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Andare a Leopoli: Altrove... (5 di 5)


Altrove

 

I primi profughi li ho incontrati in un campo in Slovenia, ed erano bosniaci per lo più musulmani, con qualche cristiano. Erano sfollati, senza quasi niente. Ma avevano uno spazio, piccolo e provvisorio, in cui ci potevano invitare a sederci sui loro materassi per bere caffè e a scambiare due chiacchiere in quel grammelot di lingue in cui conta soprattutto l'intenzione. Poi alcuni di loro li ho visti venire in Italia, partecipare a scambi, vivere esperienze, alcuni sistemarsi, sposarsi, rifarsi una vita. 

 

Dopo ci sono stati i kosovari nei campi del nord Albania. E' stato un esilio durato poco. C'erano anche gli uomini e sono stati loro a decidere quando e come tornare. Noi li abbiamo seguiti, aiutandoli ad organizzare camion e pullman. Quando l'UNHCR diceva che non era ancora il momento. Ma loro sapevano che il tempo era giusto, se volevano rifare tutto entro la neve. Eravamo in macchina assieme, quando abbiamo attraversato la linea di confine rientrando. Ed è stato un urlo, liberatorio "Freedom!!!". In inglese e connettendo l'idea di casa a quella di libertà.  Ho visto la ricostruzione e le mille contraddizioni di un Paese inondando dalla presenza straniera. E mille volte ed in mille modi sono stati loro, gli ex profughi rientrati, a prendersi cura di me con attenzioni che io non so avere per nessuno. 

 

Poi i ragazzi in comunità. Scappati da terre oltre mare, più a sud. Con viaggi lunghi, alle spalle e sulla pelle. Senza nemmeno la compagnia di una fuga di massa. Senza l'emotività collettiva a favore. Pagando per passaggi scomodi da trafficanti violenti o indifferenti. Giovani, oltre misura, per affrontare tutto questo. L'accoglienza, dopo, per loro è stata spesso una cosa che somigliava ad una ingiustizia. Le regole, la comunità, gli adulti.  Difficile educare qualcuno senza costruire un rapporto affettivo reale. La ragnatela burocratica troppo spesso ha preso il sopravvento. E loro a scappare, di tanto in tanto, o a guizzare fuori al compleanno della maggiore età. Più liberi che soli. Più soli che liberi. Paradossalmente. Contemporaneamente. 

 

In questo viaggio è capitato di vivere un altro momento. Quello in cui, dopo essere uscito dal Paese, mosso dall'urgenza e dal pericolo, prendi un mezzo per andare altrove. Altrove è lontano da casa. Vuol dire che sai che, almeno per un po' ma forse per sempre, non tornerai. E che non sai nemmeno se, quando tutto finirà, la tua casa sarà ancora nel tuo paese, o se sarà collocata in terra nemica. Altrove, non conta dove o con chi. Conta il fatto che stai facendo una scommessa sulla vita, che stai trovando l'energia per ricominciare tutto da capo. Lo fai per te stesso? Per i figli? Per la vita? Non c'è una organizzazione dei flussi. C'è un caos totale e modalità formali e informali che si intersecano pericolosamente. In mezzo a tutto questo, ci sono persone che scelgono con coraggio di non arrendersi e di salvarsi. 

 

I profughi sono la parte più straziante della guerra, per me. 

Ma forse sono anche la parte più comprensibile. Il filo da seguire, per essere il qualcuno per qualcuno sono le persone e loro lo rendono più evidente. 

A loro e a chi resta auguro che la vita continui. L’ho visto, può accadere. 

A noi di essere all’ altezza nell’accogliere. 

 

Zagajewski, poeta polacco è nato a Lviv, quando Lviv era Polonia. 

 

Andare a Leopoli.

Da che stazione per Leopoli, 

se non in sogno all’alba, 

quando la rugiada luccica su una valigia.

quando i treni espressi e rapidi nascono.

Partire in fretta per Leopoli, di notte o di giorno, in settembre o a marzo. 

 

E c'era troppa Leopoli,

non ci stava nei recipienti

faceva scoppiare i bicchieri, 

straripava da stagni e laghi,

fumava da ogni camino,

si mutava in fuoco, in temporale,

rideva col fulmine, diventava docile,

tornava a casa, leggeva il Nuovo Testamento,

dormiva sul divano accanto al tappeto dei Carpazi,

c'era troppa Leopoli e ora non ce n'è più,

e la cattedrale tremava, la gente le diceva addio

senza fazzoletti, niente lacrime, 

la bocca così secca, 

non ti vedrò mai più, 

così tanta morte ci attende

perchè ogni città deve diventare Gerusalemme e ogni uomo un ebreo,

e ora, in fretta, soltanto fare le valigie, sempre, ogni giorno

e andare senza fiato, andare a Leopoli,

dopotutto esiste,

calma e pura come una pesca. 

È ovunque. 

 

Chissà, tra 20, 30 o 50 anni, Leopoli e tutto il nostro mondo dove sarà e come sarà. 

Intanto, Leopoli è ovunque. Ed ovunque c’è la possibilità di essere qualcuno per qualcuno.

 

Appunti di viaggio. Pensieri provvisori. 

 

 

 

 

Andare a Leopoli: i comunisti mangiano i bambini (4 di 5)


I comunisti mangiano i bambini

 

C'è una parola, in Ucraino, che indica la carestia che si abbattè sul territorio ucraino dal 32 al 33. Non una carestia come evento naturale. Una carestia intesa come "sterminio per fame", gesto volontario da parte di Stalin verso gli ucraini. Holodomor. C'entra la collettivizzazione di massa delle fattorie ed il fatto che Mosca interpretò la resistenza dei contadini ucraini a questa collettivizzazione come atto gravissimo di ribellione e reagì con leggi
che punivano con la fucilazione chi veniva trovato a nascondere qualcosa da mangiare. Dei 5 milioni di morti in tutta l'URSS, circa 4 milioni furono ucraini. Ci raccontano. La disperazione era talmente tanta che si registrarono casi di rapimenti di bambini, che venivano poi uccisi spacciando la carne per animale. C'è chi ritiene che sia da qui che nasce il modo di dire usato anche da noi, che i comunisti mangiano i bambini. 

