Visualizzazione post con etichetta cooperazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cooperazione. Mostra tutti i post

Pragmatici esercizi di umanità, spostamenti e trasformazioni.



La Bosnia. I profughi. L'Europa.
La Bosnia é un luogo che non ha più voglia di presentarsi come "quella della guerra". 30 anni dopo, ha pure molto senso. Anche se i segni delle smitragliate ci sono ancora su certi palazzi, non sono la prima cosa da vedere, in mezzo ai locali dello struscio, gli alberghi fighetti, le pubblicità per turisti e un gran fiorire di rose, di nuovi murales, di scuole pubbliche da cui partono futuri campioni di basket...
Diaspora. È una parola emersa molto nei racconti. Bosnia oggi é luogo di gente che va altrove, in cerca di opportunità, per sfuggire al presente di immobilismo, più che a ciò che resta del passato. Ma forse sono proprio i nodi irrisolti dal passato che impediscono lo sviluppo futuro che (in fondo) sarebbe così a portata di mano. Un paese ancora diviso in più parti. Partiti nazionalisti che ancora soffiano sulle braci dell'essersi fermati agli accordi di Dayton. Chissà se davvero la speranza può arrivare da una politica diversa, fatte dal crescere di livello di liste civiche non costruite su identità nazionali?
"Tra 15 minuti voi tornate in Europa", dice il vice sindaco sorridendo con il mano la bandiera europea che Emiliano gli ha appena consegnato. "Vi auguriamo di arrivarci presto anche voi" aggiunge Stefano. "Voi siete già Europa, ma speriamo che l'Unione Europea arrivi fino a qui" chiosa Daniele.
Locali che cambiano destinazione con il mutare delle emergenze e delle vicende. La Chiesa che (secoli orsono) diventa moschea. Il villaggio per gli scambi giovanili del tempo di Tito che prima resta in disuso, poi rinasce come "accoglienza" dei profughi in transito, poi quarantena del covid, poi un nuovo abbandono.
Profughi. Chi ha più di 40 anni non può non ricordarlo, cosa è stato essere profugo o vivere sotto assedio. Qui intorno. Adesso si fanno progetti nelle scuole per insegnare come si viveva sotto assedio e non perdere la memoria collettiva. Ed in piazza c'è un monumento ai caduti che é un bellissimo simbolo: un cerchio, tondo, intatto. Con un pezzo rotto, a terra. I caduti in guerra. Il pezzo di comunità che non c'è più.
Oggi qui i profughi sono coloro che arrivano da Bangladesh, Afghanistan e mezzo mondo e finiscono in mezzo a questi boschi, ad affidare la propria sorte ed i risparmi di famiglia ad un trafficante che permetta di fare l'ultimo pezzo di tragitto, varcare la frontiera ed entrare in Europa. "E tu vedi quanto scommettano tutto per arrivare. A qualsiasi costo, in tutti i sensi" racconta Claudia. "Come se l'arrivo fosse la fine della fatica. E tu che sai, non puoi non pensare che dopo è ancora un pezzo di inizio, forse peggio, perché non c'è più il sogno".
Un campo da 1500 persone in mezzo ai boschi. Prefabbricati bianchi su prato verde, dopo strada sterrata. Troppo pieno, poi troppo vuoto. La stagionalità e gli effetti del meteo, da un lato. La ricerca di sempre nuove rotte e nuovi modi di passare, dall'altro. La globalizzazione la respiri qui. Altro che battito d'ali di farfalla. Conflitti mediterranei ed asiatici, emergenze climatiche in Africa, decisioni europee altrove...producono effetti concreti sotto forma di persone qui, in mezzo a questo bosco nel nulla, ad un passo dall'Europa.
Il thè caldo distribuito, la gara di cucina, il lavoretto, due parole di lingua..."siamo qui come esseri umani con esseri umani" dice Silvia. "Ma non dovremmo essere qui". "Non dovremmo esserci, perché questo posto non dovrebbe esistere".
I campi nel bosco sono meglio del nulla. Un conteiner con thè caldo e legna per cucinare è meglio di nulla. I prefabbricati sono meglio delle tende. Un campo aperto è meglio di uno chiuso. Le famiglie in città sono meglio che tutti sui monti. La comunità per minori stranieri (in progetto) è meglio del campo. Esserci permette di provare a fare qualcosa. Esserci come precondizione per spostare di un poco l'asticella. Anche questo è pragmatico esercizio di umanità.
In un luogo dove tutto cambia funzione continuamente, non riesci a non pensare "Cosa diventerà questo luogo dopo?" C'è già il recinto, c'è già l'isolamento, c'è già l'essere appena fuori dai confini. Forse basterà poco per trasformarlo in centro di detenzione per trattenimento e rimpatri di vario tipo.
A breve si andrà a votare.
Ma noi, che Europa vogliamo essere?
Con tutta la consapevolezza che le scelte si fanno votando, ma anche molto essendoci qui a fare cose così.
Prime riflessioni informi, da treno di ritorno di una toccata e fuga 12 anni dopo dall'ultimo viaggio.
La Bosnia. I profughi. L'Europa.

