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Una convivialità che demercifica - Tommaso Vitale


Per ripercorre quali sono i grandi punti di forza della ricerca sull’Associazionismo abbiamo bisogno di una visione attraverso il tempo. 

La prima ondata è stata di chi ha guardato al rapporto tra l’associarsi e la politica. Il fuoco importante di questo sguardo, in una stagione molto lontana, negli anni 50, in Italia e come in Europa, è stato quello di chiedersi che rapporto c’era tra associazionismo e mondo del comportamento politico, mondo dei partiti. Diciamo che è stata una stagione importantissima, che continua ancora adesso, importantissima, con il rischio che alla fine in realtà volevamo capire la dinamica del sistema politico e, per capirla meglio, guardavamo alle relazioni tra associazioni e sistema politico. 

La seconda ondata ha guardato alla socializzazione delle classi dirigenti. Ha guardato all’associazionismo per capire se e come partecipare ad una associazione dava un po’ di esperienza di capacità di gestione, di mediazione, di apprendimento di modelli economici, di mobilitazione, di comprensione più larga. Se dava cose utili per diventare classe dirigente. Cosa importantissima, per vedere tutte le funzioni dell’associazionismo, anche in termini di mobilità ascendente. Ma con il rischio di minorare l’importanza in sé dell’associazionismo, perché in realtà quello che volevamo capire era la dinamica dell’elite. 

Una ulteriore ondata è stata quella dell’analisi della composizione interna delle associazioni. Fatta di ricerche molto belle, molto importanti. Per capire, settore per settore, nelle diverse parti di Paese, chi c’è dentro l’associazionismo. Chi c’è in termini di statuto socio-professionale, di genere, di età ed altro. In molti casi quello che interessava capire era la condizione della donna. Cercare di vedere se e come l’associazione diventa luogo di emancipazione femminile o luogo di riproduzione del patriarcato. Oppure ciò che interessava erano i giovani. Oppure gli anziani. Il fratello maggiore di queste ricerche era un soggetto categoriale. 

Poi c’è stata anche la stagione dello studio degli spin off. Lo studio di ciò che organizzativamente nasce dall’associazionismo. Una stagione in cui si cercava di capire bene se e come l’associarsi porta alla creazione di altri soggetti, considerati importanti perché produttivi, perché capaci di dare lavoro, di rispondere in logica di servizio, di fare mutualismo in larga scala…

Dell'associarsi non ne sappiamo tantissimo... - Tommaso Vitale


di Tommaso Vitale - 


Associarsi, mettersi insieme. Il punto fondamentale di ciò che dirò io oggi è: non ne sappiamo tantissimo. Possiamo essere un po’ sistemartici su alcuni temi, ma l’avventura e la logica della scoperta è qui: è ancora tutto da fare. Nel passato, collettivamente, nelle scienze sociali europee, ci siamo un po’ sbagliati nel modo di pensare e ragionare e spiegarci il fenomeno associativo. 


La partecipazione associativa e sociale è un aspetto centrale della modernità, della vita insieme:  cantiamo in una corale, giochiamo a calcio in un club amatoriale, ci incontriamo per discutere le finezze di una certa forma di yoga, impariamo una lingua insieme a persone che non la conoscono, aiutiamo ragazzi più giovani ad imparare, facciamo grandi manifestazioni per la vita dell’acqua, diamo vita a mense popolare, facciamo cose per rilanciare l’attrattività dei nostri paesi… Sono cose molto diverse tra loro, ma hanno un punto comune: sostanzialmente ci mettiamo insieme, facciamo insieme, ci emozioniamo insieme. Sono tantissime le cose per cui il mondo della politica e il mondo intellettuale hanno guardato con fascinazione al mondo della partecipazione sociale. 


La storia inizia quando Alexis de Toqueville parte per gli Usa e vede qualcosa per cui dice ”Questi stanno imparando la democrazia giocandosela”.

Il grande sogno (infranto) di poter guidare il cambiamento - Tommaso Vitale


Il grande sogno dei movimenti, delle istituzioni civili, democratiche, solidali, progressiste, per anni e anni, è stato quello di riuscire a costruire una narrazione in cui in qualche maniera noi esseri umani siamo capaci di guidare il cambiamento. E’ una delle cose più importanti che hanno caratterizzato il pensiero sociale e le piccole ideologie associative e civiche negli ultimi 200 anni. Guidiamo il cambiamento. A volte lo guidiamo male, non va bene, allora discutiamo, deliberiamo, facciamo democrazia per guidarlo meglio.

Fermiamoci un attimo. Facciamo una pausa su questa idea che sia tutto nelle mani di Trump, della Meloni, delle Acli, del collettivo, degli esseri umani... Fermiamoci sul fatto che ci siano forze determinanti che strutturano la nostra realtà. Siamo in una situazione in cui un sacco di cambiamenti che viviamo sul piano politico, sociale, sanitario, esistenziale, spirituale, psicologico, sono mossi dalla trasformazione tecnologica. Difficile dire che sia qualcosa che è frutto di politiche, scelte, regolazioni. Un po’ si, ma per lo più è una forza che possiamo in buona misura considerare autonoma e che fa cose straordinariamente importanti e con cui dobbiamo confrontarci, come facciamo di fronte ad altri agenti di cambiamento (climatico etc…). Ovviamente è legato ad azioni di attività umane, ma lo è in maniera molto complicata. E’ un cambiamento che avviene in virtù di forze che in grande misura sono autonome da noi e dobbiamo confrontarci con esse.

Sono cambiamenti che non rispondono a logiche meccaniche. Non rispondono a logiche semplici o lineari: se aumento questo, ci sarà meno di quest’altro. Se faccio questo, ne deriva questo. Il cambiamento tecnologico ha una portata straordinariamente importante e si muove secondo un’altra logica. Ed è straordinariamente importante perché entra dentro il grande sogno della modernità ed entra nella antropologia delle persone su un aspetto cruciale che è l’apertura verso possibilità sconfinate. La voglia di andare al di là dei propri limiti, di oltrepassare le frontiere. Questa, che era una enorme questione, ora si presenta tutta di un colpo nelle nostre vite su un piano cognitivo, che riguarda simboli, culture e questioni del cervello. 

La filosofia moderna inizia con Kant. Quello che ragiona sul senso del limite, nell’etica, nell’estetica, nel diritto, per immaginare forme di vita regolata che uscissero da modalità autoritarie. Il senso del limite caratterizza le dimensioni dell’esistenzialismo. Chi sono io rispetto ai limiti con cui mi confronto. Caratterizza le riflessioni più importanti delle scienze economiche e sociali sulla produzione. Sono belle riflessioni. Il problema è che una cosa autonoma (il cambiamento tecnologico) ci fa provare un’esperienza specifica di limite e lo fa a tutti, a qualsiasi età, quasi a qualsiasi latitudine, quasi a costo zero (ci sono problemi energetici e disuguaglianze ma le cose nelle società occidentali sono comuni) a tutti. Fa provare lo spazio sconfinato della conoscenza ad altissimo contenuto estetico.