 

Non ho approfondito. Mi annoto che, se qualche episodio di cannibalismo ci fu, fu da parte di contadini che morivano di fame, ed è curioso che questo diventi caratteristico di una appartenenza ideologica. Ma in guerra è sempre così. C’è bisogno di disumanizzare il nemico. E non è difficile, perché in guerra ci si disumanizza realmente. Bucha, Krushe Madhe, Srebrenica, Auschwitz, Hiroshima… non sono eccezioni tragiche alla storia della guerra. Sono la guerra. Continuiamo, nonostante tutto, ad averne un’idea romantica. Ma la guerra tira fuori il peggio da ciascuno. 

 

Ma, tornando all’Ucraina, se ragazze colte e donne giovani oggi a Lviv presentano la loro città attraverso queste storie, forse vuol dire che per loro questo ha qualcosa a che vedere con ciò che avviene adesso. Per loro Putin è il seguito di Stalin. Dal loro punto di vista, la Russia ha sempre voluto annientarli. Arrivando fino alla barbarie più piena per farlo. Al di là di ogni fondamento più o meno storico dei fatti, il vissuto delle persone conta, per comprendere frammenti di presente. 

 

La rivoluzione della dignità 

 

Siamo orgogliosi di avere un memoriale come questo. Di averlo anche qui a Lviv. Di averlo in forma moderna. In un luogo da cui si vede tutta la città”. Ci hanno detto portandoci, come prima cosa, al Mausoleo dei morti di piazza Maidan. I 100 e passa morti di quella piazza non sono vittime, ma eroi. E ad ogni anniversario si portano figure che richiamano l'idea di angeli bianchi e lampade, in loro onore. 

Piazza Maidan è il 2014. Le manifestazioni che portarono a rovesciare un potere considerato corrotto. L'impressione che si ha, dai racconti, è che, almeno per quello che si percepisce da Lviv, quello fu vissuto come il momento decisivo. Fu allora che gli Ucraini scelsero la loro appartenenza, in un bivio tra Russia ed Europa. Tra un'appartenenza già vissuta come faticosa e oppressiva ed un'altra vista come un futuro di libertà e modernità. "E' un telefono sovietico" dice la ragazza ridendo  per indicare il modello molto arretrato della sua vicina. 

 

E' drammatico pensare come, allora, nel 2014, noi, l'Europa, seguimmo davvero poco e distrattamente ciò che stava accadendo. Mentre spiega perchè l'appartenenza Europea è presente in tutti i discorsi e perchè a Lviv ogni istituzione locale espone la bandiera europea sul pennone, ufficialmente, vicino a quella Ucraina e a quella della municipalità. Come nei Balcani anni fa', l'Europa appare essere un desiderio forte più per chi la vede da fuori che per chi la vive da dentro. E una volta di più mi domando qual è l'orizzonte che vogliamo dare a questa nostra idea di Europa, che avrebbe bisogno di uscire dell’adolescenza e riscoprirsi adulta. 

Andare a Leopoli: Just Lviv it! (3 di 5)




Just Lviv it! 

 

Just Lviv it! Lo slogan di una delle guide turistiche della città. Vivi Lviv. Sembra uno slogan paradossale oggi. Eppure è il più azzeccato. Lviv, come i suoi abitanti, non ci stanno ad essere rinchiusi nell'identità di paese in guerra. Nell'identità di vittima inerme. Lviv è una città che resiste. Ma è anche una città bella, moderna, europea. il suo centro è Patrimonio dell'Unesco. Nel libro che ci hanno regalato ci sono Francesco Giuseppe e il re Danilo, ma anche Martin Buber, i raduni hippies degli anni 60 ed i gruppi rock. In giro ci sono grandi magazzini "come da noi", ci sono pub e birrerie "come da noi" e ragazzini nei parchi con gli skate "come da noi". La gente ha instagram e facebook, va in vacanza all'estero, lavora, prenota i taxi con le app e si costruisce una vita. E' il "come da noi" probabilmente che ci sconquassa l'emotività e ci fa reagire così collettivamente in Italia oggi. In modo più forte di tante altre volte, sentiamo che la guerra non è una eventualità impossibile, anche per noi. Tutte le nostre certezze potrebbero svanire, da un momento all'altro. C'è un fondo di razzismo o di egoismo in questo mobilitarsi estremo. Fatichiamo ad immedesimarci nelle tragedie di chi ha la pelle di un altro colore, di chi viene da culture e storie diverse. Ma non la guarderei in negativo. Nessuno si può seriamente immedesimare in tutti. Nessuno può avere a cuore allo stesso modo tutto ciò che accade nel mondo. Se qualcuno, con questa guerra, ha incontrato la possibilità di sentirsi umanamente e profondamente scosso per la tragedia di un altro, questo è cosa buona. Intanto, me lo appunto, Lviv è decisamente un luogo da tornare a visitare, appena finisce la guerra. 

 

Comprendere

 

Le cose si conoscono realmente per esperienza, per relazione, non per astrazione. Incontrare persone, ascoltare storie, visitare posti serve ad attivare una comprensione diversa. Non vuol dire cambiare idea: più di qui o più di là, in un moto orizzontale. Diversa vuol dire una comprensione più profonda, che va, almeno di poco, oltre la superficie. Una comprensione nè solo cognitiva, nè solo emotiva. Una comprensione relazionale, umana. Due giorni in un luogo sono assolutamente troppo pochi. E sono tanti i posti dove servirebbero almeno due giorni, per comprendere questa guerra nel suo insieme. Ma un viaggio così, con gli incontri che contiene, è assolutamente sufficiente ad attivare un processo di comprensione che, pur essendo parzialissimo, è totalmente altro da quella prima di partire. Oggi, dopo il viaggio, "sento" un po' di più ciò che sta accadendo. Non comprendo, ma “intuisco” un po' di più. Ad esempio, intuisco qualcosa del modo compatto ed orgoglioso con cui l'Ucraina sta reagendo all'aggressione Russa. Vedere, sentire, intuire, però, non è indolore. E ci sono due domande che hanno bisogno di trovare un equilibrio: come fermare questo scempio? Come evitare che si propaghi? La seconda non è egoismo. È la prosecuzione della prima. 

