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Quale è il fine della comunicazione nelle organizzazioni complesse?




"La comunicazione intraecclesiale sembra più interessata a far conoscere regole, decisioni e notizie che non a favorire l’ascolto. Sembra lecito interrogarsi, con onestà intellettuale, se a quasi dodici lustri dall’inizio del Vaticano II la comunicazione della Chiesa riveli una struttura prettamente piramidale che utilizza anche i social network come amplificatori a basso costo o si presenti, piuttosto, come un reticolo sensibile all’ascolto tramite le tecnologie di comunità". 


Il fine della comunicazione nelle organizzazioni complesse. 

Sempre molto stimolante. 

Su Chiesa e non solo.

(E le esperienze di "Sonar" e "Collaboratorium" sono da approfondire...).




Tre sfide per una Chiesa popolare oggi




di Stella Morra | 12 ottobre 2016 su www.vinonuovo.it 


Da un intervento tenuto alle Acli qualche settimana fa dalla teologa Stella Morra alcuni spunti di riflessione sul popolo di Dio nel contesto attuale della Chiesa italiana

Lo scorso 16 e 17 settembre le Acli hanno tenuto a Roma il loro incontro nazionale di studi dedicato quest'anno al tema «Passione popolare». Nello sguardo a 360 gradi a questo aggettivo così importante per la nostra storia alla teologa Stella Morra è stato affidato il tema «Chiesa popolare». L'intervento - molto interessante nella sua rilettura dei concetti di "popolo", "popolare" e "popolo di Dio", con la sottolineatura del ruolo insostituibile dei laici nella "verificazione", cioè nel confronto con la vita concreta di tutti i giorni, delle verità della fede che la Chiesa professa - si può ascoltare integralmente in questo video.
Quella che proponiamo qui sotto - in una nostra sbobinatura non rivista dall'autrice e con neretti inseriti da noi per aiutare la lettura - è la parte finale della riflessione, nella quale Stella Morra propone tre sfide per la Chiesa italiana oggi, che ci sembra interessante proporre alla riflessione di tutti.
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Sono tre le sfide che, dal punto di vista teologico, a me sembrano principali, qui ed ora, in Italia in termini di comprensione e di esame critico delle pratiche della nostra vita di Chiesa.

La prima: la ridefinizione della relazione tra individuale e soggettivo comune.
Un esempio concretissimo Francesco ha provato a proporlo attorno al Sinodo della famiglia, cambiando l'equilibrio tra norma morale e discernimento, creando uno spostamento. La norma morale accentua un «comune astratto». E il comune astratto - che comunque tutti pensano sia inapplicabile, gestito soggettivamente da ognuno in modo proprio, facendo finta che non sia inapplicabile, in un grande sistema di menzogne - è un tipo di equilibrio tra soggettivo e comune. Francesco dice: rompiamo il sistema della menzogna, introduciamo la categoria del discernimento. Il discernimento è più forte della norma. Ciò che deve essere comune è il discernimento. La Parola, non la menzogna. Non è un caso che mezza Chiesa istituzionale gli si sia rivoltata contro. Ma io penso che qui - non solo nelle pratiche del rapporto tra norma e discernimento, ma anche nelle mille pratiche quotidiane - dobbiamo pensare alla relazione tra individuale soggettivo e comune.

La seconda: la rottura del privilegio contenutistico dell'identità evangelica.
La questione non è «cosa», ma «come». La misericordia è più importante della dottrina. Ma attenzione! Se capite la misericordia come un capitolo della dottrina, non avete capito niente. Quello che Francesco dice è: prima si cura l'emorragia, la Chiesa è un ospedale da campo, eccetera eccetera... poi discutiamo della glicemia. Cioè: prima uno «stile» di misericordia, poi discutiamo sulla dottrina.
Tipico esempio di questo, nel caso ecclesiale, è la tensione tra il «dentro» e il «fuori». Anche qui: «dentro» dove e «fuori» dove? Nel senso che, chi di noi - pur funzionario ecclesiale (nel senso di operatore pastorale, animatore, eccetera) - si sente totalmente dentro? In quanto funzionari ci sentiamo dentro alla Chiesa, poi ci sentiamo fuori tutte le volte che andiamo a Messa e ci becchiamo un parroco che fa 25 minuti di omelia offensiva, e diciamo: «Ma non si può andare avanti così! Questi preti come fanno? Ma non si rendono conto?». Nessuno è più «dentro» e nessuno è più «fuori».
A tale proposito sono molte le questioni poste dagli Stati con muri e confini... Francesco ci dice che il problema non sono i confini, ma le periferie. Non so se avete mai accoppiato i due termini. Ragionateci un attimo! Stanno nello stesso luogo, ma sono due cose diverse. I confini sono puntuali, c'è un'autorità che decide chi passa e chi non passa, perché sì, perché no... Le periferie sono luoghi porosi, non sono puntuali, non si sa bene dove cominciano e dove finiscono, nessuno stabilisce chi ci va dentro o no, il desiderio delle persone di uscirne o di arrivarci. Funziona in un altro modo. Francesco ci invita a pensare «periferie» e non «confini». Ognuno di noi abita alla periferia della Chiesa.

La terza: riscrittura delle forme che consentono la «verificazione» 
Questo è il problema forse più complesso, ma più importante. Abbiamo bisogno di nuove forme di Chiesa. In fondo non è cambiato praticamente nulla, nella «forma» della Chiesa, dalla riforma gregoriana (XI secolo). È una Chiesa fondata sulla stabilità geografica, sullo spazio, sulla durata «impersonale» e sulla divisione tra sacro e profano. Praticamente nessuno di noi nella «propria giornata» sta nella stessa parrocchia - nella «propria giornata», non nella «propria vita», come mia nonna che è nata, è cresciuta, ha fatto la cresima, si è sposata, ha battezzato i figli, è morta ed è stata sepolta nella stessa parrocchia. Come minimo, abitiamo in una parrocchia e lavoriamo in un'altra! Qui c'è un grosso problema.
Chiudo con un riferimento alla poesia, perché è una questione di stile e perché viene prima l'immaginazione, l'evocazione, la creatività, dell'esattezza dei concetti.
Credo che come Chiesa la sfida di fronte a cui siamo posti, dopo essere stati a lungo la "piazza" del villaggio, sia quella di smettere di essere piazze e diventare invece - come dice un verso di Patrizia Cavalli - «molta ariosa tenerezza, una fretta pietosa che muova e che confonda». Come continua a dire Francesco, siamo chiamati ad essere qualcuno capace di far partire, senza ipotecare il viaggio, perché poi «non si ritorna». Questo si chiama «prevalenza escatologica» del cristianesimo. Non dobbiamo tornare al Paradiso terrestre (e magari prima del peccato originale), perché così sarebbe tutto più semplice. Dobbiamo andare verso la Parusia, quando Dio sarà tutto in tutti, con in più, rispetto al Paradiso terrestre, la ricchezza della storia degli uomini e delle donne.
La Bibbia comincia con un giardino, che per gli antichi è l'immagine della natura, ma finisce con una città. L'ultima parola della Bibbia è la Gerusalemme celeste. E la città per gli antichi è l'immagine della cultura. Nella Gerusalemme celeste ci sono i due fiumi, i due alberi ... c'è tutto quello che c'era nel giardino, ma in più c'è molto altro. C'è molto altro che non è indispensabile. Dio ci ha dato tutto l'indispensabile mentre gli uomini, secondo la descrizione della Gerusalemme celeste, hanno aggiunto pietre preziose sulle porte (che non si mangiano), i dipinti... L'inutile e il bello.

