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Giorno 2: Kiev (Matteo Rossi)


Kiev. Europa. Per non sentirsi soli.
La giornata sta quasi terminando. In treno attraversiamo campi e foreste. Sono i paesaggi di “Ogni cosa è illuminata” di Safran Foer, dove Jonathan viaggia attraverso l’Ucraina insieme ad Alex alla ricerca di Augustine, la donna che ha salvato suo nonno dai nazisti.
Il senso del viaggio si comprende nel viaggio stesso. Immaginiamo di vivere in un Paese in guerra: oltre la paura, il senso di abbandono. Vedere qualcuno che sceglie di condividere le nostre paure e le nostre sofferenze, anche per poco, ci farebbe sentire meno soli e più ascoltati. Comunità, di europei. Vale qui come per Gaza, come ha scritto stamattina Caterina Sarfatti: se un bambino oggi è lì sulla spiaggia, alza lo sguardo e la vede, almeno una, delle barche della Global Sumud Flotillia.
Stanotte abbiamo preso il treno e attraversato la frontiera. Ci hanno fatto scaricare l’app per gli allarmi droni e missili. Quando suona, bisogna cercare un rifugio. Siamo in un paese in guerra, a poco più di dodici ore da quando ci siamo ritrovati all’aeroporto di Orio.
La stazione da cui siamo partiti è quella di Przemys. Ve la ricordate? Qui il Sindaco Wojciech Bakun aveva “accolto” un noto politico italiano e la sua tardiva solidarietà invitandolo ad andare con lui in territorio ucraino per condannare Putin. Non aveva dimenticato, quel Sindaco ucraino, la maglietta con il volto di Putin che quel politico aveva indossato nella Piazza Rossa nel 2017 come testimonianza della sua passione per il presidente russo.
Alla frontiera, così come sul treno, a chiederci documenti e passaporti sono solo donne. Gli uomini tra i 25 e i 60 anni hanno la leva obbligatoria. Non se ne vedono in giro. I pochi uomini hanno quasi tutti una divisa militare. Qui sono stati distrutti in tre anni 3.000 edifici, molti dei quali sono stati già ricostruiti. Si parla di 4.000 morti civili solo in questa città. Stime verosimili, visti gli attacchi quotidiani che prendono di mira città con missili e droni. Da questa stazione, con questi treni, nei primi mesi del conflitto sono stati fatti fuggire milioni di persone.
A Kiev abbiamo incontrato il Nunzio della Santa Sede che ha voluto fortemente questo giubileo, Visvaldas Kulbokas, lituano, con il quale siamo stati in piazza Maidan. Appena usciti dalla stazione, come ogni mattina alle ore 9, tutti si sono fermati e si sono alzati in piedi, per le strade o nei negozi, per un minuto di silenzio in memoria delle vittime. Un gesto potentissimo e commovente.
Piazza Maidan ti toglie il fiato. Ogni nastro un nome, ogni nome una foto, ogni foto un lutto. E i piccoli drappi gialloblu sono aumentati giorno dopo giorno a perdita d’occhio. Maidan vuol dire piazza, ma dal 2013 significa dignità, e per i ragazzi della rivoluzione Euromaidan più di tutto vuol dire “libertà”, e il sogno dell’Europa.
Ci sono state inchieste e approfondimenti in questi dieci anni sui cecchini che spararono sui manifestanti uccidendone più di cento e ferendone a migliaia. Vi invito a cercarle in Internet e farvi un’idea delle responsabilità e dei diversi giochi politici, geopolitici ed economici in campo allora. Ma se si guarda la realtà con gli occhi delle vittime di quella piazza e dei loro sogni interrotti, non possiamo non vedere come tra quei sogni c’era l’Europa, la libertà, il valore dei diritti umani, la pace.
Di questo ci siamo messi in ascolto nella cattedrale di S.Alessandro: hanno preso la parola Alyona Horova, Presidente dell'Istituto per la Pace e la Comprensione e Ruslana Havrylyuk, Presidente del Centro di Mediazione della Bucovina, tutte realtà che operano da anni per la mediazione e la risoluzione dei conflitti, la giustizia riparativa, il dialogo tra le comunità e il sostegno alle scuole, soprattutto quelle che stanno più vicine al fronte e dove la didattica va purtroppo solo on line da tanto tempo. Per tutti noi una lezione di speranza.
Qualche chiacchera con alcune nonne che incontriamo in stazione. Gli auguri e la benedizione del cardinal Zuppi che ci arrivano via whatsapp tramite il nostro capo delegazione Angelo Moretti del MEAN Movimento Europeo Azione Nonviolenta.