 

Ciò che accade ora, si riallaccia a ciò che è già accaduto. Come sempre, nella storia, tra l'altro. Che noi lo sappiamo o no. Si riallaccia al 2014 ma anche agli anni 40 e agli anni 30. Lviv non è tutta l'Ucraina. Lviv non è il Donbas e non è Odessa. Solo per nominare le storie che abbiamo incontrato. (Il grazie più frequente da un lato del furgone era “spassiba” anche se la lingua era l'ucraino. Per dire). Ma il sentimento antisovietico di Lviv di oggi non è qualcosa di moderno o di indotto dall'esterno. E, se anche ci fosse un tentativo di induzione esterna, questa si aggancerebbe in profondità a vicende e dinamiche interne. 

 

La bandiera che sventola sui ceck point pronti ad essere attivati di fronte ad ogni minimo paesino (con cavalli di frisia, sacchi di sabbia e filo spinato e cumuli di molotov) non è solo quella Ucraina (gialla e blu) ma anche quella rossa e nera. Bandiera della resistenza, la chiamano. Indicando con quella parola sia la resistenza di oggi che i moti insurrezionali degli anni 40 (da cui quella bandiera è presa). Moti nazionalisti che avevano come obiettivo l'indipendenza dell'Ucraina dalla Russia. L'hanno detto anche loro, raccontando, è un'esperienza controversa quella di quei moti e del suo leader, Stephan Bandera. Perchè, pur di riuscire a separarsi dalla Russia, si alleò con Hitler, combattendolo in seguito. Ma la sua faccia campeggia oggi sulle vetrine dei negozi assieme ad altri eroi nazionali ed è la sua bandiera a sventolare. E’ anche questo, forse, che fa girare l’associazione tra Ucraini e nazisti. Ma “qui Hitler non è mai stato un’esperienza, non è mai stato un mito per nessuno, più probabile, semmai, che qualcuno abbia ancora in casa un quadro di Stalin, perché c’è sempre chi, contro tutti e tutto, ha nostalgia del passato” dice qualcuno.  E poi “Di cosa sarebbe fatto il nazismo oggi?” aggiunge qualcun altro “abbiamo un presidente ebreo e da noi le manifestazioni del gay pride non sono vietate, prova a vedere a Mosca se è così”. L’impressione più netta è che, realmente, vocaboli e concetti del secolo scorso non ci aiutino più a comprendere un presente che sta cambiando forma. 

Andare a Leopoli: Non è Mirsada (2 di 5)




Non è Mirsada 

 

A poco più di 20 anni ero, con le Acli, alla seconda Mirsada (pace ora), in Bosnia. Sono grata a quell'esperienza, anche se allora l'ho vissuta come un fallimento ed a 20 anni non avevo ancora imparato l'enorme valore dei fallimenti.  Mi sono domandata mille volte se, nei panni di una adulta più adulta, sarei riuscita ad assumermi la responsabilità di farla quella Mirsada, assieme al gruppo di giovani che allora eravamo noi. 

 

Le missioni di oggi in Ucraina (sia la carovana che la nostra) non sono state Mirsada. Non hanno cercato di fermare la guerra ponendosi in mezzo alle parti. Non sarebbe nemmeno stato possibile. Questa guerra non è quella. E' una guerra che, pur essendo sulla linea di confine tra due mondi, si gioca, fisicamente, su un solo terreno, che è quello Ucraino. Con lo scontro sull’interpretazione. Ma non è nemmeno quello il punto. Non c'è interposizione fisica possibile in questo momento lì, perché noi non siamo altro da questa guerra, ne siamo già parte. Il rischio di colpire un “noi” non è deterrente, è miccia. Ma qualcosa deve pur esserci. Intanto c’è la possibilità di esprimere vicinanza a chi c'è. Condividere, per un poco.  Certo che, con il senno di poi, forse se avessimo compreso meglio, allora, la connessione tra quanto stava accadendo e il disfacimento di un equilibrio di sistema, avremmo potuto leggere meglio l'oggi. Invece allora passava l'idea dei Balcani come una terra selvaggia, in cui vivevano persone con istinti bellicosi che muovevano guerre fratricide. E anche chi, come noi, provava a pensare altro, arrivava al massimo a vedere gli effetti della velocità di disfacimento del sistema Jugoslavo e le ambiguità nella costruzione dell’Europa. Non vedeva il collegamento con il crollo del muro e la fine dell'esperienza sovietica.

 

Pericolo 

 

La Farnesina sconsigliava il viaggio. L'Ucraina non lo vietava. La cosa più pericolosa da fare è restare fermi. C'era scritto su una nostra maglietta di Terre e Libertà. Ci sono volte in cui si sente di più il pericolo di restare immobili, di fronte a ciò che accade, di quanto non si senta il pericolo di andare in un Paese in guerra, su un furgone che attraversa l'Europa. 

 

