Definisci

Non più di tot di stranieri in classe.
Perché altrimenti gli italiani si sentono messi all'angolo, minoranza a casa loro.
Definisci democrazia.
Definisci comunità.
Perché qui sembra che ci si possa sentire a casa solo se si è tutti uguali, o almeno se si è maggioranza. Perché l'idea di democrazia è quella in cui la maggioranza decide e la minoranza non può che subire ed essere messo all'angolo.
Definisci straniero.
Definisci diverso.
Affinché corrisponda all' idea di non fare sentire in minoranza, messi all'angolo da un gruppo che esclude.
È la cittadinanza?
È conoscere la lingua?
È che i genitori conoscano la lingua?
È il posto in cui sono nati i genitori?
È il colore della pelle?
È il tipo di vestiti?
Sono le feste religiose che festeggiano?
No perché tra ragazzi questo sentirsi parte o no, sentirsi messi all'angolo o no, è molto più delicato e complesso.
Il tipo di cellulare.
La possibilità o no di uscire.
La musica che si ascolta.
Se si studia di più o di meno.
La "stranezza" percepita, più o meno certificata.
La abilità di parlare in gruppo.
Il tipo di corpo...
Sono tantissime le sotto tribù presenti in ogni classe.
E tantissimo il disagio che ne emerge.
E che da adulti avremmo l'onere di riconoscere ed affrontare.
Non di alimentare.
Definisci governare.
Definisci responsabilità.
Se tutti hanno diritto di andare a scuola.
E se il fatto che tutti vadano a scuola è interesse di tutti.
Se dici che servirebbe un limite di presenza nelle classi.
Dovresti dire come intendi realizzarlo.
Aumentiamo il numero di classi?
Distribuiamo gli studenti "stranieri" anche in scuole di altre zone? Oppure, viceversa, distribuiamo studenti "italiani" spostandoli dal centro alle periferie?
In entrambi i casi, investiamo fondi su questi trasporti.
E forse anche in incontri per spiegare e convincere e incentivare le famiglie. Perché magari non è così comodo per loro, andare fuori quartiere.
E forse anche per spiegare e convincere e incentivare le scuole. Perché magari non sono così immediatamente propensi (con l'autonomia scolastica) a vedere messa in dubbio la propria immagine e tutti gli indicatori invalsi che ci hanno messo un tot a "ripulire"...
E magari tutto questo va tenuto assieme con tutte le altre forme di diversità (e relative norme).
Riconoscere che esiste un tema legato alla complessitá di insegnare in classi in cui ci sono molti studenti che non conoscono la lingua è sicuramente giusto.
Distribuire la responsabilità della accoglienza in tutte le scuole, non solo nelle scuole di periferia, non solo nelle "scuole dei poveri" è assolutamente sacrosanto.
Cavalcare la paura e la giusta rabbia di chi vive tutti i giorni in trincea per aumentare il conflitto sociale, senza costruire soluzioni mi sembra irresponsabile.
Scaricare sulla scuola tutti i nodi irrisolti altrove (abitare, calo demografico, povertà, immigrazione, taglio del welfare etc etc) mi sembra ancora più irresponsabile.
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Pragmatismo

Commento di under 20 parlando di Tajani.
"Vabbè, ha parlato come uno della sua età.
Mica davvero il figlio (che avrà 50 anni) gli sta chiedendo chi sposare.
Quello che voleva dire era: non votate Vannacci, che parla parla ma poi non lo sai se è affidabile a governare".
"E comunque, se proprio devi votare a destra, c'ha pure ragione, meglio se voti Forza Italia rispetto a Vannacci".
Non so come interpretarlo, il pragmatismo dei ragazzi

Baciare un rospo

A parte tutte le considerazioni sull' immagine di donna... (...).
A me delle parole di Tajani colpisce l'idea di politica.
Perché lui la metafora del consiglio sulla donna da scegliere l'ha usata per invitare a scegliere chi votare.
A me colpisce l''idea che, oggi, nel 2026, lui pensi che il rapporto tra cittadino e partito da votare sia assimilabile ad un matrimonio, a qualcosa di stabile, duraturo, progettuale...
Non so, io credo che oggi il cittadino di fronte al voto si trovi il più delle volte non con la sensazione di avere già un "proprio" partito. Nemmeno con il dubbio se confermare o cambiare una scelta consueta. Ma più con una sensazione da... "Boh, non mi piace nessuno...". Per cui sempre più persone scelgono... Di restare "politicamente single".
Gli altri, tutto sommato ancora legati all'idea che votare sia cosa buona e giusta, cercano di trovare qualche appiglio che li convinca a baciare un rospo...
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Emma