Questa rottura storica totale con il limite è qualcosa che entra profondamente nei sentimenti e nelle emozioni condivise che abbiamo. Nessuno ha tempo. Tutti sono in ritardo. Tutti siamo in ansia. Le questioni che prima erano solo dei manager frustrati diventano oggi il problema educativo di tutti. Tutti, a tutte le età, praticamente da subito, ci troviamo di fronte all’infinito, ad una forma di possibilità infinita. Perché il filtro alle opportunità era un filtro simbolico mediato dai soldi. La moneta, siamo a Berlino, Zimmel. La moneta è un bene in sé, può creare mercati, etc… ma la moneta è in gran parte qualcosa che ci permette di gestire la relazione al limite. Siccome ogni cosa ha valore economico e siccome noi abbiamo un potere economico limitato, non possiamo avere tutto. Nel momento in cui le cose sono a costo zero o comunque con un costo di entrata bassissimo. La moneta, la ricchezza, la stratificazione sulla base delle risorse non è più il criterio su cui si gestisce in maniera semplice il limite. Quindi il limite viene soggettivizzato a livelli che non hanno paragone.

Pensate all’accesso a piattaforme di gioco, a Netflix, a Spotify… sono accessi non ad una cosa, sono accesso ad una quantità di cose così sterminate che nessuno può fruire di tutto. Nel momento in cui passo da: pago le telefonate al minuto (o a risposta), a telefonate che hanno costo zero, ho fatto un cambiamento straordinario. Nel momento in cui passo da “ogni foto che faccio ha un costo” a “le foto hanno costo zero, la manipolazione delle foto ha costo zero… mi trovo di fronte alla necessità di gestire il mio rapporto con quelle opportunità infinite. Mi trovo a dover scegliere. Tutto nella nostra vita cognitiva (estetica, spirituale, relazionale) tutto, nella realtà della nostra vita, è senza limite. E tutto (o quasi) richiede una scelta, perché non vi è più un filtro economico basato sull’acquisto per l’accesso. Non è così per la casa, non è così per il cibo, non è così per tutto… ma dal punto di vista di come gestiamo il nostro tempo qualcosa di sconfinato entra nelle nostre vite e rimanda a problemi di responsabilità individuale e questo pesa enormemente sugli individui. Non solo su quelli in tenera età. Su tutti. Pesa in una maniera che stiamo solo iniziando a conoscere.

La capacità di organizzazione della propria vita quotidiana. La capacità di decidere quando fermarsi. La capacità di scegliere, la capacità di porre un limite. La capacità di darsi una sfera simbolica di confini, di tempo o altro che non si vuole toccare, che si vuole preservare, tutto diventa concretamente responsabilità nostra. E’ una responsabilità "psicoqualcosa" che cade su ogni individuo singolo e separato. Il primo punto (enorme) è che l’individualismo di oggi sta anche nella scelta continua di “quando mi fermo”? Non la scelta di chi può vedere la tv fino a tardi e si ferma alle televendite. E’ la scelta di chi ha accesso al meglio del meglio, in qualsiasi momento. Il corpo e i suoi ritmi sono nostra responsabilità. Bisogna ri-regolare, ogni singolo giorno, ogni singola scelta. Le abitudini sono continuamente sfidate da opportunità sconfinate. Questo tipo di individualismo non ha niente a che fare con l’egoismo di chi vuole accumulare più soldi e con l’individuo solo che non ha relazioni. E’ un individualismo iper esistenzialista. E’ un individualismo di necessità responsabile. Io devo centrare me stesso sul tentativo di darmi un limite. E non è una scelta che faccio una volta per tutte. Mi basta non farlo per un pochino che prendo percorsi difficili… Il problema che era solo della iper elite e dei frustrati è oggi il problema di tutti. Il problema della noia di fronte ad un iper infinito che non si placa mai. Chiama ad un intrattenersi perché ci si annoia.

Non c’è più distinzione tra digitale e reale. E’ un tuttuno ed è comunque infinito e senza limite monetario la possibilità di incontrarsi. E questa noia ha anche un doppio, una backlash, una reazione, che sono tutte le comunità estremamente normate, iperideologizzate, che danno delle norme da setta, ma diventano un possibile ancoraggio, per scaricarsi un po’ di peso iper individualizzato.

Il cambiamento tecnologico è sempre stato importante, soprattutto nelle esperienze che hanno origine nel movimento operaio. Il cambiamento tecnologico ha effetto sulle dinamiche di produzione. Ma il cambiamento tecnologico storicamente rinforzava una centratura su alcuni problemi comuni. E polarizzava il campo delle risposte, tra progressisti e conservatori. In passato il cambiamento tecnologico diceva: ecco, questo è il nostro problema. Il lavoro minorile, la sicurezza industriale, il tempo di lavoro… questo è il nostro problema. E si discuteva su: cosa ne facciamo? E, per chi veniva dal movimento operaio, la risposta era: mettersi assieme serve, per avere maggiore forza, per sostenere le nostre ragioni.

Dobbiamo tornare sempre alla genesi della modernità. Un pezzo della storia è la genesi del limite. Un altro pezzo della storia è la dialettica. Abbiamo pensato il nostro rapporto al tutto, in senso dialettico. Con forze un po’ più di progresso e redistribuzione e forze più reazionarie che tornano indietro. Ma più o meno questa centratura dialettica ha funzionato bene per spigare tante cose. Anche in Italia, in cui c’erano complessità legate alla DC… ma comunque c’era una istanza di un lato e di un latro che si confrontavano… Negli USA era molto più leggibile ma la dialettica delle reazioni in avanti e indietro su oggetti comuni era una filosofia importante che ha strutturato il modo con cui abbiamo pensato le cose.

In maniera sempre più sofisticata. Ma dietro c’era la tensione tra due e un’idea virtuosa di compromesso come sale della politica per avanzare sulla gestione di progetti comuni. Questa è una delle basi cognitive. Si convergeva in dei luoghi in cui tutti riconoscevano che questo era l’oggetto di priorità e si discuteva se fare così o così. L’arrivo autonomo, non pensato, del cambiamento tecnologico, ha completamente sfidato, distrutto, marginalizzato, spostato sul lato, le istituzioni formali e rappresentative e il ruolo dei media tradizionali (che, appunto, mediavano e alimentavano questa dialettica, erano uno dei luoghi in cui la dialettica si esprimeva). Il cambiamento tecnologico ha aperto progressivamente un enorme pluralizzazione sotto ogni aspetto. Le comunità di discussione e riflessione sul nostro vivere insieme si sono pluralizzate anche nel riferimento sulle pluralità degli oggetti comuni e sui luoghi e modi di dialettica. Questo è enorme. In questo si accompagnano altri fattori: c’è chi può pensare che non si fida più della scienza, c’è chi non vota, c’è chi dice che è uguale.

