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Fedeli alla democrazia? Il governo per mezzo del dibattito



Ultimamente mi è capitato di leggere il libro “L’idea di giustizia” di Amartya Sen. Non è recentissimo (è del 2009) ma, come ho detto nell’ultima Direzione Nazionale Acli, vi ho trovato una pista di riflessione che mi pare utile per interpretare vari elementi di attualità. Del Paese e della nostra associazione. Il libro contiene un’analisi complessa. Io mi limito a fare sintesi di alcune parti relative ad un singolo aspetto. 

Per capire il mondo non è mai sufficiente limitarsi a registrare le nostre percezioni immediate. Per capire è sempre indispensabile riflettere. Ciò che sentiamo e ciò che riteniamo di vedere va «letto»: dobbiamo domandarci che cosa tali percezioni stiano a indicare e come sia possibile tenerne conto senza restarne sopraffatti. La sensazione di ingiustizia può costituire un segnale che ci spinge ad agire, ma la validità delle nostre conclusioni, basate su segnali percepiti, vanno sempre prima sottoposte a verifica. 

Di fronte a istanze in conflitto è necessario affidarsi al confronto razionale con se stessi e con gli altri, assai più che a quella che potremmo chiamare «tolleranza disimpegnata», con le sue comode e facili soluzioni del tipo: «Tu hai ragione nella tua comunità, io ho ragione nella mia» o semplicemente all’appello: “Cerchiamo di andare d’accordo”. Di fronte ad istanze in conflitto, ragionamento ed indagine e dialogo pubblico sono imprescindibili. 

La necessità della riflessione e del dialogo non sono finalizzate immediatamente al risultato di un emergere di una ragione unica, comune a tutti. L’utilità del processo non è compromessa dalla possibilità che permangano più assunti, in contrasto fra loro. La pluralità di posizioni ottenute non è inutile e sarà in ogni caso una pluralità differente da quella iniziale. 

Possiamo, di fronte allo stesso evento, provare un forte senso di ingiustizia, senza essere d’accordo nell’individuare la ragione prevalente a cui imputare quell’ingiustizia. Senza che il senso di ingiustizia di ciascuno sia da considerare falso, errato o strumentale. E’ una situazione faticosa da sostenere. Ma per approdare a conclusioni utili e salde, non è utile ridurre arbitrariamente la molteplicità di posizioni tra loro in potenziale conflitto ad una sola, assumendo come valido solo un unico criterio di valutazione. 

Un esempio: si tratta di decidere a quale dei tre bambini - Anne, Bob e Carla - debba essere dato un flauto per il quale stanno litigando. Anne pretende il flauto perchè è l'unica dei tre che lo sappia suonare (circostanza che gli altri riconoscono) e certo sarebbe ingiusto negare lo strumento all'unica persona che sa davvero adoperarlo. Se l'unica informazione in nostro possesso fosse questa, saremmo fortemente orientati ad assegnare il flauto alla prima bambina. 

In una scena alternativa, però, parla Bob, il quale giustifica le proprie pretese sul flauto con il fatto di essere così povero da non avere neanche un giocattolo: nel flauto troverebbe qualcosa con cui giocare (e le due bambine non negano di essere più ricche e di avere molti giocattoli con cui divertirsi). Se ascoltassimo soltanto Bob, senza sentire le bambine, avremmo tutte le ragioni per dare a lui il flauto. 

Una terza scena ci presenta Carla, che fa notare di essersi applicata per mesi e mesi, con diligenza, per costruire il flauto con le proprie mani (e gli altri confermano) e, appena terminata l'opera, "proprio allora" protesta "questi ladri di cose altrui sono venuti a portarmi via il flauto". Se non avessimo altra dichiarazione che quella di Carla, saremmo con ogni probabilità propensi a dare il flauto a lei, riconoscendo ragionevoli le sue pretese su un oggetto che ha creato con le sue mani. 

Ma dopo avere ascoltato le argomentazioni di tutti e tre, prendere una decisione non è facile. Per teorici di scuole diverse – utilitarismo, egualitarismo economico, liberalismo pratico – è probabile che la soluzione giusta sia lì pronta, ma se ci si ascolta cercando di comprendere, si vede quanto sia difficile liquidare come infondata ciascuna delle tre istanze, basate rispettivamente sulla realizzazione delle persona, sul contrasto alla povertà e sula legittimità di godersi i frutti del proprio lavoro. Non si tratta soltanto della diversità fra gli interessi personali dei tre bambini (che pure sussiste), ma del fatto che ciascuna delle argomentazioni fa appello a un tipo di ragione differente. 

Se la realtà si presenta a noi in questo modo, come è possibile quindi scegliere? La democrazia offre un metodo di decisione. Non l’unico, non perfetto. Ma un metodo. E’ vero che ci sono posizioni antiche che fanno identificare la democrazia con l’esito di un conteggio numerico di selezione attraverso il voto. Ma in realtà tutti i filosofi politici moderni concordano nel ritenere che la democrazia assuma significato solo in base alla capacità di alimentare partecipazione consapevole e possibilità di dare vita a confronti interattivi. La democrazia quindi può essere vista come governo per mezzo del dibattito. 

I confronti e le discussioni non sono sempre fruttuosi. Però possono esserlo. Ed in questa possibilità è racchiusa una opportunità e una responsabilità. Il dialogo appartiene alla materia stessa della giustizia e della democrazia. Ci sono buone ragioni per essere scettici di fronte all’idea di una giustizia e di una democrazia senza dibattito pubblico. Ma ci sono alcune accortezze. Non è sufficiente la libertà di espressione delle posizioni singole. E non è sempre utile ricercare e rifarsi a ciò che è astrattamente giusto promuovendo una sintesi automatica e teorica. 