Il nostro compito è di andare verso la Gerusalemme celeste, per tutti gli uomini e le donne oggi.

San Paolo bene comune


Ogni anno penso che c'è un oggettivo privilegio nel nome. 
Ogni giorno è l'onomastico di qualcuno. 
Io ad esempio gli onomastici altrui non li ricordo molto...
Ma certi nomi se li ricordano sempre in tanti!

(Poi penso sempre che papà e mamma scegliendo di darmi come riferimento San Paolo si sono presi le loro responsabilità.
Perché è oggettivo che di cazzate nella vita Paolo ne abbia fatte. Pure di un certo rilievo.
Perché ha fatto pure cose importanti. E questo non è facile da seguire...
Poi è pure finito decapitato e magari su questo si possono accettare mediazioni al ribasso nel trarre ispirazione...). 

Scherzi a parte San Paolo è un punto di riferimento essenziale. 

Offro questo testo di Martini come spunto di riflessione a tutti gli omonimi ed omonime. Ma pure a tutti gli altri. Che San Paolo è ovviamente bene comune. 

Martini - Le confessioni di San Paolo

P.s. Io mi sto soffermando sul rapporto con Barnaba. Interessante...

Chi è fragile davvero nella notte della Magliana


Non c'entra l'amore. Non c'entra la passione.

E chiamarli femminicidi può fare pensare che sia qualcosa che riguarda solo singoli uomini che uccidono singole donne.
Invece è qualcosa che parte da molto prima e riguarda tutti.

Riguarda l'idea che, per qualsiasi motivo ed in qualsiasi campo, si possa disporre delle scelte dell'altro.

L'idea che la libera scelta dell'altro, anche se dichiarata, sia comunque tradimento, ignominia, sopruso. E che pertanto meriti anzi, richieda, punizione. Meglio se pubblica ed esemplare.

Riguarda l'estrema debolezza di quelli che si considerano forti.
Il rifiutarsi di guardare ed accettare la realtà che non piace. L'incapacità di riconoscere, gestire e rielaborare delusioni e frustrazioni. La fragilità di identità che senza l'altro o senza un ruolo sociale non sanno più consistere.

È culturale il lavoro da fare. Ma non riguarda solo l'educazione sentimentale. Riguarda il rapporto con il potere e con la fragilità. Proprio ed altrui. E vale in tutti i campi. Anche se questo è un campo specifico e se è prevalente da parte degli uomini nei confronti delle donne.

Il primo lavoro da fare è non raccontare questi uomini come forti e queste donne come deboli.

Qui non siamo di fronte alla necessità di proteggere donne deboli.

Siamo di fronte alla necessità di proteggere tutti dalla debolezza di maschi deboli. Così deboli che senza la forza della donna al fianco non sanno vivere. E così deboli che al posto di affrontare la fatica di ammettere un fallimento distruggono la vita propria ed altrui.

Raccontiamo la debolezza sul lato giusto.
O saremo inefficaci o collusi.

Riflessione pubblicata su Vinonuovo.it 

Resistenza e Democrazia. Il contributo dei cattolici.




Appunti e riflessioni a partire dall'incontro Resistenza e Democrazia organizzato dalla Associazione Nazionale Partigiani Cristiani del 13.4.2016 a Roma e dalla lettura del libro "Il difensore dei deboli. La straordinaria storia d'amore del venerabile Teresio Olivelli". 

Fascismo ed antifascismo. Si può correre il rischio di compromettersi. Non si può correre il rischio di restare inutili.



La narrazione dei fascismo e della resistenza è fatta di rosso e di nero. E zona grigia. Gente di zona grigia, gente che non si schiera, che non prende posizione netta, che  decide che “primum vivere”, che non vuole compromettersi…

E se la realtà fosse più complessa di così? Se in quel concetto di zona grigia non fossero rinchiusi solo i piccoli egoismi e le vigliaccherie ma infinite storie, estremamente diverse tra loro?

Non è uguale il giudizio storico. A stabilirlo basta la domanda di Bobbio "Cosa sarebbe successo se, invece degli alleati, avessero vinto i nazisti?".  Ma la Storia è fatta di storie di persone. La Storia si giudica. Le storie si vivono.

La resistenza al fascismo fu una rivolta contro il conformismo ha detto Sergio Matterella. Ed è conformismo e retorica l’idea che di fronte all’ingiustizia solo la lotta armata abbia valore.  Non è un periodo fatto solo di rosso e di nero. Ed il grigio non è solo mille sfumature di diverse motivazioni alla non definizione e alla non azione. E' anche azioni diverse e appartenenze diverse.

Teresio Olivelli, un impegno ad andare contro corrente. E' contro corrente nel fascismo. E' contro corrente come partigiano. Non è conversione, tra una fase e l’altra della vita. Semmai transizione e maturazione. Teresio sceglie come primum bonum il Vangelo. E rispetto a questo trova fattori discutibili tanto nel fascismo quanto nella resistenza.  

E’ consapevole dei rischi che si corrono nell’entrare o affiancare il fascismo. È consapevole dei rischi che si corrono nell’entrare o affiancare la resistenza. Non sono solo i rischi di vita a preoccupare. Sono i rischi di complicità e corresponsabilità dei fattori discutibili. Eppure, nel tormento e dramma interiore, decide di correrli, perché li ritiene necessari.

A 21 anni, come tutti, riceve automaticamente la tessera di partito. A volte le scelte non sono scelte. Sono solo adesione a ciò che accade. Sono normalità.  O incapacità di formulare una proposta alternativa. O aver perso l’attimo, il ritmo. La resistenza al fascismo fu rivolta contro il conformismo.

A volte le scelte sono una diversa valutazione dei pro e contro. Privati. Rifiutare la tessera era escludersi dalla vita accademica. E pubblici. Mussolini non gli piace. Ma, da cattolico, teme di più il comunismo ateo che vive come minaccia internazionale. E per lui la Spagna non è questione di destra e sinistra. E' perseguitare chi professa la fede.

Le scelte non sono quasi mai bivi netti tra bene e male. Sono discernimenti faticosi tra beni diversi e mali maggiori e minori. 

E poi Olivelli ha capacità e passione sociale. L’esperienza della Fuci la vive e ne prende molto. Ma quel modo di fare antifascismo gli sembra sterile ed incapace di incidere. Può accettare di compromettersi con il fascismo, non può accettare di essere inutile di fronte al fascismo.  Accetta il fascismo. Lo fa sognando (illudendosi) di convertire il fascismo permeandolo di umanesimo cristiano. E su questo si impegna, rischiando e giocando la sua differenza. Non è vigliaccheria, semmai supponenza.

“Chi volesse far colpa a Teresio Olivelli di aver accettato il fascismo, dimentica che in quegli anni il mondo italiano non offriva altra strada e che il rimanere in disparte raramente significò superiorità di mente, integrità d’animo, ma stanchezza e scetticismo. I  peggiori non sono coloro che militano, ma che rifiutano di compromettersi per inerzia, per calcolo. Camminare con il proprio tempo, fare la strada ch’esso ci offre, per un giovane è impegno che non degrada, anche se, per il momento, è un deviare” (don Primo Mazzolari).

