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La rete orizzontale tra circoli con esperienze simili




La dimensione organizzativa, il supporto delle sedi provinciali e il collegamento tra realtà simili...

Negli anni 80 Ilvo Diamanti (dopo essere stato dirigente delle Acli di Vicenza) uscì con una pubblicazione “Tra religione ed organizzazione. Il caso delle Acli”. Sulla pubblicazione ci torneremo più avanti, al momento ci interessa riprendere un aspetto specifico: la rete orizzontale tra circoli con esperienze simili. 

Il libro distingue i servizi Acli tra servizi “ad alta istituzionalizzazione" e “bassa istituzionalizzazione”.  “Per i primi vale l’ipotesi che li vede diventare via via polo complementare (a tratti alternativo) a quello politico, per i secondi si deve parlare di residualità rispetto alle strategie del movimento. Mentre i servizi assistenziali e quelli formativo addestrativi hanno conosciuto consolidamento e sviluppo, le attività ricreative e culturali, pur numerose, non hanno trovato momenti di raccordo a livello provinciale che non fossero episodici, finendo per occupare lo spazio esiguo nelle strategie e nelle scelte dell’organizzazione”.  

Quelli che nel libro sono chiamati “servizi assistenziali” e “servizi addestrativo/formativi”, che vedono uno sviluppo organizzativo guidato a livello centrale (nazionale, provinciale e regionale) vivono una notevole diffusione sul territorio che acquista via via autonomia dai circoli (in Italia nel 1980 solo 1370 addetti sociali su 5048 fanno capo ad un segretariato del popolo inserito in un circolo Acli). 

Le attività ricreative e culturali si caratterizzano come “iniziative spontanee, a carattere eminentemente locale, legate al circolo, e senza collegamenti con altre realtà simili”. Che si sviluppino attorno “allo spaccio di vini o alla sua versione evoluta, bar Acli” o che si appoggino “sfruttando le strutture parrocchiali (teatri, sale riunioni…) e attivando manifestazioni varie (cineforum, serate musicali, serate teatrali…)”. L’intervento della sede provinciale Acli nei loro confronti è in questo campo quasi unicamente di stimolo: “ogni circolo Acli studi la possibilità di realizzare almeno una tra queste iniziative e la realizzi subito. La stagione buona è questa” recita una circolare dell’epoca. 

La dimensione organizzativa (la proposta di format, strumenti, modalità di lavoro e non solo di tematiche), il supporto delle sedi provinciali e il collegamento tra realtà simili sono quindi gli snodi che, secondo Diamanti negli anni 80, avrebbero potuto fare la differenza per lo sviluppo dei circoli e di attività ricreative e culturali significative. 

Su dimensione organizzative e supporto ci si sta attrezzando (con diverse modalità organizzative) negli ultimi tempi, sia come sede nazionale che (in alcuni casi) come sedi provinciali e regionali. Rispetto alla rete orizzontale (anche extra provinciale) e allo scambio tra realtà simili ci sono forse meno esperienze consolidate (se non per alcuni esperimenti embrionali legati a temi specifici). In vista delle celebrazioni dell’ottantesimo ci piace riprendere una piccola ma significativa esperienza che il Circolo Acli Martellago (Venezia) ha promosso e che può essere ripetuta ed allargata. 

In occasione del suo 75° anniversario, all’interno di un ricco programma di iniziative, ha provato a mettersi in contatto con altri circoli della medesima età. Ne è nato un incontro online, una visita di persona ed un piccolo documento elaborato e sottoscritto assieme. 