Su la testa: Il lavoro sociale è politico


 

La cooperazione sociale promossa o che collabora con le ACLI si è ritrovata in questi anni in un lavoro di collaborazione e rete leggera denominato “Su la testa!”.

Un percorso nel quale insieme a molte cooperative e territori ACLI si è ritessuta una trama di rapporti, idee e collaborazioni, un reciproco rapporto, una storia che, su scala nazionale, si era interrotta. Ne è venuto fuori, grazie a un lavoro collettivo, una visione strategica e di rinnovato impegno comune. Una visione che è un invito ad alzare lo sguardo insieme oltre le fatiche quotidiane, soprattutto per superare la forte pressione esterna che spinge a lavorare al massimo ribasso. Una spinta al ribasso che è una delle sbandate del sistema Paese che lo rendono in parte ostaggio di un’economia di bassa qualità professionale e umana, spesso sommersa o, peggio, che strizza l’occhio a speculazioni e malaffare.

Su la testa per tornare a convocare e rimettere al lavoro le comunità, per fare impresa come esperienza di democrazia vissuta, capace di creare e non subire il mercato e di richiamare le istituzioni a non smobilitare per ritagliarsi solo ruoli marginali, ma a ritessere insieme un disegno comune di libertà e giustizia sociale.

Su la testa per richiamare tutti, non solo nel welfare, ad essere e agire da comunità che non aspettano santi ed eroi, ma una programmazione strategica del futuro se la danno da sé, in modo partecipato e accogliente per tutti.

Su la testa per fare del sociale, della cultura, dell’ambiente e della democrazia principi dello sviluppo, sue condizioni determinanti, e nel contempo suoi obiettivi, risultati da raggiungere, perché sia uno sviluppo autentico e non insostenibile per le persone e per l’ambiente”.




Su la testa


3 cartelloni, un po' di appunti e svariate idee.
Con la piacevole impressione che stiamo connettendo i puntini in un quadro complessivo coerente.
(Però i World caffè devono essere con il caffè ☕ 🍓😁).

Organizzazione di comunità - Anna Brioschi


Tra le cose che restano in testa di #sulatesta ieri sicuramente l'intervento di Anna Brioschi di Cooperativa Sociale Ripari sulla organizzazione di comunità.
Organizzazione di comunità come metodo di riferimento del servizio sociale professionale.
Organizzazione di comunità come metodo possibile per il lavoro sociale delle cooperative oggi (e per le Acli con i circoli, aggiungo io).
(in super sintesi parziale) si basa su alcuni presupposti:
- non esiste la strada giusta, si naviga a vista, insieme, sulla base di "bussole" che ci si costruisce. Sul intuisce. Si sperimenta.
- non siamo noi (noi "esperti" nel caso dei professionisti del sociale, noi "buoni" nel caso del terzo settore) a portare la soluzione dei problemi alle persone.
- ogni sapere (anche quello esperto) é parziale. La strada per affrontare si trova mettendo assieme più saperi (compreso quello di chi vive quotidianamente i problemi).
- mestiere dell'operatore sociale non é immolarsi per fare tutto in prima persona, è decentrarsi per riattivare le risorse altrui (della persona e della comunità).
- ai bisogni sociali le risposte individuali non bastano. Nemmeno se competenti.
Mi si riconnette con tante tante cose degli ultimi anni.
Ma adesso mi pare anche un orizzonte di senso per i circoli. Quale animazione di comunità è possibile per le Acli? Ci si chiedeva negli incontri tra alcuni territori.
Da riprendere.


