Caldo torrido

A: Da mia sorella è iniziato già il black out.
Tu ce l'hai la corrente a casa?
B: Da me si, adesso. Ma siamo stati senza 24 ore l'altra settimana.
Autobus. Roma. Estate 2026.
Mentre respiri il minimo di fresco mattutino, le chiacchere di autobus di ricordano che non è mai finito il peggio. Che dopo il caldo torrido senza condizionatore, non c'è solo il caldo torrido senza ventilatore, ma c'è anche il caldo torrido senza elettricità...

Servizio, tra passato e presente - Mons. Marconi


Prendo in esame un punto, del vostro incontro, l’aspetto intergenerazionale. L’incontro tra chi è già stato e chi è oggi. L’incontro tra storia e presente. 

E’ saggio non costruire il futuro come se ogni volta si ricominciasse da zero. E’ saggio fare tesoro del passato, non per ripeterlo, ma per non dimenticare ciò che l’esperienza ci ha insegnato. 

Però vedo 3 grandi punti di differenza tra passato e presente, nel vivere le Acli. E nel vivere il servizio in Acli. 

Questo non vuol dire che il presente va benissimo e che il passato è sbagliato.

Questo non vuol nemmeno dire che il passato va benissimo e che il presente è sbagliato.

Per dire che va trovata una sintesi e un punto di equilibrio. 

Va trovato una postura (oggi si direbbe uno standing).  Perchè ci serve trovare un modo del nostro stare al mondo. E starci come ci si sta oggi e come ci si stava prima, è diverso. E oggi e prima,  in ognuna delle due modalità, c’è qualcosa da tenere e qualcosa da correggere.

 

Il primo binomio che pongo è: Reale – Virtuale

Nel passato ciò che caratterizzava era la realtà, la concretezza. Nelle riunioni di un tempo, quando si facevano le riunioni di AC si parlava dei massimi sistemi, quando si passava alle Acli si parlava dei posti di lavoro, delle difficoltà dei trasporti… in Acli il punto era la realtà, il contatto estremamente forte con la realtà e con il vissuto. 

Oggi si vive tantissimo il virtuale. Oggi è difficile, guardando un video, capire se ritrae la realtà o se è prodotto dall’intelligenza artificiale. Oggi sembra che viviamo più nel virtuale che nel reale. Noi che veniamo da prima, abbiamo in testa la realtà, concreta, come criterio. I ragazzi oggi, sembrano avere in mente il virtuale. Per questo non ci capiamo. 

Ma il mondo di oggi non è più solo il mondo reale. Oggi il virtuale ha una sua concretezza e una sua realtà nella vita delle persone. Non è solo questione di social. Oggi se un posto di lavoro lo racconti male non trovi nessuno che ci vuole andare a lavorare. Oggi nessun lavoro può fare a meno di una parte online. Non pensare anche al virtuale, non pensare anche alla narrazione,  dire “Conta solo la realtà” vuol dire essere fuori dal mondo di oggi.  Se vogliamo vivere oggi, non possiamo permettercelo. Vivere solo nel passato, non sarebbe “reale”. 

Il secondo binomio che pongo è: Associazione – Emozione

Cosa è l’esperienza dell’associarsi, dell’essere associazione? E’ un vivere la relazione tra persone, sulla base di uno statuto, di un regolamento, di un impegno, di una adesione, di metodi consolidati su come si fa confrontare le idee, su come si fa ad arrivare a decidere. Essere associazione vuol dire avere un metodo stabile su come stare in un luogo. Dare un peso alle persone e al loro consenso, confrontarsi con la democrazia. Sono tutte cose importanti e significative.

Oggi però in tutti questi ambiti c’è un’altra parola che è preminente, che è emozione. Oggi una decisione in un gruppo passa più se cattura l’emozione del momento, che se costruisce gradualmente una base condivisa sul sistema della votazione. Oggi se tu dici: dobbiamo organizzarci, facciamo due mozioni e votiamo e vediamo quale delle due passa… I ragazzi ti guardano e dicono… vabbè. Oggi si è più portati a decidere in base a se questa cosa mi prende o non mi prende. Se mi attira o non mi attira. Se chi la dice ha una leadership che mi piace e soprattutto se ha leadership.  Noi vecchi queste cose facciamo fatica a capirle. Noi diciamo che così si perde il criterio, che si costruisce sul nulla.  