All’incontro online, realizzato il 6 aprile, hanno partecipato 5 circoli (Cassano d’Adda, Limito di Pioltello, Ossona e Stacciola) e il racconto reciproco è stato per tutti prezioso.  il circolo di Stacciola è fisicamente andato a Martellago realizzando di fatto uno scambio ed il documento (sottoscritto anche dal circolo di Lovere e Sant’Angelo di Senigallia), dopo aver ripreso le tre fedeltà, le ha declina con attenzione all’oggi per cui questi circoli hanno dichiarato che “si impegnano a continuare ad essere presenti nelle comunità, verso di essere responsabili, mobilitando energie intorno a progetti concreti, parlando con le persone, creando legami e curando i territori” ed inoltre hanno ribadito il proprio impegno ad essere, in ogni momento “operatori di pace e testimoni di accoglienza”. Il desiderio di riproporre piccoli momenti di reciproco racconto online e di condividere la sottoscrizione di un medesimo impegno futuro è aperta. 

Articolo pubblicato su POP.Acli.it 

I circoli di lavoratori: cellula base del movimento aclista dalle origini - Paola Villa


I circoli esistono da quando esistono le Acli. Nella Acli della nascita, il circolo di lavoratori è la “cellula base” del movimento. I nuclei (aggregazioni nei luoghi di lavoro) sono il luogo dell’attività pre-sindacale e para-sindacale, ma tutto il resto è in capo al circolo, tanto è vero che è per lo più il circolo a promuovere la nascita di un nucleo sul proprio territorio e che il segretario del nucleo fa parte di diritto della commissione del circolo e non viceversa.

Perché questa centralità del circolo? Quando le Acli nascono, le fabbriche sono uno spazio già occupato dal sindacato, per non entrare subito in rotta di collisione meglio prenderla da un’altra parte. Ma ci sono anche motivi più profondi e che segnano lo sviluppo anche successivo, del circolo.  Il circolo è sul territorio, in città, in paese. In uno spazio che va tra il campanile e la fabbrica. Il circolo rimanda ad un’idea di lavoratore che è prima di tutto persona, non funzione. Il circolo assegna, dalla nascita, lo spazio civico come orizzonte alle Acli. Lo fa già prima che l’ipotesi di sindacato unitario naufraghi e che ci si trovi a ridisegnarsi. 

Il primo Circolo nasce a Roma, 15 soci, a Valle Aurelia. Accanto al circolo sorge una cooperativa di consumo.  Il giornale dei lavoratori (primo organo di stampa aclista) registra l’apertura di un circolo a Molfetta (Bari) con un centro di assistenza profughi, prigionieri ed ex combattenti, un circolo a Frattamaggiore (Napoli) con la Befana per famiglie, 3 circoli a Taranto che organizzano corsi serali di taglio e cucito e avviano una cassa di risparmio. Il circolo di Jesi (Ancona) costituisce una filodrammatica di lavoratori e il circolo di Massa Marittima apre una palestra e una libreria circolante. La varietà e specificità di ogni storia di circolo è tratto distintivo dalla nascita, non una deformazione successiva. 

Il segretariato del popolo (esperienza mutuata dall’esperienza cattolico-sociale del periodo prefascista) è spesso la base di presenza solida sulla quale nasce, come logica conseguenza, il circolo di lavoratori. In una delle prime circolari del Patronato il segretariato del popolo viene definito “Punto di partenza e fulcro principale dell’azione sociale” con l’addetto sociale che agisce “Un rapporto umano, non solo tecnico o burocratico, che si sviluppa attorno ad una pratica”. Nel 2022 poi l’addetto sociale si trasforma in Promotore sociale, per andare a rappresentare, già dal nome, la consapevolezza di un ruolo che gli deriva da quello che sfocia nella riforma del Patronato da un lato (legge 152 del 30 marzo 2001) e dalla legge sulle associazioni di promozione sociale dall’altro (7 dicembre 2003 n. 383). 

Con postura territoriale




La globalizzazione accresce il rilievo della dimensione locale. Viviamo in un’epoca che è contemporaneamente delocalizzazione (spostamento in un altrove indefinito, a volte smaterializzazione) e ri-territorializzazione. 

Se diciamo che lo spazio in cui viviamo influisce su di noi, stiamo dicendo che abbiamo la necessità di trasformare gli spazi, anche quelli pubblici, per il nostro benessere. E stiamo dicendo che la costruzione di un popolo (o di una comunità) non può che avvenire in un «dove», perché il dove è il luogo in cui l’esperienza si forma e nel quale il pensiero «atterra» e dove, potenzialmente, il dialogo tra diversi può comporsi.