Andare a Leopoli: Altrove... (5 di 5)


Altrove

 

I primi profughi li ho incontrati in un campo in Slovenia, ed erano bosniaci per lo più musulmani, con qualche cristiano. Erano sfollati, senza quasi niente. Ma avevano uno spazio, piccolo e provvisorio, in cui ci potevano invitare a sederci sui loro materassi per bere caffè e a scambiare due chiacchiere in quel grammelot di lingue in cui conta soprattutto l'intenzione. Poi alcuni di loro li ho visti venire in Italia, partecipare a scambi, vivere esperienze, alcuni sistemarsi, sposarsi, rifarsi una vita. 

 

Dopo ci sono stati i kosovari nei campi del nord Albania. E' stato un esilio durato poco. C'erano anche gli uomini e sono stati loro a decidere quando e come tornare. Noi li abbiamo seguiti, aiutandoli ad organizzare camion e pullman. Quando l'UNHCR diceva che non era ancora il momento. Ma loro sapevano che il tempo era giusto, se volevano rifare tutto entro la neve. Eravamo in macchina assieme, quando abbiamo attraversato la linea di confine rientrando. Ed è stato un urlo, liberatorio "Freedom!!!". In inglese e connettendo l'idea di casa a quella di libertà.  Ho visto la ricostruzione e le mille contraddizioni di un Paese inondando dalla presenza straniera. E mille volte ed in mille modi sono stati loro, gli ex profughi rientrati, a prendersi cura di me con attenzioni che io non so avere per nessuno. 

 

Poi i ragazzi in comunità. Scappati da terre oltre mare, più a sud. Con viaggi lunghi, alle spalle e sulla pelle. Senza nemmeno la compagnia di una fuga di massa. Senza l'emotività collettiva a favore. Pagando per passaggi scomodi da trafficanti violenti o indifferenti. Giovani, oltre misura, per affrontare tutto questo. L'accoglienza, dopo, per loro è stata spesso una cosa che somigliava ad una ingiustizia. Le regole, la comunità, gli adulti.  Difficile educare qualcuno senza costruire un rapporto affettivo reale. La ragnatela burocratica troppo spesso ha preso il sopravvento. E loro a scappare, di tanto in tanto, o a guizzare fuori al compleanno della maggiore età. Più liberi che soli. Più soli che liberi. Paradossalmente. Contemporaneamente. 

 

In questo viaggio è capitato di vivere un altro momento. Quello in cui, dopo essere uscito dal Paese, mosso dall'urgenza e dal pericolo, prendi un mezzo per andare altrove. Altrove è lontano da casa. Vuol dire che sai che, almeno per un po' ma forse per sempre, non tornerai. E che non sai nemmeno se, quando tutto finirà, la tua casa sarà ancora nel tuo paese, o se sarà collocata in terra nemica. Altrove, non conta dove o con chi. Conta il fatto che stai facendo una scommessa sulla vita, che stai trovando l'energia per ricominciare tutto da capo. Lo fai per te stesso? Per i figli? Per la vita? Non c'è una organizzazione dei flussi. C'è un caos totale e modalità formali e informali che si intersecano pericolosamente. In mezzo a tutto questo, ci sono persone che scelgono con coraggio di non arrendersi e di salvarsi. 

 

I profughi sono la parte più straziante della guerra, per me. 