Ad esempio, se stiamo cercando di scegliere tra un Picasso e un Dalí, non è di alcun aiuto fare riferimento a un’analisi (qualora fosse possibile) da cui emerge che il dipinto ideale è la Gioconda. Sarà anche un dato interessante, ma nella scelta tra un Dalí e un Picasso questa informazione non ci spinge né verso l’uno né verso l’altro. 


Anzi, lasciarci tentare dall’idea di ordinare le varie opzioni sulla base della loro vicinanza alla scelta perfetta (pensando che da un’identificazione trascendentale scaturisca indirettamente una gerarchia di alternative concrete) ci porta fuori strada. Ad esempio: una persona che preferisce il vino rosso al vino bianco, può comunque preferire il bianco puro ad una miscela dei due, anche se in senso puramente descrittivo la miscela dei due è più vicina al rosso (che è il vino preferito) rispetto al bianco. 


Cosa aiuta, allora, la democrazia? Aiuta esplicitare con la maggiore chiarezza possibile le motivazioni e le argomentazioni che spingono alle proprie azioni. Senza questo passaggio, o con una spiegazione che risponda a motivazioni puramente diplomatiche e tattiche, non si è in grado di garantire all’altro la comprensione delle proprie idee. Passaggio indispensabile in democrazia. E non si è in grado nemmeno in grado di assicurare che le persone coinvolte si convincano che giustizia è stata fatta (e questo è un aspetto che fa parte delle regole per rendere difendibili le decisioni). 

La realtà, inoltre, si presenta in modo diversa dalla pura astrazione.  In molti casi particolari può verificarsi una convergenza di ragioni eterogenee. 


Anche nel caso dei tre bambini, per esempio, può emergere che la piccola artefice del flauto, Carla, è in realtà anche la più povera o l’unica che sa come suonare lo strumento. Oppure può venire alla luce che lo stato di indigenza del bambino più povero, Bob, è talmente estremo che il bisogno di qualcosa con cui giocare potrebbe essere cruciale affinché egli conduca una vita accettabile: in questo caso l’argomento fondato sulla povertà potrebbe essere fondamentale nel pervenire a un responso secondo giustizia. 

L’idea della giustizia, insomma, può coprire scenari molto diversi. D’altro canto, le diverse parti che compongono le ragioni di ciascuno, sottoposte al vaglio della critica collettiva, producono brandelli di ordinamenti superstiti che, messi assieme, vanno a costituire la base di un ordinamento parziale, sul quale poggerà la scelta collettiva di quella comunità. La base di un ordinamento parziale è costituita dalla convergenza di conclusioni raggiunte mediamente ragionamenti pubblici. Non necessita di una coincidenza tra le preferenze personali dei vari individui, né necessitano il mero rinunciare di una parte a vantaggio dell’altra. Necessita invece l’esplicitazione, il più possibile chiara, della preferenza personale dei vari individui e delle ragioni che sottendono a quella preferenza. Ragioni che possono fare riferimento a criteri diversi da quelli che noi ci aspetteremmo o che desidereremmo.

E se il conflitto ci sembra insanabile o se non sussistono differenze su cui negoziare, può ancora essere efficace la democrazia? Perché è necessario un confronto in questi casi? La risposta di Amartya Sen mi pare sia che raggiungere un accordo dopo aver avuto la possibilità di esprimere liberamente, profondamente e pubblicamente le proprie ragioni non è la stessa cosa che presumere di maturare a priori tutti le stesse decisioni e le stesse aspirazioni. Così come non è la stessa cosa il fatto che l’accordo assuma la forma di un impegno cui ciascuno liberamente si obbliga o meno. Il processo per arrivare liberamente ad un accordo passa dalla comunicazione pubbliche delle proprie ragioni e dalla comprensione delle ragioni altrui. E dall’azione, anche creativa, di sintesi e rielaborazione finale. Questo processo è parte integrante del processo democratico ed il credere nella democrazia porta a credere che il processo di dibattito pubblico possa influenzare le decisioni dei singoli, al punto da dare luogo ad un accordo diverso, tra posizioni diverse, rispetto a quelle per cui ciascuno opterebbe se procedesse da solo. 

Gli accordi raggiunti tramite discussione pubblica non implicano di convenire tutti su un’unica proposta finale.  Nè implicano che la scelta finale sia ritenuta da tutti l’unica cosa giusta. Il processo elettivo in sé non è antitetico all’idea di democrazia per mezzo del dibattito. Ne costituisce una parte. Ciò che emerge dal processo, anche quando la decisione finale è assunta in base a sintesi elettiva, non implica che tutti convengano sulla medesima soluzione, ma  implica il fatto che per tutti quella emersa sia una decisione plausibilmente giusta, o almeno non palesemente ingiusta. Un buon accordo, frutto di una seria discussione pubblica, infatti, è pienamente compatibile con il ricorso al voto, con la consapevolezza di una buona dose di incompletezza e con la presenza non marginale di conflitti irrisolti. L’accordo che emerge da una riflessione pubblica strutturata è utile anche quando è parziale e pur nella parzialità, se è maturato attraverso un processo democratico serio, costituisce la base su cui costruire accordi più ampi futuri. 

La maggioranza dei sostenitori della democrazia non ha saputo dimostrare finora in modo esplicito che la democrazia promuove in se stessa lo sviluppo e il miglioramento del benessere sociale. La tendenza è stata, semmai, quella di inquadrare l’una e l’altro come obiettivi buoni ma nettamente distinti e per lo più indipendenti. Dal canto loro, i detrattori della democrazia si sono invece affannati a indicare le consistenti tensioni che a loro avviso sussistono tra democrazia e sviluppo. 

Tutto sta a capire, oggi, se noi siamo realmente sostenitori della democrazia o se in realtà siamo affezionati all'idea democratica ma, sotto sotto, siamo anche noi convinti che i detrattori abbiano ragione. 

