

Nel secondo episodio della serie "apprendimento di cose ovvie" si scopre che:
1. La somma di due mezzi lavori fa più di un lavoro intero.
2. Lavorare senza uno staff richiede molto più tempo di lavorare con uno staff. 
3. Anche se lo usi per ascoltare la rassegna stampa o fare telefonate, il tempo degli spostamenti non si aggiunge, resta sempre all'interno delle 24 ore della giornata. 
4. In una città come Roma lo spostamento da periferia a centro è lungo. Lo spostamento da una periferia all'altra della città è più lungo. L'intreccio dei due spostamenti è una variabile impossibile da determinare. 
5. Conciliare figli e lavoro non è facile. Conciliare due figli e due lavori è meno facile. 
Tutto questo per dire che:
Si, sono in ritardo su vari fronti.
No, non userò la Pasqua per mettermi in pari.
Userò questi giorni per stare in famiglia e (spero) riposare. Poi cercherò un modo più o meno equilibristico per selezionare e fare.

DP

Sei vecchio quando la prima cosa che ti viene in mente sentendo DP non è l'inversione di PD.

Essere mamma di figli maschi

P: Per fortuna!
Mamma: cosa?
P: riesco ancora a fare le puzzette con le ascelle!
Mamma: è importante?
P (serissimo): molto!

Mi adatto a quasi tutto, non mi scandalizza quasi niente. Ma l'interesse, il divertimento e il gusto dei bambini maschi (grandi e piccoli) per ciò che il corpo fa' e produce resta per me un mistero incomprensibile... 

La conciliazione

La conciliazione è un'arte delicata.
Sorprendentemente (ma poi perché?) di più per un autonomo che per un dipendente.
Se c'è qualche piccolo inconveniente sanitario in famiglia diventa più complesso.
Se ci aggiungi qualche disguido logistico...
La soluzione, ad un certo punto, è solo smettere di pensare di poterci far stare tutto.
Ed accettare che qualcosa di qui o di là salti.
E riformulare e metabolizzare in fretta.
Sperando di aver azzeccato il criterio giusto del salto. 
Credo.

Figlie femmine


Giovanni: io da grande voglio almeno due figli. Ma non lo so se saranno femmina o maschio.
Mamma: quello non puoi saperlo prima...
Giovanni: io vorrei femmina. Allora cerco una mamma femmina, così vengono figli femmina...
Mamma: ma non funziona così. Scusa io sono una mamma femmina, e voi siete venuti due maschi!
Giovanni: certo, ma che c'entra? Quello perché tu volevi Pietro e me! 

‪#‎openfamiglia‬ di tra leggi della genetica e certezze affettive

La famiglia, gli assoluti e il senso del tempo...


1. Gli assoluti e il senso del tempo.
Sono andata a rileggermi il dibattito sul tema famiglia in assemblea costituente. È davvero molto interessante. Vedi questi giganti (Calamandrei, Moro, Togliatti, Jotti... ) impegnati in altissimi ragionamenti ma anche in piccole mediazioni, punzecchiature, frecciate personali...e capisci che i tempi sono cambiati, ma anche che tutto diventa mitologico solo a posteriori...Ma non è questo il punto, ovviamente.

La cosa che mi ha colpito è notare che la contrapposizione tra mondo cattolico e sinistra era tutta sull'indissolubilità del matrimonio. Con corollario della totale parità tra coniugi contrapposta all'esigenza di mantenere un "vantaggio" paterno. Non è strano. Erano gli anni 40. Le donne non avevano nemmeno il diritto di voto e la DC su questo interpretava anche le idee del mondo contadino comunista. E come andò a finire? Il fronte comunista vinse la battaglia (nella Costituzione la famiglia non fu indissolubile) ma perse doppiamente la guerra (perché per il divorzio dovette aspettare 30 anni e soprattutto perché il PCI perse le elezioni del 48).
 