Ma forse sono anche la parte più comprensibile. Il filo da seguire, per essere il qualcuno per qualcuno sono le persone e loro lo rendono più evidente. 

A loro e a chi resta auguro che la vita continui. L’ho visto, può accadere. 

A noi di essere all’ altezza nell’accogliere. 

 

Zagajewski, poeta polacco è nato a Lviv, quando Lviv era Polonia. 

 

Andare a Leopoli.

Da che stazione per Leopoli, 

se non in sogno all’alba, 

quando la rugiada luccica su una valigia.

quando i treni espressi e rapidi nascono.

Partire in fretta per Leopoli, di notte o di giorno, in settembre o a marzo. 

 

E c'era troppa Leopoli,

non ci stava nei recipienti

faceva scoppiare i bicchieri, 

straripava da stagni e laghi,

fumava da ogni camino,

si mutava in fuoco, in temporale,

rideva col fulmine, diventava docile,

tornava a casa, leggeva il Nuovo Testamento,

dormiva sul divano accanto al tappeto dei Carpazi,

c'era troppa Leopoli e ora non ce n'è più,

e la cattedrale tremava, la gente le diceva addio

senza fazzoletti, niente lacrime, 

la bocca così secca, 

non ti vedrò mai più, 

così tanta morte ci attende

perchè ogni città deve diventare Gerusalemme e ogni uomo un ebreo,

e ora, in fretta, soltanto fare le valigie, sempre, ogni giorno

e andare senza fiato, andare a Leopoli,

dopotutto esiste,

calma e pura come una pesca. 

È ovunque. 

 

Chissà, tra 20, 30 o 50 anni, Leopoli e tutto il nostro mondo dove sarà e come sarà. 

Intanto, Leopoli è ovunque. Ed ovunque c’è la possibilità di essere qualcuno per qualcuno.

 

Appunti di viaggio. Pensieri provvisori. 

 

 

 

 

Andare a Leopoli: i comunisti mangiano i bambini (4 di 5)


I comunisti mangiano i bambini

 

C'è una parola, in Ucraino, che indica la carestia che si abbattè sul territorio ucraino dal 32 al 33. Non una carestia come evento naturale. Una carestia intesa come "sterminio per fame", gesto volontario da parte di Stalin verso gli ucraini. Holodomor. C'entra la collettivizzazione di massa delle fattorie ed il fatto che Mosca interpretò la resistenza dei contadini ucraini a questa collettivizzazione come atto gravissimo di ribellione e reagì con leggi
che punivano con la fucilazione chi veniva trovato a nascondere qualcosa da mangiare. Dei 5 milioni di morti in tutta l'URSS, circa 4 milioni furono ucraini. Ci raccontano. La disperazione era talmente tanta che si registrarono casi di rapimenti di bambini, che venivano poi uccisi spacciando la carne per animale. C'è chi ritiene che sia da qui che nasce il modo di dire usato anche da noi, che i comunisti mangiano i bambini. 

 

Non ho approfondito. Mi annoto che, se qualche episodio di cannibalismo ci fu, fu da parte di contadini che morivano di fame, ed è curioso che questo diventi caratteristico di una appartenenza ideologica. Ma in guerra è sempre così. C’è bisogno di disumanizzare il nemico. E non è difficile, perché in guerra ci si disumanizza realmente. Bucha, Krushe Madhe, Srebrenica, Auschwitz, Hiroshima… non sono eccezioni tragiche alla storia della guerra. Sono la guerra. Continuiamo, nonostante tutto, ad averne un’idea romantica. Ma la guerra tira fuori il peggio da ciascuno. 

 

Ma, tornando all’Ucraina, se ragazze colte e donne giovani oggi a Lviv presentano la loro città attraverso queste storie, forse vuol dire che per loro questo ha qualcosa a che vedere con ciò che avviene adesso. Per loro Putin è il seguito di Stalin. Dal loro punto di vista, la Russia ha sempre voluto annientarli. Arrivando fino alla barbarie più piena per farlo. Al di là di ogni fondamento più o meno storico dei fatti, il vissuto delle persone conta, per comprendere frammenti di presente. 

