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21. Animare le organizzazioni con le idee... - Claudia Ponti


Claudia Ponti - CSV Bergamo

Romano di Lombardia - bassa bergamasca. 
Già l'espressione - bassa bergamasca - fa risuonare non la bellezza di città alta, ma un ambito territoriale più depresso, in mezzo alla campagna.

5 scuole diverse che si mettono assieme per partecipare ad un bando. MIUR: viene finanziato. 
cittadinanza attiva e forme di partecipazione. 
tradizione di esperienze di volontariato.
capofila in rete con CSV. 

Ci è stato chiesto, come CSV, di fare parte della rete. 
Si immaginavano di spartirsi il finanziamento ottenuto per proseguire le loro singole azioni. 
CSV ha detto: proviamo ad attivare un percorso di rilettura delle esperienze per costruire qualcosa di inedito che possa essere fatto tra le scuole. 
La sollecitazione  a costruire integrando era venuta dalla scuola capofila, che aveva dato come obiettivo di produrre linee guida per una  scuola che educa alla cittadinanza. 

rimanere legati ai fini. 
Si innesta un processo per riuscire ad accompagnare gli insegnanti in un percorso. 
Per aiutare gli insegnanti a restare legati ad un obiettivo che non sentivano proprio. 
Il mandato era produrre qualcosa insieme. ma l’attesa dei partecipanti era continuare a fare il proprio.
Il primo lavoro è stato quindi cercare di costruire alleanza sul fine. 
E poi aiutare a fare un lavoro di astrazione per passare dalla propria esperienza a qualcosa da mettere a disposizione degli altri.

l'aria del luogo.
abbiamo deciso di andare ad incontrare i referenti nei loro spazi.
abbiamo attivato ascolto e raccolta dati rispetto alle loro azioni. 
avevamo bisogno, anche noi, di entrare in contatto con le loro esperienze.
ma avevamo anche bisogno di capire quale era la cultura organizzativa che c’era dietro le loro esperienze.

scheda di analisi esperienze
ha permesso di individuare gli elementi trasversali
che riuscivano a restituire la forza dell’agire 
e il fatto che questo agire fosse un agire collettivo, comune ad altre scuole.
per far interagire gli elementi trasversali abbiamo creato laboratori intrascuola. 
mettendo assieme diversità, istituti comprensivi e scuole superiori. 

puntare sull'integrazione per cogliere la complessità.
gli stessi laboratori li abbiamo pensati come misti su molti piani.
come tipologie di scuola
come ruoli
E' stato interessanti vedere insegnanti, dirigenti, ragazzi, volontari e amministratori locali insieme.
voci diverse, linguaggi diversi, emozioni diverse, coinvolgimenti emotivi diversi, racconti diversi.
abbiamo provato a integrare per cogliere la complessità.
per cercare di costruire la capacità di rappresentarsi cosa era successo
mettendo assieme punti di vista differenti.
questo ha permesso di non raccogliere solo le azioni.
ma anche i vissuti e le storie personali e individuali di quelle organizzazioni. in quella specificità ed in quei paesi.

approfondire
avevamo bisogno di provare ad entrare negli approfondimenti di alcuni focus.
per farlo dovevamo riuscire ad affidare ruoli e compiti precisi
ad ogni scuola è stato affidato un focus di approndimento che stesse su altro livello:
raccontare le scelte culturali che c’erano dietro le azioni.
raccontare le ipotesi di partenza, quello che c’è dietro. 

linguaggi diversi.
Anche rispetto al linguaggio abbiamo scelto di tenere assieme linguaggi diversi.
abbiamo chiesto agli insegnanti di scrivere
abbiamo chiesto ai ragazzi di formulare slogan e disegni e foto
in questo modo ci siamo ritrovati con materiale molto variegato.

momento collettivo.
avevamo bisogno di restituire a tutte e 5 le scuole cosa era stato appreso.
in modo da avviare, in quello spazio protetto in cui tutti erano coinvolti, uno scambio. 