Animazione di comunità per noi, quindi, significa agire in dimensioni prendibili per la persona: tipicamente il quartiere o il paese (ma potrebbe anche essere una dimensione più ridotta). Dimensioni non istituzionali, che abbiano connotati in qualche modo identitari e che producano senso di appartenenza (può essere il rione, difficilmente è il municipio). Perché il centro non è la rigenerazione degli spazi, ma il modo in cui le persone li abitano e attraversano.

Pur sapendo che la dimensione territoriale non è più unica per ciascuno. Ciascuno viene da, si sposta attraverso, e vive online e offline. Ciascuno abita contemporaneamente più territori, partecipa contemporaneamente a più «pubblici». E questa complessità è ineliminabile. Affrontarla però non vuol dire virare a un’astrazione neutra ma assumere una visione policentrica. Se si dovesse progettare lo stile democratico di vita nella forma di uno spartito musicale, il suo maggior tema sarebbe l’armonia della dissonanza [Alinsky, 1971].


(in Forma Esplora Anima - Una conversazione animativa - Paola Villa) 

Senza fare a meno di attraversare i conflitti



Per fare sviluppo serve portare visioni che aprono conflitti [Carrosio, 2019]. È necessario che la gente dibatta con le modalità indicate da Amartya Sen [Sen, 2000] e che costruisca dialoghi, discorsi, visioni.

 Per arrivare allo sviluppo è necessario introdurre elementi di conflitto e di rottura nella costruzione della visione locale. Serve portare tutti al tavolo. Servono tutte le visioni presenti. Decostruire la comunità che si presenta in maniera apparentemente compiuta e monolitica. Con un’opera di svelamento. Perché poi la comunità si ricostruisca nel processo di riappropriazione condivisa del passato e d’individuazione del futuro. Attorno a uno specifico territorio. Non in astratto, ma con una postura territoriale.

I conflitti hanno un potenziale evolutivo, ma solo se vengono attraversati e trasformati. Nel suo manuale dal titolo: La trasformazione del conflitto con mezzi pacifici, Galtung parla di capacità di trascen-dere i conflitti [Galtung, 2006]. E prende un esempio: due bambini, un tavolo, un’arancia. Che succede? Nel suo schema tutte le soluzioni possibili di questa scena (ne individua 16) si raggruppano in 5 categorie: prevale una parte o l’altra (seguendo il più forte, seguendo un principio, seguendo il caso, o seguendo una compensazione che contiene in sé anche un possibile ampliamento del conflitto), prevale la scelta di ritiro (si regala l’arancia, la si mette via per dopo, non la si mangia ecc.), si arriva a un compromesso (tagliarla, spremerla, dividerla ecc.). 

Siamo portati a vedere la compensazione e il compromesso come le soluzioni virtuose. Quelle che permettono di evitare il conflitto. Ma in realtà scivolare sempre e immediatamente in una conciliazione, per certi versi acritica tra le parti, è ciò che impedisce al conflitto di essere attraversato e, quindi, trasformato.

La soluzione trasformativa (cioè animativa, secondo noi) è quella che comprende tutto il resto: cucinare una torta all’arancia, metterla all’asta con una lotteria, dividersi il ricavato, per fare altri esempi. Ma anche piantare le parti scartate (semi) proprie e altrui, avviare un commercio, conquistare il mercato ecc. La soluzione trasformativa è la capacità di ridefinire la situazione, in un modo che tutto quello che sembrava incompatibile, bloccato, venga sbloccato e si apra un nuovo orizzonte di possibilità. La creatività è la chiave per la serratura. Il dialogo è la forza da applicare e tra i mezzi più immorali di tutti c’è il non uso di ogni mezzo. Perché la paura di macchiarci entrando nel contesto della storia non è una virtù ma un modo di sfuggirla [Machiavelli, 2013, orig. 1532].