Ci serve nutrire anche la speranza umana


Noi abbiamo fede in una speranza che viene da Dio. Ma ci serve nutrire anche la speranza umana. Non ci dobbiamo rassegnare, anche dove c'è poca speranza umana. Noi dobbiamo riflettiamo insieme su cosa possiamo fare.
Io sono qui rappresentando la santa sede, ma la guerra è ormai così diffusa e feroce che non è più questione solo di cosa può fare la Santa Sede. Bisogna lavorare tutti insieme.
Per noi è importante fare la nostra parte spirituale e morale. Ma quella non basta. Dobbiamo essere uniti, tutti.
in Europa abbiamo guerre così, significa che la politica internazionale non è in grado di risolverla. Questo ci interroga. Ci dobbiamo chiedere: cosa possiamo fare noi? Non è detto che troveremo una risposta. Ma è detto che dobbiamo cercarla. E che dobbiamo cercarla insieme.
La vostra presenza fisica qui è importante.
Perché non è solo una presenza fisica. È una presenza emotiva. Essere qui permette di sentire una atmosfera.
Prima ho chiesto a qualcuno: "com'è andata la notte?" Mi ha risposto "Stavo dormendo, ma in testa c'era l'impressione che arrivassero droni o missili". Vivere questa atmosfera non è come vivere qui ma è importante. Vivere questa atmosfera significa anche percepire un po' cosa è la guerra. Percepire anche con l'emozione. Questo ci fa porre le domande in modo diverso. Questo ci fa avere una empatia ancora più radicata verso chi soffre.
Voi non dovete pensare che qualcuno possa sentire la guerra meglio di voi. Non dovete pensare che l'emozione non conta e che qualcuno capisce di più. I politici spesso non hanno né tempo né possibilità di riflettere. I politici non capiscono la guerra più del popolo.
Io ripongo molta fiducia nei corpi civili. Non dovete pensare che siete poca cosa. Voi siete tanti piccoli che si mettono assieme. Questa è la forza.
Venire sul posto può fare cambiare, anche radicalmente, il modo di vedere le cose. Venire sul posto vi da la possibilità di avere autorevolezza su voi stessi e per gli altri.
L'intervento del #Nunzio in #piazzameidan

Giorno 1: Polonia


All'areoporto di Cracovia ci si aspetta tutti al bar. È un movimento che sembra un confluire. Diversi luoghi, diversi mezzi, diverse storie, diverse età. Come fossero attirati qui, ora.
C'è chi si riconosce, per aver condiviso i viaggi precedenti o per essersi intrecciati in altro. C'è chi si conosce qui. E si inizia a raccontarsi e a mettere in comune conoscenze e punti di vista.
Dall'areoporto al confine sono 3 ore di pullman. Si passa dallo scaricare app per gli allarmi allo scrivere assieme preghiere dei fedeli per la Messa. Dal completare i testi per il fascicolo, al raccontare come è nata questa esperienza. Dal parlare di cosa significa nonviolenza a gestire più o meno comunitariamente le riserve di carica e rete cellulare.
Il tutto con un sottofondo di notizie ed attenzione ed apprensione per quanto avviene in mare un po' più a sud di qui.

"Non si commette il male perchè si prega". Qualche ricostruzione e riflessione sul rapporto tra Chiese cristiane nel conflitto in Ucraina


Qualche domenica fa all’Angelus il Papa è intervenuto con ”Non si commette il male perché si prega. Se qualcuno commette un male contro il suo popolo, sarà colpevole per questo, ma non può avere commesso il male perché ha pregato. E allora si lasci pregare chi vuole pregare in quella che considera la sua Chiesa. Per favore, non sia abolita direttamente o indirettamente nessuna Chiesa cristiana. Le Chiese non si toccano!”.