La capacità di fare politica da una posizione di netta minoranza, a volte persino del tutto da sola.
La lucidità di riconoscere ciò che è valore, anche quando nessuno lo riconosce.
La forza di non perdere mai la propria postura.
Di non edulcorare il proprio pensiero per blandire l'avversario politico, di non pietire di essere accettata.
La consapevolezza che questo non avrebbe pagato in termini di consenso personale, se non, eventualmente, dopo morta.
L'aveva detto lei: "Nella migliore delle ipotesi i riconoscimenti arrivano postumi, ma mentre agisci ti guardano come fossi un'outsider".
Oggi, prima di pensare a come si vince, forse serve pensare a questo. A come si fa politica, a come si vive ed agisce, anche, da una posizione di minoranza.
"Io so che in questa aula tutto mi è ostile, salvo contavo sulla vostra personale cortesia democratica (riferimento a De Gasperi alla Conferenza di Parigi 1946 "Sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me").
Non è possibile che una unica o pochissime voci che sono in disaccordo debbano ottenere minacce, insulti e mancanza di rispetto, anche in quest'aula.
Vi ricordo che non siete alla curva sud.
Siete nell'aula più alta delle istituzioni democratiche di questo paese. Voi dovete dare il più alto esempio. Di compostezza istituzionale. Di rispetto per le opinioni diverse"
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E adesso come va in Bosnia?

E adesso come va in Bosnia?
Chiede ogni tanto qualcuno.
Tutto a posto, no? A 30 anni dalla fine della guerra.
Ormai...
E qui di solito partono spiegazioni di chi è rimasto in contatto con quei luoghi.
Sul senso sospeso di una convivenza non del tutto risolta.
Su un meccanismo complesso che tiene assieme uno Stato diviso in due parti e tre popoli.
Sui libri di scuola che insegnano storie diverse.
Non ancora rielaborate.
Sulla economia che non decolla.
Sui giovani che se ne vanno.
Sulla insofferenza della gente per la politica.
Sulle liste civiche che si diffondono nelle elezioni locali.
E poi si finisce a parlare di calcio.
E di Europa. Che si, la Bosnia non è ancora entrata ma...
Poi succede che muore un criminale di guerra.
Condannato da un Tribunale internazionale per genocidio, crimini di guerra e contro l'umanità.
E gente di una parte torna in piazza inneggiando il suo nome.
E chi rappresenta istituzionalmente una parte annuncia che mette a disposizione il volo di Stato, i funerali di Stato...
E a chi c'era tutto risulta abnorme.
E pericoloso.
30 anni dopo ti richiedi: e l'Europa? Che dice? Che fa?
E dove sono finiti gli organismi internazionali e i luoghi che potrebbero e dovrebbero dire qualcosa?
Dove è la capacità politica interna ed esterna?

Buon vento


Mi accorgo di aver aspettato un giorno da "reinizio" per questo post. Perché questa doppia partenza, più di altre, non sa certo di fine. Ma nemmeno inizio.
Sa più di passaggio, trasformazione.
Voi, così diverse tra voi. Il dentro e il fuori. La pancia e la testa. Anzi, l'amigdala e la corteccia prefrontale, la caldaia e il termostato. Ma entrambe affascinanti "molle" che si starebbe lì le ore a rimirarvi... (ammesso che io abbia capito qualcosa di fisica... Ma vabbè).
C'è molto che lasciate al clan e ad ognuno.
Compreso uno spazio vuoto.
Che è un gran dono, come eredità.
Contiene infinite possibilità.
C'è molto che portate con voi.
La sintesi l'avete fatta nelle vostre lettere.
Se di sintesi si può parlare, con tutte quelle pagine e pensieri e citazioni. Quello scrivere e limare infinito. Come se ci fosse il bisogno di mettere in fila tutto. Come certe pecette su una certa felpa.
Come se ci fosse bisogno di arrivare al nocciolo più puro, con la sensazione di non arrivarci mai.
Come se vi fosse il timore di dimenticare qualcosa.
Come se ci fosse il desiderio di dire anche quello che in realtà non è ancora dicibile. Perché non è ancora del tutto comprensibile.
Ma c'è ancora tutto da vivere.
E la trasformazione continuerà. Perchè 20anni sono troppo pochi per pensare che la crescita è finita, l'avete scritto voi.
Ovunque la strada vi porti (con il benestare delle attese e degli "investimenti" più che decennali di Gianni e di tutti...).
Ovunque sarà, l'essenziale resterà, continuando a cambiare forma con voi. E si renderà sempre più visibile e dicibile e condivisibile.
Buon vento, Irene.
Buon vento, Giulia.
Buon vento, Lince combattiva e Colibrì tenace.
Di cuore.