A rileggere la storia, 70 anni dopo, non si può non notare che il concetto di famiglia si modifica nel tempo. Per tutti. Anche per i cattolici. Che oggi si sentirebbero a disagio nel fare una battaglia frontale a difesa dell'indissolubilità del matrimonio civile. Ad esempio. Eppure allora sembrava si trattasse di un punto di non ritorno. Come dire che gli assoluti, visti a distanza di tempo, assumono tutti una minore assolutezza. E questo forse ci aiuta anche a ridimensionare gli scontri. 

2. Cosa pensano i cattolici degli omosessuali
Oggi il nodo è il riconoscimento delle unioni civili delle coppie omosessuali. Ed io non riesco a non partire da alcune domande. Esistono persone omosessuali. E' un dato di realtà. Ineludibile. Come cattolici noi cosa pensiamo? Pensiamo che vogliamo uno Stato in cui loro debbano per forza restare soli a vita? O pensiamo che anche le persone omosessuali possano provare a costruire una progettualità di vita con un'altra persona, una solidarietà fatta di affetti e sogni ma anche di diritti e doveri, di segni ed impegni socialmente riconosciuti e riconoscibili? 

3. Dai monologhi al dialogo

Amo la piazza, e scendere in piazza per ciò in cui si crede è un diritto. Ma temo le due piazze di questi giorni finiscano per essere legittimi monologhi. Mentre noi abbiamo bisogno (se vogliamo essere un popolo) di dialoghi. Di costruire unità, nella pluralità. E possiamo farlo solo assieme.

Perchè il dibattito culturale e sociale non può essere rinchiuso nelle strettoie del dibattito legislativo. Non può essere la legge l'unica forma di riconoscimento culturale. E non può essere la politica (in crisi) l'unico soggetto cui deleghiamo la composizione delle sintesi. 
E allora mi verrebbe da dire che abbiamo bisogno di approvare la legge ma anche di approfondire il senso antropologico e civico che vogliamo attribuire al concetto di famiglia.
La famiglia è qualcosa di naturale che lo Stato riconosce o nasce da un istituto giuridico specifico (sia esso solo il matrimonio od altro?).  
La famiglia nasce da una scelta reciprocamente e pubblicamente assunta da persone adulte o è qualcosa che si determina in automatico come conseguenza di altri fatti (siano essi la convivenza o l'aver generato assieme un figlio od altro...)?  
Se forse potremmo convenire tutti sul fatto che la famiglia in essenza è alleanza, solidarietà e progettualità, quanto questo ha necessità di declinarsi nel rapporto tra generi e tra generazioni perché si dia famiglia?
Personalmente non ho certezze granitiche. Solo piste di riflessione. Ma mi verrebbe da dire che al momento la mia idea di famiglia (civilmente parlando) si attesta sul fatto che ci siano due persone adulte che, in una dimensione che comprenda affetto e sessualità, fanno un patto di solidarietà e progettualità comune. E scelgono che questo patto non sia solo un fatto privato ma che abbia una valenza sociale. Poi affetto e sessualità nel tempo possono mutare o persino sparire. Ma, fino a che la scelta tra i due resta in piedi, la società sa che su quella formazione sociale può contare. 

E due persone che convivono e basta? La realtà è superiore all'idea. Sono famiglia, nei fatti. Ma quello per me è un fatto privato. Non è una fatto sociale. La società non sa se e quanto può contare su quell'unione. Tutte le scelte possono non essere eterne, è vero. Ma l'esistenza di una scelta non è un fatto irrilevante. Per questo non mi convince moltissimo la parte di legge sulle convivenze di fatto.

4. Famiglia e generatività
E poi c'è il tema della generatività. Seguendo la "mia pista" ogni famiglia per essere tale deve contenere in sé l'apertura ad una generatività. Ma non necessariamente questo deve significare generatività fisica. Si può essere famiglia anche senza avere figli. Questo a mio parere vale per tutti. Famiglie omosessuali e famiglie eterosessuali. E credo sia utile approfondire e riconoscere anche questo aspetto. Perchè altrimenti si finisce per considerare le famiglie senza figli come di serie B o si spingono le unioni omosessuali a cercare a tutti i costi di avere dei figli anche solo per potersi riconoscere come famiglia.