Le posizioni emerse erano: 
  • mi hanno obbligato a stare qui
  • ti conosco da anni, se mi chiedi di fare qualcosa, ci sto
  • interesse a ritrovarsi nelle questioni, con i colleghi.
Animare le organizzazioni con le idee.
L'interessante è portare dentro le idee.
Portare dentro le organizzazioni un punto di vista diverso.
In modo da creare l'occasione di poter parlare, anche tra loro, di altro. 
In modo da uscire dalla narrazione classica della propria esperienza.
In modo da spostare l'attenzione dall'organizzazione alla comunità.  

il problema sono sempre le idee.
se ci sono soldi, ma non ci sono idee, quei soldi saranno spesi, più o meno bene, ma non riusciranno a generare qualcosa di nuovo. 
se ci sono le idee, ma non ci sono i soldi, in qualche modo si troverà il modo di trovare le risorse riformulando i piani. 
il problema di fondo non sono mai le risorse.
sono sempre le idee. 
ma facciamo più fatica a dircelo.
perchè non avere risorse ci lascia in una posizione socialmente accettabile.
non avere idee un po' meno... 

In sintesi: 
perchè fare un lavoro che è già stato fatto? Creare delle linee guida...
per renderlo possibile.
per aprire possibilità.
per cambiare il punto di vista
per generare apprendimento con esperienza.



20. Legare l'opportunità con un proprio desiderio - Simone Lucidi


Palermo - Brancaccio. 
C'era stato un bando. C'era un progetto approvato che prevedeva delle azioni. 
Una delle azioni era un laboratorio con uso di tecnologie...

Castello di Maredolce.
tutto attorno edificato, abusivo. La sovrintendenza scopre il castello. Va tolta una casa che ne impediva l’accesso. 
Ma era di un clan mafioso che anche se il boss era in carcere la questione non era facile. 

Ragionamento: ma noi possiamo andare a Bravaccio per fare una giornata con 100 persone messe attorno ai tavoli, facciamo domande sul castello? Può mai funzionare? Che senso può avere? 

Ci poniamo la domanda. Ha senso?
Ma non ci fermiamo lì.
Ci poniamo un'altra domanda: Ha senso per noi? 

Per noi cosa significa?
Per noi era un’occasione per sperimentare una cosa che ci interessava. 
Noi negli anni avevamo sperimentato una difficoltà intrinseca degli operatori sociali a confrontarsi con la tecnologia. 
L'atteggiamento prevalente è il rifiuto: mi occupo di relaizoni, non di macchine!
Ma ci siamo anche confrontati con l'opposto: i feticisti! Se c'è un feticcio tecnologico, c'è eccitazione. A prescindere dall'utilità o dalla  congruità e dalla sostenibilità. 
Siccome i feticisti erano in prevalenza dirigenti e gli oppositori in prevalenza operatori, l'uscita era chiara: si prende il feticcio, ci si eccita. Poi se non funziona è sempre colpa degli operatori che non sanno come si usa!
Se nella riformulazione del problema io riesco ad attivare percorsi di pensiero già presenti in me e riesco ad agganciarmi a quelli creo una situazione che ha a che fare con la mia curiosità e con il mio piacere. Lo faccio perchè mi piace. Innanzi tutto. E lo faccio come penso vada fatto. Ci metto una consapevolezza che non è detto che ci sia nel mandato iniziale. 
Assumo un rischio, mi prendo una responsabilità. 
Non è detto che funzioni sempre, ma la pulsione è importante ed ha un ruolo. 

E' a questo punto che posso tornare dal committente.
E iniziare a rinegoziare e accompagnare la riformulazione del mandato. 

Questione degli ibridi. 
Il fatto di sperimentare con altri, in un contesto particolare, dei dispositivi che noi provavamo a definire come ibridi socio-tecnici, senza sapere bene dove porre il confine, dove c’è l’umano e dove il non umano, ci interessava. Questo ci permetteva anche di riflettere su quali saperi deve avere l’operatore sociale, oggi. Anche rispetto ai suoi pregiudizi, ma anche rispetto alla possibilità di ambiti d saperi che permettono spostamenti e aperture a cose nuove. 

Abbiamo cominciato a prefigurarci un percorso che non aveva di predefinito né lo strumento né gli elementi a disposizione. 
Aveva a che fare con una opportunità e con la capacità di legare quell’opportunità con una propria ricerca e un proprio desiderio. 

A quel punto la questione è che dispositivi mettiamo in campo per rendere agibile tutto questo.
L’elemento fondamentale per noi è stato configurare che quello che ci veniva chiesto era un evento.
Un giorno in cui c’è una cosa.
Gli operatori sociali partono prevenuti con gli eventi. Sono quelli dei processi.
Ma il nodo non è: ti danno l’evento, tu sei più bravo e furbo e invece fai il processo. 
Il punto era cercare di aumentare il livello di complessità sostenibile, aggiungendo alla dimensione dell'evento (che doveva restare)  la  dimensione processuale. E creando una connessione di senso tra le due. 