Sul fronte delle storie decide di starci, ci sta. Ma è, comunque e sempre, dramma e tormento interiore. Non è mai comodo. E’ domanda aperta, in continuazione.
Per la Storia è sempre più facile il giudizio storico, a posteriori, più complesso il camminare simultaneo, immersi ed imbevuti, nella vita del proprio tempo. 

Ma era prima del 1938. Poi le leggi razziali. Poi l’entrata in guerra. Non cambia il criterio. Ma dramma e tormento prendono nuove forme. E si apre il dubbio che il male minore da preferire non sia più il fascismo...
Certi regimi, nonostante i tragici investimenti nel gigantesco sforzo di instaurare ad ogni costo e pure nel sangue una umanità giusta fino all’impossibile, sono più vicini agli imperativi della coscienza cristiana moderna di tanti che, formalmente, se ne vantano fieri.  (dalla lettera allo zio).
Dramma e tormento. E la fede, come ancora cui aggrapparsi. Un Dio che conosce la Storia e le storie. E le accoglie e risolve. 
Dio è l’ordine nel mistero delle contraddizioni senza fine.

Dio è l’amore nelle lacerazioni di lotta. 

Poi la decisione di partire per la Russia. E quando torna è un sopravvissuto. Non solo alla guerra e al freddo. E’ sopravvissuto alla propria battaglia e alla propria idea:
il fascismo dal volto umano è morto, senza speranza di resurrezione.
La resistenza non è stato solo combattere. Accettare il caos e costruire la rinascita di un Paese.

Il gran Consiglio, organo supremo del regime, si riunisce. Dalle 16 di sabato 24 luglio alle 17 di domenica 25. Dopo una estenuante e drammatica discussione, alla presenza di un Mussolini stanco, sfiduciato, rassegnato, alle 3 del mattino viene votato l’ordine del giorno Grandi che prevede la fine della guerra e della dittatura e l’avvio di un percorso costituzionale. 19 voti favorevoli, 7 contrari, 1 astenuto. Il fascismo si è suicidato.

L’Italia è a pezzi. Bisogna uscirne. Ci vuole un nuovo capo del governo. E' Pietro Badoglio. Maresciallo. L’Italia fa festa. Ma non è mai facile disinnescare i processi.

La guerra continua fino alla cacciata dell’ultimo tedesco, fino alla scomparsa delle ultime vestigia del regime fascista, fino alla vittoria del popolo italiano che si ribella contro la tirannide mussoliniana. Ma non si accoda ad una oligarchia che cerca, buttando a mare Mussolini, di salvare se stessa a spese degli italiani. (Duccio Galimberti).

Badoglio si barcamena. Tratta con gli angloamericani in segreto, proclama lealtà ai tedeschi in pubblico. Fino a firmare, nel 43, l’armistizio con gli Alleati. A quel punto i tedeschi sono ufficialmente nemici e si comportano da tali. Liberano Mussolini ed è la Repubblica di Salò.

Quella che noi oggi narriamo come la Resistenza. Come fosse una cosa chiara ed ordinata. E' un moto morale che si realizza in una grandissima confusione e caos. Italiani e tedeschi contro italiani ed alleati. Dramma e tormento non sono solo interiori. E' la guerra, in Italia, tra italiani.

Teresio Olivelli, fascista e militare. Sceglie la fedeltà al re per salvare l’onore della Patria e finisce in campo di prigionia. 8 tentativi di fuga. 3 riusciti. Fugge per mettersi a disposizione del CLN.
“Fuggiva per venire in Italia a fare qualcosa e farlo effettivamente. Per ricostruire questa Italia di cui portava dolorosamente nell’animo l’impressione di un grande miserabile, di una grande tradita dai suoi dirigenti”.
La resistenza militare è condotta soprattutto dai comunisti. E' il gruppo più numericamente presente e maggiormente organizzato. E quella militare è la parte di resistenza che più conosciamo. 

Ma resistenza non è solo resistere. Non è solo combattere.  E nemmeno solo sconfiggere i fascisti e cacciare i tedeschi. Si tratta di dare un nuovo assetto al Paese. Non c’è un piano condiviso. C’è chi ama combattere.  Chi non ha idee. Chi vuole la monarchia, chi vuole la repubblica. Chi pensa ad un’Italia schierata con l’Occidente e chi nell’orbita Sovietica.

Il vero mistero della Resistenza è come siamo riusciti ad uscire da quella fase e a ricostruire un Paese. Senza la guerra il fascismo sarebbe durato 50 anni. Senza la Resistenza non ci sarebbe stata la Costituzione. 

Come mai nei dopoguerra c’era una grande classe dirigente? Vuol dire che si erano preparati prima, durante la guerra.

La ricostruzione è stato il progetto comune. E’ stato la Costituzione. I costituenti avevano fatto la resistenza. Ne conoscevano tutte le magagne. Avevano il problema di scrivere, assieme, un progetto per gli italiani. Non c'erano più miti. Il primo risorgimento era stato consumato tutto dalla propaganda fascista.

C’è un momento di svolta nella assemblea costituente. E’ la  seduta del 9 settembre 1946.
Dossetti chiede: come facciamo noi, che siamo così diversi, a scrivere una costituzione assieme? C’è bisogno di un preambolo. Ma deve essere comune. E non c’è una ideologia comune.
Dossetti trova la chiave: Prendiamo coma base comune l’antifascismo. E stabiliamo che il fascismo è stato porre lo Stato davanti alla persona. Quindi noi scegliamo di mettere la persona davanti allo Stato.
Togliatti interviene: abbiamo idee diverse di cosa intendiamo per persona. Ma siamo d’accordo sul fatto che sia da anteporre allo Stato.

Era chiaro il riferimento al personalismo cristiano. Ma era patrimonio comune. E Togliatti ha potuto riconoscersi. Esempio di egemonia culturale. Teorizzata da Gramsci, praticata da Dossetti.  Da lì è nato un Paese che sta insieme. E sta assieme perché ha un progetto comune e una classe dirigente all’altezza. E ha (cattolici e non) una spinta spirituale. E chi l’ha detto che questo non conta nella storia? (Giovanni Bianchi) 

Formazione. Cultura. Coscienza di sé. Rispetto dell’altro. Libertà. Creatività.
E la scelta di un giusto nemico comune.
Forse l’Italia, allora, si è fatta così.

Ed oggi? 70 anni dopo?

Quale è la dittatura ed il conformismo cui dobbiamo contrapporci?
A cosa abbiamo bisogno di scegliere, oggi, tutti insieme, di mettere davanti la persona?


La famiglia, gli assoluti e il senso del tempo...


1. Gli assoluti e il senso del tempo.
Sono andata a rileggermi il dibattito sul tema famiglia in assemblea costituente. È davvero molto interessante. Vedi questi giganti (Calamandrei, Moro, Togliatti, Jotti... ) impegnati in altissimi ragionamenti ma anche in piccole mediazioni, punzecchiature, frecciate personali...e capisci che i tempi sono cambiati, ma anche che tutto diventa mitologico solo a posteriori...Ma non è questo il punto, ovviamente.