Noi possiamo dire che i partiti non sono bravi, non ascoltano… ma non è quello il motore del cambiamento. Il motore del cambiamento è che questo accesso infinito ha fatto si che non riconosciamo più oggetti in comune. Le priorità si frammentano tantissimo. Non c’è un luogo abbastanza condensato in cui fare dialettica e fare sintesi. Quando si passa da 3 tg con più o meno 4 persone su 5 che li guardano a tutto un mondo infinito di informazioni e quei 3 tg che sono guardati da 1 persone su 6… non è che siamo in una società più pluralizzata, siamo in un’altra società…

Si litiga ancora su alcuni oggetti (politica della casa, accoglienza immigrati…) ma questo tocca meno, tocca moltissimo meno… E’ ovvio che la politica come capacità di regolare con continuità offerta di beni e servizi resta vicinissima e importantissima alle persone. Ma la politica intesa come spazio di discutere e ragionare di problemi comuni salta. Noi potremmo sempre fare degli sconti e potremmo dire “noi facciamo dibattiti con le persone nel circolo, in consiglio comunale, nel parlamento europeo…” Possiamo dirlo ma sono 25 persone su un territorio di 2 milioni di persone. E comunque non compartecipiamo ad un movimento complessivo che ragiona, si differenzia… facciamo l’ennesima bolla in cui discutiamo uno tra i mille oggetti possibili su cui si discute…

Possiamo discutere di cosa doveva fare Letta, la Meloni, della distanza dei partiti… ma la destrutturazione in questo campo è enorme. E. dentro questa destrutturazione passa di tutto. Passa la possibilità di elite iper ricche che si presentano come povere. Passano politiche redistributive verso l’alto presentate come politiche per i poveri. Passa che ognuno dica la sua su come funziona la malattia...

Il problema, di fronte a tutto questo, è che il cambiamento non avviene grazie a buoni movimenti progressisti che spingono verso la redistribuzione. Non è lì la forma del cambiamento. Il cambiamento è autonomo e sta nel fatto che la gente è dentro straordinarie opportunità relazionali. Senza un filtro centrale. Il rapporto di tutta questa gente con lo sconfinato, le modalità di relazione con il senso del limite, hanno conseguenze sulla nostra capacità di deliberazione. Il cambiamento tecnologico fragilizza l’idea stessa di poter ragionare in termini dialettici sulla politica.

La dialettica tra spinte diverse non era leggera. Le derive che potevano portare le spinte di qui e di là potevano essere brutte. Il compromesso non è mai stato facile. Ma la dinamica era leggibile. Pensare che la tensione elite/popolo (che è la tensione principale oggi) sia legata ad una evoluzione delle ideologie è ingenuo. La tensione elite/popolo è legata alla destrutturazione degli spazi di riconoscimento comune degli oggetti.


Appunti presi in diretta e non rivisti dall'autore di un intervento di Tommaso Vitale in occasione di una formazione a lavoratori Acli. 

Mirsada - Pace Ora - Lorenzo Cantù

Dal Diario di Lorenzo Cantù.

Introduzione di Giambattista Armelloni e Gianni Bottalico: Era l’estate 1993. La guerra nella ex-Jugoslavia infuriava creando morte e miseria. Sarebbe una semplificazione affermare che dopo la fine dell’ultimo conflitto mondiale e con l’istituzione della Comunità Europea, la pace abbia regnato nel vecchio continente. A poche centinaia di chilometri dai nostri confini le cose sono andate tutt’altro che in questo modo, spesso nell’indifferenza del ceto politico e di coloro che ben altro avrebbero potuto fare per evitare la degenerazione del conflitto. In tale contesto prende piede l’idea di una “marcia pacifica di interposizione” (MIR SADA, pace subito) per richiamare ai governanti, ai media e all’opinione pubblica la gravità della situazione e l’importanza di interventi pacificatori: la presenza di tanta gente, di tanti giovani, per far risuonare un chiaro e deciso no alla guerra. Si potrebbe senz’altro parlare di “diplomazia popolare”: laddove i passi ufficiali sembravano bloccati, toccava alla gente dare voce al desiderio di pace di intere nazioni. Una diplomazia popolare che che magari non sarebbe stata in grado di raggiungere obiettivi grandissimi, ma che per molti aspetti appariva come l’unica via– quella appunto della testimonianza – per uscire dallo stallo e fare qualche passo avanti.

Contributo di Giovanni Bianchi: Sarajevo doveva essere la meta finale di un inedito pellegrinaggio di pace. La spinta e la lezione? Quelle suggerite da Martini: “mettersi in mezzo”. Leggere gli uomini invece che i libri. Rischiare la vita là dove altri la rischiano. Faticare con chi fatica. È un atteggiamento propedeutico alla Speranza, che non ha nulla da spartire né con l’ottimismo delle ideologie né con quello delle psicologie.

Contributo di Tommaso Vitale: La politica era velleitaria, autoreferenziale, ripiegata su sé stessa, disattenta a ciò che accadeva fuori dalle frontiere nazionali. La società civile, e il mondo variegato dell’impegno pacifista, non erano velleitari, ma navigavano a vista. Ad ogni modo, nel mondo molteplice dell’impegno per la pace si discuteva apertamente di velleitarismo. Un’etica delle conseguenze, tutta politica, rimaneva forte. C’era tanta testimonianza, tanta ricerca di “coerenza”, ma anche un’enorme urgenza per ottenere cambiamenti palpabili. (...) Sapevamo la nostra inadeguatezza. Cercavamo di percorrere delle strade, non avevamo alcuna bussola per capire se eravamo sulla buona strada. La marcia per la pace Mir Sada è stata parte di questo travaglio. (...)  Era già successo tutto, sul piano sociale. I tempi di vita di lavoratori atipici e le carriere de-standardizzate erano già diventati terribili, affaticando le persone nel profondo. Se ne erano accorti i lavoratori, e chi come Lorenzo ascoltava quotidianamente i lavoratori. Tardavano ad accorgersene le scienze sociali, latitavano i giornalisti. Molte delle esperienze di azione collettiva avevano già perso credibilità, e l’etica veniva sempre più considerata dai cittadini ordinari come un campo per scelte individuali di consumo. Mettersi insieme per fare solidarietà con una pretesa politica non era un comportamento automatico: non lo era mai stato, e in quegli anni agli ideologi faciloni cominciava a sembrare anacronistico. Una cosa come una guerra, poi, con i suoi opachi intrecci di interessi, decisioni, azioni incontrollabili e controllo ferreo delle situazioni faceva tremare la terra sotto i piedi. Cosa fare? Su quale formula provare a influenzare i decisori? Troppo difficile, i più ripiegavano su una delega generica, un onesto stare a galla dichiarando contrarietà morale e impasse politico.