Si trattava di costruire dispositivi organizzativi transtitori temporanei in cui mettevamo insieme persone che lavoravano nell' impresa sociale sul territorio. per arrivare a costruire domande sensate. domande che aprono e non che chiudono. Perché l'evento è in logica binaria si/no. L'evento chiudeva: si votavano le scelte. Noi volevamo la logica di apertura, che teneva dentro i pensieri.

Abbiamo messo assieme in piccoli gruppo responsabili di progetto, operatori, informatici, gente delle associazioni e delle parrocchie.
Gli informatici. Cioè quelli che poi dovevano gestire il software. Lavorare con gli informatici bravi (cioè quelli che noi, per sintesi chiamiamo informatici) è stupendo. Nessuno di loro è laureato in informatica. Vengono tutti da studi classici o da altro.
Hanno varie caratteristiche interessanti. Ma soprattutto una, che è sacrosanta: la capacità di distinguere i tipi logici. Tradotto: la capacità di sviluppare ragionamenti senza saltare costantemente di palo in frasca. Di non passare continuamente da elemento a classe. Gli informatici intelligenti questo lo fanno per natura, non per studio. Tra gli operatori sociali questa è una competenza molto meno diffusa. Avere messo assieme queste figure con gli altri e aver dato fiducia al contesto, al fatto che saremmo stati capaci di interagire, è stato un'esperienza interessante di ibridazione di modelli e produzione. 
L'obiettivo del lavoro dei gruppi era che si potesse arrivare all’evento con le domande costruite da noi. Con domande che aiutassero le persone  a fare spostamenti in  avanti, non indietro. E nemmeno a stare ferme. Fare le domande è difficilissimo. Più di rispondere. Le domande doveva avere la capacità di aiutare il dibattito, la capacità di impedire di ripetere solo ciò che già sai. L'obiettivo era un esito minimo di produzione condivisa di conoscenza.  

19. Il problema è "contemporaneamente" - Ivana Paganotti


Sono un'insegnante di scuola media.
Parlerò di analogie. 

Analogie: veri processi cognitivi. Anzi, qualcuno li considera il motore stesso del pensiero.

Si fa con ciò che si ha. 
Si lavora su quel che c’è.
E’ un ottimo principio di metodo. 

Gli insegnanti e gli educatori si trovano in classe. Non possono permettersi il lusso di dividere in parti i propri studenti, devono affrontare contemporaneamente i loro stati sociali, emozionali e intellettuali, usando contemporaneamente livelli di analisi comportamentali, cognitivi, emotivi…diversi. 

Il problema è "contemportaneamente".
Una volta scelta questa strada, la domanda è "come"?

Il come si declina in:
cosa fare
quando
con chi
perchè
(dove perchè intende sia le finalità che i motivi).
Questa declinazione aiuta a scegliere. 
Aiuta a domandarsi perchè fare una cosa e non farne un’altra. 
Uscendo dalla casualità (faccio ciò che viene).
E dalla comodità (faccio ciò che ho sempre fatto, ciò che so fare).

Non metodi ma spettri metodologici. 
Pensare ed agire globale.

In fondo tutto si basa su credenze.
Sei un insegnante. 
O tu credi che i ragazzi sanno costruire cultura, o è meglio cambi mestiere.

Credenze, principi, valori. 
E poi conoscenze.
C'è bisogno di un aggiornamento professionale continuo. 
Ci sono anche le conoscenze scientifiche, quelle tecniche, quelle metodologiche. 
Se tu vai in ospedale ed un chirurgo ti opera con strumenti e metodi di 30 anni fa, tu lo denunci.
A scuola non succede.

Ci sono le passioni. 
Poi c’è il pensare e l'agire locale
Cioè c'è la situazione in cui ti trovi.

Le caratteristiche dello studente
le sue credenze, i suoi atteggiamenti, i  vincoli materiali e temporali. 

Ci sono gli obiettivi
Le strategie
Le tecniche e gli strumenti.  

Sono tutti livelli che interagiscono tra loro. 
E con un livello più specifico che riguarda l'agire cooperativo.
O l’agire specifico cognitivo. O anche l’agire disciplinare. 

E' stata fatta una ricerca sugli studenti: 
Mi sento escluso
mi annoio
non partecipo
non capisco.

Anche queste sono questioni interconnesse. 
Se non sto bene, ho difficoltà a capire.
Se capisco, ma mi annoio, non sto bene. 
Se non capisco, mi annoio, non mi sento bene.
C’è circolarità. In ogni caso qualcosa non ha funzionato.