L'Ucraina é un paese enorme (quasi 600.000 kmq). Noi siamo arrivati solo a Leopoli. A Lviv, come si dice in ucraino. 70 km dal confine con la Polonia. Siamo decisamente stati in un Paese in guerra. Ma non siamo stati nei luoghi in cui la guerra mostra la sua maggiore atrocità. Siamo stati in luoghi in cui la guerra arriva nelle teste e negli effetti secondari. Luoghi in cui la guerra c'è, ma assume un'altra forma, luoghi in cui la tensione convive con la vita. Quasi tutto è apparentemente "normale". Ma la "normalità" gira attorno alla presenza della guerra. Le vetrine dei negozi, i cartelloni pubblicitari, gli artisti di strada, i discorsi della gente, il numero di abitanti che cresce, i bisogni nuovi a cui rispondere, i lavori che cambiano…E poi, a tratti, non la guerra ma il senso di precarietà prende il sopravvento. Le sirene che escono anche dai telefoni, le facce che si irrigidiscono un poco, il controllo della mappa, il calcolo approssimativo e veloce delle probabilità: mappa con allerta larga, probabilità bassa, si continua; mappa con allerta stretta, probabilità alta, si interrompe. Siamo stati nemmeno una giornata e con la sirena che suonava abbiamo finito un incontro e siamo partiti in macchina uscendo dalla città. Chi vive lì non può che allentare la presa del senso di pericolo, ogni tanto, continuando a fare ciò che faceva. Come con le scosse di assestamento di uno sciame sismico, diceva qualcuno in furgone, non senza sottolineare le differenze. Le prime volte scendi le scale di corsa allarmato. Poi via via sempre meno. Sono quelle le scosse che spesso fanno più vittime. Eppure è così. Non siamo progettati per stare in stato di allerta perenne. Siamo progettati per vivere. Anche se non sai cosa sarà domani e non sai se il rilassamento sarà rischioso. Starci una giornata ha una dimensione di pericolo fattibile, per una cosa che ha senso, come portare un aiuto o rinsaldare un legame. Vivere in questa tensione perenne deve essere qualcosa di estremamente logorante da molti punti di vista. 

 

 

 

Andare a Leopoli: Che senso ha? (1 di 5)




Che senso ha? 

 

Prima di partire lo scambio con i lupetti: "vai a salvarli?" "No! No! Io non salvo nessuno!" "E allora perché vai?". La domanda di senso precede ed accompagna il viaggio. La prima cosa che penso, adesso che siamo tornati, è che: si! Ha avuto senso! Senso personale e senso associativo. 

 

Personalmente è stata un'esperienza intensa di cui sono profondamente grata. Esperienza che ha riportato a galla tantissimi ricordi e tantissime sensazioni. Un flashback continuo in cui Bosnia, Kosovo e Ucraina si alternavano e dialogavano. Con tutta la profonda diversità tra vivere le cose da 20enne, da 30enne e da 50enne. 

 

Il faro, da allora, é sempre lo stesso. "Nessuno può attraversare una catastrofe e sopravvivere ad essa senza avere la sensazione di stare a cuore a qualcuno". L'obiettivo primo del viaggio è stato quello. Far sentire alle persone che stanno vivendo la tragedia della guerra che ci stanno a cuore. E che essere per molti versi impotenti, come siamo, non é essere indifferenti. 

 

La guerra isola, separa, mina alla base l'umanità dei rapporti umani. Opporsi alla guerra è anche rinsaldare i rapporti, far crescere le relazioni, ogni volta che c'è l'occasione di farlo. 

 

Non insieme ma nella stessa direzione

 

Come ci siamo scritti con qualcuno che era in carovana. "Non siamo andati insieme. Ma siamo andati nella stessa direzione". Ci sono alcune differenze di visione o di approccio. Come tra chiunque. Come tra diverse realtà all'interno della carovana stessa. Ma non sono state realmente quelle il motivo della non andata assieme, mi pare, rileggendo a posteriori. Le Acli oggi avevano bisogno di fare una esperienza con una intimità maggiore. Un'esperienza che é un po' anche da figli, nella Chiesa e con la Chiesa. Se non si ritrova se stessi in ciò che si fa' e non si costruisce un proprio modo di fare le cose, non si può stare nemmeno in modo sano e libero e adulto con gli altri. 

 

In silenzio 

 

Perché in pochi? Perchè voi? Perchè non dirlo, prima di partire? 

Non lo so. Perchè quando fai queste cose non sai mai se sono pienamente fattibili, fino a che non sono fatte. 

Perchè a volte le cose accadono, per inerzia e per "caso" (o Provvidenza), senza che ci sia una vera regia. 

Perché c'era il terrore di fare un gesto che potesse essere letto come ansia di protagonismo, come un modo per apparire. 

Perché c'era il desiderio di viverlo senza distrazioni, senza pressioni, senza collegamenti in diretta o interviste nel mentre. 

Perché la dimensione di intimità aveva bisogno di un numero ristretto, di un mondo che potesse stare tutto dentro ad un furgone. Compreso lo spazio per i i pacchi da scaricare e lo spazio liberato che diventa opportunità di condivisione. Con Caritas e Cei prima e con persone di fronte al bivio della vita poi. 

C'è un senso politico in gesti come questi. Ma é un senso politico scavato nell'intimità. É, a modo suo, più il senso politico del pellegrinaggio che quello della manifestazione. 

Sento che c'è anche una sfida in questa scelta, che è condividere adesso, in modo coerente allo stile. C'è anche un limite in questa scelta, che pure era ciò che ci serviva. Il punto di equilibrio ottimale della modalità di condivisione associativa è ancora da trovare. 

 

 

Mirsada: 30 anni dopo: Non c'è contraddizione tra profezia ed organizzazione


Sono tra coloro che erano scesi dalla nave ad Ancona quel giorno. Ma non avevo mai sentito questa conferenza stampa. Tantissimi gli spunti interessanti, personalmente persino emozionanti, soprattutto ascoltando le vive voci. 


A 30 anni di distanza, il concetto di profezia lo trovo incarnato in modo anche diverso da quanto allora si intendeva: 


Il senso del limite, che è schiettamente onesto ma rifiuta la logica del vincere o perdere con Giovanni Bianchi che dice: la radice di questa missione è stato di aver capito che non noi facciamo la pace, ma la pace viene, credo che questo abbia uno spessore politico e uno spessore teologico. 


La guerra in Bosnia come fine della contrapposizione per blocchi ideologici e avvio di una frammentazione complessa che, marciando sulla pulizia etnica, alimenta e sostiene guerre locali tra bande. 

C'è bisogno di agire con grande pazienza, correndo qualche rischio, con molto coraggio e molta determinazione e intenzione. Cosa vuol dire interposizione nonviolenza quando non ci si trova più di fronte a due gruppi compatti ma ad una guerra tra bande? Abbiamo avuto modo di incontrare alcuni di queste bande, che non rispondono più nemmeno ai loro capi locali. Agire in questi contesti richiede molto tempo, molto monitoraggio, molta tessitura. La pazienza di tutti questi contatti si può imparare solo sul campo, non si può imparare da lontano. Andare verso la guerra ci ha fatto capire cosa serve per agire per la pace. Questo ci pone problemi nuovi, che abbiamo appreso.  (Giovanni Bianchi).  