Stato Nazione

La gente crede che lo stato nazione viva un momento di rinascita, in realtà i leader nei nostri paesi sono sempre meno in grado di cambiare la situazione materiale della loro popolazione. E' per questo che argomenti come la sicurezza e i confini sono diventati così importanti.

Cioè, tutto ciò che sta avvenendo oggi non è un (drammatico, insostenibile) effetto collaterale di qualcosa che ci porterà fuori dalla nostra crisi.
E' una inumanità che è del tutto inutile.
Inutile anche a noi stessi.

Si eravamo un popolo...da mo' ch'eravamo scesi in piazza!



Una giornata in un Municipio della Capitale, per la Carta d'identità...

Ore 4.30 papà è davanti al Municipio.
È terzo, segnala via messaggio.
Il primo è un ragazzo, arrivato alle 3.30.
Il secondo un signore di una certa età, con moglie bulgara, appena diventata italiana.
Mano a mano arriva il resto della gente.
I numeri (informali) proseguono abbastanza ordinatamente. E tra gli astanti ci si scambia chiacchiere, aneddoti. Comincia a scattare come un senso di essere compagni di trincea. 

Ore 6.30 si aprono i cancelli. E la fila si trasferisce in cortile.
Il servizio (informale) di consegna numeri passa di mano in mano tra primo, secondo e terzo. Funziona. C'è sonno. E attesa.

Tre sfide per una Chiesa popolare oggi




di Stella Morra | 12 ottobre 2016 su www.vinonuovo.it 


Da un intervento tenuto alle Acli qualche settimana fa dalla teologa Stella Morra alcuni spunti di riflessione sul popolo di Dio nel contesto attuale della Chiesa italiana

Lo scorso 16 e 17 settembre le Acli hanno tenuto a Roma il loro incontro nazionale di studi dedicato quest'anno al tema «Passione popolare». Nello sguardo a 360 gradi a questo aggettivo così importante per la nostra storia alla teologa Stella Morra è stato affidato il tema «Chiesa popolare». L'intervento - molto interessante nella sua rilettura dei concetti di "popolo", "popolare" e "popolo di Dio", con la sottolineatura del ruolo insostituibile dei laici nella "verificazione", cioè nel confronto con la vita concreta di tutti i giorni, delle verità della fede che la Chiesa professa - si può ascoltare integralmente in questo video.
Quella che proponiamo qui sotto - in una nostra sbobinatura non rivista dall'autrice e con neretti inseriti da noi per aiutare la lettura - è la parte finale della riflessione, nella quale Stella Morra propone tre sfide per la Chiesa italiana oggi, che ci sembra interessante proporre alla riflessione di tutti.
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Sono tre le sfide che, dal punto di vista teologico, a me sembrano principali, qui ed ora, in Italia in termini di comprensione e di esame critico delle pratiche della nostra vita di Chiesa.

La prima: la ridefinizione della relazione tra individuale e soggettivo comune.
Un esempio concretissimo Francesco ha provato a proporlo attorno al Sinodo della famiglia, cambiando l'equilibrio tra norma morale e discernimento, creando uno spostamento. La norma morale accentua un «comune astratto». E il comune astratto - che comunque tutti pensano sia inapplicabile, gestito soggettivamente da ognuno in modo proprio, facendo finta che non sia inapplicabile, in un grande sistema di menzogne - è un tipo di equilibrio tra soggettivo e comune. Francesco dice: rompiamo il sistema della menzogna, introduciamo la categoria del discernimento. Il discernimento è più forte della norma. Ciò che deve essere comune è il discernimento. La Parola, non la menzogna. Non è un caso che mezza Chiesa istituzionale gli si sia rivoltata contro. Ma io penso che qui - non solo nelle pratiche del rapporto tra norma e discernimento, ma anche nelle mille pratiche quotidiane - dobbiamo pensare alla relazione tra individuale soggettivo e comune.

La seconda: la rottura del privilegio contenutistico dell'identità evangelica.
La questione non è «cosa», ma «come». La misericordia è più importante della dottrina. Ma attenzione! Se capite la misericordia come un capitolo della dottrina, non avete capito niente. Quello che Francesco dice è: prima si cura l'emorragia, la Chiesa è un ospedale da campo, eccetera eccetera... poi discutiamo della glicemia. Cioè: prima uno «stile» di misericordia, poi discutiamo sulla dottrina.
Tipico esempio di questo, nel caso ecclesiale, è la tensione tra il «dentro» e il «fuori». Anche qui: «dentro» dove e «fuori» dove? Nel senso che, chi di noi - pur funzionario ecclesiale (nel senso di operatore pastorale, animatore, eccetera) - si sente totalmente dentro? In quanto funzionari ci sentiamo dentro alla Chiesa, poi ci sentiamo fuori tutte le volte che andiamo a Messa e ci becchiamo un parroco che fa 25 minuti di omelia offensiva, e diciamo: «Ma non si può andare avanti così! Questi preti come fanno? Ma non si rendono conto?». Nessuno è più «dentro» e nessuno è più «fuori».
A tale proposito sono molte le questioni poste dagli Stati con muri e confini... Francesco ci dice che il problema non sono i confini, ma le periferie. Non so se avete mai accoppiato i due termini. Ragionateci un attimo! Stanno nello stesso luogo, ma sono due cose diverse. I confini sono puntuali, c'è un'autorità che decide chi passa e chi non passa, perché sì, perché no... Le periferie sono luoghi porosi, non sono puntuali, non si sa bene dove cominciano e dove finiscono, nessuno stabilisce chi ci va dentro o no, il desiderio delle persone di uscirne o di arrivarci. Funziona in un altro modo. Francesco ci invita a pensare «periferie» e non «confini». Ognuno di noi abita alla periferia della Chiesa.