La linea Cadorna

La linea Cadorna è una linea di trincee e fortificazioni costruita, a partire dall' unità di Italia, per difendere il confine italiano da un attacco che sarebbe potuto arrivare passando dalla neutrale svizzera. Inizio secolo, due guerre mondiali, l'attacco da lì non è mai arrivato. Tra deserto dei tartari nostrano e segno di iper vigilanza che si attrezza per un pericolo che effettivamente poi arriva, ma da altrove ed in altro modo.
Ieri a Brezzo di Bedero un concerto per la pace attraversando quelle fortificazioni. Con spiegazioni in italiano e tedesco. Ma i tedeschi non erano più i nemici attesi, erano i turisti. E l'attenzione andava spostandosi tra luoghi e tempi. Armenia, Ucraina, movimenti di profughi. Passando ta le epoche ed i luoghi con il linguaggio della musica.

Un filo che collega tutto

Ed è stata una route un po' da cerchio della vita.
Non da flashback. Non l'impressione di essere catapultata in un tempo addietro. La sensazione che tempi addietro siano improvvisamente apparsi nell'oggi. Rispownati, direbbero i ragazzi.
Il confine con la Slovenia. Non l'ho scelto io. Ma quando i ragazzi hanno scelto il cammino goriziano l'ho sentito che attraversare quel confine non era una novità.
Le mie vecchie magliette, quelle di mille esperienze, che non mi stanno più, le mette Pietro. Figlio.
Parte con Change Is a process not an event. Di Progetto Giovani. Eravamo animatori prima, responsabili poi, non educatori, dicevamo. Ma eravamo giovani che organizzano occasioni di vita per e con altri giovani poco più piccoli. E tanti ban che usiamo adesso li ho imparati li.
Poi quelle di Terre e libertà. Campi estivi di animazione con bambini nei Balcani. Qualche volta c'erano pure i clan. A fare servizio. Ma in ogni caso erano "clan di formazione", solo più intergenerazionali e senza uniforme. L'intensità della esperienza era quella.
Infine, il giorno che entriamo in Slovenia, Pietro ha addosso la maglietta del gemellaggio con il campo profughi di Roska. La prima maglietta tra quelle de Un sorriso per la Bosnia. E quando l'associazione della minoranza slovena raccontava la storia ci ha messo un quarto d'ora per arrivare a nominare (di sguincio) la ex Jugoslavia. Mentre per me Slovenia conduce subito li. Ma, appunto, sono i confini che si muovono. I confini che spariscono anche. Chi ha vissuto la storia resta legato al passato. Chi non l'ha vissuta la prende un po' anche come è. Purtroppo. Ma anche per fortuna. Oggi il confine con la Slovenia non è un confine. E va bene così. Che siamo un po' più Europa.
Poi a fare testimonianza vengono Stefano e Mondi. Mondi, con Luisa, in realtà ha ovviamente fatto il filosofo e ci ha fatto anche un po' da angelo custode risolvendo degli intoppi. La naturalezza di potersi chiedere una mano. Di ritrovarsi seduti in un cerchio di ragazzi passando come niente fosse da un "lupus" ad uno scambio sul sentire o meno Dio nella vita. La naturalezza di ritrovarsi in situazioni assurde e viverle come normali. Come era stato in Kosovo prima, ma anche a Corsico poi.
Ho l'impressione che, in mezzo a mille interruzioni e cambiamenti, ci sia un filo che collega tutto. E ciò che faccio oggi ha senso (anche) perché so quanto resta ciò che ho vissuto ieri.

Route sui confini


Route sui confini.
Da scoprire, da approfondire, da superare, da mettere in discussione, ma anche da rispettare...
Perché i confini non sono solo quelli tra gli Stati. Che, tra l'altro, sembrano fissi ma si muovono. Che sono materia prima di molte guerre. I confini sono anche i nostri limiti personali, le regole che liberamente scegliamo, il modo con cui ci rapportiamo gli uni agli altri, anche tra amici.
Sono anche l'effetto che i confini tra Stati e la loro gestione producono dentro di noi.
Strada, carta di clan, obiettivi personali scelti ed assegnati dalla comunità, regole e ritmi, testimonianze, hike, incontri, veglia RS, liturgia, domande, giochi, canti, felpe nuove, cipolle , risotti, trincee, guerre più o meno lontane, accoglienze, errori, imprevisti, ora "campo" e complessità, provvidenze, progettualità, prospettive, partenze...
Un clan è una comunità in movimento ed in continua trasformazione. A volte, nei momenti critici, serve continuare a camminare e aver fiducia. Nei processi e nei ragazzi.
Ed i ragazzi, ognuno con la sua unicità, sono davvero belli e pieni di risorse. Davvero ho l'impressione che educare non sia trasmettere qualcosa che si possiede. Ma che sia esserci. Ed aiutare ad allestire spazi in cui le esperienze possano compiersi e possano essere rilette comunitariamente.
(Gli angeli custodi ci sono e servono. Ma non sono quelli carini, cicciotti, con le ali).