L'80% degli adulti oggi non è in grado di capire un articolo di giornale.
il problema da affrontare è il capire nel primo ciclo di scuola. 
il capire è essenziale.
Essere in grado di comprendere è un obiettivo della scuola.
Ma essere in grado di comprendere non è un problema scolastico. 
E' un problema di cittadinanza e di inclusione sociale.
se non capisco il mondo in cui vivo, sono escluso. 

Cosa cercare di fare? quali ambienti quotidiani di apprendimento creare? Quali stili quotidiani?
Oggi a scuola sono entrate molte attività extracurricolari.
Interessanti. Ma poi restiamo con il cerino in mano sulla quotidianità.
la quotidianità è lunga e può logorare se non è ben gestita.

Capire. prendere e comprendere.
cavium è il bandolo della matassa. il filo che tiro per sciogliere il groviglio.
capisco attraverso i processi metacognitivi superiori.
intuizione. ragionamento.

La comprensione è sempre contemporaneamente cognitiva, emotiva e relazionale. 
capire è motivante. 
se capisco sono soddisfatto e contento.
capire dà motivazione. 

Sono qui in questa classe e finalmente capisco.
quando non succede, quando non capisco niente, mi sfaldo
mi disintegro, mi disperdo (Pennac).
Interessante connessione con la dispersione scolastica.

Situazione classica. La maestra dice: mettete via tutto e prendete la penna. Verifica. 
L’insegnante pensa di assegnare un compito cognitivo, si trova davanti uno  tsunami emotivo.
Chi si spaventa, chi si lamenta, chi provoca, chi si agita...
E’ successo qualcosa tra provocazione e risposta, nell’organismo. 

Feuerstein - pedagogista. 
Si è occupato di bambini dopo la seconda guerra mondiale.
che arrivavano in Israele dopo aver perso vari anni di scuola.
Ha creato un metodo. Che sottolinea che tra lo stimolo e l’organismo c’è una mediazione umana. 
Una mediazione che io individuo in 4 M:
Metodo
Mediazione
Metacognizione
Metacomunicazione 
(il metodo è nell’input e nell’output).
(contemporaneamente. Mediazione educativa e mediazione meta comunicativa che si gioca sull’alleanza con lo studente. io cerco di mettermi nei suoi panni. di capire cosa prova e quali sono i suoi bisogni ed esigenze). 

In questo momento storico i bisogni ed esigenze di ragazzo 11-14 anni sono: essere accettato, sentirsi incluso e partecipe, possibilmente essere sempre il primo, essere visibili, filmati, visti proiettati sulla lim, avere successo, essere protagonisti, essere protagonisti attivi, essere intermittenti... 

Mediazione di tipo media cognitivo
Mediazione di tipo organizzativo.