La terza: riscrittura delle forme che consentono la «verificazione» 
Questo è il problema forse più complesso, ma più importante. Abbiamo bisogno di nuove forme di Chiesa. In fondo non è cambiato praticamente nulla, nella «forma» della Chiesa, dalla riforma gregoriana (XI secolo). È una Chiesa fondata sulla stabilità geografica, sullo spazio, sulla durata «impersonale» e sulla divisione tra sacro e profano. Praticamente nessuno di noi nella «propria giornata» sta nella stessa parrocchia - nella «propria giornata», non nella «propria vita», come mia nonna che è nata, è cresciuta, ha fatto la cresima, si è sposata, ha battezzato i figli, è morta ed è stata sepolta nella stessa parrocchia. Come minimo, abitiamo in una parrocchia e lavoriamo in un'altra! Qui c'è un grosso problema.
Chiudo con un riferimento alla poesia, perché è una questione di stile e perché viene prima l'immaginazione, l'evocazione, la creatività, dell'esattezza dei concetti.
Credo che come Chiesa la sfida di fronte a cui siamo posti, dopo essere stati a lungo la "piazza" del villaggio, sia quella di smettere di essere piazze e diventare invece - come dice un verso di Patrizia Cavalli - «molta ariosa tenerezza, una fretta pietosa che muova e che confonda». Come continua a dire Francesco, siamo chiamati ad essere qualcuno capace di far partire, senza ipotecare il viaggio, perché poi «non si ritorna». Questo si chiama «prevalenza escatologica» del cristianesimo. Non dobbiamo tornare al Paradiso terrestre (e magari prima del peccato originale), perché così sarebbe tutto più semplice. Dobbiamo andare verso la Parusia, quando Dio sarà tutto in tutti, con in più, rispetto al Paradiso terrestre, la ricchezza della storia degli uomini e delle donne.
La Bibbia comincia con un giardino, che per gli antichi è l'immagine della natura, ma finisce con una città. L'ultima parola della Bibbia è la Gerusalemme celeste. E la città per gli antichi è l'immagine della cultura. Nella Gerusalemme celeste ci sono i due fiumi, i due alberi ... c'è tutto quello che c'era nel giardino, ma in più c'è molto altro. C'è molto altro che non è indispensabile. Dio ci ha dato tutto l'indispensabile mentre gli uomini, secondo la descrizione della Gerusalemme celeste, hanno aggiunto pietre preziose sulle porte (che non si mangiano), i dipinti... L'inutile e il bello.

Il nostro compito è di andare verso la Gerusalemme celeste, per tutti gli uomini e le donne oggi.

Numeri così grandi che erano un numero solo!

Papà: il quorum non è stato raggiunto.
Pietro: tu dimmi i numeri, faccio io i conti...


Esito referendum secondo Pietro.
15.533.512 sono andati a votare.
35.143.377 non sono andati a votare. 
13.334.764 hanno detto si.
37.342.125 è come se hanno detto no. 
Quindi la legge resta come era. 
Mamma: i nonni sono in un gruppo, papà e mamma in un altro. Ci si vuol bene lo stesso, no?
E anche se abbiamo perso non fa niente. Può capitare. Abbiamo fatto bene lo stesso ad andare se eravamo convinti, no? 

Pietro: certo. Comunque non avevo mai visto numeri così grandi che erano un numero solo!

Tra libertà e necessità...


Mi è capitato in mano per caso in un'edicola di libri usati e non ho potuto non prenderlo.

Lei è Simone Weil. Cioè una donna. Vissuta a cavallo tra le guerre. Politica e mistica. Ebrea e cristiana. Marxista e Filosofa. Scrittrice ed Operaia....

I brani di carteggio vanno giù in un sorso. Il testo finale sull'amicizia non l'ho ancora del tutto digerito, ci sto rimuginando. Ma mi intriga...

La preferenza personale verso un determinato essere umano può essere di due tipi. O si cerca nell'altro un certo bene, oppure si ha bisogno di lui. In linea generale tutti i legami possibili si suddividono tra queste due specie. Ci si dirige verso qualcosa, o perchè si cerca in essa un bene o perchè non se ne può fare a meno. Talvolta i due moventi coincidono. Spesso no. Di per sé stessi sono distinti e completamente indipendenti. 
E mi viene in mente Arturo Paoli e il fatto che nessun incontro (neppure banale) è di per sé neutro. O ci spinge a cadere in avanti o ci spinge a cadere indietro. O ci sospinge verso il bene o ci è di ostacolo nella ricerca del bene.

Ecco, mi pare che Simone Weil caratterizzi questo avanti e indietro attorno all'equilibrio tra libertà e necessità.
 L'amicizia è un'armonia soprannaturale, un'unione di contrari. 
Dove i contrari non sono le due persone diverse. I contrari sono il bene ed il bisogno. La libertà e la necessità. L'amicizia pura è la capacità (assoluta e di per sé umanamente irrealizzabile) di tenere assieme pienamente senza svilire nessuna delle due dimensioni. Comprenderle senza negarle.

Personalmente non uso molto il termine amicizia. Ma mi pare in fondo in qualche modo Simone Weil indaghi nodi cruciali presenti in tutte le relazioni umane.