Don Antonio Mazzi, non è il mio prete preferito.

Don Antonio Mazzi, non è il mio prete preferito. Però per me è, assieme ad altri, magari meno televisivi e conosciuti, uno di quei preti che ha segnato un'epoca storica con una passione educativa creativa.
Io ho in mente personalmente soprattutto don Gino (che c'è ancora) e ancora di più don Renato (che è quello che ho conosciuto meglio personalmente). Ma c'era anche don Oreste. Appunto, avevano anche orientamenti diversi, approcci diversi, su molte cose. Ma a me pare che in comune abbiano avuto l'essere stati capaci di interpretare il loro essere sacerdote con esperienze concrete di accoglienza in prima persona.
Esperienze che sono cresciute, nel tempo. E sono diventati modelli di intervento sociale anche professionale. Le comunità di recupero per tossicodipendenti, le comunità di accoglienza per ex detenuti. Non hanno seguito un modello che già c'era. Hanno pensato che il vivere assieme e il farlo in prima persona fosse la chiave di un cambiamento possibile. Hanno visto in ogni persona, anche quella piegata dalle sostanze o che si era gravata di scelte sbagliate, sempre una persona, sempre un bisogno di relazione che accoglie e che cambia..
Questo non vuol dire che fossero ingenui o che non fossero schietti ed esigenti. Ma in quella schiettezza c'era una relazione, era riconosciuto sempre che tutti siamo persone.
Oggi ho in mente qualche sacerdote fuori schema. Che si gioca in prima persona. Ma se devo dire, credo che ci sarebbe bisogno di una nuova ondata. Recuperare l'educazione come intervento sociale, anche con capacità di inventare nuove forme, farlo in modo pubblico, non solo individuale, secondo me è una emergenza di questo momento.

La continua opera di disumanizzazione delle persone

La continua opera di disumanizzazione delle persone.
Non si può non vedere i morti.
Non si può non vedere persone mandate allo sbaraglio come pedine di giochi altrui.
La gara non può essere a chi respinge di più.
La gara non può essere a chi gioisce di masse di persone disperate che entrano senza progetto e senza nulla, rischiando tutto.
L'unica (ovvia) soluzione che non vogliamo vedere:
investire in politiche migratorie regolari.
La politica (tutta) deve assumere responsabilità, prendere decisioni di senso per governare i processi.
Non cavalcarli solo per avere consenso.
O per giochi tattici del momento.

L'articolo di Maurizio Ambrosini su Avvenire:

Il primo aspetto che colpisce, al cospetto della “crisi di Ceuta”, è l’assenza di empatia per le vittime. Gran parte dei commenti insistono sulla violazione dei confini, il disordine, le paure e le reazioni dei residenti. L’immancabile Musk su X ha parlato di “un’invasione di zombi”. Un esempio da manuale di disumanizzazione degli ospiti indesiderati. Pochi si sono soffermati sulla sessantina di morti fin qui accertati e sulle decine di dispersi stimati. Senza contare che tre quarti degli oltre 60mila che hanno varcato il confine sono già tornati indietro. Colpisce poi la sovrapposizione della percezione alla realtà dei fenomeni. E nello stesso tempo la contraddizione in cui è imprigionato il governo di Madrid, liberale in materia di politica migratoria, ma non sul confine africano. Un caso come quello degli ingressi spontanei e deregolati nell’exclave spagnola è uno scenario ideale per montare la rappresentazione di un paese e di un continente sotto assedio. Come se l’immigrazione non autorizzata coincidesse con la violazione fisica dei confini di Stato: è questo che impressiona e assurge a simbolo. E per questo a Ceuta e Melilla i governi spagnoli fanno la faccia feroce, non esitando a stringere accordi poco onorevoli con il governo marocchino.