La cosa che mi ha colpito è notare che la contrapposizione tra mondo cattolico e sinistra era tutta sull'indissolubilità del matrimonio. Con corollario della totale parità tra coniugi contrapposta all'esigenza di mantenere un "vantaggio" paterno. Non è strano. Erano gli anni 40. Le donne non avevano nemmeno il diritto di voto e la DC su questo interpretava anche le idee del mondo contadino comunista. E come andò a finire? Il fronte comunista vinse la battaglia (nella Costituzione la famiglia non fu indissolubile) ma perse doppiamente la guerra (perché per il divorzio dovette aspettare 30 anni e soprattutto perché il PCI perse le elezioni del 48).
 
A rileggere la storia, 70 anni dopo, non si può non notare che il concetto di famiglia si modifica nel tempo. Per tutti. Anche per i cattolici. Che oggi si sentirebbero a disagio nel fare una battaglia frontale a difesa dell'indissolubilità del matrimonio civile. Ad esempio. Eppure allora sembrava si trattasse di un punto di non ritorno. Come dire che gli assoluti, visti a distanza di tempo, assumono tutti una minore assolutezza. E questo forse ci aiuta anche a ridimensionare gli scontri. 

2. Cosa pensano i cattolici degli omosessuali
Oggi il nodo è il riconoscimento delle unioni civili delle coppie omosessuali. Ed io non riesco a non partire da alcune domande. Esistono persone omosessuali. E' un dato di realtà. Ineludibile. Come cattolici noi cosa pensiamo? Pensiamo che vogliamo uno Stato in cui loro debbano per forza restare soli a vita? O pensiamo che anche le persone omosessuali possano provare a costruire una progettualità di vita con un'altra persona, una solidarietà fatta di affetti e sogni ma anche di diritti e doveri, di segni ed impegni socialmente riconosciuti e riconoscibili? 

3. Dai monologhi al dialogo

Amo la piazza, e scendere in piazza per ciò in cui si crede è un diritto. Ma temo le due piazze di questi giorni finiscano per essere legittimi monologhi. Mentre noi abbiamo bisogno (se vogliamo essere un popolo) di dialoghi. Di costruire unità, nella pluralità. E possiamo farlo solo assieme.

Perchè il dibattito culturale e sociale non può essere rinchiuso nelle strettoie del dibattito legislativo. Non può essere la legge l'unica forma di riconoscimento culturale. E non può essere la politica (in crisi) l'unico soggetto cui deleghiamo la composizione delle sintesi. 
E allora mi verrebbe da dire che abbiamo bisogno di approvare la legge ma anche di approfondire il senso antropologico e civico che vogliamo attribuire al concetto di famiglia.
La famiglia è qualcosa di naturale che lo Stato riconosce o nasce da un istituto giuridico specifico (sia esso solo il matrimonio od altro?).  
La famiglia nasce da una scelta reciprocamente e pubblicamente assunta da persone adulte o è qualcosa che si determina in automatico come conseguenza di altri fatti (siano essi la convivenza o l'aver generato assieme un figlio od altro...)?  
Se forse potremmo convenire tutti sul fatto che la famiglia in essenza è alleanza, solidarietà e progettualità, quanto questo ha necessità di declinarsi nel rapporto tra generi e tra generazioni perché si dia famiglia?
Personalmente non ho certezze granitiche. Solo piste di riflessione. Ma mi verrebbe da dire che al momento la mia idea di famiglia (civilmente parlando) si attesta sul fatto che ci siano due persone adulte che, in una dimensione che comprenda affetto e sessualità, fanno un patto di solidarietà e progettualità comune. E scelgono che questo patto non sia solo un fatto privato ma che abbia una valenza sociale. Poi affetto e sessualità nel tempo possono mutare o persino sparire. Ma, fino a che la scelta tra i due resta in piedi, la società sa che su quella formazione sociale può contare. 

E due persone che convivono e basta? La realtà è superiore all'idea. Sono famiglia, nei fatti. Ma quello per me è un fatto privato. Non è una fatto sociale. La società non sa se e quanto può contare su quell'unione. Tutte le scelte possono non essere eterne, è vero. Ma l'esistenza di una scelta non è un fatto irrilevante. Per questo non mi convince moltissimo la parte di legge sulle convivenze di fatto.

4. Famiglia e generatività
E poi c'è il tema della generatività. Seguendo la "mia pista" ogni famiglia per essere tale deve contenere in sé l'apertura ad una generatività. Ma non necessariamente questo deve significare generatività fisica. Si può essere famiglia anche senza avere figli. Questo a mio parere vale per tutti. Famiglie omosessuali e famiglie eterosessuali. E credo sia utile approfondire e riconoscere anche questo aspetto. Perchè altrimenti si finisce per considerare le famiglie senza figli come di serie B o si spingono le unioni omosessuali a cercare a tutti i costi di avere dei figli anche solo per potersi riconoscere come famiglia.

Dopo di che credo sia opportuno riconoscere le unioni civili tra omosessuali e anche tutelare i bambini che vivono all'interno di famiglie omosessuali e garantire loro rapporti solidi con gli adulti di riferimento. Perchè questi bambini esistono e la realtà è sempre superiore all'idea.

Ma è innegabile, il tema del riconoscimento sociale e giuridico di una coppia omosessuale è una cosa.  Il riconoscimento del diritto di essere genitori è un altro. In primo luogo perché il diritto di essere genitori in sé non esiste. Per nessuno. In secondo luogo perché, anche in questo caso, la realtà è superiore all'idea. Ed è la realtà che dice che le coppie omosessuali non sono fisicamente generative in modo autosufficiente. Sempre la realtà dice che le persone che lo desiderano trovano comunque (in Italia o all'estero) modalità per mettere alla luce un figlio. Per coppie omosessuali di donne questo spesso comporta scelte in tutto simili a quelle compiute da tante coppie eterosessuali. Per coppie omosessuali di uomini questo comporta modalità più delicate e complesse e controverse.

Uscendo da arroccamenti di posizione simmetrici credo che allora tutti potremmo riconoscere che il tema della generatività non autosufficiente apre infinite questioni delicate che hanno bisogno di essere approfondite culturalmente prima ancora che giuridicamente. Anche per recuperare un governo sulle cose e sulla vita e non far si che, semplicemente, tutto ciò che la scienza o la tecnica rendono possibile diventi automaticamente legittimo e socialmente buono ed utile.

P.S. Poi per chi crede può esserci la famiglia come sacramento e come vocazione e molto altro. Ma oggi stiamo discutendo di una legge...


Colonia. Riflessioni da donna, occidentale, cattolica.


Ciò che è accaduto a capodanno in alcune città tedesche è inquietante e preoccupante per vari motivi.

Perché (a quanto pare) ci si trova di fronte ad una forma nuova di violenza organizzata. In parte inedita e che quindi per poter essere combattuta va approfondita e compresa meglio.

Perché (a quanto pare) la forma di violenza ha colpito nel segno di nostre fragilità e tensioni culturali e sociali. 
Si è infilata in varchi aperti, arrivando a nodi scoperti e quindi ferendo in modo più profondo e non solo individuale. Che questo aspetto sia stato premeditato o no è comunque avvenuto. Ed anche con questo ora che si deve fare i conti.