Se questa considerazione è affascinante per tutti, ciò che spesso si tralascia di considerare è che rifiutare il compromesso immediato e mantenere con forza e determinazione la propria posizione non è necessariamente un atteggiamento poco pacifico e poco costruttivo. Anzi, può essere la precondizione necessaria per i passi successivi. La chiarezza e la tenuta assertiva delle proprie posizioni sono infatti essenziali per permettere all’altro di comprendere le proprie ragioni, e il dialogo nasce proprio da questo. Approccio animativo è anche saper stare nella fase in cui il conflitto diventa più evidente e si esplicita; anzi, a volte, è anche provocare l’esplicitazione di conflitti latenti o negati, affinché possano trasformarsi.


(in Forma Esplora Anima - Una conversazione animativa - Paola Villa) 

L'ascolto che apre la vista


Per passare dalla reazione d’istinto alla scelta, dal bisogno al desiderio [Punzi, 2018], la prima chiave di volta è l’ascolto. L’altro che mi ascolta non mi dice cosa fare. Prima di tutto mi riconosce. E il bisogno di riconoscimento è un bisogno primario di ogni persona. 

Vengo riconosciuto, vengo ascoltato. È questo ascolto che mi apre la possibilità di vedere altre opportunità, oltre a quelle viste fino a quel momento. Mentre è non essere ascoltati e non essere riconosciuti ciò che non mi permette di visualizzare le alternative. E visualizzare è la precondizione dell’agire. 

L’animazione (responsabilità collettiva da assumere comunitariamente) è quindi una funzione di ascolto come avvio di relazione e come recupero delle dimensioni costitutive dell’umano, con cui costruire comunità. È l’ascolto del grido della città al centro del Piano pastorale della diocesi di Roma, ad esempio. Proposta di un anno dedicato a questo. In un piano pluriennale di cui non si conosce l’esito. «Non è solo la raccolta dolorosa ma doverosa delle tante sofferenze e ingiustizie che dilaniano la vita degli abitanti di Roma. C’è qualcosa di più, che richiede uno sguardo contemplativo». Dove contemplazione è guardare a lungo, con attenzione e interesse, sentendo e gustando (o soffrendo) le cose interiormente [Ignazio di Loyola, 2006, orig. 1615]. 

Altrimenti, corriamo il rischio di proporre misure semplicemente pragmatiche, quando, al contrario, ci viene richiesta una contemplazione dei popoli, una capacità di ammirazione, che faccia pensare in modo paradigmatico [Fausti, 2018]. Il coraggio che ci serve, oggi, è avviare processi profondi, i cui sviluppi saranno, probabilmente, portati avanti da altri da noi.


(in Forma Esplora Anima - Una conversazione animativa - Paola Villa) 

La comunità, tra la persona e la folla


Le idee, i sentimenti, le emozioni, le credenze possiedono un potere contagioso intenso tra le persone, quanto quello dei microbi, si direbbe oggi. Il contagio delle emozioni in una folla [Le Bon, 2013, orig. 1895] è ciò che ci porta a «stare tra noi». Per proteggerci dai «virus» della rabbia altrui. Ma la metafora del virus, sebbene attuale, potrebbe non essere la più corretta. La folla, la massa, il pubblico, potrebbe essere facilmente contagiata dalle emozioni altrui, non perché contaminata dall’altro, dall’esterno. Potrebbe esserlo perché si propaga facilmente ciò che già c’è. Ciò che dà modo di esprimersi a un contenuto comune condiviso da più persone. Qualcosa di difficile da verbalizzare in via diretta e quindi esprimibile solo attraverso rappresentazioni simboliche o metaforiche o indirette.