Eppure da poche settimane sono uscite le cifre della sanatoria promossa dal governo Sanchez: 1.170.000 domande, quasi il triplo del previsto, in larga maggioranza da parte di persone provenienti dall’America Latina. Di una cosa si può stare certi: quegli immigrati non sono sbarcati dal mare. L’immigrazione irregolare è un fenomeno multiforme, che ricorre a diversi canali d’ingresso, perlopiù regolari. Nella fattispecie, soprattutto soggiorni turistici, per chi proviene da numerosi paesi per i quali la Spagna - come l’Italia -, non richiede neppure il visto. Dunque chi è riuscito ad arrivare alla spicciolata, senza rumore mediatico e politico, ha trovato lavoro e oggi chiede di regolarizzarsi, è accolto come una risorsa: contribuirà all’invidiabile crescita del Pil spagnolo e al bilancio statale, mediante il versamento di tasse e contributi. Chi invece non ha la fortuna di disporre di un passaporto che gli consenta l’ingresso turistico, ma può raggiungere il, confine di Ceuta, quando ha tentato di attraversarlo è stato finora respinto senza complimenti, delegando alle guardie marocchine il grosso del lavoro sporco.

Due fattori sembrano spiegare l’improvvisa impennata degli ingressi: la sentenza della Corte Suprema spagnola che ha vietato il respingimento di chi arriva dal mare, senza violare barriere fisiche, e le tensioni politiche tra Madrid e Rabat. Il primo dato illumina le tensioni tra sacralizzazione dei confini e tutela dei diritti umani: come ha dimostrato Trump, ora seguito dall’UE un passo dopo l’altro, se si vuole contrastare l’immigrazione indesiderata bisogna abbassare la salvaguardia dei diritti fondamentali delle persone. Ma finché la magistratura riesce a svolgere i suoi compiti con la necessaria indipendenza, l’operazione può incepparsi. Quanto al rapporto col Marocco, sembra che la distrazione delle quasi sempre inflessibili guardie di confine abbia a che fare con l’apertura della Spagna verso l’Algeria, che appoggia le rivendicazioni indipendentiste del fronte polisario. Si può scommettere che la Spagna non tarderà ad adeguarsi, come già in passato. L’insegnamento è chiaro: chiedendo la collaborazione di governi dalle dubbie credenziali democratiche si diventa ricattabili. Da ultimo, colpiscono le ripercussioni sul versante delle relazioni tra il nostro paese e la Spagna. Cercando di uscire dalla bolla della strumentalizzazione politica, c’è da domandarsi che senso ha e quali effetti può produrre la ventilata sospensione degli accordi di Schengen. Non ci sono evidenze della volontà dei profughi di Ceuta di proseguire il viaggio verso l’Italia, ma ci sono fondati timori delle conseguenze di una restrizione della libera circolazione per il turismo, il commercio e gli scambi culturali tra i due paesi.  Finché non ci saremo dotati di politiche migratorie più sensate, capaci di favorire realmente i flussi regolari rispetto a quelli spontanei, per lavoro, studio, ricongiungimento familiare, asilo, dovremo aspettarci altre crisi come questa.
Comunque è tutto bellissimo...
Abbassiamo l'imputabilità a 14 anni per tutti. Perchè è noto da tutte le ricerche che i 14enni quando delinquono decidono in base a razionalissime analisi di rischio/costo/beneficio e sicuramente sapere di essere imputabili avrà un fortissimo effetto deterrente e sicuramente l'entrata anticipata in un circuito carcerario non avrà alcun effetto di "socializzazione alla devianza", perchè dovrebbe...
E poi...
Abbassiamo l'imputabilità di ufficio per tutti a 14 anni.
Però a 17 anni, gli stessi ragazzi, pure se vanno a scuola da soli (ovviamente), pure se c'è la firma del genitore che si assume la responsabilità per questa azzardatissima scelta di lasciarli andare per strada da soli... se manca un professore e devono uscire un'ora prima da scuola, se un genitore non si collega in tempo reale e non autorizza, il 17enne (da 3 anni considerato ovviamente completamente responsabile delle sue azioni ed imputabile di reati) non è reputato in grado di uscire da solo da scuola per tornare a casa un'ora prima del previsto...
L'argomento dell'educazione dei giovani è sicuramente serio e complesso e non facile. Però credo proprio che la confusione e assenza di senso con cui ci muoviamo non sia di aiuto.
Anzi credo sia parte del problema del disagio giovanile che a volte si esprime in forme violente verso l'esterno, molto più spesso si esprime in forme di ritiro o violenza verso di sé..