Può essere anche vero, ma l’emozione è oggi una via di coinvolgimento fondamentale. Non basta aver ragione. Bisogna anche saper costruire una condivisione della ragione. Non basta costruire strutture, metodi. Non basta darsi un obiettivo una volta per tutte e aspettarsi che tutti vengano sempre in base ad un patto di fedeltà. Oggi la fedeltà deve essere costruita con una motivazione, che non è solo razionale e che non può essere solo un dovere. 

La motivazione del dovere è una motivazione che nel mondo di oggi non ce la fa a motivare. C’è bisogno di lavorare per costruire appartenenza e condivisione, c’è bisogno di lavorare per costruire emozione. E’ importante, per costruire un camminare insieme che non può più essere dato per scontato. 

Non basta avere la struttura. Non basta lo schema dell’associazione. Bisogna fare i conti con il mondo dei sentimenti e delle emozioni. Che poi vuole dire fare i conti con il mondo delle persone. E’ complicato, ma è una lingua che dobbiamo imparare, se no ci condanniamo fuori dalla storia. 

Non si vive solo con l’estemporaneo. Con uno che arriva e dice “Facciamo il grande evento”. A forza di fare solo eventi si fanno solo venti. Non si costruisce. Ma io capisco che sbaglio quando penso con una razionalità che è solo calcolo e non anche emozione. 

Terzo binomio: SERVIZIO – PRETESA

Si potrebbe dire anche servizio e rivendicazione. 

C’è un valore, che è il valore del servizio. E’ un valore che arriva dal sentire che tu non ti sei messo al mondo da te. Dal sentire che la vita è qualcosa che ti è stata regalata, per cui tu ti senti di dover restituire ciò che sei, ciò che sai. Ti senti di dover restituire perché senti che ciò che hai e sei non viene solo da te. Senti che ti è stato dato. Per questo senti di vover restituire alla collettività. Questo è il senso del servizio. 

Questo modo di pensare è un valore. Ma noi possiamo riconoscere che questo valore in passato è stato anche proposto in modo esagerato. Servizio era connesso con un’idea di sacrificio. Sacrificio era connesso con il sentire che qualsiasi donarsi non bastava mai. Era connesso anche con il sentirsi in colpa e in angoscia se non si poteva fare servizio, se si era stanchi, se si aveva dei limiti, se si dava anche un minimo spazio a sé. C’erano dei limiti in questa impostazione in cui sembrava che ci fosse sempre e solo il Cristo in croce e che non ci fosse mai anche il Cristo risorto. La retorica dell’essere sempre in debito, in modo esagerato, alla fine crea qualcosa di negativo.

Oggi siamo in un mondo che sottolinea l’individualismo esasperato. Oggi la società propone ad ognuno di bastare a se stesso. Oggi non ci si riconosce generati da altri. L’avere a che fare con l’amplificazione dei mezzi, oggi dà l’illusione di poter fare da sé. Dà l’illusione di non dovere niente a nessuno. Dà l’idea che ognuno di noi è in grado di poter fare tutto da solo e se non riesce è un suo problema. 

Guardate le pubblicità. Sono pensate per dire che si può fare da soli. Nella fascia oraria dei pensionati, la pubblicità propone macchine a batteria per muoversi da soli, poltrone con il sollevatore. Per dare l’illusione che non ci sarà bisogno di un badante o di qualcuno che ci curi…

Nella fascia oraria degli adulti ci sono le pubblicità delle auto super ultra integrate… etc…

Tutto va nella direzione che se vuoi (e se ti attrezzi bene) puoi. 

E che siccome puoi, se non hai, puoi pretendere. 

Oggi viviamo in questa realtà. E dobbiamo entrare in dialogo con il mondo della pretesa. 

Oggi ci sforziamo per intercettare i giovani e magari quando arrivano ci chiedono lo spazio, la corrente, il tempo, lo pretendono e noi ci scandalizziamo, ci restiamo male… E magari non sono nemmeno solo i giovani…

Noi, abbiamo una grande ricchezza, l’esperienza del servizio. Dobbiamo capire come portarlo nel mondo di oggi. Senza le angosce del sentirsi sempre in colpa, senza il peso del sentirsi sempre incapaci, dall’essere schiacciati da un servizio enorme ed infinito. 