 

La rivoluzione della dignità 

 

Siamo orgogliosi di avere un memoriale come questo. Di averlo anche qui a Lviv. Di averlo in forma moderna. In un luogo da cui si vede tutta la città”. Ci hanno detto portandoci, come prima cosa, al Mausoleo dei morti di piazza Maidan. I 100 e passa morti di quella piazza non sono vittime, ma eroi. E ad ogni anniversario si portano figure che richiamano l'idea di angeli bianchi e lampade, in loro onore. 

Piazza Maidan è il 2014. Le manifestazioni che portarono a rovesciare un potere considerato corrotto. L'impressione che si ha, dai racconti, è che, almeno per quello che si percepisce da Lviv, quello fu vissuto come il momento decisivo. Fu allora che gli Ucraini scelsero la loro appartenenza, in un bivio tra Russia ed Europa. Tra un'appartenenza già vissuta come faticosa e oppressiva ed un'altra vista come un futuro di libertà e modernità. "E' un telefono sovietico" dice la ragazza ridendo  per indicare il modello molto arretrato della sua vicina. 

 

E' drammatico pensare come, allora, nel 2014, noi, l'Europa, seguimmo davvero poco e distrattamente ciò che stava accadendo. Mentre spiega perchè l'appartenenza Europea è presente in tutti i discorsi e perchè a Lviv ogni istituzione locale espone la bandiera europea sul pennone, ufficialmente, vicino a quella Ucraina e a quella della municipalità. Come nei Balcani anni fa', l'Europa appare essere un desiderio forte più per chi la vede da fuori che per chi la vive da dentro. E una volta di più mi domando qual è l'orizzonte che vogliamo dare a questa nostra idea di Europa, che avrebbe bisogno di uscire dell’adolescenza e riscoprirsi adulta. 

Andare a Leopoli: Just Lviv it! (3 di 5)




Just Lviv it! 

 

Just Lviv it! Lo slogan di una delle guide turistiche della città. Vivi Lviv. Sembra uno slogan paradossale oggi. Eppure è il più azzeccato. Lviv, come i suoi abitanti, non ci stanno ad essere rinchiusi nell'identità di paese in guerra. Nell'identità di vittima inerme. Lviv è una città che resiste. Ma è anche una città bella, moderna, europea. il suo centro è Patrimonio dell'Unesco. Nel libro che ci hanno regalato ci sono Francesco Giuseppe e il re Danilo, ma anche Martin Buber, i raduni hippies degli anni 60 ed i gruppi rock. In giro ci sono grandi magazzini "come da noi", ci sono pub e birrerie "come da noi" e ragazzini nei parchi con gli skate "come da noi". La gente ha instagram e facebook, va in vacanza all'estero, lavora, prenota i taxi con le app e si costruisce una vita. E' il "come da noi" probabilmente che ci sconquassa l'emotività e ci fa reagire così collettivamente in Italia oggi. In modo più forte di tante altre volte, sentiamo che la guerra non è una eventualità impossibile, anche per noi. Tutte le nostre certezze potrebbero svanire, da un momento all'altro. C'è un fondo di razzismo o di egoismo in questo mobilitarsi estremo. Fatichiamo ad immedesimarci nelle tragedie di chi ha la pelle di un altro colore, di chi viene da culture e storie diverse. Ma non la guarderei in negativo. Nessuno si può seriamente immedesimare in tutti. Nessuno può avere a cuore allo stesso modo tutto ciò che accade nel mondo. Se qualcuno, con questa guerra, ha incontrato la possibilità di sentirsi umanamente e profondamente scosso per la tragedia di un altro, questo è cosa buona. Intanto, me lo appunto, Lviv è decisamente un luogo da tornare a visitare, appena finisce la guerra. 