Quando qualcuno desidera sottomettere a sé un essere umano o accetta di sottomettersi a lui non c'è traccia di amicizia. 
Non c'è alcuna contraddizione tra cercare un bene in un essere umano e volergli bene. Per la stessa ragione quando il movente che spinge verso un essere umano è solo la ricerca di un bene non esistono i presupposti per l'amicizia.
Allora l'amicizia o la relazione umana sana e costruttiva si colloca proprio lì. In quell'incrocio impossibile ed irraggiungibile tra libertà e necessità. E l'amicizia non è un'emozione e neppure un affetto. E' una virtù praticata e coltivata in un succedersi di esperienze di imperfezione.
La causa più frequente della necessità, nei legami affettivi, è una certa combinazione di simpatia ed abitudine. Come nel caso dell'avarizia o della intossicazione, ciò che inizialmente costituiva la ricerca di un bene si trasforma in bisogno per il semplice trascorrere del tempo. Ma la differenza rispetto all'avarizia, all'intossicazione e ad ogni altro vizio è che nei legami affettivi i due moventi possono coesistere molto bene.  
Allorchè l'attaccamento di un essere umano ad un altro è determinato soltanto dal bisogno vi è qualcosa di atroce. Poche cose possono toccare tale livello di bassezza e di orrore. Vi è sempre qualcosa di orribile in tutte le situazioni in cui un essere umano ricerca il bene e trova solamente necessità.   
L'anima umana, è vero, dispone di un arsenale completo di menzogne per proteggersi contro questa bassezza e fabbricarsi nell'immaginazione dei falsi beni là dove vi è soltanto necessità. E' proprio per questo che la bassezza è un male, perchè costringe alla menzogna.  
In senso molto generale, vi è sventura ogni volta che la necessità, sotto qualsiasi forma, si fa sentire in modo così duro che la durezza supera la capacità di menzogna di chi subisce lo choc. 
Per chi è capace di arrestare la reazione automatica di protezione di sé, che tende ad accrescere nell'anima la capacità di menzogna, la sventura non è un male, benché sia pur sempre una ferita e in un certo senso una degradazione.
 Dove la forza sta nell' accettare la fragilità. Nel riuscire a lavorare per smascherare le menzogne che ci si racconta da soli, per proteggersi da sé. Pur sapendo che questo ci lascia nella sventura, senza protezione. Feriti e degradati.
Un'amicizia è infangata non appena la necessità ha il sopravvento sul desiderio di conservare per l'uno e per l'altro la facoltà di libero consenso. 
In tutte le situazioni umane la necessità è principio di impurità. Ogni amicizia è impura se vi affiora, anche solo come traccia, il desiderio di piacere o il desiderio opposto. In un'amicizia perfetta questi due desideri sono completamente assenti. I due amici  accettano pienamente di essere due creature distinte. L'amicizia è un miracolo grazie al quale un essere umano accetta di guardare a distanza senza avvicinarsi quello stesso essere che gli è necessario come nutrimento.
Simone Weil è talmente assoluta da indicare una rotta e al tempo stesso da renderla spietata. 

Nessuno è così. Siamo tutti fragili. Ed incompiuti. E siamo esseri sociali. La necessità dell'altro è in fondo ineliminabile. L'altro mi è indispensabile per essere me. Mi è indispensabile nella sua alterità da me. Nella misura della libertà che so riconoscergli di essere pienamente sé. E di condividere o meno qualcosa con me. Nella misura in cui so costruire spazi di gratuità, sopportando l'assenza di reciprocità cui pure anelo. Nella misura in cui lo scambio sa essere intimo senza diventare esclusivo. Non accampa diritto di continuità né di proprietà. Nella misura in cui accetto non solo la distanza ma anche il conflitto come parte dello scambio e della relazione. Ma so includerlo in una visione complessiva e circoscriverne gli effetti distruttivi.

È un'idea di fraternità. Indispensabile ma impossibile. È un'utopia. 

Ma per fortuna mi viene in soccorso Arturo Paoli. 
La relazione in cammino è una relazione tra persone che, coscienti che la relazione è un'utopia, prendono ciò nonostante la decisione di cercarla. 
E solo tra coloro che vivono seriamente, autenticamente la tristezza di non pervenire ad un tipo di relazione di vera fraternità e la speranza di potervi arrivare, si stabilisce la vera solidarietà. 
Vera solidarietà non può stringersi se non tra persone abituate ad accettarsi come sono, nel loro vero essere. 
Non si può che abituarsi ad una convivenza scomoda tra la libertà e la paura. Il giorno che la libertà si fa sicurezza si corrompe. E il giorno in cui si rinuncia alla libertà per amore della sicurezza si piomba in una schiavitù senza rimedio.  
 La libertà è una strada senza margini, come si fa a camminare nella libertà?  (E. Fromm). 
Eppure non c'è altra strada da cercare...

Ps (Per chi ha voglia, il testo della riflessione di Simone Weil sulla amicizia)
https://drive.google.com/file/d/0B7xYMdtDJdp_VGhEd2pwTGNaZmM/view?usp=sharing





I poveri ci dicono cosa è la polis


Il 23 maggio le Acli vanno dal Papa. 

Il 23 maggio Oscar Arnulfo Romero viene riconosciuto beato.

Un onore, un gran bel segno, un messaggio da cogliere.

La pista da seguire è, ancora una volta, quella di


farsi popolo

Romero che... Se uccidono me, resterà sempre il popolo. Un popolo non lo si può ammazzare.


Romero che... il popolo è il mio profeta

Romero, il vescovo fatto popolo. 

Un percorso da pro-seguire è, ancora una volta, quello di cercare di comprendere 

cosa è per noi la dimensione politica 

Romero che ldimensione politica della fede è a partire dall'opzione per i poveri 

Romero che i poveri ci dicono che cos'è la polis 

Romero che la  Chiesa sia sostegno dato ai poveri e alla loro nobile lotta di liberazione. 

Romero che la Chiesa predichi ai poveri per dare loro coraggio di essere, essi stessi, gli autori del proprio destino.  

Romero che... le maggioranze povere si assumano la propria responsabilità, affinché prendano coscienza del propri ostato, affinché si diano una propria organizzazione. 

Perché la liberazione arriverà il non il giorno in cui i poveri saranno i meri destinatari di benefici resi dai governi e dalla stessa Chiesa, ma quello in cui diventeranno in prima persona attori e protagonisti della propria lotta e della propria liberazione, smascherando in tal modo la radice ultima dei falsi paternalismi.  