Quando alle Acli pensammo che era arrivato il momento di testimoniare con i nostri corpi una priorità per la pace subito, pensavamo alle tre fedeltà che gli aclisti negli anni hanno cercato di mantenere. Quel periodo ce ne ribadì la necessità. Un’idea alta di politica, luogo democratico di partecipazione in cui contribuire a indirizzare lo sviluppo, correggendo le strutture e i fallimenti dei mercati, con il grande obiettivo di ridurre il linguaggio delle armi, fidandosi del potere di altri mezzi, nonviolenti. La politica per costruire la pace chiede un forte coinvolgimento democratico, che solo una comunicazione diffusa può legittimare. E richiede che le intelligenze politiche e istituzionali si fidino dell’ascolto di piccoli e poveri. Senza scappare quando le cose diventano troppo, troppo difficili.

Il testo del Diario: Mir Sada.- Pace ora



Worthiness, unity, numbers, commitment




Le tecniche di comunicazione di massa dei movimenti sociali in fondo sono semplici. Non ha alcun senso che Tommaso dica: adesso io vi dico una cosa. Ciò che dico si perderà. Posso essere gratificato, ma si perde. Ha senso se il mio ex compagno di scuola mi chiama e mi dice: guarda che c'è questa iniziativa, ci dai una mano? Proviamo a passare da 4 gatti a 200.000 persone? Quale è la condizione di fattibilità? 

Worthiness, Unity, Numbers, Commitment. 

  • Worthiness. Il giusto valore. Per coinvolgermi il mio vecchio compagno deve riuscire a dirmi quale per lui il senso, il significato e la prospettiva di questa azione. 

  • Unity.Ci mettiamo e la facciamo in tanti. Non mille messaggi diversi, un messaggio, scelto insieme. 

  • Numbers. Non solo unità di chi c'è già. Capacità inclusiva. Capacità di portare, ciascuno, uno in più.

Conversazioni inclusive



L'Associazionismo ha ritenuto di non avere base sociali in grado di fare elaborazioni. Per fare quello che Ernesto (Preziosi ndr) chiamava mediazione culturale. Raccogliere una domanda e interpretarla alla luce di valori e fare proposte di policy, l'associazionismo se ne è chiamato fuori. Oggi o paga i professori per farlo, ogni tanto, o si è chiamato fuori e si è messo in una posizione moderna e decadente della critica. E ha stabilito un rapporto con la politica in termini di critica.

La critica ha anche un valore. Anche nel mondo cattolico. L'Etica della negazione. Dire che ci sono governi che non hanno nessun rispetto degli esseri umani e che animalizzano alcuni per poter chiudere meglio il contesto, è un atteggiamento di critica che è anche giustificato. Ma è inadeguato rispetto alla situazione di democrazia conflittuale. In cui i cittadini valutano il rappresentante sulla sua coerenza e sulla sua capacità di dare simboli di efficacia. Nel momento in cui le organizzazioni si limitano a dire “non sono d'accordo con” a parte essere sempre al traino da una agenda definita da altri. A parte essere additati come quelli che fanno solo ironia e si lamentano senza fare. Restano comunque dentro una forma di presenza nella sfera pubblica che non è creativa.

Il problema è se siamo ancora nella sfera pubblica costruita attorno ai media a fine 800 e che vedeva nel protagonismo dei corpi intermedi una risorsa di riflessione. Come funziona: succedono cose, ne parliamo e questa conversazione fa la ricchezza dei punti di vista e permette di elaborare e andare avanti. Questa cosa qui si è contratta, di ciò che accade non ne parliamo più tutti. Non ne possiamo più parlare tutti. Perchè non c'è più una piattaforma comune. Le condizioni di vita sono talmente migliorate e poi peggiorate che il tempo dell'apprendimento collettivo attraverso la conversazione (tempo sano della politica, che in maniera moderata, si confronta, elabora e aggiusta le cose) non è più il tempo della dinamica elettorale. La dinamica elettorale se ne frega dell'appartenenza, della discussione, vuole segni di efficacia.

Davvero CasaPound dà voce al disagio delle periferie?




di Pietro Castelli Gattinara, Caterina Forio, Tommaso Vitale.
Pubblicato su "Il Mulino". 
Pur non condividendo quello che fa, come lo fa e gli obiettivi che ha, molti accettano passivamente l’idea che l’estrema destra dia voce al disagio delle periferie italiane. Intorno a questa interpretazione si coagulano molti dei discorsi su CasaPound, anche nella sinistra più critica e radicale. Abbandonate da partiti e istituzioni, le periferie sarebbero intrinsecamente razziste e rancorose e offrirebbero alle destre neofasciste opportunità di reclutamento, rappresentanza e azione collettiva. Ma è proprio così? Davvero CasaPound dà voce al disagio delle periferie?
I fatti di Casal Bruciato, a Roma, ci offrono lo spunto per rispondere con una certa precisione a questo quesito.
La mattina di lunedì 6 maggio, una trentina di militanti di CasaPound Italia organizza un presidio nel quartiere romano di Casal Bruciato per protestare contro l’assegnazione di una casa popolare a una famiglia rom. Sulla base della graduatoria di assegnazione delle case popolari, ne hanno diritto. Ma per CasaPound quella casa spetta di diritto solo agli “italiani”, e dunque il presidio diventa un’ottima occasione per parlare con gli altri residenti del palazzo, per aizzarli contro i nuovi arrivati. Si mettono davanti alla porta e non permettono ai rom di uscire dalla casa in cui sono arrivati da poche ore, costringendo le forze dell’ordine a intervenire per proteggerli e scortarli. Approfittando del clamore mediatico, il giorno successivo CasaPound si presenta con altri militanti e mette in piedi un gazebo con materiale informativo e bandiere. Per almeno tre giorni, quel presidio non autorizzato sarà tollerato dalla polizia, che si limiterà a formare dei cordoni permettendo agli abitanti di accedere allo stabile, tra spintoni e insulti. L’apice si raggiunge martedì quando, all’ora di pranzo, la mamma rom con la figlia piccola deve rientrare a casa dopo aver fatto la spesa. Adesso ci sono telecamere e telefonini. Si vede la polizia che negozia con CasaPound, che discute, e che alla fine è costretta a forzare il passaggio per arrivare alla porta dello stabile. I giornali mettono online le immagini di alcuni militanti che insultano la famiglia rom, minacciandola anche di morte. A pochi metri dalla madre e dalla bimba, una persona – che indossa un giubbotto con il simbolo degli ZetaZeroAlfa e di CasaPound – minaccia di stupro la donna e sua figlia, che si chiudono nel palazzo atterrite, terrorizzate. Il giorno successivo, metà dei membri della famiglia torneranno nel campo in cui vivevano, mentre l’altra metà resterà nell’appartamento. In una casa senza allacciamenti elettrici, mobili e arredi, e ancora circondata da un presidio di CasaPound.

Il futuro passa dalle città?