La complessità della guerra richiede adeguata altrettante complessità di pensiero nostro, affinché da questo vengano poi proposte adeguate alla situazione.  (Raffaella Bolini)

Bisognerà definire degli obiettivi, con la profezia che spinge. Misurando le nostre forze  secondo l’intensità del bisogno che c’è e quella spinta che mi sento di chiamare profetica e che sa organizzarsi. Non vedo contraddizione tra profezia e organizzazione. (Giovanni Bianchi) 

 Il rifiuto di trovare capri espiatori nella normalità altrui: 

Con una apparente contraddizioni. La guerra avviene in alcune zone limitate. Superato un confine invisibile, poco più in là, la gente fa i bagni e così via. Ci sono zone dove la guerra è vissuta in tutta la sua ferocia, uccisioni, massacri, come si esce da quello spazio c’è una innaturale distensione psicologica, la vita sembra continuare secondo ritmi normali e questo stride molto ai nostri occhi. Ma la gente ha bisogno anche di questo per sopravvivere. 

A questo link la registrazione integrale:  http://www.radioradicale.it/scheda/55978

Nota esplicativa: 

Mirsda. Marcia di interposizione nonviolenta in Bosnia Erzegovina. Estate 1993. 

1500 persone partecipanti. Conferenza stampa al rientro ad Ancona. 




Giovanni Bianchi (ACLI) Raffaella Bolini (ARCI) Mons Bona (Caritas), Giorgio Bonelli (Ufficio Stampa ACLI) con rappresentanti degli Obiettori di Coscienza rispondono alle domande dei giornalisti in una conferenza stampa che chiede una prima valutazione su quanto accaduto. 


Desmond Tutu


3 obiettivi:
Sacerdozio delle donne
Suddivisione in unità pastorali
Liberazione di tutta la nostra gente, bianca e nera.

Le responsabilità della maggioranza


Quello che in effetti accade in questi casi è qualcosa di molto più grave: la maggioranza chiaramente rifiuta di far ricorso al suo potere (...) diventando «immensa unità negativa» (...). E tutto ciò dimostra (...) che una minoranza può avere un potere potenziale decisamente maggiore di quello che ci si aspetterebbe (...).
La maggioranza che sta semplicemente a guardare (...) è di fatto già un alleato latente della minoranza. 

(Hanna Arendt)
.
Del perché essere parte di una maggioranza è sempre una responsabilità.
E del perché non essere direttamente responsabili di atti violenti non è sufficiente.  

Colonia. Riflessioni da donna, occidentale, cattolica.


Ciò che è accaduto a capodanno in alcune città tedesche è inquietante e preoccupante per vari motivi.

Perché (a quanto pare) ci si trova di fronte ad una forma nuova di violenza organizzata. In parte inedita e che quindi per poter essere combattuta va approfondita e compresa meglio.

Perché (a quanto pare) la forma di violenza ha colpito nel segno di nostre fragilità e tensioni culturali e sociali. 
Si è infilata in varchi aperti, arrivando a nodi scoperti e quindi ferendo in modo più profondo e non solo individuale. Che questo aspetto sia stato premeditato o no è comunque avvenuto. Ed anche con questo ora che si deve fare i conti.

Credo che i nervi scoperti toccati da questo fenomeno siano essenzialmente tre:

la migrazione con le sue ricadute in termini di scontro tra diritti umani e diritti di sicurezza. Ma anche di incapacità di composizione pacifica di differenze sociali, culturali e religiose e di connessione istintiva con il terrorismo. 

il rapporto tra i generi. Le acquisizioni civili e culturali in questo campo sono talmente recenti e poco profonde da risultare accessorie, fragili e superficiali e da poter essere messe in crisi ed in discussione da ogni minima novità o contrapposizione tra questo ed altri diritti.

il linguaggio insufficiente  (strettamente connesso alla dimensione di cultura comune incapace di leggere ed interpretare il presente). E la comunicazione che coniuga aumento della potenza con diminuzione del controllo. 

Tutto questo riguarda tutti. Uomini e donne. Stanziali ed immigrati. Nuovi arrivati e seconde generazioni.

Da tutti serve rifiuto della violenza. In qualsiasi forma e contro chiunque. 

Da tutti serve non rinnegare i diritti umani. Ovunque e di chiunque. 


A livello di principio sono due punti fermi che serve ribadire, tutti assieme. Non come il forte che impone al debole di abiurare la propria civiltà (fede e cultura) per abbracciarne un'altra. Non come obbligo condizionale per l'inclusione ("la mia società è così, se vuoi integrarti devi accettarli"). Ma come base di comune umanità. Da rivendicare e ricercare. E poi serve trovare, con pazienza e tenacia, pragmaticità e creatività le forme per dar gambe a tutto questo nella pratica. 

E su questo continuo a pensare che le esperienze di islam europeo, le seconde generazioni in Italia ed i nostri expat all'estero sarebbero risorse preziose da valorizzare.  
Così come un'esperienza di incontro europeo e di grande investimento (fatto insieme da più religioni) in una riscoperta delle esperienze e delle pratiche di nonviolenza nel mondo sarebbe una ricchezza inesplorata per la convivenza e la pace (vogliamo pensare anche solo a Aug San Suu Kyi e alla recente vittoria alle elezioni in Birmania per fare un esempio di donna, non cattolica e non occidentale?)

Poi, se volessimo approfondire, potremmo dire che la violenza sulle donne ha più a che vedere con una distorsione dell'idea di mascolinità e di rapporto con il potere che con ipotetici "usi errati" della femminilità. Che il corpo della donna come territorio simbolico di conquista in cui piantare, anche fisicamente, un segno tangibile del proprio passaggio è (purtroppo) un classico di tutte le guerre (e delle esperienze coloniali). O su altri fronti potremmo dire che è risaputo che i ricongiungimenti famigliari riducano l'incidenza della devianza nelle esperienze migratorie e persino che l'idea (fondata della nostra cultura occidentale) del dualismo corpo/anima ha qualche responsabilità morale nelle nostre distorsioni attuali... 