Dopo di che credo sia opportuno riconoscere le unioni civili tra omosessuali e anche tutelare i bambini che vivono all'interno di famiglie omosessuali e garantire loro rapporti solidi con gli adulti di riferimento. Perchè questi bambini esistono e la realtà è sempre superiore all'idea.

Ma è innegabile, il tema del riconoscimento sociale e giuridico di una coppia omosessuale è una cosa.  Il riconoscimento del diritto di essere genitori è un altro. In primo luogo perché il diritto di essere genitori in sé non esiste. Per nessuno. In secondo luogo perché, anche in questo caso, la realtà è superiore all'idea. Ed è la realtà che dice che le coppie omosessuali non sono fisicamente generative in modo autosufficiente. Sempre la realtà dice che le persone che lo desiderano trovano comunque (in Italia o all'estero) modalità per mettere alla luce un figlio. Per coppie omosessuali di donne questo spesso comporta scelte in tutto simili a quelle compiute da tante coppie eterosessuali. Per coppie omosessuali di uomini questo comporta modalità più delicate e complesse e controverse.

Uscendo da arroccamenti di posizione simmetrici credo che allora tutti potremmo riconoscere che il tema della generatività non autosufficiente apre infinite questioni delicate che hanno bisogno di essere approfondite culturalmente prima ancora che giuridicamente. Anche per recuperare un governo sulle cose e sulla vita e non far si che, semplicemente, tutto ciò che la scienza o la tecnica rendono possibile diventi automaticamente legittimo e socialmente buono ed utile.

P.S. Poi per chi crede può esserci la famiglia come sacramento e come vocazione e molto altro. Ma oggi stiamo discutendo di una legge...


Colonia. Riflessioni da donna, occidentale, cattolica.


Ciò che è accaduto a capodanno in alcune città tedesche è inquietante e preoccupante per vari motivi.

Perché (a quanto pare) ci si trova di fronte ad una forma nuova di violenza organizzata. In parte inedita e che quindi per poter essere combattuta va approfondita e compresa meglio.

Perché (a quanto pare) la forma di violenza ha colpito nel segno di nostre fragilità e tensioni culturali e sociali. 
Si è infilata in varchi aperti, arrivando a nodi scoperti e quindi ferendo in modo più profondo e non solo individuale. Che questo aspetto sia stato premeditato o no è comunque avvenuto. Ed anche con questo ora che si deve fare i conti.

Credo che i nervi scoperti toccati da questo fenomeno siano essenzialmente tre:

la migrazione con le sue ricadute in termini di scontro tra diritti umani e diritti di sicurezza. Ma anche di incapacità di composizione pacifica di differenze sociali, culturali e religiose e di connessione istintiva con il terrorismo. 

il rapporto tra i generi. Le acquisizioni civili e culturali in questo campo sono talmente recenti e poco profonde da risultare accessorie, fragili e superficiali e da poter essere messe in crisi ed in discussione da ogni minima novità o contrapposizione tra questo ed altri diritti.

il linguaggio insufficiente  (strettamente connesso alla dimensione di cultura comune incapace di leggere ed interpretare il presente). E la comunicazione che coniuga aumento della potenza con diminuzione del controllo. 

Tutto questo riguarda tutti. Uomini e donne. Stanziali ed immigrati. Nuovi arrivati e seconde generazioni.

Da tutti serve rifiuto della violenza. In qualsiasi forma e contro chiunque. 

Da tutti serve non rinnegare i diritti umani. Ovunque e di chiunque. 


A livello di principio sono due punti fermi che serve ribadire, tutti assieme. Non come il forte che impone al debole di abiurare la propria civiltà (fede e cultura) per abbracciarne un'altra. Non come obbligo condizionale per l'inclusione ("la mia società è così, se vuoi integrarti devi accettarli"). Ma come base di comune umanità. Da rivendicare e ricercare. E poi serve trovare, con pazienza e tenacia, pragmaticità e creatività le forme per dar gambe a tutto questo nella pratica. 