Attività: estremamente quotidiana. 
Geografia. ma può essere qualsiasi cosa.
  1. suddivisione di lavoro in coppie con un certo margine di scelta degli argomenti. Avevo già suddiiviso in argomenti più piccoli. Ho fatto un elenco di sottoargomenti e ho lasciato libertà, sia di mettersi in coppia, sia di scegliersi gli argomenti. Quindi già lì ho messo in conto un certo tempo di discussione. La discussione e il mettersi d’accordo non è perdita di tempo. Fa parte del gioco, dell'apprendimento. 
  2. Ci spostiamo di aula. andiamo in aula computer. Quindi facciamo un certo movimento. siamo attivi. Anche questo nasce da un contingente, non ci sono computer in tutte le aule. Ma risponde ad un bisogno. Non è perdita di tempo. 
  3. A coppie preparano una presentazione in pp, scelgono le immagini da internet. Possono consultare anche il libro. Perchè in internet c’è tutto e a 11-14 anni può essere utile avere una traccia per orientarsi nel tutto, il libro serve per avere una guida. Li aiuta a trovare le informazioni essenziali. A non perdersi. Metto in conto almeno un paio d’ore di lavoro. Quindi si lavora su più giornate. 
  4. In una giornata successiva cambiamo aula. Andiamo in aula lim. Anche qui, non c’è la LIM in tutte le classi. ma meglio così. Si fa un po’ di iperattività. Lì i ragazzi fanno vedere i loro lavori. Che non sono completi. E' sempre lungo fare una presentazione. Feuerstein parla di una esercitazione breve. Quindi abbiamo bisogno di spezzare. Dopo che sono state date le prime regole, io inizio ad esercitarmi su qualcosa. Per un periodo limitato. Mi fermo. L’insegnante aiuta il gruppo ad esaminare cosa è stato fatto. C’è un controllo e una correzione collettiva dei lavori. A questo punto sono spesso spesati: come, li guardiamo mentre non sono ancora finiti? come mai? Invece è utilissimo. Il fatto che il tempo sia breve permette di fare apprendimento. Il fatto che non siano finiti permette di vedere diversamente la correzione. Non è voto, non è giudizio, è supporto. Poi intanto tutti vedono i lavori singoli. Vedere tutti i lavori di tutta una classe sarebbe lunghissimo. Si vede qualcosa di ciascuno. Ma loro a partire da quello faranno analogie. Correggendo alcuni, loro faranno analogie sul proprio. Analogia tra il proprio e quello altrui. Analogia tra una parte e un'altra parte. Analogia tra una parte e il tutto. 
  5. Si torna al computer e ogni coppia completa. 
  6. Quando tutti completati si espongono tutte le presentazioni. 
  7. Durante le presentazioni chiedo ad ognuno di prendere degli appunti sotto forma libera: schema, tabelle, punti… come preferiscono (questo implica che prima siano stati fatti lavori sulle mappe concettuali). Gli appunti servono per tenere l'attenzione. Ma anche perchè ogni coppia non si è occupata dell’intero. Ognuno ha trattato un pezzo diverso. 
  8. A casa viene assegnato un ripasso individuale, a partire dagli appunti ed eventualmente sul libro
  9. Al termine, classicamente, la verifica scritta. Che consiste in un testo espositivo di confronto tra i tre paesi studiati. Con o senza appunti. Perchè non è un lavoro facile. Aver assimilato i singoli paesi. E riuscire a fare un confronto. Non è facile a questa età. Usare gli appunti è un aiuto. Ma implica che prima si sia appreso a prendere appunti bene. E che li si siano presi.  Per aiutare le prime volte faccio anche fare un confronto sugli appunti, in modo che vedano diversi modi di prendere appunti. Permettere di usare gli appunti nella verifica mi permette anche di evitare di dare prove differenziate. Abbiamo sempre in classe alunni con dislessia, portatori di handicap, Abbiamo sempre in classe casi di handicap, di dislessia. Lasciando la possibilità di scegliere ognuno sceglie come affrontare la prova. Ciascuno diventa consapevole della propria capacità e anche responsabilità. E non abbassa le competenze. Riuscire a farlo senza appunti viene comunque percepito come sfida. Non tutti usano gli appunti. E anche chi li usa le prime volte, le volte successive ci prova a non usarli più. 
  10. Nella stessa verifica chiedo anche una riflessione sul metodo. Chiedo di analizzare i processi. 
In tutto questo lavoro c’è una mediazione organizzativa. C’è una strutturazione di spazio/tempo funzionale all’interazione. C'è alternanza di supporti (materiali  e non). C'è alternanza di ritmi di lavoro (individuali, regolativi, cooperativi, informativi, metacognitivi). C'è una parte di tolleranza di una parte di caos. C'è una parte di offerte di possibilità di scelta. C'è una esibizione pubblica, quanto meno di fronte alla classe.  

Alfabeto metodologico. 
è questo alfabeto che mi permette di organizzare attività diverse ma tenendo conto degli stessi processi. 
Processi che se vengono ripetuti diventano uno stile. 
Uno stile è dato da qualcosa che si ripete. 

C’è stata mediazione educativa. 
Alleanza con lo studente.
Passa dall'assunzione dei loro bisogni. 
Passa anche dall' apprezzamento di ogni tentativo. 
Nella sperimentazione breve si giudica, ma l’errore è utilizzato per migliorare. non per valutare, non per dare un voto. 
Assistenza personale e personalizzata nello svolgimento del compito
(mentre loro lavorano l’insegnante non è impegnato a trasmettere, e non è in pausa, si può occupare delle coppie)

mediazione cognitiva
compito mediamente complesso. non troppo complesso. non facilissimo. 
Un range di difficoltà in cui ognuno può collocarsi. 
C’è stata visualizzazione tra i concetti. 
Esemplificazione delle procedure. 
Feedback individuale e collettivo. 
Apprendimento di autoregolazione. 

tutto questo crea che sia un laboratorio.
non è stato chiesto di acquisire informazioni.
è stata una esperienza di apprendimento. 
si deve farlo in pubblico, la classe.
per cui si cerca di farlo il meglio possibile.