La pretesa magari è una distorsione, ma porta con sè una percezione della propria dignità, una idea di persona e di indipendenza, anche di individualità di ciascuno, che sono valori. Assolutizzati diventano pretesa, ma di per sé sono valori. 

Se schiacciamo la dignità, la personalità, l’indipendenza per avere il servizio, non otteniamo nulla, o abbiamo un servizio che non è un vero servizio cristiano. 

Io credo che l’incontro tra generazioni possa migliorare il mondo. 

Anche rispetto al mondo che noi abbiamo già vissuto. 

Che sia facile, no. 

 

 

Disclosure day

Si, ma anche no.
No, ma anche si.
Molto Spielberg (il che è bene).
Forse si sente un po' troppo l'essere 80enne.
Al dilemma (?) tra Dio e alieni non ci avevo pensato.
Ma infatti la suora lo risolve facile.
L'empatia.
La matematica come chiave di comprensione di tutte le lingue.
Forse la cosa più interessante sarebbe vedere il dopo.
Che succede, a verità svelata, a tutte le forme di governo e di organizzazione che conosciamo?
È nostalgia di un principio unico risolutore a cui demandare tutto, solo che al posto di essere l'uomo forte è l'alieno vulnerabile?

L'inaspettato è sempre possibile...

La policrisi che stiamo vivendo in tutto il pianeta è una crisi antropologica: è la crisi dell’umanità che non riesce a diventare Umanità.
C’è stato un tempo – non molto tempo fa – in cui potevamo prendere in considerazione un cambio di direzione. Sembra che sia troppo tardi. (...)
Ciò significa che dobbiamo, con o senza speranza, con o senza disperazione, passare alla Resistenza. (...)
La prima e fondamentale resistenza è quella della mente. Occorre resistere all’intimidazione di ogni menzogna affermata come verità, al contagio di ogni ebbrezza collettiva. (...) Occorre resistere all’odio e al disprezzo. Prescrive la preoccupazione di comprendere la complessità dei problemi e dei fenomeni anziché cedere a una visione parziale o unilaterale. Richiede ricerca, verifica delle informazioni e accettazione delle incertezze.
La resistenza comporterebbe anche la salvaguardia o la creazione di oasi di comunità dotate di relativa autonomia e di reti di economia sociale e solidale.
La resistenza richiederebbe anche il coordinamento delle associazioni dedite alla solidarietà e al rifiuto dell’odio.
La resistenza richiederebbe di preparare le generazioni più giovani a pensare e ad agire per le forze di unione di fraternità (...).
I tunnel non sono infiniti,
il probabile non è certo,
l’inaspettato è sempre possibile.
(cit. tra le tante eredità di #EdgarMorin)

E' "solo" un problema di tempi?

È da un po' che ho in testa una osservazione ed una domanda.
Vediamo se riesco ad esprimerla in modo vagamente comprensibile e se qualcuno ha qualche riflessione in merito.
Negli ultimi decenni la comprensione del funzionamento umano è avanzata molto. Anche rispetto al funzionamento "chimico" di processi che prima consideravamo più "impalpabili". Meccanismi di motivazione, soddisfazione, benessere...
Cortisolo, dopamina, ossitocina etc etc sono termini entrati nel vocabolario comune. Compresa la scoperta di come possano essere prodotte o stimolate da comportamenti.
Eppure di fronte al malessere (sempre più diffuso o almeno più consapevole) le risposte disponibili restano per lo più solo farmacologiche o psicologiche.
L'unica novità che mi pare di vedere sono una serie di app che (con tutti i limiti e rischi di essere una app e di essere prodotti commerciali che hanno finalità di guadagno) provano a gamificare su sforzi di lavoro su di sé.
La domanda: perché la pedagogia e la scienza dell'educazione oggi non sono considerate una risorsa e non sono diffuse? Perché si passa da farmacologia a psicologia a "finto autoaddestramento"? Perché non c'è un grande investimento in pedagogisti e supporti pedagogici?
È "solo" un problema di tempi?
La consapevolezza di oggi produrrà effetti tra vent'anni?
(P.s. non è una campagna contro gli psicologi, di cui, tra l'altro, stiamo facendo grande uso...).

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Non più di tot di stranieri in classe. Perché altrimenti gli italiani si sentono messi all'angolo, minoranza a casa loro. Definisci demo...