Credo che i nervi scoperti toccati da questo fenomeno siano essenzialmente tre:

la migrazione con le sue ricadute in termini di scontro tra diritti umani e diritti di sicurezza. Ma anche di incapacità di composizione pacifica di differenze sociali, culturali e religiose e di connessione istintiva con il terrorismo. 

il rapporto tra i generi. Le acquisizioni civili e culturali in questo campo sono talmente recenti e poco profonde da risultare accessorie, fragili e superficiali e da poter essere messe in crisi ed in discussione da ogni minima novità o contrapposizione tra questo ed altri diritti.

il linguaggio insufficiente  (strettamente connesso alla dimensione di cultura comune incapace di leggere ed interpretare il presente). E la comunicazione che coniuga aumento della potenza con diminuzione del controllo. 

Tutto questo riguarda tutti. Uomini e donne. Stanziali ed immigrati. Nuovi arrivati e seconde generazioni.

Da tutti serve rifiuto della violenza. In qualsiasi forma e contro chiunque. 

Da tutti serve non rinnegare i diritti umani. Ovunque e di chiunque. 


A livello di principio sono due punti fermi che serve ribadire, tutti assieme. Non come il forte che impone al debole di abiurare la propria civiltà (fede e cultura) per abbracciarne un'altra. Non come obbligo condizionale per l'inclusione ("la mia società è così, se vuoi integrarti devi accettarli"). Ma come base di comune umanità. Da rivendicare e ricercare. E poi serve trovare, con pazienza e tenacia, pragmaticità e creatività le forme per dar gambe a tutto questo nella pratica. 

E su questo continuo a pensare che le esperienze di islam europeo, le seconde generazioni in Italia ed i nostri expat all'estero sarebbero risorse preziose da valorizzare.  
Così come un'esperienza di incontro europeo e di grande investimento (fatto insieme da più religioni) in una riscoperta delle esperienze e delle pratiche di nonviolenza nel mondo sarebbe una ricchezza inesplorata per la convivenza e la pace (vogliamo pensare anche solo a Aug San Suu Kyi e alla recente vittoria alle elezioni in Birmania per fare un esempio di donna, non cattolica e non occidentale?)

Poi, se volessimo approfondire, potremmo dire che la violenza sulle donne ha più a che vedere con una distorsione dell'idea di mascolinità e di rapporto con il potere che con ipotetici "usi errati" della femminilità. Che il corpo della donna come territorio simbolico di conquista in cui piantare, anche fisicamente, un segno tangibile del proprio passaggio è (purtroppo) un classico di tutte le guerre (e delle esperienze coloniali). O su altri fronti potremmo dire che è risaputo che i ricongiungimenti famigliari riducano l'incidenza della devianza nelle esperienze migratorie e persino che l'idea (fondata della nostra cultura occidentale) del dualismo corpo/anima ha qualche responsabilità morale nelle nostre distorsioni attuali... 

Dopo capodanno ognuna di noi sarà più in tensione per strada di notte. 

Ma, da donna, rivendico il diritto di non sentirmi dire che la soluzione è che io stia più attenta. E di non sentir parlare di me come proprietà (nemmeno in termini di proprietà da difendere). 
E, da donna occidentale, rivendico il diritto di dire che il tema dell'emancipazione femminile è tutt'altro che risolto anche da noi. E, da donna occidentale cattolica, aggiungo il diritto di specificare che in quel "da noi" rientra anche la dimensione religiosa. Perchè a prender per buono il metro del giudizio superficiale ed esterno di ciò che è civile e ciò che non lo è nelle religioni si rischiano certi boomerang... 

Da donna rivendico il diritto di identificarmi in tutte le donne. Quelle palpeggiate o stuprate per strada (o dentro casa). E quelle che muoiono in guerra o in mare con i figli in pancia o in braccio. Ma anche in ogni altro essere umano.  E rivendico il diritto di avere, sulle cose che accadono, un pensiero articolato e complesso. Di avere, a volte, anche idee diverse da altre donne senza che questo sia vissuto come tradimento o mancanza grave. 

Rivendico persino (ma guarda un po'!) il diritto di uscire dall'eterno ruolo di vittima. E di partecipare attivamente, in ogni campo e settore ed attività, a costruire una società ed un popolo migliore. 

Una società capace di trovare un equilibrio tra la condivisione della foto di un bambino morto in mare su ogni bacheca social ed il deliberato nascondimento a tutti gli organi di informazione di una notizia per cinque giorni.
Una società capace di non essere sciatta nelle traduzioni da una lingua all'altra, capace di trovare (o creare) termini diversi per concetti diversi senza mettere la semantica a servizio delle proprie posizioni. 

Una società che, orfana di ideologie, recuperi maggiore capacità di convivere con emozioni e sentimenti. Impulsi e desideri. Distinguendo gli uni dagli altri dando a ciascuno il proprio posto. 

Una società che ritrovi la capacità di fare politica davvero e non per reazione istintiva di pancia a ciò che avviene giorno per giorno. 

Cosa sta dietro all'assenza di coraggio politico, di cui tanto ci si lamenta? In questi anni abbiamo trovato molto valore, disponibilità al sacrificio di sé ma, anche tra noi, pochissimo coraggio politico....Il coraggio politico può crescere solo sul terreno della responsabilità libera dell'uomo (e donna, ndr) libero.... Per chi è responsabile la domanda ultima non è: come me la cavo eroicamente in quest'affare, ma: quale potrà essere la vita della generazione che viene...          (D. Bonhoeffer)  

Il libro dell'incontro


Il libro dell'incontro. Racconta di incontri di anni tra ex appartenenti alla lotta armata e parenti di vittime. 

Richiama esplicitamente il faro delle commissioni Sudafricane, ma cita anche Bruno Segre (amico di Neve Shalom Wahat Al Salam)e l'esperienza di Parent Circle. Ed in me, è chiaro, questo riporta immediatamente alla ricchezza degli incontri tra albanesi, serbi, turchi, rom, ashkalja in Kosovo. Tra l'altro restituendo per la prima volta una sorta di senso (oltre a quello intimo e personale di privilegiati che assistono a qualcosa di prezioso) al nostro ruolo li, non testimoni, non mediatori: terzi. Rappresentanti della società civile, degli altri (nel caso del terrorismo), del resto del mondo (nel caso del caso kosovaro). 

Eppure la connessione principale che mi è venuta oggi non è con i Balcani. Ma con il bisogno storico, politico e culturale di "ricomporre" l'identità degli italiani che siamo. Perché un popolo è tale se condivide un territorio, una storia, una cultura, un progetto. Ma difficile condividere un progetto senza ricomporre storia e cultura. Ricomporre è la parola usata, non riconciliare. 
La nascita della Seconda Repubblica, la dissoluzione dei partiti, e delle ideologie. In fondo fissiamo lì l'origine di ciò che siamo oggi. Del nostro disorientamento. Dell'assenza di "collante". Ma forse abbiamo bisogno di ripartire da un passo più indietro.
La scrittura della Costituzione, dopo la guerra, è stato lo spazio di condivisione che ha provato a fare un percorso che tenesse assieme il plurale identitario e culturale del Paese. E ne traesse qualcosa di unico. Conoscibile da tutti. Ma anche in cui tutti potessero riconoscersi. E a far da collante, l'antifascismo ed il mito e valore dei partigiani. 

Poi però ci sono stati gli anni di piombo. Il terrorismo e la lotta armata. C'è stato il tempo della violenza (dello stato e dei terroristi), il tempo dei tribunali e delle condanne (e dei misteri che restano tali). Non c'è stato, non ancora, il tempo vero della lettura politica. Pubblica e ricompositiva. Una lettura che non si accontenti di aver vinto. Che non fugga da ciò che è scomodo. 