E su questo continuo a pensare che le esperienze di islam europeo, le seconde generazioni in Italia ed i nostri expat all'estero sarebbero risorse preziose da valorizzare.  
Così come un'esperienza di incontro europeo e di grande investimento (fatto insieme da più religioni) in una riscoperta delle esperienze e delle pratiche di nonviolenza nel mondo sarebbe una ricchezza inesplorata per la convivenza e la pace (vogliamo pensare anche solo a Aug San Suu Kyi e alla recente vittoria alle elezioni in Birmania per fare un esempio di donna, non cattolica e non occidentale?)

Poi, se volessimo approfondire, potremmo dire che la violenza sulle donne ha più a che vedere con una distorsione dell'idea di mascolinità e di rapporto con il potere che con ipotetici "usi errati" della femminilità. Che il corpo della donna come territorio simbolico di conquista in cui piantare, anche fisicamente, un segno tangibile del proprio passaggio è (purtroppo) un classico di tutte le guerre (e delle esperienze coloniali). O su altri fronti potremmo dire che è risaputo che i ricongiungimenti famigliari riducano l'incidenza della devianza nelle esperienze migratorie e persino che l'idea (fondata della nostra cultura occidentale) del dualismo corpo/anima ha qualche responsabilità morale nelle nostre distorsioni attuali... 

Dopo capodanno ognuna di noi sarà più in tensione per strada di notte. 

Ma, da donna, rivendico il diritto di non sentirmi dire che la soluzione è che io stia più attenta. E di non sentir parlare di me come proprietà (nemmeno in termini di proprietà da difendere). 
E, da donna occidentale, rivendico il diritto di dire che il tema dell'emancipazione femminile è tutt'altro che risolto anche da noi. E, da donna occidentale cattolica, aggiungo il diritto di specificare che in quel "da noi" rientra anche la dimensione religiosa. Perchè a prender per buono il metro del giudizio superficiale ed esterno di ciò che è civile e ciò che non lo è nelle religioni si rischiano certi boomerang... 

Da donna rivendico il diritto di identificarmi in tutte le donne. Quelle palpeggiate o stuprate per strada (o dentro casa). E quelle che muoiono in guerra o in mare con i figli in pancia o in braccio. Ma anche in ogni altro essere umano.  E rivendico il diritto di avere, sulle cose che accadono, un pensiero articolato e complesso. Di avere, a volte, anche idee diverse da altre donne senza che questo sia vissuto come tradimento o mancanza grave. 

Rivendico persino (ma guarda un po'!) il diritto di uscire dall'eterno ruolo di vittima. E di partecipare attivamente, in ogni campo e settore ed attività, a costruire una società ed un popolo migliore. 

Una società capace di trovare un equilibrio tra la condivisione della foto di un bambino morto in mare su ogni bacheca social ed il deliberato nascondimento a tutti gli organi di informazione di una notizia per cinque giorni.
Una società capace di non essere sciatta nelle traduzioni da una lingua all'altra, capace di trovare (o creare) termini diversi per concetti diversi senza mettere la semantica a servizio delle proprie posizioni. 

Una società che, orfana di ideologie, recuperi maggiore capacità di convivere con emozioni e sentimenti. Impulsi e desideri. Distinguendo gli uni dagli altri dando a ciascuno il proprio posto. 

Una società che ritrovi la capacità di fare politica davvero e non per reazione istintiva di pancia a ciò che avviene giorno per giorno. 

Cosa sta dietro all'assenza di coraggio politico, di cui tanto ci si lamenta? In questi anni abbiamo trovato molto valore, disponibilità al sacrificio di sé ma, anche tra noi, pochissimo coraggio politico....Il coraggio politico può crescere solo sul terreno della responsabilità libera dell'uomo (e donna, ndr) libero.... Per chi è responsabile la domanda ultima non è: come me la cavo eroicamente in quest'affare, ma: quale potrà essere la vita della generazione che viene...          (D. Bonhoeffer)  

La nascita dei processi creativi, secondo Asimov

Era il febbraio 1959, quando Isaac Asimov venne avvicinato da Arthur Obermayer, scienziato e caro amico dello scrittore. Con una proposta: e...