Tendiamo a vedere la folla come irrazionale. La città e la rete come luoghi della folla. E pur invocando astrattamente il richiamo alla comunità, in realtà, contrapponiamo semplicemente la folla all’individuo. Forse ci sarebbe più utile, al posto di una contrapposizione città/campagna, folla/comunità, razionale/irrazionale, riconoscere che i processi (compresi quelli più aberranti) si presentano in varie gradazioni, in ogni forma di vita intima e aggregata, comunitaria e politica. E che, ad ogni gradazione, il piano cognitivo razionale non è l’unico legittimo. In questo senso con l’animazione di comunità intendiamo anche la capacità di tenere presente l’interezza della persona. E di tenere presente che, qualsiasi sia il ruolo che in un contesto assumiamo, anche noi siamo e restiamo sempre persone.


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Anche l'incompiuto serve


Ci lamentiamo dell’inconsistenza di politici che si limitano alle affermazioni, svincolandole da ogni ragionamento. Che semplificano ciò che in realtà è complesso. Ma dobbiamo riconoscere che è estremamente difficile oggi costruire discorsi compiuti e fondarli scientificamente e storicamente. E che, nella consapevolezza di non riuscire a farlo, finiamo per restare zitti o recitare formule senza senso a cui nemmeno noi crediamo. Possiamo riconoscere che il ragionamento organizzato, puramente razionale e completamente consapevole, non è l’unico modo di procedere del pensiero? Possiamo riconoscere che l’affermazione pura e semplice costituisce, comunque, un mezzo per avviare un processo? Che, a volte, quanto più l’affermazione è concisa, sprovvista di prove e dimostrazioni tanto maggiore è la sua profondità e incisività? Questo avviene solo per l’ignoranza della gente, si dice spesso. Ma forse c’è qualcosa di più. Forse, in un sistema bloccato, l’affermazione non dimostrata potrebbe essere un’intuizione. Potrebbe essere il primo passo per l’emergere di una verità che può essere affermata solo rompendo la coerenza dei discorsi precedenti. Verità che ancora non possediamo, ma che solo avviando dialoghi a partire dalle intuizioni possiamo scoprire, facendolo assieme e non nel presente.


(In Forma Esplora Anima - Una conversazione animativa - Paola Villa) 

Costruire un popolo



Se lo spazio sociale è frammentato e conflittuale, la comunità, così come il popolo, non è qualcosa di dato, ma è qualcosa che si dà continuamente. Il passaggio sociale e politico necessario all’organizzazione di un discorso è il movimento di creazione di un popolo [Bergoglio, 2013]. Che comprende la scelta dei confini territoriali, del nome e la capacità di fissare dei punti nodali. 

Oggi assistiamo alla spoliticizzazione del politico. Senza punti nodali non esiste più il politico. Senza domande sociali organizzate non esiste più il politico. E senza politico anche il sociale si disintegra. «Il rischio è che il politico scompaia dalla faccia della terra», scriveva Hanna Arendt [Arendt, 2006]. Ce lo diceva anche don Giovanni Nicolini, accompagnatore spirituale delle Acli, qualche tempo fa: «[...] la politica è morta. Ma senza politica nemmeno noi viviamo. Per fortuna che noi crediamo nella resurrezione» [Nicolini, 2018]. 

Senza politica non c’è più modo di riorganizzare le parti. Il governo diventa solo amministrazione. I popoli diventano inevitabilmente popolazioni (identità su basi etniche, l’elemento base di ciò che chiamiamo sovranismo). Ma «la popolazione non è una scelta contrapposta ad altre. È ciò che resta quando non c’è più il processo di costruzione di un popolo» [Tarizzo, 2018, p. XXI].


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Riposizionare la tensione tra sociale e politico


Il campo sociale è frammentato in una pluralità di domande particolari. L’operazione comune attuale è cercare tante singole risposte. E allearsi con la politica «amica» per suggerirle e concordarle.

L’operazione necessaria oggi, invece, ci pare aggregare le domande particolari in un discorso complessivo. Il campo delle domande è il sociale. Organizzare un discorso è strutturare il discorso sociale da proporre al politico. In questo senso, il sociale non è prepolitico, è già politico, ma di diverso segno. È una tensione ciò che intercorre tra sociale e politico, non una progressione evolutiva. Eliminare la tensione elimina il processo. Il politico mira all’impossibile, alla costruzione di una società ordinata e perfetta che, se esistesse, abolirebbe nei fatti il sociale [Laclau, 2018]. Il sociale non è compatto e ordinato, è fatto di contrapposizione, fratture, negatività e, soprattutto, di tante, tantissime, specificità e particolarità.