Dopo capodanno ognuna di noi sarà più in tensione per strada di notte. 

Ma, da donna, rivendico il diritto di non sentirmi dire che la soluzione è che io stia più attenta. E di non sentir parlare di me come proprietà (nemmeno in termini di proprietà da difendere). 
E, da donna occidentale, rivendico il diritto di dire che il tema dell'emancipazione femminile è tutt'altro che risolto anche da noi. E, da donna occidentale cattolica, aggiungo il diritto di specificare che in quel "da noi" rientra anche la dimensione religiosa. Perchè a prender per buono il metro del giudizio superficiale ed esterno di ciò che è civile e ciò che non lo è nelle religioni si rischiano certi boomerang... 

Da donna rivendico il diritto di identificarmi in tutte le donne. Quelle palpeggiate o stuprate per strada (o dentro casa). E quelle che muoiono in guerra o in mare con i figli in pancia o in braccio. Ma anche in ogni altro essere umano.  E rivendico il diritto di avere, sulle cose che accadono, un pensiero articolato e complesso. Di avere, a volte, anche idee diverse da altre donne senza che questo sia vissuto come tradimento o mancanza grave. 

Rivendico persino (ma guarda un po'!) il diritto di uscire dall'eterno ruolo di vittima. E di partecipare attivamente, in ogni campo e settore ed attività, a costruire una società ed un popolo migliore. 

Una società capace di trovare un equilibrio tra la condivisione della foto di un bambino morto in mare su ogni bacheca social ed il deliberato nascondimento a tutti gli organi di informazione di una notizia per cinque giorni.
Una società capace di non essere sciatta nelle traduzioni da una lingua all'altra, capace di trovare (o creare) termini diversi per concetti diversi senza mettere la semantica a servizio delle proprie posizioni. 

Una società che, orfana di ideologie, recuperi maggiore capacità di convivere con emozioni e sentimenti. Impulsi e desideri. Distinguendo gli uni dagli altri dando a ciascuno il proprio posto. 

Una società che ritrovi la capacità di fare politica davvero e non per reazione istintiva di pancia a ciò che avviene giorno per giorno. 

Cosa sta dietro all'assenza di coraggio politico, di cui tanto ci si lamenta? In questi anni abbiamo trovato molto valore, disponibilità al sacrificio di sé ma, anche tra noi, pochissimo coraggio politico....Il coraggio politico può crescere solo sul terreno della responsabilità libera dell'uomo (e donna, ndr) libero.... Per chi è responsabile la domanda ultima non è: come me la cavo eroicamente in quest'affare, ma: quale potrà essere la vita della generazione che viene...          (D. Bonhoeffer)  

Disertiamo! (di nuovo)



Disertiamo dall’aggressività
Disertiamo dall’appiccio dei mortai
Disertiamo dalle liti 
Smettiamo tutto
Tutti
Contemporaneamente
Di qua
E di là
E vediamo se quel qualcuno,
che di certo non si perde in questioni tattiche,
ma ha una sua strategia,
s’inventa chessò
di vendere qualcos’altro invece delle armi
o di portare la guerra su marte.
Perché è chiaro che,
vincano gli uni o gli altri,
i mercanti di proiettili imperano in ogni caso.
Disertiamo le liti
Disertiamo le parolacce
Disertiamo i video le foto gli articoli
Perché ognuno vuol sostenere qualcosa una bandiera chissà che interesse
E intanto siamo divisi e imperati,
Disertiamo le ragioni e i torti
Perché i morti sono morti
Un poeta ha detto: la verità è sempre in esilio
Ed è dolorosamente più vero
Quando le guerre sono sante
Scioperiamo la violenza
Combattiamo il combattere accecati
Dismettiamo le certezze
Rallentiamo il bannarci l’un l’altro
Che equivale a sparare,
togliere all’altro la possibilità di parlare.
Disertiamo quest’odio non nostro
Che è l’arma di qualcuno
Quel qualcuno che ci guadagna
Ci guadagna banchetta e magna. 


di Anna Segre 
(con il dubbio che forse la misericordia è un passo in più, è il disarmo dall'odio pure nei confronti dei qualcuno. Ma non è obiettivo facile, la misericordia).

Cercare di capire




#Iosonocharlie è fortissimo perché la reazione è la paura per noi stessi.  Abbiamo sentito di essere stati colpiti noi, in casa nostra. E la paura è stata così forte da far superare la presa di distanza che ci sarebbe stata nei confronti di uno stile dissacrante come quello usato da Charlie. La reazione emotiva nei confronti di ciò che accade in Nigeria o altrove non sarà mai la stessa cosa. Anche se i numeri dei morti sono enormi, anche se l'(ab)uso di tre bambine come bombe è oltre ogni limite del concepibile come umano. Non ci fa onore, ma è così. La reazione di fronte ad una violenza che ci colpisce è diversa dalla reazione di fronte ad una violenza che colpisce altri. Le vittime di Parigi non sono le prime vittime. Non è scoppiata ora la guerra, c'era già la guerra, eravamo già in guerra
"solo che finora il campo di battaglia era geograficamente lontano, in Mali, in Afghanistan. Quindi ci siamo illusi che gli estremisti contro cui stavamo combattendo non avrebbe mai potuto colpirci. Oggi sappiamo che non è vero" (Pennac).  

#iosonocharlie non è solidarietà con altri, è soprattutto per noi stessi e per non sentirci soli con la nostra paura.
#iosonoahmed è il secondo punto di vista, serve per completare il quadro e avere prospettiva tridimensionale.

Io non sono Charlie. Io sono Ahmen, il poliziotto ucciso.
Charlie ridicolizzava la mia fede e la mia cultura
ed io sono morto per difendere il suo diritto a farlo. 


#iosonojuif è perché a Parigi sono stati uccisi 4 ebrei e non è stata una coincidenza. E poi...