 

Comprendere

 

Le cose si conoscono realmente per esperienza, per relazione, non per astrazione. Incontrare persone, ascoltare storie, visitare posti serve ad attivare una comprensione diversa. Non vuol dire cambiare idea: più di qui o più di là, in un moto orizzontale. Diversa vuol dire una comprensione più profonda, che va, almeno di poco, oltre la superficie. Una comprensione nè solo cognitiva, nè solo emotiva. Una comprensione relazionale, umana. Due giorni in un luogo sono assolutamente troppo pochi. E sono tanti i posti dove servirebbero almeno due giorni, per comprendere questa guerra nel suo insieme. Ma un viaggio così, con gli incontri che contiene, è assolutamente sufficiente ad attivare un processo di comprensione che, pur essendo parzialissimo, è totalmente altro da quella prima di partire. Oggi, dopo il viaggio, "sento" un po' di più ciò che sta accadendo. Non comprendo, ma “intuisco” un po' di più. Ad esempio, intuisco qualcosa del modo compatto ed orgoglioso con cui l'Ucraina sta reagendo all'aggressione Russa. Vedere, sentire, intuire, però, non è indolore. E ci sono due domande che hanno bisogno di trovare un equilibrio: come fermare questo scempio? Come evitare che si propaghi? La seconda non è egoismo. È la prosecuzione della prima. 

 

Ciò che accade ora, si riallaccia a ciò che è già accaduto. Come sempre, nella storia, tra l'altro. Che noi lo sappiamo o no. Si riallaccia al 2014 ma anche agli anni 40 e agli anni 30. Lviv non è tutta l'Ucraina. Lviv non è il Donbas e non è Odessa. Solo per nominare le storie che abbiamo incontrato. (Il grazie più frequente da un lato del furgone era “spassiba” anche se la lingua era l'ucraino. Per dire). Ma il sentimento antisovietico di Lviv di oggi non è qualcosa di moderno o di indotto dall'esterno. E, se anche ci fosse un tentativo di induzione esterna, questa si aggancerebbe in profondità a vicende e dinamiche interne. 

 

La bandiera che sventola sui ceck point pronti ad essere attivati di fronte ad ogni minimo paesino (con cavalli di frisia, sacchi di sabbia e filo spinato e cumuli di molotov) non è solo quella Ucraina (gialla e blu) ma anche quella rossa e nera. Bandiera della resistenza, la chiamano. Indicando con quella parola sia la resistenza di oggi che i moti insurrezionali degli anni 40 (da cui quella bandiera è presa). Moti nazionalisti che avevano come obiettivo l'indipendenza dell'Ucraina dalla Russia. L'hanno detto anche loro, raccontando, è un'esperienza controversa quella di quei moti e del suo leader, Stephan Bandera. Perchè, pur di riuscire a separarsi dalla Russia, si alleò con Hitler, combattendolo in seguito. Ma la sua faccia campeggia oggi sulle vetrine dei negozi assieme ad altri eroi nazionali ed è la sua bandiera a sventolare. E’ anche questo, forse, che fa girare l’associazione tra Ucraini e nazisti. Ma “qui Hitler non è mai stato un’esperienza, non è mai stato un mito per nessuno, più probabile, semmai, che qualcuno abbia ancora in casa un quadro di Stalin, perché c’è sempre chi, contro tutti e tutto, ha nostalgia del passato” dice qualcuno.  E poi “Di cosa sarebbe fatto il nazismo oggi?” aggiunge qualcun altro “abbiamo un presidente ebreo e da noi le manifestazioni del gay pride non sono vietate, prova a vedere a Mosca se è così”. L’impressione più netta è che, realmente, vocaboli e concetti del secolo scorso non ci aiutino più a comprendere un presente che sta cambiando forma. 

Andare a Leopoli: Non è Mirsada (2 di 5)




Non è Mirsada 

 

A poco più di 20 anni ero, con le Acli, alla seconda Mirsada (pace ora), in Bosnia. Sono grata a quell'esperienza, anche se allora l'ho vissuta come un fallimento ed a 20 anni non avevo ancora imparato l'enorme valore dei fallimenti.  Mi sono domandata mille volte se, nei panni di una adulta più adulta, sarei riuscita ad assumermi la responsabilità di farla quella Mirsada, assieme al gruppo di giovani che allora eravamo noi. 