E allora forse il messaggio per noi di questa festa coincidente è quello della buona novella da annunziare ai ricchi: 

che costoro si convertano al povero, per condividere con lui i beni del Regno.  

Con la consapevolezza che questa scelta non porterà a successi e vittorie. 
Con la fiducia che quel che conta è (anche tardi) lasciarsi convertire.  

(da leggere La gioia di Dio è il povero che vive Discorso in occasione del dottorato Honoris Causa Università di Lovanio 2 febbraio 1980)

(mentre per l'idea di popolo in Papa Francesco Noi come cittadini, noi come popolo)

Noi come cittadini, noi come popolo

Il popolo mai sbaglia. 

L'ha detto Papa Francesco la settimana scorsa in aereo, mentre rientrava dalle Filippine . Anche se parlava a braccio non era una frase buttata lì, non era riflessione improvvisata. Il popolo, per lui,  è sicuramente un concetto di approfondimento sedimentato e rielaborato...
Noi come cittadini, noi come popolo
è il discorso che l'allora cardinal Bergoglio fece a Buones Aires nel 2010, in occasione del bicentenario dell'indipendenza. In Italia è stato pubblicato in un libro Jaca Book del 2013. E' un testo interessantissimo e che contiene molto di ciò che poi si ritrova nella Evangelii Gaudium (in cui, dicono che popolo compaia 164 volte).

Ma, cosa si intende con il termine popolo?
La categoria popolo è ambigua. non per povertà ma per eccesso di ricchezza. Da un lato infatti può indicare il popolo (nazione); dall'altra può indicare le classi e i settori sociali popolari. La Copeal lo intese soprattutto nella prima accezione, a partire  dall'unità plurale di una cultura comune radicata in una storia comune e proiettata verso un bene comune condiviso. 
A spiegarlo è Padre Scannone in un articolo per Civiltà Cattolica e ripreso anche in una relazione
La teologia del pueblo. Una prospettiva argentina tenuta a Roma a fine marzo 2014.

La teologia del pueblo è una delle 4 correnti della teologia della liberazione e si sviluppa in Argentina. Come tutta l'esperienza della teologia della liberazione si caratterizza per il porre l'opzione preferenziale per i poveri come punto di partenza e luogo ermeneutico. Si caratterizza per il privilegiare un'analisi storico-culturale a quella socio-strutturale e, in base alla convinzione della superiorità della realtà all'idea, esprime una critica delle ideologie, sia di stampo liberale che marxista e delle categorie di comprensione e strategie di azione che vi corrispondono.

E proprio in quanto esperienza imbevuta della realtà latinoamericana è profondamente incarnata e inculturata. Ed è profondamente politica. La riflessione culmina sempre in vocazione politica, nella chiamata a costruire con altri un popolo-nazionale, un'esperienza di vita in comune attorno a valori e principi, a una storia, a costumi, lingua, fede, cause e sogni condivisi...  Il progetto politico deve avere come autore un soggetto storico che sia il popolo e la sua cultura, non una classe, una parte, un gruppo, un'élite. 

Popolo è una categoria storica e mitica. Non è un fatto automatico. Si tratta di un processo. Farsi popolo.  Popolo è la cittadinanza impegnata, riflessiva, consapevole ed unita in vista di un obiettivo o un progetto comune.  La storia la costruiscono le generazioni che si succedono nell'ambito di un popolo in cammino.  

Ma anche dal punto di vista dei contenuti per il Bergoglio cardinale il progetto politico ha connotati precisi: una definizione di sviluppo che includa tutte le persone in tutte le loro dimensioni (cosa su cui è più facile mettersi d'accordo in una fase di espansione che in clima di ristrettezza). Un progetto di sviluppo che privilegi la lotta contro la diseguaglianza e la povertà. 

Il processo di costruzione (integrazione) del popolo si fonda sull'idea della persona sociale che attraversa il passaggio da abitante e cittadino e da cittadino ad appartenente ad un popolo. Il tutto orientato al bene comune. Cittadino viene dal latino citatorium. Il cittadino è il convocato, il chiamato al bene comune. Cittadino non è il soggetto preso individualmente come lo presentavano i liberali classici, né un gruppo di persone indistinte, ciò che in termini filosofici si definisce unità di accumulazione. Si tratta di persone convocate a creare un'unione che tende al bene comune. Essere cittadini significa essere convocati per una scelta, chiamati ad una lotta, lotta di appartenenza ad una società e ad un popolo. Lotta per smettere di essere mucchio, di essere gente massificata, per essere persone, per essere società, per essere popolo.  

Ma, chi convoca? La realtà, non l'idea. E nemmeno la parola (con la minuscola).  Perché la realtà è. L'idea si elabora, si induce. Non c'è autonomia tra idea (parola) e realtà. Non c'è subalternità della realtà all'idea. I nominalismi non convocano mai. Tutt'al più classificano. Ciò che convoca è la realtà illuminata dal ragionamento, dall'idea e dalla loro percezione intuitiva.

L'unità è superiore al conflitto, ma il conflitto esiste e la teologia del popolo non lo ignora. Riconosce la realtà dell'antipopolo (che, pur appartenendo al popolo, si pone contro di esso), del conflitto e della lotta per la giustizia. Non assume la lotta di classe come principio di comprensione della società e della storia (se ci fermiamo alla conflittualità della congiuntura perdiamo il senso dell'unità). Ma assegna al conflitto un posto rilevante nel processo di sviluppo. Bisogna farsi carico del conflitto, bisogna viverlo. I conflitti non possono essere ignorati, ma non si deve nemmeno restarne intrappolati o pensare di trasformarli nella chiave del progresso.  Si tratta di  immergersi nel conflitto, compatire il conflitto, risolverlo e trasformarlo nell'anello di una catena, in uno sviluppo. 