Come la connessione politica, culturale e persino in parte militare tra resistenza, antifascismo e terrorismo. Come l'assenza vera e condivisa del rifiuto culturale della violenza. La storia che viene insegnata a scuola e tramandata, ancora oggi, vede le guerre e le rivoluzioni armate come unico motore di cambiamento.  Come l'esperienza, comune a tutti, dell'idea che lo Stato, le Istituzioni (Italia ma anche Europa) possano essere distanti, violente od inefficaci. E che questo non sia poi così tanto un problema. 

Rileggere politicamente quegli anni credo ci serva per oggi. Per costruire un'identità di popolo che cerchi alternative al restare ingabbiati nel ruolo, eterno e passivo, di vittime. 

Perché un paese abitato solo da singoli individui, che si barcamenano tra l'essere egoisti, furbetti, delinquenti o vittime non potrà mai essere accogliente. Né riuscirà a darsi un sogno comune. E senza sogno non ci sarà nemmeno vero sviluppo o uscita reale dalla crisi. 

E poi credo possa esserci utile per non arrivare troppo disattrezzati al confronto con il terrorismo dell'oggi. Ed infine, pure se la parola non compare mai, mi pare un tema adatto all'anno Santo della misericordia. Insomma. Credo sia un libro da leggere. E una esperienza da approfondire.

(pubblicato anche su vinonuovo.it e benecomune.net)

Famiglia. Sacerdoti. Sessualità. Affettività. Peccato.


Posta come è stata posta non mi muove a comprensione. Non mi apre a movimenti reali di messa in discussione. Un sacerdote che annuncia pubblicamente di avere una relazione stabile. Lo fa passando dai giornali. Il giorno di apertura del Sinodo sulla famiglia. Anche senza bisogno di arrivare al tema omosessualità non lascia vie d'uscita. Appare mirata a provocare e ferire. O ad apparire. Pure se dietro avesse anni di fatica e dolore.

Peccato. Perché invece ci sarebbero temi su cui riflettere.

Un tema è la solitudine.
Una chiesa che vuole essere popolo, che vuole imparare dalla famiglia... Può continuare a proporre un modello di uomo isolato, autonomo e solo come il sacerdote? Non può pensare ad offrire al sacerdote lo spazio di una vita di comunità? Con la consapevolezza che la comunità (come la famiglia) richiede tempo, fatica, cura, tempo, energia. Ma forse quello è tempo investito, non rubato.

Un tema è la corporeità, la sessualità, l'emotività e l'affettività.
Non si tratta per forza di venir meno ad obiettivi alti e scelte impegnative. Si tratta di riconoscere che l'umanità di ciascuno di noi è composta anche da questo. E che tanto più è alto l'obiettivo tanto più profonda  deve essere la consapevolezza e la capacità di gestire il sé in relazione agli altri. Limitarsi a porre l'obiettivo senza farsi carico di tutto il resto finisce implicitamente e involontariamente per  scaricare pesi insostenibili sulle spalle dei singoli o per favorire la doppia morale.

Un tema, infine, avrebbe potuto anche essere l'omosessualità.
Se un sacerdote fosse sempre stato sempre felicemente fedele alla promessa di celibato e non avesse nessuna intenzione di metterla in discussione. Ma dichiarasse, "semplicemente" che le pulsioni ed attrazioni che (vontariamente e serenamente) gestisce e controlla, non sono verso donne ma verso uomini? 

Questo ci avrebbe messo più profondamente in crisi. Perché avrebbe obbligato ciascuno di noi ad andare più a fondo. Sulla capacità di concepire l'orientamento sessuale come dato o come scelta. Sulle associazioni automatiche tra orientamento sessuale e concetti di minore moralità, serietà, fiducia che potremmo scoprire di avere. A prescindere dal comportamento.

È un peccato. Ed il primo peccato è l'occasione persa per aprirsi alla realtà.

Perché, come ha scritto qualcuno, la battaglia non vuole essere tra conservatori e progressisti. Ma tra ideologi e pastori.

(pubblicato su Vinonuovo.org) 

Simmetricamente stretti nella morsa della paura - Islam, Europa.


Sono molteplici i possibili fili da seguire per parlare dell'incontro Islam, Europa. Un'occasione per comprendere e per discernere che si è svolto il 23 aprile 2015 in Acli. Io scelgo quello che mi ha colpito: il tentativo di discernere l'attualità, superando la dittatura della cronaca e tentando una narrazione diversa. Con la consapevolezza di avere a che fare con una dimensione profondamente emotiva e viscerale, al tempo stesso intima e sociale: la paura.
Le pratiche religiose che vediamo dai musulmani sono lontane dal nostro modo di esprimere la spiritualità. Questo ci fa pensare che in loro e nelle loro pratiche ci sia qualcosa di lontano e incomprensibile. E in queste incomprensibilità avvengono poi le tensioni.Quando vediamo che l'Isis sgozza le persone assimiliamo la non comprensione di quel gesto alla non comprensione che abbiamo delle pratiche religiose dei musulmani che vivono accanto a noi. E abbiamo la percezione che i musulmani siano qualcosa di lontano e incomprensibile e che i musulmani siano l'Isis che sgozza le persone. E pensiamo che i musulmani oggi sono separati ma che, chiamati a reagire, potrebbero coalizzarsi contro di noi e arrivare a gesti simili tra noi. Non è la verità. Ma è la percezione che la gente ha. E la percezione di un fatto anche se non reale produce fatti reali. 
Racconta Pino Gulia, provando a riportare quello che emerge quell'osservatorio quotidiano di vita reale che è il Patronato.
E simmetricamente, Fatma:
Noi come musulmani viviamo con la paura tutti i giorni. Siamo venuti per cercare di cambiare vita. Per cercare cambiamento. Per respirare altra aria. Anche per l'aspetto economico, ma non solo per quello. Lavoro con le ACLI. Ho il velo. L'ho messo per mia scelta. 3 anni fa.Io sono qui dal 98. Ho studiato. Lavoro con le Acli. Cosa ho fatto di male?Non siamo venuti per distruggere. Nè per autodistruggerci. Ma oggi viviamo nel terrore. Per le cose che vediamo in tv. Perché sentiamo sulla pelle che noi siamo assimilati a loro. Ma noi non c'entriamo niente.
Quel lavoro con le Acli (e non "lavoro alle Acli") sarebbe una pista da esplorare. Perché in quel "con" c'è già una forma di convivenza possibile, dentro casa nostra. Una convivenza molto pratica e pragmatica. Non strutturata. Non teorizzata e non pensata. Ma oggi non sono pochissimi i musulmani che vivono e animano e incontrano la nostra associazione. Come lavoratori, come persone coinvolte nelle attività. Come soci, forse, anche se non ne abbiamo contezza. E da questo è sicuramente nata una conoscenza e una pratica di soluzioni alle mille difficoltà.