Il primo passaggio, che viene dal sociale, è quindi riconoscere e fare emergere le domande sociali. Il secondo, che viene dal politico, è cercare di organizzare la risposta a quelle domande. Per fare entrambi i passaggi c’è bisogno di aggregare le domande singole in un fronte comune, che è un punto di divisione tra noi e loro. Il conflitto noi/loro è costitutivo. Oggi è evidente in diverse fratture che viviamo e che attraversano il nostro stare assieme. Più tendiamo a volerle risanare e ricomporre, più ci sembra che ricompaiano accentuate. Il conflitto è di per sé ineliminabile. Solo attraversandolo in maniera consapevole si può trasformarlo costruendo aspetti (sempre incompiuti) di comunità e restituendo al sociale il ruolo proprio e specifico di rendere le domande sociali emergenti, visibili, dicibili e prendibili.

C’è un ruolo sociale da assumere che è quello di aiutare a organizzare discorsi con le domande sociali che emergono. È qualcosa di differente dal rappresentare (cosa che richiede sempre la delega di qualcuno a essere rappresentato). È qualcosa che ha a che fare con la capacità di vedere e ascoltare e con la capacità di non fare storytelling (narrazione da fuori) ma discorso (conversazione da dentro). Ha anche a che fare con la capacità di rischiare una proposta che raccoglie e organizza ciò che si è ascoltato all’interno di un discorso. Un discorso che non teme, anzi ricerca sconfessione, confutazione, integrazione e che, attraverso questa, si modifica e trasforma continuamente.

Viviamo in un tempo in cui le domande sociali non si aggregano più in significati politici. E in cui lo spazio politico non si scompone più in domande sociali chiare. Manca il dialogo. Manca il discorso.

Ogni discorso si organizza cercando di trovare un centro. Ma costruire il centro non è cercare il punto mediano del discorso tra due estremi. È, caso mai, tentare di spostare il campo di gioco, stabilire quali siano le questioni centrali, influire per certi versi sul processo di costruzione dell’agenda politica. Fare emergere i punti nodali tra le molteplici domande sociali.

Tra il campo sociale e il campo politico va recuperata una tensione che è costitutiva della democrazia. Se questa tensione non attraversa questo campo, resta all’interno del campo sociale. E il nemico, pur simbolico o sublimato, diventa il mio vicino. L’altro da me. Se oggi, in tempo di caduta di tutte le ideologie, lasciamo al politico la funzione di organizzare le domande, lasciamo anche che sia lui a indicarci con chi entrare in conflitto. Possiamo sicuramente e con convinzione riconoscere i limiti della politica (e dei partiti che oggi la incarnano), ma non possiamo non riconoscere che ciò che manca prioritariamente oggi è il passaggio del sociale. Manca la capacità di organizzare un discorso e manca il coraggio di proporlo. 

Annullare la tensione tra sociale e politico vuol dire lasciare intatto il sistema e portare il conflitto all’interno della società. Non si deve rinunciare alla dimensione politica del sociale. Anzi, il contrario. Si tratta di esprimerla pienamente e autonomamente. «Se vincevi te, io non sarei più stato dalla tua», scriveva don Milani nella lettera a Pipetta [Milani, 1950].

(in Forma Esplora Anima - Una conversazione animativa - Paola Villa) 

70 ragazzi in vacanza dalla guerra


Le Acli nazionali e milanesi coinvolte in un progetto Caritas per ospitare giovani e giovanissimi in fuga, anche se solo temporanea, dalla guerra

Dal 16 al 26 agosto 70 ragazzi ed educatori ucraini sono stati accolti per una vacanza solidale a Vezza d'Oglio in alta Valcamonica, provincia di Brescia.