 

Le missioni di oggi in Ucraina (sia la carovana che la nostra) non sono state Mirsada. Non hanno cercato di fermare la guerra ponendosi in mezzo alle parti. Non sarebbe nemmeno stato possibile. Questa guerra non è quella. E' una guerra che, pur essendo sulla linea di confine tra due mondi, si gioca, fisicamente, su un solo terreno, che è quello Ucraino. Con lo scontro sull’interpretazione. Ma non è nemmeno quello il punto. Non c'è interposizione fisica possibile in questo momento lì, perché noi non siamo altro da questa guerra, ne siamo già parte. Il rischio di colpire un “noi” non è deterrente, è miccia. Ma qualcosa deve pur esserci. Intanto c’è la possibilità di esprimere vicinanza a chi c'è. Condividere, per un poco.  Certo che, con il senno di poi, forse se avessimo compreso meglio, allora, la connessione tra quanto stava accadendo e il disfacimento di un equilibrio di sistema, avremmo potuto leggere meglio l'oggi. Invece allora passava l'idea dei Balcani come una terra selvaggia, in cui vivevano persone con istinti bellicosi che muovevano guerre fratricide. E anche chi, come noi, provava a pensare altro, arrivava al massimo a vedere gli effetti della velocità di disfacimento del sistema Jugoslavo e le ambiguità nella costruzione dell’Europa. Non vedeva il collegamento con il crollo del muro e la fine dell'esperienza sovietica.

 

Pericolo 

 

La Farnesina sconsigliava il viaggio. L'Ucraina non lo vietava. La cosa più pericolosa da fare è restare fermi. C'era scritto su una nostra maglietta di Terre e Libertà. Ci sono volte in cui si sente di più il pericolo di restare immobili, di fronte a ciò che accade, di quanto non si senta il pericolo di andare in un Paese in guerra, su un furgone che attraversa l'Europa. 

 

L'Ucraina é un paese enorme (quasi 600.000 kmq). Noi siamo arrivati solo a Leopoli. A Lviv, come si dice in ucraino. 70 km dal confine con la Polonia. Siamo decisamente stati in un Paese in guerra. Ma non siamo stati nei luoghi in cui la guerra mostra la sua maggiore atrocità. Siamo stati in luoghi in cui la guerra arriva nelle teste e negli effetti secondari. Luoghi in cui la guerra c'è, ma assume un'altra forma, luoghi in cui la tensione convive con la vita. Quasi tutto è apparentemente "normale". Ma la "normalità" gira attorno alla presenza della guerra. Le vetrine dei negozi, i cartelloni pubblicitari, gli artisti di strada, i discorsi della gente, il numero di abitanti che cresce, i bisogni nuovi a cui rispondere, i lavori che cambiano…E poi, a tratti, non la guerra ma il senso di precarietà prende il sopravvento. Le sirene che escono anche dai telefoni, le facce che si irrigidiscono un poco, il controllo della mappa, il calcolo approssimativo e veloce delle probabilità: mappa con allerta larga, probabilità bassa, si continua; mappa con allerta stretta, probabilità alta, si interrompe. Siamo stati nemmeno una giornata e con la sirena che suonava abbiamo finito un incontro e siamo partiti in macchina uscendo dalla città. Chi vive lì non può che allentare la presa del senso di pericolo, ogni tanto, continuando a fare ciò che faceva. Come con le scosse di assestamento di uno sciame sismico, diceva qualcuno in furgone, non senza sottolineare le differenze. Le prime volte scendi le scale di corsa allarmato. Poi via via sempre meno. Sono quelle le scosse che spesso fanno più vittime. Eppure è così. Non siamo progettati per stare in stato di allerta perenne. Siamo progettati per vivere. Anche se non sai cosa sarà domani e non sai se il rilassamento sarà rischioso. Starci una giornata ha una dimensione di pericolo fattibile, per una cosa che ha senso, come portare un aiuto o rinsaldare un legame. Vivere in questa tensione perenne deve essere qualcosa di estremamente logorante da molti punti di vista. 