L’intervento arriva dopo la decisione del Parlamento Ucraino di approvare il Disegno di legge 8371Sulla protezione dell’ordine costituzionale nell’ambito delle attività delle organizzazioni religiose". La legge (adottata ora in seconda lettura ed approvata con 265 voti a favore, 29 contrari e 4 astenuti) secondo quanto riportato dalle agenzie stampa prevede la creazione di una commissione “indipendente dal potere esecutivo” che avrà il compito di condurre “ricerche sull’esistenza di collegamenti e affiliazioni con Mosca o ricerche sulla diffusione dell’ideologia del ‘mondo russo’”. I risultati della ricerca saranno studiati dal “Servizio statale per la politica etnica e la libertà di coscienza” che emetterà un ordine in caso di violazioni. All’organizzazione religiosa vengono concessi due mesi, tenendo conto della procedura di ricorso amministrativo, per conformarsi ai requisiti richiesti e recidere i legami con la Russia. Se i legami dell’organizzazione con lo stato aggressore non sono stati recisi entro 60 giorni, il Servizio statale per la politica etnica e la libertà di coscienza si rivolgerà al tribunale.

A sostegno della normativa era intervenuto il Consiglio panucraino delle Chiese ed organizzazioni religiose (a cui però non aveva partecipato la Chiesa Ortodossa Russa in Ucraina) e la decisione era stata preparata con il viaggio dal patriarca ecumenico di Costantinopoli che ha dato il suo consenso ma ha anche invitato una sua commissione a monitorare e tentare il dialogo. 

La Chiesa greco-cattolica ha sottolineato il rischio di consegnare la palma del martirio alla chiesa ortodossa eventualmente proibita, ma si è espressa anch’essa a favore della norma. 

Nel frattempo, i casi di frizione tra Chiesa ortodossa non autocefala e governo nazionale Ucraino si sono moltiplicati. Sono una settantina i sacerdoti condotti in tribunali e condannati come collaborazionisti con la Russia. E’ ovviamente stato proibita l’assistenza pastorale ai militari ucraini ai Pope di Onufrio (per timore che questo comporti il rivelarne posizioni e piani) e l’altro aspetto cruciale riguarda le proprietà ed i passaggi forzati da una chiesa all’altra. 

Fino al XVII secolo la metropolia di Kiev (considerata culla storica della Chiesa russa) dipendeva dal patriarca di Costantinopoli. Successivamente è passata al Patriarcato di Mosca (eretto nel 1589). Nello stesso periodo (1596) le diocesi ortodosse ucraine del Granducato polacco-lituano hanno interrotto le relazioni con il patriarcato di Mosca e si sono riconosciute nella chiesa cattolica. Queste diocesi (che prima costituivano la Galizia, poi sono entrate a far parte della Polonia e successivamente sono state annesse all’URRS) di fatto hanno vissuto in clandestinità fino al 1985, con Gorbaciov. Oggi costituiscono la chiesa greco cattolica di rito bizantino, presente soprattutto nell’area occidentale dell’Ucraina. Nel 2005 la chiesa greco cattolica di rito bizantino ha trasferito la sua sede da Leopoli a Kiev, con disappunto della Chiesa ortodossa. 

Dopo che, con il dissolvimento dell’Unione Sovietica, l’Ucraina diventa uno Stato Autonomo, nel 1992, in Ucraina nasce la pressione per una propria chiesa ortodossa, in tutto autonoma da Mosca. 

Stile popolare e riconoscimento. Riflessioni a margine dell'esperienza di accoglienza estiva di ragazzi Ucraini

Questa estate c’è stata la terza edizione dell’accoglienza estiva di ragazzi ucraini. Da quando la guerra è iniziata le Caritas Ucraine hanno chiesto disponibilità alle diverse Caritas europee per organizzare momenti in cui ragazzi di territori in guerra potessero vivere un momento di serenità e di “normalità”. Caritas italiana ha da subito chiesto la collaborazione delle Diocesi e di alcune associazioni laicali. Come Acli da subito abbiamo raccolto l’invito e ci siamo mobilitati.