Il mandato che ho ricevuto dalla Presidenza delle Acli Milanesi è dare una risposta diretta, senza svicolare, a 5 domande:
  • Le aree metropolitane sono fonte di benessere? 
  • Ci sono aree metropolitane che sono riuscite a ridurre le diseguaglianze? Come? 
  • le diseguaglianze urbane sembrano legate a trasporti, alloggi... la politica degli immigrati influisce sulle diseguaglianze?
  • Gruppi religiosi, chiese, ong, sindacati... nelle regioni europee sono mai state in grado di guidare un cambiamento strutturale? 
  • Le diseguaglianze urbane possono essere ridotte senza l'intervento dello Stato? 
Le aree metropolitane sono fonte di benessere? 
Di cosa parliamo quando parliamo di aree metropolitane, in Europa? Le aree metropolitane sono più ricche di ogni altre forma urbana e sono molto più ricche delle campagne. Ma sono anche le zone dove le conseguenze delle crisi economica sono state più dure. Se guardiamo ad un indice che è l'indice degli standard di vita multidimensionale (reddito, lavoro, salute...) vediamo che gli standard di vita nelle regioni metropolitane sono più elevati almeno del 30% rispetto alle altre aree. 
Il livello medio del reddito nelle aree metropolitane è il 40% più alto di quanto non sia nelle altre regioni non metropolitane. Tuttavia i salari aumentano con l'aumentare della dimensione della città. I salari più elevati riflettono maggiore produttività della città metropolitana e sono trainati da fattori che attirano lavoratori di maggior talento, più formati e  attirano imprese più produttive e le mettono vicine. Per le imprese l'agglomerazione diventa un fattore di successo straordinario. Le imprese di successo vogliono stare vicine. Il fatto di attirare più imprese produttive, più lavoratori con alte competenze e di dare salari più alti non vuol automaticamente dire capacità di redistribuire questa ricchezza alla totalità della popolazione. Infatti quando la crisi c'è stata le cose non sono andate bene. Se si considerano i cambiamenti degli standard di vita si vede quanto la reazione alla crisi è stata diversa nelle diverse aree. Ed è andata male in particolare alle metropoli. Le metropoli hanno  pagato la crisi più delle altre aree. E siccome non l'hanno pagata di più i lavoratori più ricchi, vuol dire che l'hanno pagata di più tutti gli altri. La crisi è stata la più grande crisi di sistemi produttivi europei. Ed è stata pagata da tutti. Ma è stata pagata di più dai posti più ricchi. E ha prodotto più diseguaglianza e l'ha prodotta in modo più rapida. Milano tutto sommato se l'è cavata bene perchè sta tornando a ridistribuire, perchè ha tenuto sulla salute. Ha tentennato sul lavoro, adesso è ripartita. Le città metropolitane sono più ricche, ma sono più esposte alle crisi economiche. In questo contesto va ragionata la lotta alle diseguaglianze. Non possiamo pensare di essere nel  2007 con il vento in poppa. Dobbiamo redistribuire sapendo la fase in cui siamo. 

Come sono riuscite, alcune regioni, a ridurre le diseguaglianze?
Le diseguaglianze aumentano quando qualcuno perde risorse verso l'esterno, riceve minori risorse dall'esterno o dall'interno e quando si redistribuisce verso i più ricchi. Questo vale per gli individui e per i quartieri. Se il territorio e la capacità produttiva si impoverisce, aumentano le diseguaglianza. Se calano i contributi dall'esterno aumentano le diseguaglianze. Se si redistribuisce verso i ricchi aumentano le diseguaglianze. Quindi per combattere le diseguaglianze serve: non perdere risorse, attirarne di nuove, ridistribuire verso i poveri. Sono 3 cose differenti per cui le politiche devono essere su 3 binari differenti con 3 famiglie di obiettivi. 

Il punto fondamentale è la diseguaglianza territoriale e tra individui. La questione delle periferie ovviamente c'entra, ma senza dimenticare che le periferie non sono tutte povere. Nelle metropoli policentriche possiamo avere quartieri cittadini periferici molto ricchi in cui la classe superiore si1 relega. La questione delle periferie non è solo questione di svantaggio. E' questione di presenza spaziale. Alcune sono svantaggiate, altre sono processi di autorelegazione di ceti superiori. I ceti superiori che vivono in periferia attivano molte risorse, perchè sono capaci di lobby e attirano molti servizi pubblici. In questi quartieri la capacità di lobby è anche più forte e capace che in altri, perchè c'è più capacità mutualistica. Il problema delle periferie povere è un problema di diseguaglianza e di redistribuzione delle risorse esistenti ma è soprattutto un problema di mischiare le popolazioni. 

(vedi grafici Barcellona). 
Si vedono tutti i quintili di vulnerabilità: su servizi alla persona, accesso a cibo fresco, sanità... quale che sia il tema i posti più sfigati hanno circa la metà dei servizi rispetto ai posti più influenti. 

Qui si vede l'impegno del terzo settore, sempre a Barcellona. E sempre in quintili vediamo come entra il terzo settore dentro il mutualismo. La differenza tra una zona ed un'altra è di circa 4 volte e mezzo. Noi dobbiamo assumere che questo non è solo un problema di Milano e Barcellona. Le zone più deboli hanno meno servizi pubblici, meno servizi a finanziamento pubblico, ma anche meno società civile attiva e capace di investire in mutualismo e coinvolgimento.  

Per questo il problema della riduzione delle diseguaglianze non può essere affrontato solo in termini di redistribuzione di risorse ma nelle politiche progressiste europee è affrontato anche come redistribuzione e come dinamica e mobilità della popolazione. Nessuno ci crede che solo redistribuendo si riesca ad attivare dinamiche serie di riduzione della diseguaglianza. Senza mischiare la popolazione e senza attivazione della società civile non si riesce.  Questo non vuole dire che il terzo settore salverà tutti e che se gentrifichiamo tutto sarà bello. Ma non passa tutto solo dalla redistribuzione.  La redistribuzione è necessaria ed è essenziale e richiede un assetto amministrativo. Ma la società civile non può prescindere dal fatto che il protagonismo solidale e mutualismo non è di classe popolare. E' tutto di ceto medio. Ma è un portato del ceto medio quando il ceto medio sta con i suoi simili. 

Le questioni relative alla riduzione della diseguaglianza che passano dalla redistribuzione della popolazione (il tema del mix sociale) sono cosa poco discussa ma necessaria. Solitamente sono discusse in modo spaventato e difendendosi (es: ci sono già poche risorse per i poveri, evitiamo di mettere di mezzo il ceto medio se no ci guadagna e ci espelle con la gentrificazione...). Ma il mix di popolazione non è così. Non vuol dire portare i ricchi nei luoghi dei poveri. Vuol dire porzioni di popolazione povera nei quartieri in cui si è autorelegato il ceto medio superiore o le classi superiori. Le questioni del social mix sono importanti perchè evitano che i poveri stiano solo tra poveri. Abbassando le aspirazioni e le istruzioni dei loro figli e mantenendo un abbassamento di prospettiva. 