La vera ragione per cui sono andato più volte a parlare con Levi è questa: Levi racconta la «distruzione degli altri», e questa distruzione a me pareva già compresa in ogni sistema per cui chi ha la verità ritiene massimo interesse degli altri lasciarsi convertire a quella verità, essendo la non assimilazione un danno infinitamente maggiore della morte stessa. Io, cristiano, andando da Levi andavo a Canossa. Siamo stati dentro a quel sistema. In pieno. Ne siamo usciti a fatica. Ma molte parti del mondo ci sono ancora dentro. (Camon)

On est toujours le juif de quelqu'un», anche un arabo può essere un "juif" (Camon)
 

Le religioni, tutte, senza eccezione, non serviranno mai per avvicinare e riconciliare gli uomini e, al contrario, sono state e continuano a essere causa di sofferenze inenarrabili, di stragi, di mostruose violenze fisiche e spirituali che costituiscono uno dei più tenebrosi capitoli della misera storia umana (Saramago).



Io non credo sia così. Ma non basta crederlo. Serve dimostrarlo. Oggi credo che dovremmo andare a fondo a questa domanda.  


Postilla: Sopra a tutto, per me, resta il bisogno di capire.

C''è il tema, primario, del rifiuto della violenza. Ma non basta.

C'è la libertà di espressione ma anche il rispetto delle diverse sensibilità.
C'è il rapporto tra fede (ogni fede) e politica e convivenza civile.
C'è una enorme ed insoluta questione sociale fatta di diseguaglianze, ingiustizie...
C'è il tema delle migrazioni e la necessità di prendere atto che non basta più dire che le migrazioni sono un fenomeno ineliminabile (e lo sono), che sono utili (e lo sono) e che si può convivere (e si può). Serve rendersi conto che i modelli di integrazione che abbiamo sotto mano sono abbastanza fallimentari. E che serve cercare di costruire qualcosa che possa funzionare.
E poi la globalizzazione, il ruolo dell'economia, il commercio delle armi, il tema delle periferie, la spinta generazionale... e persino il crollo delle ideologie (con l'impressione che non tutti i luoghi accettino il vuoto che si è generato e che in parte questo vuoto si stia riempiendo d'altro).

Cerco spunti, chiavi di lettura, interpretazioni. Per questo.... lista, sparsa ed incompleta, di cose utili a cercare il filo... E sono grata a chi mi segnala altro... 


Voi potete fare la differenza il discorso del primo ministro norvegese dopo la strage di Utoya con 76 persone uccise da un estremista di destra.

Se mi capitasse di venire ucciso il testamento spirituale di Padre Christian de Cherge, ucciso con altri 6 monaci sequestrati il 27 marzo 1996 in Algeria e decapitati dal Gruppo Islamico Armato.
Non in mio nome Della scrittrice italosomala Igiaba Scego
Io non sono in guerra intervento alla manifestazione di Milano di Sumaya Abdel Qader, nata a Perugia, figlia di giordano-palestinesi, vive a Milano da 14 anni.
Io non mi dissocio di Karim Metref, nato in Algeria, educatore e formatore in educazione alla pace, dal 1998 in Italia, a Torino.
Lettera aperta al mondo musulmano  di Abdennour Bidar (1971), di madre francese convertita al sufismo, professore di filosofia all’Università di Nizza. 
Rossanda "Vecchio o giovane che sia il tizio che maneggia la famosa Ibm, il suo schema è veterocomunismo puro. Cui innesta una conclusione che invece veterocomunista non è, la guerriglia".
Nui musulmani della periferia e la nostra voglia di Isis Un'intervista a chi è tornato a combattere. 
Umorismo yiddish Tre barzellette yiddish e la tesi del ridicolo come arma per sminuire l'autorità, per svelare la realtà o per aprire la mente.  

Ma cosa state facendo!


Prima della rabbia c'è la sorpresa e lo sconcerto:

"Ma cosa state facendo!"

Il servizio di Gazebo sul corteo degli operai di Terni. 

Non fa ridere. Ma è da vedere. (dal minuto 14) 

Qui

(non so se è intenzionale. Ma il video è anche un mostrare cosa è e che mestiere è fare il sindacato. Cosa che forse serve in egual modo a chi nel sindacato se lo è dimenticato e a chi pensa che il sindacato oggi non serva più).

(Sul sindacato... non parlo tanto del "personaggio" ma dei tanti ignoti col megafono e la fatica di mettersi in mezzo mettendoci la faccia...)




Quale Mission per le Acli oggi (e domani)


Dal punto di vista della mission e dell’identità: è tempo di semina

C’è un tempo per ogni cosa. Oggi non è tempo di raccolta. Ma nemmeno di aratura e preparazione del  terreno. Seminare è scegliere che seme piantare (e che seme non piantare), investire risorse per acquistarlo o farselo passare, piantarlo e poi annaffiare e curare perché, se la natura vuole, un giorno altri potranno raccogliere.

Per l’identità generale rimando ai post precedenti. Qui aggiungo  3 semi che mi pare si potrebbe ri-piantare: POPOLO, POLITICA, PACE.

POPOLO: Popolo è soggetto collettivo. E’ più di un insieme di singoli. E’ un insieme di persone accomunate da qualcosa. Le piste che derivano da questa “parola” sono molte e sarebbe bello percorrerle.  
- per un’associazione coltivare l’idea di essere popolo significa riconoscere l’esistenza di parti ma cercare di costruire elementi identitari comuni;
- sentirsi parte di un popolo significa porsi all’interno della società e della storia, con altri, con curiosità e interesse, senza  timore;
- per un’associazione in un Paese in mutamento, con il venire meno dell’automatismo  Stato/Nazione/Popolo, con il crescere delle appartenenze di cittadinanza multipla… significa contribuire a scoprire  ciò che, in positivo, caratterizza oggi l’essere popolo  di un Paese. Su quale patto (oltre la tradizione) si fonda la convivenza comune.
- Per un’associazione di laici cristiani significa il “piacere spirituale di essere popolo” di cui parleremo anche stasera a Motta.