Il contenimento fisico deve essere limitato al tempo strettamente necessario

Poi io davvero non ho nulla contro la polizia.
Conosco e voglio bene a ragazzi giovani che sono andati in polizia. E lo dico anche per loro. Che vanno formati. Che vanno protetti.
Ma proteggere non è mandare in prima linea, quel che accade accade, in mezzo al caos, e poi dare forme varie di immunità...
Proteggere è anche organizzare, dare indicazioni chiare, formare, supportare e fare di tutto per evitare che si trovino a portare il peso di qualcuno che ti muore addosso, chiedendoti aiuto mentre tu usi la tua forza su di lui.
Sul sito di una polizia ho trovato il riferimento ad una circolare 2026 che specificava lle modalità di gestione di un soggetto non collaborativo:
Il contenimento fisico deve essere limitato al tempo strettamente necessario. La posizione di decubito prono — con compressione del torace — non deve essere prolungata, per i rischi che può provocare al sistema cardiaco e agli organi respiratori. Il fermato, una volta messo in sicurezza, deve essere posto in posizione di decubito laterale il prima possibile, nell’attesa del personale sanitario.
La corte europea per i diritti dell'uomo aveva già ripreso l'Italia proprio per non aver predisposto linee operative chiare per la polizia e per non aver formato la polizia sui rischi dell'uso prolungato della manovra.
Io non so cosa è successo esattamente.
E non ho approfondito il tutto.
Ma credo che questo possa essere un buon punto di partenza per, almeno, fare in modo che quanto è successo non accada più

Animazione totalizzante

Molto felice che, anche quest'anno, Giovanni sia tra loro ..
Per Marta, Linda, Vicky, Sveva, Matteo, Giovanni e tutti gli altri ragazzi... questo non è solo un servizio, solo un tempo di animazione totalizzante... è una esperienza che diventa costitutiva.

Non è umano assistere alla morte di qualcuno come se non fosse nulla

Non è umano assistere alla morte di qualcuno come se non fosse nulla.
Lo dico per noi, per me. Che assistiamo al girare continuo delle immagini, fino a che finiscono per sembrarci normali.
Lo dico per i sanitari presenti.
Lo dico per i poliziotti.
Lo dico per chi riprendeva.
Lo dico per tantissimi commenti letti che minimizzano.
Per chiunque.
Prima ancora della colpa.
Prima ancora della responsabilità.
Ciò che mi sembra assurdo dalle immagini è la normalità.
Non c'è una accelerazione nel cercare di vedere se c'è qualcosa da fare.
Non c'è una sensazione di dolore.
Non c'è un gesto qualsiasi di umanità.
Questo è sconvolgente.
E questo non può diventare normale.
E questo mi piacerebbe che trovasse tutti concordi.
Perché siamo tutti esseri umani.
Negare l'umanità dell'altro, negare quel punto fondamentale di uguaglianza e dignità che c'è nel riconoscersi tutti esseri umani, mina e distrugge la nostra stessa umanità e dignità

Io posso riconoscere che non so come mi sentirei a subire una rapina e ad essere minacciato...

Io posso riconoscere che non so come mi sentirei a subire una rapina e ad essere minacciato.
E posso anche arrivare a pensare che in quella situazione possa venire l'istinto di vendicarsi o di prendere l'occasione di sfogare tutte le proprie rabbie, paure, esperienze pregresse...
Ma capirlo non vuol dire giustificare.
Men che meno vuol dire costruire un sistema giudiziario basato su quegli istinti.
Ma il punto non è nemmeno questo.
Il punto è che qui si usa un singolo caso giudiziario per costruire una narrazione che sposta l'asse della coscienza collettiva. Che nutre la paura e la contrapposizione. Che giustifica la violenza. Legittima il fare da sé e depotenzia l' idea di società con impianto di divisione di poteri e dei ruoli.
Ne può derivare solo un peggioramento.
In tutte le direzioni.

Riparto quindi dalle "regole" che mi ero data 10 anni fa...