Il ceto medio è capace di mobilitarsi per gli svantaggiati solo se li conosce e se entra in contatto con loro. Altrimenti si dedica ad altro. Un buon social mix ha effetti strutturali anche su gang, mafie... 
La presenza di mafie è un dato di fatto. Le città metropolitane attirano popolazione. A volte la popolazione che viene attirata  non ha le competenze per entrare nel mercato del lavoro, ha pochi soldi e a volte questi posti molto poveri sono poco controllati dallo stato. Quando lo stato non governa, qualcun altro governa. Non ci sono vuoti di potere. Più i quartieri sono poveri e abbandonati da presenza pubblica, sia essa società civile o altro, più emergono gang. Alcune volte prendono forme più mafiose, altre volte sono forme più locali. Ma non se ne esce. Non sappiamo di territori con grande concentrazione di povertà e omogeneità che siano stati capaci di ribellarsi alla  presenza di criminalità organizzata. Forse nel passato, nel momento in cui la classe operaia e i partiti erano capaci di organizzar... Oggi le città riescono solo quando il ceto medio è molto supportato da una alleanza costitutiva tra città e terzo settore.  Redistribuzione della popolazione è anche governo della dinamica delle popolazione e decisione di quanto si pianifica, quanto si concede alla segregazione o scelta (poveri tra loro e ricchi tra loro). Se non si ripensano questi meccanismi è difficile aggredire le diseguaglianze. 

Le città europee sono quelle che più di altri hanno ridotto le diseguaglianze. Se usciamo dal nostro orto europee, il modello della metropoli europea è quello meno diseguale al mondo. Non vuol dire sedersi e dire “fatto”. E' ovvio che tantissime pratiche di redistribuzione sono da ripensare. Ma tra le città ad alta crescita, le città metropolitane europee sono le meno diseguali. 

Milano è la metropoli italiana. Ha una base sociologica che va al di là della città metropolitana. Ha successo, attira popolazione, si comprimono i salari dei meno qualificati, non rispetto alla campagna ma rispetto ai salari più alti. A Milano si è visto impennarsi il costo del cibo fresco. Le nostre città metropolitane sono sempre lì tra il modello europeo e l'America. Non sottovalutate il tema dell'accesso al cibo fresco.  La diseguaglianza passa tra persone che hanno accesso diretto e continuato al cibo fresco e milioni di persone che non hanno mai visto cibo fresco nella loro vita. Le città metropolitane hanno visto impennarsi i valori immobiliari, il costo del cibo fresco e hanno espanso il proprio territorio con adeguato sistema di rapporti pubblici. Questo ha avuto effetti di confinamento e inquinamento. Ed i costi sono ricaduti sui più periferici e più poveri.

Bisogna produrre risorse. La crescita non è in contrasto con la redistribuzione. Ma la crescita senza redistribuzione è un disastro. Bisogna produrre e ridistribuire le risorse verso il basso. Ridistribuire la popolazione. Non solo mettere ricchi nei posti poveri ma anche mettere i poveri nei posti dei ricchi. Se le città sono in una dinamica espansiva è più facile legittimare la redistribuzione. Se si stagna c'è redistribuzione verso l'alto. Appena stagna, i ricchi prendono tutto. Ovviamente però la necessità di produrre risorse, cioè di fare concessioni per attirare imprese, intelligenze, con obiettivi redistributivi, permane. 

Quali leve per produrre risorse: 
  1. regolazione dei mercati dei prodotti (non dipende mai dalle città)
  2. regolazione del sistema finanziario (non dipende dalle città)
  3. regolazione dei salari (dipende in parte dalle città)
  4. regolazione della produzione di competenze (dipende molto dalla capacità di coordinamento delle città)
  5. regolazione del welfare (dipende molto dalle città, anche se con trasferimenti)
  6. regolazione urbanistica
  7. regolazione delle utilities 
Produrre risorse e attirare risorse dipende dalla capacità di attrezzare aree con buoni servizi energetici, buone fognature, buoni servizi di base... Alcuni di questi aspetti non dipendono dalle città e dalla loro struttura di coordinamento. Altre dipendono da governance di secondo livello. Altre sono responsabilità delle città. Il sistema è complesso. Una cosa su cui Milano è poco brava è la capacità di attirare risorse esterne. Ci prova sempre ad arrivare tra le città europee principali, non è mai troppo sotto, ma non riesce nemmeno a risalire, è sempre in mezzo. Non è brava ad attirare investimenti esterni diretti. 

Su alcuni dei prossimi punti non saremo d'accordo. Su cosa siamo d'accordo? Siamo d'accordo sulle Acli: la centralità del lavoro e della regolazione del lavoro e la centralità della formazione. Ma forse io sono più convinto di voi dell'attualità delle Acli. La formazione. La creazione di competenze tecniche e tecniche superiori. Per me questo passa per le scienze dure e non per la formazione umanistica. Per me non passa dall'Università. Passa dalla capacità delle città di qualificare la loro offerta di formazione professionale, non solo per i giovani.  Milano ha un modello capitalista differente da quello del nord ovest, diverso dalla svizzera, diverso da Bologna e aree lì attorno. Milano è il centro di una regione produttiva che supera i livelli amministrativi e si estende verso est. Ed è basata su manifattura di alta qualità. La crescita di Milano dopo la crisi è stata spettacolare e forte, ha dato risultati importanti. Milano è la vedetta dell'Italia. Ma sono 40 anni che non riesce ad accedere all'empireo delle città europee. A Milano manca ancora qualcosa per fare il salto. 
A Milano si fa troppo poco ciò che si fa a Parigi e si fa troppo quello che si fa a Londra. Milano esporta, produce servizi dinamici per il mercato, ma non esporta servizi dinamici all'estero. Questo è un gravissimo deficit nella capacità di produrre lavoro. Milano resta manifatturiera di eccellenza, ma non riesce ad esportare a sufficienza. Non ha abbastanza qualità e quantità di competenze elevate per fare si che i propri servizi più dinamici competano con altri a livello internazionale. Milano non fa sui servizi quello che fa sulla manifattura. Parigi dal primo giorno dopo il referendum Brexit  ha messo 100 persone a lavorare per attirare la marea di imprese che uscivano da Londra. Dicendo a tutti: qui ci sono condizioni, competenze, utilities, per continuare a fare bene ciò che facevate lì. Milano non ha nemmeno pensato di cogliere l'occasione seriamente. I risultati in termini di occupazione (di livello alto e basso) dalla  Brexit a Parigi sono straordinari.