L’esperienza (coordinata, come ogni anno, dalle Acli di Milano assieme alle Acli Nazionali) si è svolta il primo anno nell’alto bresciano, il secondo in Trentino-Alto Adige e quest’anno si è realizzata a Frabosa, in provincia di Cuneo, con il coinvolgimento attivo delle Acli locali e di tante associazioni e realtà del territorio.

Papa Francesco nell’ultimo incontro ci ha parlato di stile aclista come stile popolare. “Si tratta non solo di essere vicini alla gente, ma di essere e sentirsi parte del popolo”. “Nel contesto di una società frammentata e di una cultura individualista abbiamo un grande bisogno di luoghi in cui le persone possano sperimentare questo senso di appartenenza creativo e dinamico, che aiuta a passare dall’io al noi, a elaborare insieme progetti di bene comune e a trovare le vie ed i modi per realizzarli”. L’accoglienza dei ragazzi ucraini è stata un modo di sperimentarci in questo stile popolare e ci sembra che lo sia stato essenzialmente in tre modi.

Il primo è la modalità di coinvolgimento dei giovani animatori. Per i circa 25 ragazzi italiani che si sono alternati nelle due settimane è stata una esperienza altamente educativa. Ma su cosa si è basata la loro chiamata? Non è stata richiesta l’appartenenza alle Acli come precondizione, né è stato chiesto di essere recettori di una proposta educativa pensata da altri. Ai giovani e giovanissimi (tra i 14 e i 25 anni) è stata posta una richiesta di aiuto. È stata fatta loro la proposta di mettere a servizio di altri le proprie competenze e la propria stessa identità di giovani italiani. La risposta è stata generosa e sopra ogni aspettativa. I giovani non sono passivi e indifferenti. Sono pieni di contraddizioni, ma hanno molte più capacità di quel che pensiamo e hanno bisogno e desiderio di sentirsi utili. Preziosa in questo senso è stata anche la presenza di giovani di seconda generazione (con una appartenenza nazionale, culturale e linguistica plurale, creativa e dinamica) e di giovani con esperienza migratoria (che hanno messo in circolo l’accoglienza ricevuta). I giovani provenienti dall’Italia si sono attivati, hanno predisposto le attività, hanno preparato e gestito tutto quello che ha riguardato l’animazione, con l’obiettivo di offrire uno spazio “tra giovani”, in cui al centro non ci fosse il loro essere adolescenti con altri adolescenti, anche per i ragazzi ucraini, e non la loro esperienza di guerra.

Terzo anno di accoglienza estiva di ragazzi ucraini in italia


Prende il via settimana prossima a Fragosa Soprana, in provincia di Cuneo, il terzo anno di accoglienza estiva di ragazzi ucraini in Italia.
Sono 63, per lo più adolescenti 12/17 anni (accompagnati da una decina di operatori Caritas Ucraina). Sono per lo più sfollati interni da zone oggi sotto il controllo russo e riparati quindi più o meno provvisoriamente in altre zone del paese.
15 giorni in Italia
15 giorni fuori da un contesto di guerra.
Assieme ad adolescenti e giovani animatori volontari italiani.
Gite, canzoni, serate, laboratori...
Pseudo chiacchiere in pseudo inglese...
Per dormire senza sentire allarmi
Per prendere fiato e costruire legami.
Per riconoscersi simili, nonostante tutto.
Per essere adolescenti, come solo gli adolescenti sanno essere.
Per piantare semi che non sappiamo come e quando e dove fioriranno.
Poi, come tutti gli anni, torneranno in Ucraina.
Perché loro desiderano così.
Anche se dall'Italia sembra strano.
Andrea Villa,, presidente Acli Mi, ai microfoni di Radio Marconi FM 94.8 racconta l'esperienza Caritas Italiana che vede in prima fila le ACLI provinciali Milano, Monza e Brianza, in collaborazione con Giovani delle Acli Milano, Acli - Associazioni cristiane lavoratori italiani e quest'anno con la partecipazione delle ACLI Cuneo e ACLI Piemonte.
(Non essendo possibile scattare il futuro, le foto sono degli anni precedenti, ovviamente 😅).

Europa

Comunque il concetto principale di stamattina è: Nessuno ha pensato: siamo entrati in Polonia, paese ancora lontano da casa. Tutti abbiamo p...