Sono italiano, sardo, musulmano, marocchino. Sposato con una cristiana.
Dice Mohammed che nel presentarsi ha già fatto l'intervento.
Come nei matrimoni e nelle coppie miste. Dal 1999 al 2008 (ultimo periodo con dati disponibili) il 52% dei matrimoni interreligiosi in Italia sono stati matrimoni tra cristiani e musulmani. Ma la "burocrazia religiosa" di entrambe le religioni è talmente complicata che si stima che le convivenze e i matrimoni civili siano almeno il doppio. E non ci sono dati su questo. Ma è un peccato perché il dialogo (facile o difficile, possibile o impossibile) inizia in famiglia, ricorda Sara Braga. La richiesta di estrema cautela (espressa dalla burocrazia ma anche dai pronunciamenti e documenti ufficiali di entrambe le religioni) finisce per essere un invito (implicito e non voluto) alla rinuncia alla appartenenza alla propria comunità religiosa. E il tema del lasciar sole le famiglie nell'affrontare le fatiche mi pare molto interessante anche nell'ottica dei Sinodo della Famiglia e dell'Anno Santo della Misericordia.
Sono 17 anni che vado in giro a parlare di queste cose. Da 17 anni sento sempre le stesse domande. Ma di recente trovo una certa resistenza. Trovo una crisi di credibilità. Il terrorismo ha reso il mio compito più difficile. La mia posizione più in-credibile. (Adnane Mokrani) 
Il tema è quello della rappresentazione dell'Islam e della legittima rappresentanza dell'Islam. Chi può parlare a nome dell'Islam? Chi può rivendicare di essere "il vero musulmano"? Non è una novità nella storia l'uso della violenza, sottolineano sia Allievi che Mokrani. La violenza è sempre stata presente e non solo nel mondo musulmano. Ma l'ISIS oggi fa un uso propagandistico e competente. Si appropria del mondo islamico rivendicando di esserne rappresentante. A partire dal nome "Stato Islamico". Ed obbliga il "musulmano pacifico" a distinguersi aggiungendo la qualifica di moderato. Come se comunque fosse "meno vero musulmano", perché già contaminato dall'occidente.
Noi cittadini (vecchi e nuovi) europei, noi credenti (cristiani e musulmani), siamo stretti assieme nella morsa della paura e dei fondamentalismi. Da un lato c'è il fondamentalismo del terrorismo, dall'altro un populismo europeo che cerca di approfittare della situazione con un fondamentalismo simmetrico. E nel mezzo ci siamo noi. Con le nostre paure. Compresa quella paura di perdere la propria anima ed i propri valori, in caso di apertura e dialogo con l'altro. Ma mentre ci si arrocca in chiusure identitarie i fondamentalismi di entrambe le parti stanno già deprivandoci dell'anima e dei nostri valori, dai diritti alla capacità di solidarietà a molto altro.
Per uscire dalla situazione c'è da tentare una narrazione diversa, da avviare nuovi processi.
I musulmani non possono dire "non c'entro" con l'Isis. Così come la riflessione di sinistra degli anni 70 non poteva dire di non c'entrare con le Brigate Rosse. (Stefano Allievi) 


Le BR sono state vinte quando a sinistra si è smesso di dire che erano solo infiltrati fascisti. Si è smesso di dire solo "sono compagni che sbagliano". E si è detto "sono assassini". Sono state vinte anche con la repressione ma anche anche con una battaglia interna.La battaglia con Isis sarà con la repressione ma sarà anche all'interno del mondo musulmano. (Stefano Allievi) 

Una rete di centri di studio islamici per elaborare una teologia islamica europea. Un Islam europeo che serve all'unità (nel pluralismo) di questo continente. (Adnane Mokrani) 

L'Islam si presta ad essere l'oggetto transizionale per un'Europa alle prese con una trasformazione che non sa né comprendere né trattare. Questo è un problema, una opportunità ed una responsabilità. Per le istituzioni e la politica, in primo luogo. Ma anche per le comunità come luoghi di convivenza civile. E per le comunità religiose (cristiane e musulmane). La transizione è già in atto. La pluralità è già presente. E ci trasforma tutti. Possiamo arroccarci in chiusure difensive reciproche cercando di difenderci. Possiamo affrontare i problemi (reali) e gestire i conflitti (reali) prendendo decisioni e costruendo soluzioni. Sapendo che il tempo e l'incontro con l'altro modifica noi e l'altro. E nulla resta fermo come è.

Ma il cosa nascerà dalla trasformazione non è già scritto. E' da costruire.

(Post pubblicato su vinonuovo  .

Sull'incontro Islam, Europa. Un'occasione per comprendere e per discernere si possono approfondire anche altre piste di lettura attraversoi materiali preparatori e il pezzo di Fabio Pipinato su Unimondo)


Noi come cittadini, noi come popolo

Il popolo mai sbaglia. 

L'ha detto Papa Francesco la settimana scorsa in aereo, mentre rientrava dalle Filippine . Anche se parlava a braccio non era una frase buttata lì, non era riflessione improvvisata. Il popolo, per lui,  è sicuramente un concetto di approfondimento sedimentato e rielaborato...
Noi come cittadini, noi come popolo
è il discorso che l'allora cardinal Bergoglio fece a Buones Aires nel 2010, in occasione del bicentenario dell'indipendenza. In Italia è stato pubblicato in un libro Jaca Book del 2013. E' un testo interessantissimo e che contiene molto di ciò che poi si ritrova nella Evangelii Gaudium (in cui, dicono che popolo compaia 164 volte).

Ma, cosa si intende con il termine popolo?
La categoria popolo è ambigua. non per povertà ma per eccesso di ricchezza. Da un lato infatti può indicare il popolo (nazione); dall'altra può indicare le classi e i settori sociali popolari. La Copeal lo intese soprattutto nella prima accezione, a partire  dall'unità plurale di una cultura comune radicata in una storia comune e proiettata verso un bene comune condiviso. 
A spiegarlo è Padre Scannone in un articolo per Civiltà Cattolica e ripreso anche in una relazione
La teologia del pueblo. Una prospettiva argentina tenuta a Roma a fine marzo 2014.

La teologia del pueblo è una delle 4 correnti della teologia della liberazione e si sviluppa in Argentina. Come tutta l'esperienza della teologia della liberazione si caratterizza per il porre l'opzione preferenziale per i poveri come punto di partenza e luogo ermeneutico. Si caratterizza per il privilegiare un'analisi storico-culturale a quella socio-strutturale e, in base alla convinzione della superiorità della realtà all'idea, esprime una critica delle ideologie, sia di stampo liberale che marxista e delle categorie di comprensione e strategie di azione che vi corrispondono.

E proprio in quanto esperienza imbevuta della realtà latinoamericana è profondamente incarnata e inculturata. Ed è profondamente politica. La riflessione culmina sempre in vocazione politica, nella chiamata a costruire con altri un popolo-nazionale, un'esperienza di vita in comune attorno a valori e principi, a una storia, a costumi, lingua, fede, cause e sogni condivisi...  Il progetto politico deve avere come autore un soggetto storico che sia il popolo e la sua cultura, non una classe, una parte, un gruppo, un'élite. 

Popolo è una categoria storica e mitica. Non è un fatto automatico. Si tratta di un processo. Farsi popolo.  Popolo è la cittadinanza impegnata, riflessiva, consapevole ed unita in vista di un obiettivo o un progetto comune.  La storia la costruiscono le generazioni che si succedono nell'ambito di un popolo in cammino.  

Ma anche dal punto di vista dei contenuti per il Bergoglio cardinale il progetto politico ha connotati precisi: una definizione di sviluppo che includa tutte le persone in tutte le loro dimensioni (cosa su cui è più facile mettersi d'accordo in una fase di espansione che in clima di ristrettezza). Un progetto di sviluppo che privilegi la lotta contro la diseguaglianza e la povertà. 