L'iniziativa è stata promossa, insieme ad altre due accoglienze (a Sondalo e Massa Marittima) da Caritas italiana in collaborazione con Caritas Ucraina e Caritas Spes.

L'esperienza a Vezza è stata presa in carico dalle Acli Nazionali e Milanesi ed ha visto il coinvolgimento di 27 volontari che si sono occupati dell'organizzazione, della pulizia, della cucina e dell'animazione. 

È stata una esperienza molto ricca e significativa per tutti quelli che hanno partecipato. 

Il tempo di preparazione, brevissimo, il periodo estivo e le vacanze già diversamente programmate da quasi tutti, avevano portato qualche timore nel momento della decisione. Riusciremo a trovare volontari? Riusciremo a organizzare tutto ciò che serve?

Ma non solo, le domande erano anche più profonde: riusciremo a pensare attività adatte a persone con un'altra lingua, un'altra cultura, che arrivano da un contesto di guerra, con età così differenti (i più piccoli erano sugli 8 anni, i più grandi sui 17)? Gli adolescenti, età preziosa e delicata, avranno voglia di partecipare e ci aiuteranno con i più piccoli o saranno in crisi più degli altri e avranno voglia solo di stare per conto loro?

E ancora: siamo sicuri che abbia senso far uscire dei ragazzi da un paese in guerra per dieci giorni per poi rimandarli lì? 

Le incertezze erano molte, ma ad un certo punto ha preso il sopravvento la sensazione che la proposta avesse senso. In fondo, ad altri l'arrivo della guerra aveva messo a rischio e sconvolto tutta l'esistenza. A noi era solo chiesto di rischiare e riprogrammare un'estate. Ciò che serviva in quel momento non era avere tutto chiaro.

In base a questo si è deciso che valeva la pena buttarsi, di scegliere alcuni punti fermi e poi il resto sarebbe venuto passo passo.

I punti fermi iniziali che sono stati intuiti come essenziali sono stati:

- volontari: non dovevamo cercare qualcuno interessato ad un lavoretto estivo. Dovevamo cercare volontari. Persone che venissero a dare gratuitamente il loro tempo. Per motivi economici, ovviamente. Ma anche perché solo un incontro tra persone con alta motivazione e precedenti esperienze simili avrebbe permesso di creare il clima necessario a reggere l'esperienza e a rivedere in corsa tutti i programmi in base a ciò che accadeva;

- comunità: con tutte le difficoltà di gestire i movimenti di un gruppo da 80 persone, con la necessità di momenti di sottogruppi, di squadre, etc., ma l'idea di fondo era che dovesse essere un'esperienza organizzata, in cui si sta assieme, tra attività, giochi, laboratori, gite... Un mix tra un campo scout, un'animazione di Terre Libertà, un gemellaggio del Sorriso per la Bosnia in un campo profughi sloveno e una esperienza parrocchiale estiva con adolescenti. Ognuno ha pescato i propri riferimenti e le proprie competenze pregresse per costruire il puzzle;

- comunità anche nel senso di pensare al rapporto con il gruppo dei ragazzi ucraini come qualcosa di non privato. Assumendo l'impegno di condividere la possibilità di incontro, essendo mediatori e facilitatori del rapporto tra il gruppo degli ucraini e la comunità locale di Vezza d'Oglio.

Ed infine, ultimo punto essenziale: chiedere aiuto. Riconoscere di non avere le forze per fare una cosa del genere ci ha messo in condizione di cercare persone che, in un moto di fiducia, potessero decidere di mettersi a disposizione, scommettendo su qualcosa che era molto poco chiaro e definitivo ma di cui si intuiva una potenzialità. 

Ciò che ne è uscito è stato qualcosa di realmente molto intenso e significativo per tutti. Per i ragazzi ucraini, per le educatrici di Caritas Ucraina, per i volontari italiani, per la comunità locale di Vezza d'Oglio ed anche per Acli e Caritas (che si sono trovate a sperimentare insieme, in un modo molto più pratico e concreto di tante altre volte). 