  • LA SCUOLA: Dalla scelta di POPOLO  a mio parere deriva per le Acli oggi la possibilità di scegliere la scuola come ambito di azione per l’azione associativa. Scuola perché luogo comune “di popolo”. Luogo diffuso, raggiungibile, ovunque, sul territorio. Luogo che rappresenta spesso oggi il primo incontro tra famiglie e società. In cui si incontrano (e scontrano) le diversità. In cui si incontrano (e scontrano) famiglie ed istituzioni. In cui si pagano le contraddizioni e le incoerenze. Luogo,  in fondo, periferico della nostra società (perché, apparentemente, è un costo e non produce). Luogo centrale di semina ed educazione al vero, al buono, al bello  (qui il testo Il Papa incontra il mondo della scuola) Gli interventi per i circoli e le realtà di base possono essere infiniti anche a seconda del territorio, delle sensibilità e delle tipologie di scuola. Dall’autorganizzazione di genitori ed insegnanti alla mediazione dei conflitti interculturali, dall’organizzazione di attività integrative al volontariato di “manutenzione”, dal supporto al ruolo educativo alla creazione di ponti con il mondo del lavoro, …. A molto altro.

POLITICA: le Acli non sarebbero le Acli se perdessero la passione politica. Che scivola ambiguamente tra passione per la politica come servizio e passione per la politica come potere. Ma l’ambivalenza è probabilmente ineliminabile. Torna in mente Martini “Ricercate il senso delle cose e degli avvenimenti, non accontentatevi di spiegazioni superficiali; cercate i valori veri e non il quieto vivere, il servizio della giustizia e non i privilegi. (…) Essere sentinelle invita allora, oltre che a segnalare, anche a rintracciare vie nuove nella scelta e nella ricerca del bene comune, sapendo che nel nostro mondo complesso e attraversato da esigenze molteplici e culture nuove, sono necessarie competenze profonde e formazione continua. Servono persone che reggano la fatica di pensare più in profondità, al di là dei luoghi comuni. Persone che siano disponibili a cogliere la realtà in movimento in tutta la sua complessità, che sappiano farsi carico di chi è più debole anche culturalmente e rischia di venire abbagliato da slogan e da mezze verità.” Perché “in gioco è il futuro della democrazia che si fonda sulla capacità dei cittadini di superare gli interessi privati e di convenire su un Patto sociale che assicuri a tutti libertà e giustizia” Ma, anche in politica, non basta dichiarare, serve essere credibili. Per Martini la credibilità delle Acli era data da “un’operatività diffusa, senza secondi fini, che genera fiducia” e dal fatto che “Per essere credibili bisognerà porsi non tanto al di sopra delle parti quanto al di sotto delle parti, ossia nella profondità della coscienza civile del Paese”. (qui l’ebook Martini e le Acli)

  • Credo che il campo principale in cui riprendere l’esercizio di passione politica sia il IL TERRITORIO LOCALE. Stare in rete con altri, coltivare le interlocuzioni con le istituzioni, vivere nella comunità territoriale. Ricostruire una familiarità e vicinanza politica a partire dal suo punto di maggiore intersezione tra politica e comunità. Non per rinunciare alla dimensione nazionale ma per arrivarci in modo differente. Credo che anche in questo le iniziative possano essere molte. Tra le altre la formazione di giovani amministratori locali che alcuni territori stanno già realizzando e che potrebbe essere messa in rete, approfondita e diffusa sul base nazionale. Magari aprendola anche a sperimentazioni che coinvolgano giovani immigrati e persone espressione di altre culture e religioni. Questo investimento formativo oltre ad essere un servizio alle comunità può diventare una rete di persone (anche trasversale agli attuali partiti) impegnate in politica con cui confrontarsi per approfondire i temi ed elaborare proposte.

PACE:  In un mondo attraversato da conflitti, con equilibri precari e in trasformazione, torna il bisogno del concetto di popolo per comprendere cosa oggi può permette una convivenza di popoli diversi e come è possibile dirimere i conflitti senza necessariamente ricorrere alle armi.  “Le scorciatoie sloganistiche aiutano a contarsi non a cambiare persone e circostanze.  I patti reciproci aiutano a fare i conti gli uni con le esigenze degli altri. Visto che alla fine nessun altruismo regge davvero alla prova del tempo e dell’usura” scriveva Alex Langer e poi contrapponeva un pacificismo concreto al pacifismo tifoso e a quello dogmatico. (Pacifismo concreto).

  • VOLONTARIATO, SOLIDARIETA’, NONVIOLENZA, DIALOGO INTERRELIGIOSO…. C’è una situazione internazionale che chiede una maggiore responsabilità. C’è una scelta “pacifista” che chiede di non essere solo declamata ma sostanziata. C’è un vuoto di mobilitazione, impegno, volontariato da cui nasca proposta politica (e viceversa). Questo interpella le Acli. Siamo abituati a considerare i temi della pace come marginali rispetto a quelli del lavoro e del welfare. Ma se guardiamo la storia aclista notiamo che la pace è invece stata un impegno costante in più decenni. E dagli anni 80 in poi è forse stato  più di altro il perno su cui si è poggiato il dialogo e l’interlocuzione con le altre associazioni e con le istituzioni.  Gli incontri tra cristiani ed ebrei di Ferrara, gli incontri tra cristiani e musulmani di Modena, le marce di interposizione nei Balcani e le esperienze di solidarietà del Sorriso per la Bosnia, le missioni in Iraq, i percorsi diffusi di formazione alla nonviolenza… sono tutte esperienze che non possono essere dimenticate. Raccogliere un’eredità significa anche questo. E poi oggi i conflitti per le risorse si nutrono ed appoggiano di appartenenze etniche e religiose. Noi, che da cattolici ai tempi dei Balcani siamo andati nei campi profughi di musulmani, oggi non possiamo stare a guardare. Possiamo mettere in camp proposte di volontariato, azioni di solidarietà, percorsi di formazione e conoscenza di pratiche di nonviolenza, spazi di approfondimento ed elaborazione sulla dimensione internazionale. C’è un insieme di azioni da mettere in campo, non da soli.



Europa

Comunque il concetto principale di stamattina è: Nessuno ha pensato: siamo entrati in Polonia, paese ancora lontano da casa. Tutti abbiamo p...