Uno e molteplice: rimanere fedeli nel cambiamento!


di Massimo Asero  (Acli Catania)
Coraggio di cambiare, dialogo e identità aclista 
Nel provare a costruire attraverso il dialogo una “intelligenza collettiva” delle sfide sociali da raccogliere (Paola Villa invita a non guardarci … più… l’ombelico perché i tempi della vita sono dettati dalla realtà e non dai ritmi dei nostri infiniti congressi) questo nostro blog ci convoca uno ad uno e tutti insieme, interroga l’identità e l’avvenire della nostra associazione e con esso di ciascuno di noi. Eccomi…
Consapevolezza e vocazione.
Il dialogo che si intende promuovere, e alla cui costruzione ognuno di noi prova a contribuire, è segno di amore e ri-conoscimento identitario nella e della comunità. Esso è un segno forte – dobbiamo riconoscercelo! – della volontà di rinnovare la nostra azione e capacità di andare oltre ogni realistico timore del presente, del futuro, del cambiamento, della nostra condizione di associazione chiamata anch’essa a solcare le acque agitate di una crisi che segna il mondo transformandolo e immiserendolo, attraverso il “silenzioso” diffondersi, nel nostro “genoma di individui e di comunità”, del demone della paura – capace di rendere sempre più liquida la dinamica sociale, e scuotere sino alle radici (storiche, territoriali, antropologiche) il nostro stesso essere ACLI.
Identità è dunque, e sempre sarà, la parola chiave.
Sono uomo e nulla di ciò che è umano considero a me estraneo, è la premessa ontologica necessaria ad aprirsi radicalmente a relazione e dialogo e insieme alla comprensione autentica del bene, nel suo necessario carattere di bene comune. Ma chi e che cosa mi definisce in quanto uomo e in quanto Massimo (persona specifica, segno di un amore creatore) al di là di ogni cambiamento? E poi, chi e cosa ci definisce in quanto ACLI (comunità aperta, associazione) al di là della estensione d’acronimo? Viviamo oggigiorno una condizione umana di identità per così dire multitasking ma spesso (anche per questo) smarriamo l’identità fondante, dimenticando la quale perdiamo la nostra stessa umanità… tra liquidità delle dinamiche sociologiche, relazionalità compromesse da precomprensioni e statuti politico-epistemologici (l’altro è amico/nemico, il conflitto è condizione della politica), relativismi etici e quant’altro… Ebbene, la forza delle aCli risiede proprio nell’avere (e saper mantenere) radici e orizzonte in un’Identità capace di ricondurre ad unità ogni altra, ad essa “meramente” strumentale, e di aprire le menti permettendogli di comprendere (intelligere) lo scenario di crisi e grande cambiamento sociale dei nostri giorni.
Ascoltare (leggere) e dialogare.
Tante le riflessioni che mi “appartengono” (appunto in quanto homo sum…) tra quelle che ho letto, e rispondono da varie prospettive a quella domanda fondamentale. Provo a mia volta ad “entrare in dialogo”. Come essere associazione cattolica se non preserviamo la nostra anima?, ci dice Nico Curci, ricordando l’agire essenziale di Arcangelo (nomen est omen…) Se cioè, il nostro stare, essere insieme non è declinazione responsabile di libertà individuali e plurali verso il (ogni) prossimo e fedeltà alla democrazia che ci appartiene ed identifica in quanto serva della Verità (la C che è fondamento primo e risposta di tutto!), e giammai mera forma della politica – capace di condannare a morte l’Innocente, violare la dignità dei poveri, dei rifugiati, dei senzatetto, degli ultimi e ormai anche dei penultimi e terz’ultimi di questo mondo…
Abbiamo la voglia e la forza di affrontare le sfide del presente? – la nuova frontiera verso la quale dirigere il nostro cammino della quale parla Davide Caviglia. Io credo che possiamo farlo insieme e con la forza e la fede richiesta dai tempi, anzitutto con la prudenza di cercare ogni giorno una risposta nelle parole del Papa, che ammaestrandoci lo scorso 23 maggio ci ha ricordato che a 70 anni dalla loro nascita la vocazione delle Acli ha carattere di permanente attualità. Le Acli, mi dico, sono segno (cioè devono esserlo, altrimenti rin-negando se stesse) di una consapevolezza evangelica rispetto alla Crisi: per tras-formare il mondo occorre che il cristiano prenda il lievito e lo unisca alla farina perché tutta si fermenti (Matteo, 13, 33-35). Promuovere “una società in cui sia assicurato, secondo democrazia e (più!) giustizia, lo sviluppo integrale di ogni persona” (art. 1) richiede perciò oggi più che in ogni altro tempo passato un’azione di discernimento sul tempo nel quale siamo chiamati ad operare.