Riparto quindi dalle "regole" che mi ero data 10 anni fa.
Ogni giorno un pezzo di #apiedi
non meno di 5km
Non più di 5 immagini fissate
Per almeno 5 giorni a settimana.
Ogni giorno:
Uno scritto
Una canzone
Qualcosa di verticale.
Almeno 1 giorno a settimana di riposo.
#apiedi di oggi sono 11km divisi in due parti.
Stamattina telefonando.
Stasera a zonzo per il quartiere.
Scarpe migliori, meno caldo e il non avere bisogno di arrivare in tempo da qualche parte sono cose che rendono più facile il cammino.
Lo scritto di oggi è di Ruben Blades.
Camminando
Si apprende la vita
Camminando
Si conoscono le cose
Camminando
Si sanano le ferite del giorno prima.
Cammina
Guardando una stella
Ascoltando una voce
Seguendo le orme di altri passi.
Cammina
Cercando la vita
Curando le ferite
Lasciate dai dolori
Niente può cancellare il ricordo
Del cammino percorso.
La canzone è "Il bene comune" di Rocco Papaleo.
"Ma la canzone del bene comune
si ascolta soltanto alla radio
La gente si commuove il tempo di un incanto
Ma poi si distrae allo stadio
Lampo di gioia nel suo temporale
Perché la vita è un volo
Ma non si accorge, qualcosa gli sfugge
Nessuno si salva da solo.
Lampo di gioia nel suo temporale
Perché la vita è dura
Ma non si accorge, qualcosa gli sfugge.
Che a volte è soltanto paura".
Il verticale oggi viene da Maria, donna del primo passo di don Tonino Bello.
Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta la città di Giuda. Nel testo originale, dopo Maria c'è "Anastasa" letteralmente "alzatasi" ma ha la stessa radice di (...) per cui potremmo dire "risorta".
E la foto mancata è la file di gente di tutte le età, a riempire l'acqua, con i cestelli da sei, con i carrellini pieni, con la borraccia o l'ennesima bottiglietta riciclata tirata fuori dalla borsetta. Aquasi mezzanotte, alle macchinette distributrici gratuite di liscia e gassata.

La nascita dei processi creativi, secondo Asimov


Era il febbraio 1959, quando Isaac Asimov venne avvicinato da Arthur Obermayer, scienziato e caro amico dello scrittore. Con una proposta: entrare a far parte di un gruppo di ricerca super segreto creato al Mit di Boston per un progetto di difesa in caso di attacco nucleare. Il governo americano (presidente era allora il generale Eisenhower), nonostante i miliardi spesi per le nuove tecnologie si era reso conto che occorreva uno scatto di fantasia, voleva qualcuno in grado di ragionare fuori dagli schemi. Asimov disse di sì, l'idea in qualche modo lo affascinava e poi nel ristretto team dell' Advanced Research Projects Agency che si doveva occupare del progetto Glipar ( sviluppo di nuovi sistemi missilistici) lui era chiamato più degli altri a portare "idee creative". La collaborazione non durò a lungo. Dopo alcuni incontri con gli scienziati del team e i supervisori militari, lo scrittore decise di abbandonare il progetto. Non voleva avere a che fare con troppe notizie top secret, convinto che avrebbero potuto limitare la sua libertà di espressione. Prima di farlo, quasi a forma di saluto e ringraziamento, scrisse un piccolo saggio che aveva come argomento la nascita dei processi creativi e in cui teorizzava che andrebbero collegati al processo evolutivo basato sulle teorie di Darwin. Dopo 55 anni Obermayer ha deciso di renderlo pubblico.



Isaac Asimov: vi spiego la prima legge della genialità 



In che modo una persona arriva ad avere un'idea nuova? Si può presumere che il processo di creatività, qualunque cosa sia, sia essenzialmente lo stesso in tutte le sue diramazioni e varietà, e quindi che l'evoluzione di una nuova forma d'arte, di un nuovo congegno, di un nuovo principio scientifico, comporti sempre degli elementi comuni. La cosa che ci interessa maggiormente è la "creazione" di un nuovo principio scientifico o di una nuova applicazione di un vecchio principio scientifico, ma possiamo parlare in generale.


Un metodo per indagare il problema è quello di prendere in considerazione le grandi idee del passato e capire in che modo sono state generate. Si pensi per esempio alla teoria dell'evoluzione attraverso la selezione naturale, creata da Charles Darwin e Alfred Wallace. Ci sono molte cose in comune, in questo caso. Tutti e due avevano viaggiato in posti lontani, tutti e due avevano osservato strane specie di piante e animali e il modo in cui variavano da un posto all'altro. Tutti e due erano smaniosi di trovare una spiegazione per questo fatto, e tutti due ci riuscirono solo dopo aver letto il Saggio sulla popolazione di Malthus. Tutti e due videro che il concetto di sovrappopolamento ed "estirpazione" (che Malthus aveva applicato agli esseri umani) si adattava bene alla dottrina dell'evoluzione attraverso la selezione naturale (se applicato alle specie in generale). È evidente, quindi, che quello che serve non sono solamente persone con una buona preparazione in un certo campo, ma anche persone capaci di fare un collegamento tra l'oggetto 1 e l'oggetto 2, che normalmente non sembrano collegati.