Il processo di costruzione (integrazione) del popolo si fonda sull'idea della persona sociale che attraversa il passaggio da abitante e cittadino e da cittadino ad appartenente ad un popolo. Il tutto orientato al bene comune. Cittadino viene dal latino citatorium. Il cittadino è il convocato, il chiamato al bene comune. Cittadino non è il soggetto preso individualmente come lo presentavano i liberali classici, né un gruppo di persone indistinte, ciò che in termini filosofici si definisce unità di accumulazione. Si tratta di persone convocate a creare un'unione che tende al bene comune. Essere cittadini significa essere convocati per una scelta, chiamati ad una lotta, lotta di appartenenza ad una società e ad un popolo. Lotta per smettere di essere mucchio, di essere gente massificata, per essere persone, per essere società, per essere popolo.  

Ma, chi convoca? La realtà, non l'idea. E nemmeno la parola (con la minuscola).  Perché la realtà è. L'idea si elabora, si induce. Non c'è autonomia tra idea (parola) e realtà. Non c'è subalternità della realtà all'idea. I nominalismi non convocano mai. Tutt'al più classificano. Ciò che convoca è la realtà illuminata dal ragionamento, dall'idea e dalla loro percezione intuitiva.

L'unità è superiore al conflitto, ma il conflitto esiste e la teologia del popolo non lo ignora. Riconosce la realtà dell'antipopolo (che, pur appartenendo al popolo, si pone contro di esso), del conflitto e della lotta per la giustizia. Non assume la lotta di classe come principio di comprensione della società e della storia (se ci fermiamo alla conflittualità della congiuntura perdiamo il senso dell'unità). Ma assegna al conflitto un posto rilevante nel processo di sviluppo. Bisogna farsi carico del conflitto, bisogna viverlo. I conflitti non possono essere ignorati, ma non si deve nemmeno restarne intrappolati o pensare di trasformarli nella chiave del progresso.  Si tratta di  immergersi nel conflitto, compatire il conflitto, risolverlo e trasformarlo nell'anello di una catena, in uno sviluppo. 

Il tutto è superiore alla parte. Il modello è il poliedro. Il poliedro è l'unione di tutte le parzialità, che nell'unità mantiene l'originalità delle singole parzialità. Il tutto del poliedro non è il tutto sferico. Lo sferico non è superiore alla parte, la annulla. Si assiste alla riduzione del bene comune al bene particolare, si cerca una bontà che non essendo affiancata dalla verità e dalla bellezza, finisce per diventare bene privato, riservato solo a sé o al proprio gruppo. Una sfida per il cittadino, quindi, è salvaguardare questa unione di bontà, verità e bellezza, senza lacerazioni, in vista di un'esperienza di popolo, di un noi come popolo. 


Il tempo è superiore allo spazio. L'abbiamo tutti letto e citato nell'Evangelii Gaudium. Ma c'era già tutto qui: nell'attività civile, nell'attività politica, nell'attività sociale, è il tempo che governa gli spazi, che li illumina e li trasforma in anelli di una catena, di un processo. uno dei peccati che a volte si riscontrano nell'attività socio politica sta nel privilegiare gli spazi di potere rispetto al tempo dei processi. 

Di fronte a questo, la diagnosi di inefficacia della politica non può che essere legata alla lontananza tra governanti e popolo. La diagnosi del divorzio tra elite e popolo figura nella maggior parte dei lavori di analisi della nostra evoluzione storica. Ma continuiamo a dimenticarla.  La nostra politica spesso non si è messa al servizio del bene comune. Non ha saputo, non ha voluto o non ha potuto mettere limiti, contrappesi, equilibri al capitale per sradicare le diseguaglianza e la povertà che sono i flagelli più gravi di questo momento storico. Su questo argomento non ci sono posizioni ufficiali e opposizione, c'è solo una sconfitta collettiva.  

Padre Pepe (prete impegnato nelle periferie di Buenos Aires) riassume così il rapporto con l'allora Cardinal Bergoglio: "Ascoltava le nostre proposte e quando vedeva che stavamo lottando per qualcosa per cui valeva la pena, che aveva a che fare con le nostre convinzioni ci diceva

Se lo vedete, cominciate

E forse il primo passo per farsi popolo sta proprio lì: intravedere non individualmente quale lotta sostenere,  riconoscere il qualcosa per cui vale la pena lottare, quello che davvero a che fare con le nostre convinzioni e con un bene realmente comune.  














Newtown nel lettone

dicembre 2012 

Sono le 6 di mattina. Pietro (4 anni e mezzo) si sveglia e chiama nel suo letto per un po' di coccole e chiacchiere. Si parla di tutto, ridendo, ma io in testa (e in pancia) ho quanto è appena accaduto negli Stati Uniti. Gianni Riotta su twitter chiede “Molti bambini chiederanno domani ai genitori, anche in Italia, cosa è successo a Newtown a loro coetanei: qual è la risposta giusta da dare?” e io, da mamma, ho in mente che non lo so. Ma questo pensiero si incrocia con il “si educa in mutande” di don Gino Rigoldi parecchi anni fa'. In mutande, cioè nella vita quotidiana, nella normalità delle cose che succedono, nei fatti e nei comportamenti, più che nelle parole. Ma in mutande anche “senza coperture, nudi, in imbarazzo, scoperti”.
E allora inizio “Sai Pietro, è successa una cosa terribile in America. Un ragazzo è entrato in una scuola con le pistole e ha sparato a tanti bambini e maestre”. E quel che ne segue è una serie di scambi disordinati. Come spesso capita con i bimbi. Che hanno la capacità di inseguire pensieri carsici. In cui le domande “serie” si alternano ad altro. Me ne sono appuntata qualcuna. Si parte con:

Pietro: ma come si chiamano quei bambini?
Mamma: non lo so.
Pietro: perche' non l'hai chiesto? Mi interessa.

Pietro: e come si chiama il ragazzo con la pistola?
Mamma: non mi ricordo.
Pietro: non ti ricordi perche' ti fa' paura?

Pietro: però è così terribile che io non me lo so nemmeno immaginare di che colore era la scuola. Ma... l'America è lontana?

E subito capisco che la conversazione non la sto guidando io. Io ho dato il là. Ma è lui che riesce a dar voce a quel che io nemmeno so di pensare. Poi (dopo aver parlato di ginnastica, della gara di nuoto, del pongo...) a freddo esordisce:

La nonviolenza è cosa seria




Dopo la manifestazione del 15 ottobre 2011 il dibattito sulla violenza è tornato centrale in Italia. Da una parte con l’unanime denuncia della violenza di parte dei manifestanti, dall’altra con l’altrettanto quasi unanime richiamo alla necessità di leggi o interventi che permettano una violenza (in particolare sotto forma di controllo ma non solo) dello Stato nei confronti dei cittadini. In tutto questo la nonviolenza è, secondo me, citata superficialmente e a sproposito. E solo come un’accusa generica al Movimento dei manifestanti di non essere abbastanza nonviolenti. Come se il resto dei cittadini non manifestanti fosse invece nonviolento, come se lo Stato e le Istituzioni in Italia fossero nonviolente.

Europa

Comunque il concetto principale di stamattina è: Nessuno ha pensato: siamo entrati in Polonia, paese ancora lontano da casa. Tutti abbiamo p...