Certo, i tempi cambiano e ci cambiano, nel fisico e nello spirito (e come noi persone, cambiano anche le comunità), rimettono in discussione, nel nostro divenire di singoli e di comunità, le nostre identità: incutono timore… Come vivere questo nostro tempo di crisi, non solo finanziaria, economica, e di ogni Ordine, politico, sociale, ma più essenzialmente antropologica?
Siamo figli e viviamo un tempo che significativamente affronta a suo modo il tema della identità per “eluderlo”, definendo se stesso solo per differenza: l’era del post (ideologico, moderno). Un tempo che ci interroga sulla nostra capacità di saper essere ancora cittadini, uomini e finalmente cristiani e per tale via sulla capacità di affermare un orizzonte di senso per la nostra condizione umana dentro e oltre la Crisi. Sapremo raggiungere l’altra riva, mentre le acque agitate mettono a dura prova la barca della nostra Umanità? … E però, chi – se nemmeno noi – nell’unità di popolo cristiano – troverà radici (identitarie) abbastanza profonde per resistere alla paura della morte (di un progetto, del nostro stare insieme, del futuro, della luce nella notte)?
Progetto politico. Per questo l’obiettivo aclista deve essere quello di (ri)trovare la propria vocazione riformatrice! “Ri-formare” anzitutto la classe dirigente della comunità e del Paese, fornendo strumenti di lettura in funzione del territorio. Si tratta anzitutto di (ri)formare la democrazia, promuovere una rivoluzione culturale e con essa il ritorno alla identificazione di quel concetto di essa che – come dicevo – non è mera forma e procedura ma sostanza, e dunque decisione improntata al bene comune e secondo giustizia. E si tratta di rivolgere tale formazione sia ai componenti l’associazione che alla cittadinanza, a cominciare dai giovani che costituiranno la futura classe dirigente del Paese, in una prospettiva di osmosi che nella vocazione dei cattolici alla politica – come ad una forma di martirio quotidiano, consistente nel cercare il bene comune senza lasciarsi corrompere, come ha detto Papa Francesco – importa anche il rinnovarsi del coinvolgimento di componenti l’Associazione nell’agone della politica.
Ricordando sempre che se uno vuol divenire più grande deve farsi servo di ogni altro… Ecco cosa rende la nostra sfida al cambiamento una sfida di servizio: siamo noi che facciamo la politica e la storia di questa associazione e niente ci esime dalle nostre responsabilità, dal reagire contro la “perdita di quel senso di responsabilità per i nostri simili su cui si fonda ogni società civile” (Enciclica Laudato sii), come ricorda Santino Scirè. In questo senso si qualifica il nostro essere come ogni generazione un nuovo popolo capace di vivere la responsabilità liberi dal demone della paura e capaci di avere il controllo del presente e una progettualità per il futuro a servizio, oltre che della nostra, delle generazioni che verranno.
Contribuire a capire che sfide sociali raccogliere e come: la sfida prima ed “ontologica” è (insieme al sociale) riabilitare la Polis, comunità naturale nella quale si realizza nella ricerca del bene comune la vocazione sussidiaria di individui e comunità minori; ritornare ad essere famiglia, cellula prima della società, e chiesa accanto alla Chiesa, comunità critica, esigente, responsabile, a servizio di un nuovo Umanesimo integrale e solidale, di una politica geneticamente sussidiaria – credo sia un altro modo di richiamare insieme all’anima quel minimo comune multiplo, di cui ha parlato un lavoratore delle Acli, al quale siamo chiamati ad essere coerenti nella consapevolezza della nostra condizione di uomini siccome cristiani. Sfida che interroga la nostra identità radicalmente, siccome rappresenta un progetto sociale e politico.