Sicuramente nella prima metà del XIX secolo moltissimi naturalisti avevano studiato il modo in cui le specie si erano differenziate fra loro. E moltissime persone avevano letto Malthus. Ma quello di cui c'era bisogno era qualcuno che avesse studiato le specie, che avesse letto Malthus e che avesse la capacità di incrociare le due cose. È questo il punto cruciale, la caratteristica rara che dev'essere trovata. Una volta che qualcuno lo ha stabilito, il collegamento diventa ovvio. Thomas Huxley avrebbe esclamato, dopo aver letto L'origine delle specie : «Che stupido a non averci pensato!».Ma perché non ci aveva pensato? La storia del pensiero umano induce a ritenere che è difficile pensare a un'idea, anche quando tutti i fatti sono lì, sul tavolo. Per fare questo collegamento serve una certa audacia. E dev'essere così, perché ogni collegamento che non richiede audacia è un collegamento che può essere fatto da tante persone contemporaneamente e che non si sviluppa come un'"idea nuova", ma come un semplice "corollario di un'idea vecchia". È soltanto dopo che un'idea nuova appare ragionevole. Inizialmente è il contrario: sembra il massimo dell'irrazionalità presupporre che la terra sia tonda invece che piatta, o che sia lei a muoversi invece del sole, o che un oggetto, una volta messo in movimento, necessiti di una forza per fermarsi e non di una forza per continuare a muoversi; e così via. Una persona disposta ad andare contro la ragione, l'autorità e il senso comune è necessariamente una persona molto sicura di sé. Dato che persone di questo tipo nascono di rado, sicuramente apparirà eccentrica al resto della popolazione. Una persona eccentrica sotto un certo aspetto spesso è eccentrica anche da altri punti di vista.


Di conseguenza, la persona che ha maggiori probabilità di arrivare ad avere un'idea nuova è una persona che ha una buona preparazione nel settore in questione e che ha abitudini non convenzionali. Una volta trovate queste persone, la domanda successiva è: è meglio metterle insieme in modo che possano discutere il problema tra loro, o informare ognuno del problema e lasciare che lavorino per conto proprio? La mia sensazione è che quando si parla di creatività sia necessario l'isolamento. Tuttavia, una riunione di persone del genere può essere auspicabile per ragioni che non hanno a che fare con l'atto di creazione in sé e per sé. Due persone non avranno mai lo stesso identico magazzino mentale di nozioni. La mia sensazione è che lo scopo delle sessioni di elucubrazione non è escogitare idee nuove, ma educare i partecipanti a fatti e combinazioni di fatti, teorie e pensieri in libertà. Il mondo in generale disapprova la creatività, ed essere creativi in pubblico viene visto particolarmente male. Il creativo, quindi, quando incontra altri creativi, deve avere la sensazione che gli altri non troveranno nulla da ridire. 


Il numero ottimale di partecipanti alla riunione non dev'essere molto alto. Probabilmente sarebbe meglio organizzare una serie di riunioni a cui partecipano ogni volta persone diverse, invece di un'unica riunione con dentro tutti. Per ottenere i migliori risultati, deve esserci una percezione di informalità. La giovialità, l'uso dei nomi di battesimo, le battute, le prese in giro rilassate, secondo me sono fondamentali: non in quanto tali, ma perché incoraggiano i partecipanti a prendere parte alla follia della creatività.


L'elemento che probabilmente inibisce più di tutti è la sensazione di responsabilità. Le grandi idee del passato sono venute da persone che non erano pagate per avere grandi idee, ma che erano pagate per fare gli insegnanti, i funzionari dell'ufficio brevetti, gli impiegati pubblici, o non erano pagate affatto. Le grandi idee sono spuntate come questioni secondarie. Sentirsi in colpa perché non ci si guadagna lo stipendio perché non si ha avuto una grande idea è il modo più sicuro, secondo me, per precludere ogni possibilità di grande idea. 


Pensare ai parlamentari, o ai cittadini in generale, che sentono parlare di un gruppo di scienziati che si gingillano, elaborano progetti irrealizzabili, magari raccontano barzellette sconce, tutto a spese dei contribuenti, fa venire i sudori freddi. In realtà lo scienziato medio ha sufficiente coscienza civica da non voler avere l'impressione di fare una cosa del genere nemmeno se nessuno dovesse venirlo a sapere. 


Io suggerirei di assegnare ai partecipanti di una sessione di elucubrazione compiti non impegnativi da svolgere (scrivere un breve rapporto o una sintesi delle conclusioni) e pagarli per questo. In questo modo la riunione formalmente non sarebbe pagata e questo renderebbe tutto molto più rilassante. Se sono completamente rilassati, sgravati da responsabilità e impegnati a discutere cose interessanti, ed essendo per loro stessa natura persone non convenzionali, saranno i partecipanti stessi a creare strumenti per stimolare la discussione.


Pubblicato con l'autorizzazione della Asimov Holdings ( Traduzione di Fabio Galimberti)


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