fare in pubblico ha un suo peso.
Mi è capitato di fare teatro con i bambini
Vai avanti a fare prove e non sanno mai la parte
Poi ho lavorato con un regista che mi ha detto: 
Stai tranquilla.Il giorno dello spettacolo tutti saranno pronti.
Il giorno dello spettacolo nessuno vuole fare la figura di chi non sa la parte.
Se il lavoro ha una spettacolarizzazione viene fatto con un altro spirito. 
La spettacolarizzazione non funziona con tutti ma è una modaità di lavoro che agisce sulle motivazioni anche di coloro che non sono motivati.

riduce l’ansia
alleggerisce la fatica
favorisce l’appartenenza al gruppo
moltiplica la produzione di idee
permette di copiare le idee dagli altri

costruire gli indicatori.
perchè aiuta a lavoare su capacità costruttive.
strumento grafico non è compilazione.
strumento grafico è operazione della mente.

tutto sempre prima a mano. 
aiuta anche a non imparare il libro a memoria.

oggi la scuola più che flussi di nozioni deve diventare flusso di esperienza.
insegnare a pensare. 
dove pensare significa pesare. 
insegnare a capire e a pensare.
cioè a pesare con la mente le emozioni, i sentimenti, le convinzioni, le idee…

l'imitazione è una autostrada di apprendimento.
anche prima del metodo.
poi il metodo aggiusta il tiro.



17. Per stare nella realtà serve una portata alare - Francesco D'Angella




Come si riesce a non farsi portare dal vento.
Come riuscire a tagliare il vento. 
Per stare nella realtà serve una portata alare.
Stare in contatto, ma vedere anche dall’alto le cose. 
L’apprendimento pone il problema di come noi siamo in contatto con la realtà.
E di come siamo in contatto  con i nostri attaccamenti. 

Quanto riusciamo a pensare che le idee, anche le nostre idee, non sono una nostra proprietà che viene acquistata da altri?
Attaccamento all’idea, difesa dell’idea. 
Molte organizzazioni fanno fatica a trasformare le idee in apprendimenti collettivi perchè hanno molto radicata la proprietà dell’idea. 
Come creiamo apprendimenti sociali? 
Pensando che ciascuno può farne parte. la può abbellire, la può trasformare. 
Pensando che le idee possano camminare con le proprie gambe. 
Avendo il piacere e il gusto che le idee e le cose possano andare avanti, senza troppo rispecchiamento dl proprio sè. 

14. Ricomposizione - Manukian


Gli strumenti non sono solo ciò che pensiamo. In un reparto di Alzheimeer uno strumento è la ciclette. L’ASA va dal medico e dice: "Non capisco perché il signor Mario Rossi certe volte ci sta volentieri, certe volte dopo 5 minuti scende e si mette ad urlare a dire che non serve a niente". Il medico dice all’ASA: "Hai provato a cercare di capire perchè certe volte funziona e certe volta non funziona?". Cosa fa il medico in questo caso? Chiede all’operatore di base non solo di usare lo strumento, ma anche di saperlo usare, con una osservazione comprensiva. L’operatore si è accorto che davanti alla ciclette c’è un poster del giro d’Italia. Se la ciclette era messa in un modo, la foto era davanti. Se la ciclette era messa in un altro modo, non si vedeva più. Il signor Mario Rossi era stato appassionato di ciclismo. Se vedeva il poster si riconosceva in quella attività. Se non lo vedeva non si riconosceva. Lo strumento serve. Non si può farne a meno. Ma ciò che conta è saperlo usare. E saperlo usare in modo pertinente è possibile solo con la comprensione delle condizioni specifiche in cui lo strumento viene usato. 

Il sussidio economico è uno strumento? Dipende da come è stato usato. Una famiglia viene a chiedere un sussidio. Cosa si attiva? Una procedura o una osservazione? Ci si accorge, ad esempio, che negli anni quella famiglia ha avuto 45.000 euro? E continua a chiedere? Si, ma hanno diritto. Non puoi non darlo. Il nodo a volte non è se lo strumento è adatto o meno. Il nodo è come lo usi. Se non scivoli subito nel giudizio dell'altro (è un approfittatore, non ha voglia di fare niente...) forse puoi darti lo spazio di capire cosa può servire. Parzialmente. 

Nel sociale siamo molto affezionati ai miti più che alla realtà. Siamo più appassionati e attenti ai miti che alla realtà. A quello che dovrebbe essere, più che a ciò che è. Se l’apprendimento è entrare in contatto con la realtà, una delle difficoltà maggiori è aiutare coloro cui ci rivolgiamo, cioè coloro che sono destinatari delle attività, a vedere la realtà. La realtà è sempre con luci ed ombre. E’ sempre ambivalente. Non c’è mai un male che è tutto male e un bene che è tutto bene. Se tu entri nella realtà vedi le disperazioni ma anche le speranze. Se non entri nella realtà, vedi solo disperazione da una parte e speranza dall’altra in modo scisso. E così è impossibile intervenire. 