Ne è uscito un incontro. L'avvio di una relazione con i centri di Caritas in Ucraina che adesso sentiamo la voglia e la responsabilità di portare avanti, con azioni future uguali e diverse da questa.

Ne è uscita, per noi, una forma diversa di conoscenza di cosa è una guerra in Europa nel 2022. Dei suoi aspetti di violenza sottile e mentale, anche diversa da ciò che abitualmente abbiamo in mente.

Essere una ragazzina bionda, vestita in modo simile a tanti ragazzi italiani, con i capelli colorati e lo sguardo furbetto, sta assieme con il venire da una zona di guerra combattuta, aver passato settimane in un rifugio, essere uscita dalla città assediata con un corridoio umanitario ed essere ora sfollata in un'altra città.

Essere un giovane dinamico, che si fa i selfie sui social, che ascolta i Maneskin, sta assieme con l'essere orgoglioso del proprio Paese, ballarne i balli tradizionali, commuoversi pensando a chi combatte e a chi è lontano da casa. 

Essere un'educatrice solare, capace di entrare a ballare in mezzo al cerchio e coinvolgere altri allegramente, sta assieme con l'avere un marito al fronte, parenti vittime di guerra, essere sfollata e dover convivere con il dubbio di non essere una buona madre, per il fatto che si sceglie di restare e non di portare i figli al sicuro altrove. 

Per i ragazzi ucraini e per le operatrici Caritas ne è uscito (ce l'hanno detto in tutti i modi) la possibilità di rilassarsi, di abbassare le difese, di riprendere fiato. Sono persone che vogliono restare in Ucraina. Che non vogliono andare via. Di fronte al pericolo, finché possibile, cambiano città, ma restano all'interno del Paese. Ma la tensione della guerra è sottile e pesante. E dopo 6 mesi di guerra, di scelte sempre difficili da prendere, di tensione, di super lavoro, di fatica... questa vacanza in Italia è stato un modo per poter non pensare, per godersi panorami e tempi senza sirene. Per loro ha avuto senso. 

Sono state tante le riflessioni nate. Molte non previste in anticipo. 

Nell'organizzare al volo abbiamo coinvolto i figli ed alcuni dei volontari italiani erano 18enni. Da una scelta anche un po' casuale e contingente è nata una delle intuizioni più chiare per il futuro. Tra ragazzi la relazione scatta facilmente ed immediatamente e la curiosità di conoscere l'altro è un motore potente. Usare rudimenti di inglese e google traduttore per capirsi, per raccontarsi, per scambiarsi foto e musica viene spontaneo ed è il primo passo per poi parlare (con propri codici e modi) di guerra, di Europa e di altro...

Perché non pensare, per il futuro, a momenti di scambio tra ragazzi italiani ed ucraini coinvolgendo parrocchie, gruppi scout, scuole, circoli ed altro? 

Trovarsi tutti a dormire nello stesso posto, stare assieme a pelar patate, ad apparecchiare e fare giochi in mezzo ad un cerchio ha creato una sorta di rispecchiamento anche tra noi adulti. 

Siamo tutti operatori sociali, tutti persone che cercano di dare il proprio contributo per una comunità migliore e che al tempo stesso cercano di fare del proprio meglio con la famiglia, i figli, la vita privata non sempre facile... Non c'è nessun merito nell'essere nella parte in cui ci si trova. Nessuna certezza che le divisioni restino queste eternamente. Non ci sono ruoli di vittima e di persone solidali fissamente separati ed assegnati. Ognuno è chiamato a fare ciò che può, al meglio che può, nella situazione in cui è.

(Pubblicato su POP Acli - 9.2022) 

Rammendare

Rammendare. Il lavoro sociale ed educativo come leva per lo sviluppo.

Acli Napoli con Paola Villa, Anna Cristofaro, Patrizia Luongo, Andrea Morniroli, Marco Rossi Doria

https://fb.watch/g419jj3hbz/

Europa

Comunque il concetto principale di stamattina è: Nessuno ha pensato: siamo entrati in Polonia, paese ancora lontano da casa. Tutti abbiamo p...