I milanesi della Milano Grande sono sempre più attratti dal modello inglese. Crescente finanziarizzazione data da accesso al credito al consumo. Non vale l'approccio morale contro il consumismo, come ci dicevano i preti negli anni 80 (I preti facevano bene negli anni 80). Ma oggi non ci siamo. I ceti popolari e i ceti medi inferiori non hanno un problema di consumismo, è che Milano è sempre più attratta dal credito al consumo. E' un sistema perverso. Il ricorso al credito al consumo è portato dal fatto che ci sono salari troppo bassi e che l'offerta mutualistica è pressocchè inesistente.  Inesistente non vuol dire che non fate niente. Ma vuol dire che l'offerta presente rispetto alla città non riesce a toccare l'insieme. Se compariamo Milano sui servizi mutualistici con altre città l'offerta mutualistica è molto bassa. E non abbiamo servizi di educazione finanziaria. Tranne un poco ora, nel comune di Milano, ma in generale non ci sono accompagnamenti continuativi per aiutare le famiglie a ripensare le loro strategie di consumo fuori dal modello di credito al consumo che finanziarizza e crea dipendenza. Il sistema è perverso per salari bassi, assenza di offerta mutualistica, mancanza di accompagnamento finanziario, costo delle case fuori controllo. Certo, Milano è meglio di Londra. Ma a Milano ci sono poche occasioni collettive di socialità. E bisogna spendere tanto per avere cose di senso. Bisogna spendere tanto per cinema, teatro, spazi di senso per stare assieme. Queste sono cose su cui, se si vuole la differenza, bisogna spendere poco. Altrimenti la disuguaglianza sale.  

Le ricerche dicono che non c'è nulla come la combinazione tra educazione pubblica di qualità (nido) e istruzione professionale di qualità a tutte le età, per sostenere le capacità degli individui. Voi avete una miniera e la giustificate meno bene di quanto potreste. La combinazione di educazione pubblica e formazione professionale è importante. E' ovvio che queste cose oggi hanno una discreta qualità a Milano ma non sono sufficienti. Richiedono più investimenti ma anche più giustificazione. 

Smettere di pensare che il problema delle nuove generazioni possa essere affrontato con un rigurgito di “segui il tuo cuore”. La formazione va qualificata di più e meglio. Impresa e investimento vanno dove ci sono servizi di qualità. Le imprese vanno dove ci sono case per lavoratori, bassi costi di connessione e competenze. Se milano non riesce a fare investimento di alto livello su competenze non si cereranno nuove imprese e se ne andranno quelle che esistono. Smettiamo che sia il caso di pensare che sia solo costo del lavoro. Voi pensate che a Parigi il costo del lavoro sia più basso che a Milano? La questione del costo del lavoro è uno dei fondamentali. Serve energia. Energia pulita a basso costo. Servono utilities, servono competenze. 

La redistribuzione. E' semplice redistribuire verso l'altro. La redistribuzione è andata a favorire i più ricchi. A volte lo si è fatto anche con l'obiettivo ingenuo che redistribuendo ai più ricchi  cascheranno delle cose anche sui più poveri. Ma non ha funzionato. Come si fa a redistribuire verso il basso? Bisogna redistribuire verso i territori più svantaggiati. Per fare questo non ci sono altre soluzioni se non la fiscalità locale. Ridurre la fiscalità generale, aumentare la fiscalità locale. Si può fare in altri modi? Realisticamente qualcuno ha fatto altro, magari attraverso la distribuzione di servizi, riuscendo a redistribuire verso il basso? Non è successo da nessuna parte.  

Governare bene i territori deboli per farli crescere ed attirare investimenti. Convincere le regioni a fare una politica favorevole verso i territori deboli e non verso i territori forti. Non è facile. E' il contrario di tutto quello che il centro sinistra ha fatto negli ultimi anni. Ed è molto difficile perchè nessuno ci crede. Né a destra né a sinistra. Perchè è finita l'idea che abbia senso dare ai più deboli? Nel breve periodo è questione di etica pubblica. Se non ci diciamo che ci sono ragioni di giustizia sul lungo periodo sul breve non regge. Redistribuire ai territori più forti ha un moltiplicatore molto più alto. Se io do qualcosa a qualcuno più forte, lui con il mio 10 lui produrrà 30. Se lo do ad un territorio debole , con il mio 10, se va bene, produrrà 15. E' un problema di etica pubblica che ha riguardato il centro sinistra e l'etica cattolica. Io non posso dare al debole, perchè io ho pochi fondi e se li investo dove ho un moltiplicatore basso perdo il beneficio. E questo è uno spreco. E' eticamente insopportabile questo spreco dentro l'etica pubblica di breve periodo. Ed è così che il frame è andato verso il finanziamento ai territori già ricchi. Perché è un modo di premiare i bravi. Ma seguendo questo filone 15 anni dopo non abbiamo più politiche di perequazione. Per paura di sprecare non abbiamo più politiche. Non abbiamo più strumenti. Non abbiamo più la necessità di distribuire ai poveri nella testa. Siamo meritocratici e pensiamo che sia giusto. 

C'è una debolezza politica che è comune a molte metropoli europee. Le metropoli europee fanno fatica a rappresentare i propri interessi territoriali. Sono in competizione con le regioni e perdono. Il primo che pensa che è problema contingente tra  Milano ed il leghista che governa in Lombardia non ha colto che è una tendenza europea. Non bastano forme tecnocratiche (l'assessorato manda una persona competente in regione a dire che...). Qui passa l'attualità delle Acli. E' nell'asse tra città metropolitana, regione, stato, terzo settore e forze sociali e sindacali che si scopre l'intelligenza politica. Se pensiamo che le città possano fare da sole siamo molto lontani. Forse può farlo Casablanca. Ma non è nemmeno un modello democratico.  Alla società civile non basta dire cosa fare. Non basta nemmeno dire le cose giuste. Se non cresciamo nel modello di politica e nella capacità di pressione non diamo un contributo.  

Le città metropolitane che hanno ridotto diseguaglianze hanno fatto politiche classiche. Laburiste, se volete. Molto complesse dal punto di vista della attrattività e della produzione di risorse aggiuntive. Molto istituzionali per dotarsi di risorse fiscali per fare più servizi collettivi. Ma verso gli individui la redistribuzione diretta è stata fatta in maniera classicamente laburista. Giù le tariffe per i giovani, bassi costi dell'istruzione professionale e conciliazione, conciliazione, conciliazione. Costituire coalizione eterogenee capaci di spostare in su la capacità di rappresentanza. Il terzo settore non ha voluto fare la lobby dei poveri, ha voluto fare la lobby del terzo settore. Ma oggi non c'è un partito interessato al tema della redistribuzione e capace di attivare strutture di mobilitazione. con strutture di mobilitazione. La redistribuzione è scomparsa dentro la cultura politica. In fasi precedenti i governi locali ce la facevano a rappresentare gli interessi territoriali. La cosa è saltata con la crisi. 

C'è una moda: basta fare deregolazione urbanistica e abbiamo fatto politica a costo zero. Va di moda ma non serve e fa danni. La visione dominante suggerisce che la soluzione alla crisi abitativa delle grandi città (che è uno dei grandi temi) sia allentare le norme urbanistiche. Noi possiamo dire che non c'è nessuna evidenza empirica in questo.  In nessun posto ha funzionato così. Così facendo è molto improbabile che aumenti l'accessibilità all'abitazione per famiglie a basso reddito. Semmai aumenta la gentrificazione. E i più ricchi espellono i più poveri. E' venuto il momento di capire la profondità e l'attualità delle Acli. Se vogliamo lottare contro le disuguaglianze dobbiamo vedere bene gli incroci tra accessibilità a servizi pubblici, pianificazione, politiche... se non si tengono insieme queste cose non si fanno le Acli.