In ciascuno dei tre interventi è stato sottolineato che c’è l’elemento della scoperta. La scoperta è una soddisfazione. Ne sei gratificato perchè hai costruito qualcosa. Non è solo un piacere. La scoperta è creare condizioni per affrontare i problemi. Le scoperte ci rendono più competenti. 

C'è difficoltà a sostenere la delusione delle aspettative dei committenti. Che è legata anche ad una difficoltà dei committenti di prendere contatto con la loro realtà,  che non è come loro la vorrebbero.  Spesso andiamo alla ricerca del reale perduto. Pensiamo che ciò che ci appare sia la realtà. Che la realtà ci parli. La realtà da sola non ci parla. Ci parla solo se la smascheriamo. La realtà non è come ci appare. Non è una cosa che è e che quindi, semplicemente essendo, noi la capiamo. La realtà va scoperta. Solo entrando in contatto la capiamo. E la scoperta è sempre parziale. Sempre soggettiva. Per cui solo mettendo assieme più parti potremo comprendere meglio. E solo mettendo assieme più parti potremo creare i presupposti per collaborare.

Si, ma quelli che pagano vogliono presto e subito. Come si fa? Come possiamo cercare di entrare in contatto con queste attese, ma aprendo degli spazi di sosta e riflessione? Una volta dicevamo che gli utenti facevano domande che andavano riformulate. Nell’ottica di domanda-risposta. La semplice riformulazione. Non c’è niente di più illusorio. Cosa implica? Implica che, in un modo o in un altro, riusciamo a creare rapporti di fiducia tra noi e chi ci fa queste richieste, in modo da poter sostenere la loro disillusione. In modo da poter aprire spazi di attesa, che non siano attese immediatamente chiuse. In modo da condividere l’attesa. Per entrare in contatto con le situazioni abbiamo bisogno di aspettare un po’ insieme, per fare in modo che le domande diventino realistiche, che tengano conto della realtà e che quindi siano assumibili. Altrimenti è facile che la cooperazione conoscitiva avvii la collusione. Tu ti illudi, io dò spazio alla tua illusione e insieme ci gratifichiamo di qualcosa che non abbiamo fatto. 

In Lombardia, se andassimo a vedere, in 20 anni, cosa è stato investiti in soldi, risorse, progetti e ci dicessimo: a cosa ha portato in termini di miglioramento della qualità della vita collettiva? Ogni tanto non sarebbe male farsi queste domande. Io credo che sia molto interessante partire da queste domande. Apprendere è entrare in contatto con la realtà. Entrare in contatto con la realtà è costoso, nel senso che è difficile. Il processo di apprendimento è scoperta. E’ fatica che ti dà soddisfazione. Mentre il processo di avvicinamento alla realtà è penoso, vuol dire accorgersi che la realtà non è ciò che vorremmo. La pena è una fatica dolorosa. 

Pensiamo sempre che il problema sia già dato. Invece il problema e la sua rappresentazione vanno costruiti. Da un lato servono dati quantitativi, che però hanno un valore qualitativo. Ti dicono di quel contesto. Da un altro lato servono dati storici. Che viene sempre sottovalutato. Farsi raccontare la storia non è fare l’anamnesi. L’anamnesi è una serie di domande/risposte. E’ uno schema dato. Farsi raccontare la storia permette di capire quali sono le rappresentazioni che le persone hanno di quello che hanno vissuto. Che è importantissimo. Viaggiamo tra lo smascherare la realtà e le rappresentazioni che le persone hanno dei fatti. Il nostro apprendimento non può essere monovisione, monoculare, monotematico. L’uso dei dati nei servizi è difficile. E’ sempre sottovalutato. Dalla fine degli anni 80, ormai quasi 30 anni fa, ho provato a lanciare dei seminari sull’uso dei dati. 3-4 iscritti. I dati sono degli uffici statistici, degli uffici amministrativi, quelli che fanno i calcoli finanziario… Errore! I dati servono a noi. Anche i dati economici. Quale è la rappresentazione che avete dell’aiuto che ricevete? Quello che si sottovaluta è che continuare a perseverare in beneficenza senza fine, non crea cittadini, crea dipendenza. I dati sono importanti per individuare i problemi. Magari il problema è l’uso del denaro. 