 

 

 

Andare a Leopoli: Che senso ha? (1 di 5)




Che senso ha? 

 

Prima di partire lo scambio con i lupetti: "vai a salvarli?" "No! No! Io non salvo nessuno!" "E allora perché vai?". La domanda di senso precede ed accompagna il viaggio. La prima cosa che penso, adesso che siamo tornati, è che: si! Ha avuto senso! Senso personale e senso associativo. 

 

Personalmente è stata un'esperienza intensa di cui sono profondamente grata. Esperienza che ha riportato a galla tantissimi ricordi e tantissime sensazioni. Un flashback continuo in cui Bosnia, Kosovo e Ucraina si alternavano e dialogavano. Con tutta la profonda diversità tra vivere le cose da 20enne, da 30enne e da 50enne. 

 

Il faro, da allora, é sempre lo stesso. "Nessuno può attraversare una catastrofe e sopravvivere ad essa senza avere la sensazione di stare a cuore a qualcuno". L'obiettivo primo del viaggio è stato quello. Far sentire alle persone che stanno vivendo la tragedia della guerra che ci stanno a cuore. E che essere per molti versi impotenti, come siamo, non é essere indifferenti. 

 

La guerra isola, separa, mina alla base l'umanità dei rapporti umani. Opporsi alla guerra è anche rinsaldare i rapporti, far crescere le relazioni, ogni volta che c'è l'occasione di farlo. 

 

Non insieme ma nella stessa direzione

 

Come ci siamo scritti con qualcuno che era in carovana. "Non siamo andati insieme. Ma siamo andati nella stessa direzione". Ci sono alcune differenze di visione o di approccio. Come tra chiunque. Come tra diverse realtà all'interno della carovana stessa. Ma non sono state realmente quelle il motivo della non andata assieme, mi pare, rileggendo a posteriori. Le Acli oggi avevano bisogno di fare una esperienza con una intimità maggiore. Un'esperienza che é un po' anche da figli, nella Chiesa e con la Chiesa. Se non si ritrova se stessi in ciò che si fa' e non si costruisce un proprio modo di fare le cose, non si può stare nemmeno in modo sano e libero e adulto con gli altri. 

 

In silenzio 

 

Perché in pochi? Perchè voi? Perchè non dirlo, prima di partire? 

Non lo so. Perchè quando fai queste cose non sai mai se sono pienamente fattibili, fino a che non sono fatte. 

Perchè a volte le cose accadono, per inerzia e per "caso" (o Provvidenza), senza che ci sia una vera regia. 

Perché c'era il terrore di fare un gesto che potesse essere letto come ansia di protagonismo, come un modo per apparire. 

Perché c'era il desiderio di viverlo senza distrazioni, senza pressioni, senza collegamenti in diretta o interviste nel mentre. 

Perché la dimensione di intimità aveva bisogno di un numero ristretto, di un mondo che potesse stare tutto dentro ad un furgone. Compreso lo spazio per i i pacchi da scaricare e lo spazio liberato che diventa opportunità di condivisione. Con Caritas e Cei prima e con persone di fronte al bivio della vita poi. 

C'è un senso politico in gesti come questi. Ma é un senso politico scavato nell'intimità. É, a modo suo, più il senso politico del pellegrinaggio che quello della manifestazione. 

Sento che c'è anche una sfida in questa scelta, che è condividere adesso, in modo coerente allo stile. C'è anche un limite in questa scelta, che pure era ciò che ci serviva. Il punto di equilibrio ottimale della modalità di condivisione associativa è ancora da trovare. 

 

 

Europa

Comunque il concetto principale di stamattina è: Nessuno ha pensato: siamo entrati in Polonia, paese ancora lontano da casa. Tutti abbiamo p...