Upzoning: si tratta di ridurre il potere dei governi locali in modo che non possano impedire edilizia ad alta densità, attirando promotori locali. Milano diventerebbe più grande. La mobilità aumenterebbe e le diseguaglianze diminuirebbero. In effetti densificare è importante per ragioni ambientali, diventa una enorme opportunità per il 30% della popolazione che si può permettere di andare dove le cose succedono. Ma la retorica che circola “lasciamo fare al mercato” i ricchi andranno verso il centro e si abbasserà il costo nei posti poveri, non ha mai funzionato così. Il costo nei posti dei poveri non si abbassa. E non si è pensato di densificare in termini policentrici. Densificare in più posti. Il punto non è solo concordare sull'importanza di alloggi a prezzi accessibili. Non dobbiamo essere ingenui. Se in moltissime città europee si sono consolidate coalizioni che spingono questa ricettucola ci sono ragioni forti che la sostengono. Coalizione tra millennials ad alto reddito (che sono tanti) e che questo tipo di città attira. Coalizioni con urbanisti che vogliono densità abitativa per ragioni di inquinamento. L'obiettivo è coerente, la strategia è: iniziamo a farlo lì, poi lo faremo anche altrove. Ma l'urbanistica è una scienza sistemica che dice che una cosa bella fatta solo in un posto produce effetti di flusso. Qualcuno vince e qualcuno è vittima. Millenniasl ad alto reddito, urbanisti ambientalisti con vedute ristrette e promotori immobiliari. Perchè i promotori immobiliari guadagnano di più da operazioni ad alto reddito (che sono più sicure, sono più facili, richiedono meno intelligenza). Millennials ad alto reddito, urbanisti ambientalisti con vedute ristrette, promotori immobiliari interessati al guadagno e amministratori di centro sinistra con pochi soldi (per cui c'è sempre il vecchio detto: piutost che nient, l'è mej piutost).

Le diseguaglianze urbane sono cose brutte, difficili da sradicare.Le diseguaglianze metropolitane sono bruttissime e difficilissime. Richiedono molta capacità di governo. Questa capacità non sta più solo nelle forze degli enti locali. La costruzione di coalizioni  procede molto rapidamente sul lato della proposta che avvantaggi e redistribuisca. Deve essere un fattore di riflessione serio. Per avere ceti affluenti a contatto con ceti svantaggiati. L'autosegregazione del ceto medio alto non facilita. Per essere scardinato ci vogliono coalizioni molto forti, molto interessate ad essere coraggiose.   


Queste coalizioni sono mai state capace di guidare un cambiamento? Si, in tanti posti. E' ovvio che nel fare sono stati molto capaci. Dentro processi ampi. Può essere nel movimento operaio di un tempo o in  altro. Oggi questi soggetti possono farcela dentro coalizioni più serie con le città e con i sindacati. L'obiettivo del fare che resta dentro un modo di governo solo per esperimenti, solo con un po' di progetti, è una rovina. Sono 20 anni che si fanno progetti con la politica dei mille fiori e i criteri di base sono stati poco toccati dalle sperimentazioni. Mettersi in coalizioni vuol dire fare patti con una lettura sistemica e uscire dalla  logica del breve termine e dello sperimentare. 

Abitare lo spazio periferico è una sfida appassionante per la società civile


Abitare lo spazio periferico è una sfida appassionante per la società civile. Faccio una breve premessa e poi articolo in 3 punti. Ringrazio Danilo Catania che ha preparato i materiali che hanno istruito ciò su cui io reagisco e a cui cerco di aggiungere qualcosa. 

Innanzitutto specifico da che punto di vista parlo. Dove mi colloco per ragionare. Di mestiere io insegno alla gente a trovare competenze per governare le grandi aree metropolitane. Sono pagato per insegnare le tecniche e i processi di governo. Oggi non parlo di questo, non mi colloco da questo punto di vista. Non parleremo di governo dei territori.

Un altro pezzo del mio mestiere è cercare di capire meglio cosa non va e come si potrebbe fare andare meglio le politiche di sviluppo economico produttivo delle aree metropolitane. Oggi non parlerò di questo. Non tratteremo di politiche e di forme e tecniche di governo.

Cercherò di parlare di ciò che attiene alla attualità delle Acli. Il mio mandato è capire se, negli scenari delle periferie delle città piccole e medie e grandi, le Acli hanno una loro attualità. Io parlo oggi facendo ciò che non bisognerebbe fare. Non dirò cose concrete. Non userò la forma narrativa. Farò una lista di cose che mi sembrano importanti.

Fatta questa premessa, vengo ai 3 punti: L’inquadramento di contesto. La definizione di periferie. Gli elementi di metodo per fare inchiesta sociale nelle periferie.

1. Inquadramento di contesto
C’è una questione di contesto che non è urbana. Non è nemmeno tanto italiana. Si declina in modo diverso nei territori. Se guardiamo a cosa la società civile fa nei territori, specie in quelli in difficoltà, vediamo che ci sono 3 cose importanti: solidarietà, politica, innovazione. Si possono chiamare in molti modi: protezione, mutualismo, dare una mano... rappresentare, governare, cercare soluzioni… fare le cose in modo diverso, tenere conto di come cambia la società... Comunque sono tre cose che si triangolano quando si fanno iniziative nel territorio. Il contesto in cui viviamo è un contesto in cui queste 3 cose fanno molta fatica a triangolarsi. Abbiamo realtà che fanno bene, che cercano di rappresentare, ma sono tradizionali. Abbiamo realtà che sono molto solidali e cercano di usare le nuove tecnologie, di innovare ma non salgono di scala, non fanno rappresentanza. Abbiamo realtà che fanno bene innovazione, riescono a fare lobby, ma se ne fregano della solidarietà. Magari c’è qualcuno che riesce a triangolare tutte e tre le dimensioni, a volte. Ma la grandissima parte delle organizzazioni ha il problema di non riuscire a triangolare questi 3 temi. Se tiene su una dimensione, si perde sull’altra. Se enfatizza l'innovazione, diventa egoista e finisce per proteggere poteri forti. E viceversa…In questo contesto, il terzo settore non è mai stato così tanto lontano e così in difficoltà con la politica, come ora. La difficoltà è iniziata a destra e poi si è espansa a tutti. Dappertutto in Europa. In questo quadro, progressivamente, il terzo settore, nelle sue espressioni un po’ bigotte, ha avuto per primo difficoltà con la politica più di destra, poi anche quello attento ha avuto progressivamente difficoltà ad avvicinarsi a partiti politici di sinistra… 

La nascita dei processi creativi, secondo Asimov

Era il febbraio 1959, quando Isaac Asimov venne avvicinato da Arthur Obermayer, scienziato e caro amico dello scrittore. Con una proposta: e...