Si pensa sempre che i dati siano quelli depositati nei documenti e che vadano interpretati dagli esperti. Nei servizi siamo anche produttori di dati. Se costruissimo dati più attenti, questo aiuterebbe il nostro lavoro e aiuterebbe il dialogo con le istituzioni. Come rappresentate il vostro lavoro con gli amministratori? Spesso solo numerici o solo qualitativi. Senza percentuali, senza serie storica, senza comparazioni. Senza persone, senza storie. Gli esperti si differenziano dai non esperti solo perchè sanno più degli altri quanto tempo e quanta fatica ci vuole per affrontare i problemi. Gli esperti non hanno lo zaino magico. L’esperto non è colui cui deleghi la ricerca della soluzione. Insieme vanno condivise ipotesi su come mai succedono delle cose. Ma questo abbiamo la necessità di costruirlo con altri. Con il sindaco, con il preside, con le famiglie, con le altre comunità… Se non c’è una condivisione di ipotesi e di visione dei problemi non si fa altro che criticarsi a vicenda. Da qui i litigi e le competizioni. “io ne so più di te” e invece di mobilitare risorse che diventano interessanti perchè integrate si rischia di sterilizzarle e di atrofizzarle. Perchè ognuno si tiene stretto le sue risorse per superare gli altri o per non esserne sopraffatto. 

L'uso dei dati serve sia per mettere a punto la prima attività, sia per comunicare la propria attività a degli interlocutori che è importante che la sostengano. Visibilizzare ciò che si fa. Rendere visibile. Per visibilizzare bisogna portare elementi. Un amministratore. Un cittadino. Importante è rappresentare la buona causa, perchè i fondi vengano messo a disposizione. Se non si aiuta l’altro a sentire la buona causa perchè dovrebbero mettere a disposizione i soldi? 

Un altro fattore importante è la visione soggettiva. Quanto ciascuno di noi, rispetto alle sue attese, all’immagine di sé che ha, all’immagine che vuol dare di sé, sopporta il percorso faticoso che è il percorso per arrivar a prendere i problemi. L’urgenza di fare è dentro di noi. La componente salvifica è dentro, in tutti quelli che si occupano di sociale. Di fondo ciò che ci motiva è il cambiamento. Fare qualcosa per gli altri. Abbiamo a che fare con questo demone che è dentro di noi. Che ci invita continuamente ad andare in quella direzione. Quindi gli educatori all’epoca, non laureati, erano qualcuno che era bravo con i ragazzi. Mi dicevano: non conta la grammatica. Conta la pratica. Ci sono doti che ognuno si ritrova. Ma le doti non bastano. vanno collocate in un contesto. Anche perchè il buon rapporto che un educatore ha con un ragazzo non è detto che sia quello che poi riesce a tirar fuori un ragazzo da grande difficoltà. A volte si, a volte no, a volte per un periodo. Le dimensioni soggettive vanno riconosciute e prese in seria considerazione. 

La famosa equipe di cui si parla, è più citata nelle rappresentazioni che attiva nella quotidianità operativa. Le equipe, come tutti i gruppi, sono attraversate da simpatie e antipatie, vicinanze e alleanze e rifiuti. Divergenze e convergenze. Le equipe potrebbero essere camere di compensazione molto interessanti delle motivazioni soggettive, ma non sempre riescono ad esserlo. Nel fattore soggettivo un elemento centrale è il sapere di non sapere. Riconoscere che si può imparare dall’errore. Che l’errore non è irrimediabile. Che l’errore non è una vergogna. Diventa critica la nostra capacità di sopportare. Di essere criticati. Di restare a contatto con chi non ci considera. Perchè la capacità di stare in questo, senza cedere e colludere con passi rassicuranti ma inefficaci è decisiva per l’apertura delle prospettive di possibilità. 


Non è la distruzione che permette la costruzione. 
E’ come se da una parte ci fosse una delegittimazione esterna che distrugge. 
E una frustrazione interna degli operatori che nella loro difficoltà rischiano di distruggere. 
Non è la lotta che permette di vincere di fronte ad un mondo di disagio e sofferenza. 
Ci tocca rinunciare senza rinunciare. Fare un passo indietro per poterci inventare nuovi orientamenti e strumenti. E non farlo da soli. 

La nascita dei processi creativi, secondo Asimov

Era il febbraio 1959, quando Isaac Asimov venne avvicinato da Arthur Obermayer, scienziato e caro amico dello scrittore. Con una proposta: e...