I cristiani, ricorda un lavoratore delle Acli citando il Papa, devono fare quello che vuole Cristo: valutare i tempi e cambiare con loro, restando saldi nella verità del Vangelo. L’Italia è il Paese nel quale più lungo è stato il dibattito sulle riforme: se ne parla dagli anni Settanta… eppure ha finito per essere l’Europa a “chiederci le riforme”, in parte dettandoci perfino l’agenda delle stesse!
Integrando quanto dicevo prima, il nostro progetto politico mi sembra debba essere quello di ritrovare la nostra vocazione riformatrice e metterci a servizio di un nuovo Umanesimo integrale e solidale, di una politica geneticamente sussidiaria per riabilitare la dignità della persona, della famiglia, delle comunità intermedie e insieme a tutto questo – in via autenticamente sussidiaria – della stessa Politica.
Nel dare la mia testimonianza all’incontro con Papa Francesco, ho segnato in questo senso alcune priorità del Centro studi Mons. Cataldo Naro – nella speranza che trovino piena condivisione e il sostegno necessario a renderle pienamente operative.
In significativa continuità con la fedeltà ai poveri e con il “mandato” affidato di lì a poco dal Papa alle Acli di portare avanti “una importante battaglia culturale, quella di considerare il welfare una infrastruttura dello sviluppo e non un costo”, c’è tra quelle priorità la riflessione avviata e le analisi sul ben-essere e su nuovi sistemi di welfare (community) che coinvolgano tutti gli attori sociali per un benessere sussidiariamente fondato e ontologicamente orientato – progettualità che assume la riforma del Terzo settore come punto di prioritaria e qualificata osservazione ed analisi. Nel desiderio, che si fa esigenza, di essere cittadinanza attiva ed interlocutori capaci di avviare una riduzione della frattura della politica con la società civile e insieme osservatori esigenti c’è anche la consapevolezza critica che dobbiamo evitare di affidare alle sole dinamiche della dialettica politica la definizione del nuovo ruolo da riconoscere al Terzo settore – anzitutto, con una verifica in corso d’opera, vale a dire in parallelo alla stessa approvazione della legge delega e alla esecuzione della delega e scrittura del testo delegato.
Infine, i congressi delle associazioni, a cominciare da quelli dei partiti politici, possono unire o dividere (secondo la ricordata ricostruzione epistemologica della politica), unire o riunire alcuni e dividere altri, ma la democrazia dei cristiani è altro, come dice Marco Livia, e chiede a ciascuno di mettersi in gioco per andare oltre l’ostacolo, oltre la morte della relazione d’amore che ci costituisce e viviamo nel e col prossimo, ri-conoscere il valore assoluto dell’ideale evangelico dell’unità anche nella decisione politica: ut omnes unum sint. Questa, nel discernimento cristiano, è l’unica risposta definitiva al problema di una sintesi tra l’uno e il molteplice, che non ferisce solo il nostro noi di Acli e Aclisti oggi, se si accompagna nella forma di contrapposizione altrimenti non superabile alla stessa storia del pensiero filosofico e politico.

La bellezza della concretezza...ripartire dall'incudine



di Lidia Borzì (Presidente Acli Roma) 
Tra tutti i simboli del logo delle ACLI quello che da sempre mi richiama di più all’ impegno concreto è quell’incudine su cui poggia la “L” di “lavoratori”, cuore del nostro carisma; un impegno nel contempo fattivo e lungimirante.
Oggi questa incudine mi fa pensare al nostro presente e alle prospettive che abbiamo davanti: come l’incudine è lo strumento che il fabbro usa come base per forgiare gli oggetti, così il territorio rappresenta per noi la base per forgiare il nostro rinnovato impegno.
Scrivendo da Roma – che è un po’ lo specchio del Paese – mi vien facile pensare alle nostre recenti e turbolente vicende politico–istituzionali che hanno avuto come epilogo l’arrivo di un nuovo inquilino in Campidoglio, il Commissario Paolo Tronca; un fatto che ci richiama fortemente alla necessità di rimboccarci le maniche per evitare che il senso generale di smarrimento e confusione faccia prevalere un sentimento di antipolitica e di sfiducia profonda, che porterebbe a far precipitare la situazione ancora più in basso.