Il tutto è superiore alla parte. Il modello è il poliedro. Il poliedro è l'unione di tutte le parzialità, che nell'unità mantiene l'originalità delle singole parzialità. Il tutto del poliedro non è il tutto sferico. Lo sferico non è superiore alla parte, la annulla. Si assiste alla riduzione del bene comune al bene particolare, si cerca una bontà che non essendo affiancata dalla verità e dalla bellezza, finisce per diventare bene privato, riservato solo a sé o al proprio gruppo. Una sfida per il cittadino, quindi, è salvaguardare questa unione di bontà, verità e bellezza, senza lacerazioni, in vista di un'esperienza di popolo, di un noi come popolo. 


Il tempo è superiore allo spazio. L'abbiamo tutti letto e citato nell'Evangelii Gaudium. Ma c'era già tutto qui: nell'attività civile, nell'attività politica, nell'attività sociale, è il tempo che governa gli spazi, che li illumina e li trasforma in anelli di una catena, di un processo. uno dei peccati che a volte si riscontrano nell'attività socio politica sta nel privilegiare gli spazi di potere rispetto al tempo dei processi. 

Di fronte a questo, la diagnosi di inefficacia della politica non può che essere legata alla lontananza tra governanti e popolo. La diagnosi del divorzio tra elite e popolo figura nella maggior parte dei lavori di analisi della nostra evoluzione storica. Ma continuiamo a dimenticarla.  La nostra politica spesso non si è messa al servizio del bene comune. Non ha saputo, non ha voluto o non ha potuto mettere limiti, contrappesi, equilibri al capitale per sradicare le diseguaglianza e la povertà che sono i flagelli più gravi di questo momento storico. Su questo argomento non ci sono posizioni ufficiali e opposizione, c'è solo una sconfitta collettiva.  

Padre Pepe (prete impegnato nelle periferie di Buenos Aires) riassume così il rapporto con l'allora Cardinal Bergoglio: "Ascoltava le nostre proposte e quando vedeva che stavamo lottando per qualcosa per cui valeva la pena, che aveva a che fare con le nostre convinzioni ci diceva

Se lo vedete, cominciate

E forse il primo passo per farsi popolo sta proprio lì: intravedere non individualmente quale lotta sostenere,  riconoscere il qualcosa per cui vale la pena lottare, quello che davvero a che fare con le nostre convinzioni e con un bene realmente comune.  














Quale Mission per le Acli oggi (e domani)


Dal punto di vista della mission e dell’identità: è tempo di semina

C’è un tempo per ogni cosa. Oggi non è tempo di raccolta. Ma nemmeno di aratura e preparazione del  terreno. Seminare è scegliere che seme piantare (e che seme non piantare), investire risorse per acquistarlo o farselo passare, piantarlo e poi annaffiare e curare perché, se la natura vuole, un giorno altri potranno raccogliere.

Per l’identità generale rimando ai post precedenti. Qui aggiungo  3 semi che mi pare si potrebbe ri-piantare: POPOLO, POLITICA, PACE.

POPOLO: Popolo è soggetto collettivo. E’ più di un insieme di singoli. E’ un insieme di persone accomunate da qualcosa. Le piste che derivano da questa “parola” sono molte e sarebbe bello percorrerle.  
- per un’associazione coltivare l’idea di essere popolo significa riconoscere l’esistenza di parti ma cercare di costruire elementi identitari comuni;
- sentirsi parte di un popolo significa porsi all’interno della società e della storia, con altri, con curiosità e interesse, senza  timore;
- per un’associazione in un Paese in mutamento, con il venire meno dell’automatismo  Stato/Nazione/Popolo, con il crescere delle appartenenze di cittadinanza multipla… significa contribuire a scoprire  ciò che, in positivo, caratterizza oggi l’essere popolo  di un Paese. Su quale patto (oltre la tradizione) si fonda la convivenza comune.
- Per un’associazione di laici cristiani significa il “piacere spirituale di essere popolo” di cui parleremo anche stasera a Motta.

  • LA SCUOLA: Dalla scelta di POPOLO  a mio parere deriva per le Acli oggi la possibilità di scegliere la scuola come ambito di azione per l’azione associativa. Scuola perché luogo comune “di popolo”. Luogo diffuso, raggiungibile, ovunque, sul territorio. Luogo che rappresenta spesso oggi il primo incontro tra famiglie e società. In cui si incontrano (e scontrano) le diversità. In cui si incontrano (e scontrano) famiglie ed istituzioni. In cui si pagano le contraddizioni e le incoerenze. Luogo,  in fondo, periferico della nostra società (perché, apparentemente, è un costo e non produce). Luogo centrale di semina ed educazione al vero, al buono, al bello  (qui il testo Il Papa incontra il mondo della scuola) Gli interventi per i circoli e le realtà di base possono essere infiniti anche a seconda del territorio, delle sensibilità e delle tipologie di scuola. Dall’autorganizzazione di genitori ed insegnanti alla mediazione dei conflitti interculturali, dall’organizzazione di attività integrative al volontariato di “manutenzione”, dal supporto al ruolo educativo alla creazione di ponti con il mondo del lavoro, …. A molto altro.

POLITICA: le Acli non sarebbero le Acli se perdessero la passione politica. Che scivola ambiguamente tra passione per la politica come servizio e passione per la politica come potere. Ma l’ambivalenza è probabilmente ineliminabile. Torna in mente Martini “Ricercate il senso delle cose e degli avvenimenti, non accontentatevi di spiegazioni superficiali; cercate i valori veri e non il quieto vivere, il servizio della giustizia e non i privilegi. (…) Essere sentinelle invita allora, oltre che a segnalare, anche a rintracciare vie nuove nella scelta e nella ricerca del bene comune, sapendo che nel nostro mondo complesso e attraversato da esigenze molteplici e culture nuove, sono necessarie competenze profonde e formazione continua. Servono persone che reggano la fatica di pensare più in profondità, al di là dei luoghi comuni. Persone che siano disponibili a cogliere la realtà in movimento in tutta la sua complessità, che sappiano farsi carico di chi è più debole anche culturalmente e rischia di venire abbagliato da slogan e da mezze verità.” Perché “in gioco è il futuro della democrazia che si fonda sulla capacità dei cittadini di superare gli interessi privati e di convenire su un Patto sociale che assicuri a tutti libertà e giustizia” Ma, anche in politica, non basta dichiarare, serve essere credibili. Per Martini la credibilità delle Acli era data da “un’operatività diffusa, senza secondi fini, che genera fiducia” e dal fatto che “Per essere credibili bisognerà porsi non tanto al di sopra delle parti quanto al di sotto delle parti, ossia nella profondità della coscienza civile del Paese”. (qui l’ebook Martini e le Acli)

  • Credo che il campo principale in cui riprendere l’esercizio di passione politica sia il IL TERRITORIO LOCALE. Stare in rete con altri, coltivare le interlocuzioni con le istituzioni, vivere nella comunità territoriale. Ricostruire una familiarità e vicinanza politica a partire dal suo punto di maggiore intersezione tra politica e comunità. Non per rinunciare alla dimensione nazionale ma per arrivarci in modo differente. Credo che anche in questo le iniziative possano essere molte. Tra le altre la formazione di giovani amministratori locali che alcuni territori stanno già realizzando e che potrebbe essere messa in rete, approfondita e diffusa sul base nazionale. Magari aprendola anche a sperimentazioni che coinvolgano giovani immigrati e persone espressione di altre culture e religioni. Questo investimento formativo oltre ad essere un servizio alle comunità può diventare una rete di persone (anche trasversale agli attuali partiti) impegnate in politica con cui confrontarsi per approfondire i temi ed elaborare proposte.

PACE:  In un mondo attraversato da conflitti, con equilibri precari e in trasformazione, torna il bisogno del concetto di popolo per comprendere cosa oggi può permette una convivenza di popoli diversi e come è possibile dirimere i conflitti senza necessariamente ricorrere alle armi.  “Le scorciatoie sloganistiche aiutano a contarsi non a cambiare persone e circostanze.  I patti reciproci aiutano a fare i conti gli uni con le esigenze degli altri. Visto che alla fine nessun altruismo regge davvero alla prova del tempo e dell’usura” scriveva Alex Langer e poi contrapponeva un pacificismo concreto al pacifismo tifoso e a quello dogmatico. (Pacifismo concreto).

  • VOLONTARIATO, SOLIDARIETA’, NONVIOLENZA, DIALOGO INTERRELIGIOSO…. C’è una situazione internazionale che chiede una maggiore responsabilità. C’è una scelta “pacifista” che chiede di non essere solo declamata ma sostanziata. C’è un vuoto di mobilitazione, impegno, volontariato da cui nasca proposta politica (e viceversa). Questo interpella le Acli. Siamo abituati a considerare i temi della pace come marginali rispetto a quelli del lavoro e del welfare. Ma se guardiamo la storia aclista notiamo che la pace è invece stata un impegno costante in più decenni. E dagli anni 80 in poi è forse stato  più di altro il perno su cui si è poggiato il dialogo e l’interlocuzione con le altre associazioni e con le istituzioni.  Gli incontri tra cristiani ed ebrei di Ferrara, gli incontri tra cristiani e musulmani di Modena, le marce di interposizione nei Balcani e le esperienze di solidarietà del Sorriso per la Bosnia, le missioni in Iraq, i percorsi diffusi di formazione alla nonviolenza… sono tutte esperienze che non possono essere dimenticate. Raccogliere un’eredità significa anche questo. E poi oggi i conflitti per le risorse si nutrono ed appoggiano di appartenenze etniche e religiose. Noi, che da cattolici ai tempi dei Balcani siamo andati nei campi profughi di musulmani, oggi non possiamo stare a guardare. Possiamo mettere in camp proposte di volontariato, azioni di solidarietà, percorsi di formazione e conoscenza di pratiche di nonviolenza, spazi di approfondimento ed elaborazione sulla dimensione internazionale. C’è un insieme di azioni da mettere in campo, non da soli.



Oggi va meglio di ieri...

il presidente che ho (indirettamente) votato... non ha vinto (in europa).
i partiti che temevo... hanno vinto un po' troppo (in europa).
il partito che ho votato... non ha vinto (in europa).
il partito che ho votato... ha (stra)vinto (in italia).
il partito che temevo vincesse... ha (stra)perso (in italia).
Il partito che speravo passasse... è passato (in Italia). 
I candidati che ho votato ....non ho ancora capito se saranno eletti o meno.

La mia reazione è la risultante dell'incrocio di queste 6.

Se guardo l'Europa, sono più preoccupata che contenta.
Se guardo l'Italia, sono più contenta che preoccupata.
Se guardo l'Italia in Europa, sono più contenta che preoccupata.
Quindi, nel complesso, sono più contenta che preoccupata.

E' una linea di partenza. Non un traguardo.
Ma è bello esserci arrivati.

E sia in Italia, che in Europa, che nel partito che ho votato, c'è bisogno di costruire una identità collettiva capace di tenere assieme le diversità.
Non è facile. Non è scontato.

Ma è più facile mettere assieme le forze che le debolezze.

E io credo che oggi vada meglio di ieri...

La nascita dei processi creativi, secondo Asimov

Era il febbraio 1959, quando Isaac Asimov venne avvicinato da Arthur Obermayer, scienziato e caro amico dello scrittore. Con una proposta: e...