Tutto quello che è successo, oltre a dirci che dobbiamo imparare dagli errori della politica, deve insegnarci a vedere la realtà con l’occhiale della comunità, che è sinonimo di concretezza. Una comunità che deve essere capace di mettere al centro la persona nella propria trama di relazioni squarciando, così, il muro dell’indifferenza generato da una crescente deriva individualistica; ce l’ha ricordato anche il Prof. Mauro Magatti in occasione del 5° Convegno Ecclesiale di Firenze: “Etimologicamente ‘concretezza, significa ‘cum crescere’, ‘crescere insieme’. Dunque, essa ha a che fare con il rimettere insieme. […] è il contrario di ‘separazione’ e al contrario del particolare chiuso, è generativa. […]”.
Risiede proprio in questo, quindi, la bellezza della concretezza: “aprire l’orizzonte chiuso e disumanizzante in cui rischia di finire l’umanesimo esclusivo -ha proseguito Magatti- per tendere a un nuovo umanesimo della concretezza capace di quella postura relazionale, aperta, dinamica, affettiva, generativa, verso cui ci sospinge continuamente Papa Francesco, per rimanere attaccati alla realtà particolare senza perdere la prospettiva dell’universale”.
Un processo fondamentale per poter svolgere appieno il nostro compito di contribuire a promuovere la centralità e la dignità della persona, contrastando l’esclusione sociale e favorendo l’esigibilità dei diritti per far fronte alle crescenti e sempre più complesse emergenze sociali.
Zygmunt Bauman in “Danni Collaterali” parte da una metafora, che uso anch’io per condividere in questo spazio una manciata di chiavi di lettura e piste di impegno, alla vigilia del Giubileo della Misericordia: «Quando un impianto elettrico si sovraccarica, il primo elemento a saltare è il fusibile, l’elemento meno resistente del circuito, messo lì appositamente per salvare il resto della struttura: quando la corrente supera il livello di guardia, il fusibile interviene per salvare il resto dell’impianto. Quando il fusibile salta, l’intero impianto smette di funzionare». Applicando questa metafora alla società, il fusibile, la parte più debole della struttura, ma la più importante perché decisiva per il funzionamento dell’intero sistema, è quella di cui si occupano ogni giorno le ACLI, quella costantemente esposta a danni collaterali, quella destinata ad ampliarsi sempre di più a causa della crisi multi sfaccettata in cui siamo caduti negli ultimi anni.
Il fusibile è il papà che non arriva alla terza settimana del mese con lo stipendio, l’anziano che va avanti a pane e latte per campare aspettando la misera pensione, il familiare che si ritrova ad accudire un congiunto malato o disabile; è la mamma che non sa come conciliare famiglia e lavoro; il giovane che un lavoro non ce l’ha mai avuto, l’adulto che il lavoro lo ha perduto, l’immigrato in cerca di integrazione, il rifugiato in fuga dalla guerra.
Cosa ci rimarrebbe senza questi “fusibili”? Cosa succederebbe ad una società non in grado di salvaguardarli?
Ecco, questo è il cuore del compito di tutela delle ACLI, far sì che questi fusibili non saltino.
Perché il rischio c’è, ed è anche alto: dobbiamo tornare a mettere al centro il territorio, dove si toccano con mano i problemi e i bisogni, dove si tessono legami dal basso, dove si approntano risposte e dove si fa la politica delle piccole cose, che in una logica di insieme, diventano un grande orizzonte di senso, che coniuga Concretezza, Misericordia e Speranza.
Se non facessero più questo, anche le ACLI rischierebbero di allontanarsi dai veri bisogni della gente e non avere più il polso del Paese reale.
Proprio per questo bisogna ripartire dalla concretezza del nostro impegno per l’esigibilità dei diritti, dal Patronato allo Sportello Immigrati, dalla FAP alle ACLI Colf, per attuare politiche attive e promozionali per famiglie, giovani, anziani, immigrati. Abbiamo bisogno di ritornare alla concretezza dell’impegno per il contrasto delle povertà, al quale ci ha richiamato anche Papa Francesco quando ci ha ricevuti in udienza lo scorso maggio
Le ACLI di Roma fanno la propria parte con il progetto di recupero alimentare “Il Pane A Chi Serve”, con il servizio di Taxi sociale per gli anziani fragili o il progetto rivolto ai giovani e al lavoro, “Job to Go, il lavoro svolta!”: tre esempi delle tante iniziative messe ogni giorno in campo, grazie anche al sostegno di numerosi e preziosi volontari. Tutte iniziative significative, ma che, se mancano di una cornice d’insieme, rischiano di scadere nel mero attivismo.
Davanti ai nostri occhi abbiamo un’occasione da non mancare per ridare impulso al nostro impegno, il Giubileo della Misericordia, un tempo propizio per riflettere su nuove modalità di partecipazione, e per trovare nuove strade capaci di valorizzare e capitalizzare quella fantasia della carità che viene profusa quotidianamente nei territori, in mille ambiti di impegno, spesso lontani dai riflettori, ma con un unico denominatore, coinvolgere tutti i “fusibili” di cui sopra, rendendoli protagonisti di una nuova stagione di Speranza e di un circuito elettrico perfettamente funzionante che torni ad illuminare il Paese con lo splendore del Bene Comune.
Non possiamo mancare la grande opportunità di rendere ordinario lo straordinario dell’Anno Santo, innescando un circuito virtuoso in cui dalle opere si traggano stimoli per uno sviluppo di insieme, attraverso un grande cantiere della Speranza dal taglio culturale, educativo e sociale.
Un cantiere durante il quale seminare per raccogliere frutti anche oltre il Giubileo stesso. Un modo per rendere concreta la Misericordia, che, si badi bene, non significa buonismo e non è neanche una prerogativa confessionale dei cristiani. “Misericordia”, infatti, ha un’etimologia bellissima, e ci richiama al termine ebraico “rahamim” che indica le viscere materne che accolgono la vita che nasce.
Le viscere e la Misericordia, allora, indicano lo spazio fatto dentro di sé alla vita dell’altro, per farcene carico, in comunione con lui. Misericordia è tessere legami per una comunità che non lasci indietro nessuno: è questo il nostro Grande Compito per il presente e il futuro.

Caccia ai fantasmi


di Dante Mantovani
Devo dire che quando penso all’avvicinarsi della scadenza congressuale vengo assalito dai fantasmi dell’ultimo congresso di cui ho ancora scolpita nel profondo la totale inutilità. Un dibattito privo di contenuti, pieno di banalità, ricolmo di personalismi in cui hanno primeggiato solo gli interventi degli invitati e quelli degli ex presidenti. Un dibattito interno piatto e scontato giocato solo in funzione della conta dei voti congressuali. Ma i fantasmi di quel congresso sono stati decisamente surclassati da quelli del congresso FAP dello scorso anno, letteralmente vissuto come preludio al congresso nazionale delle Acli, tutto giocato su convergenza di voti in chiave di schieramenti aclisti.
Non vorrei proprio che il prossimo appuntamento congressuale risultasse in continuità con queste nefaste esperienze: sarebbe un disastro per le Acli.
Il congresso che ci apprestiamo a vivere deve ridarci il gusto di confrontarci, discutere, scontrarci e misurarci sui contenuti, cioè sul ruolo che le Acli devono giocare nel panorama sociale, politico ed ecclesiale e sugli obiettivi che vogliamo perseguire in questi ambiti.
Se le Acli non sapranno rimettere al centro i contenuti del nostro fare associazione resistendo strenuamente al dominio dei personalismi, il destino non potrà che essere quello di una associazione che propone e vende servizi senza alcun ruolo propulsivo nei confronti della società italiana.
Quando parlo di contenuti intendo: confrontarci seriamente su cosa significhi essere “Associazioni cristiane” al tempo di papa Francesco, sul senso della “fedeltà alla democrazia” in una fase di totale eclissi della politica e di leaderismo spinto, sul posto che occupa il lavoro in un sistema economico capitalistico/finanziario che pone al primo posto il profitto di una minoranza.
Su questi temi non possiamo più accontentarci di citazioni o slogan inseriti nelle tesi congressuali o nelle mozioni come cose dovute, ma serve un impegno di confronto, di elaborazione e di azione sociale e politica che coinvolga tutta la classe dirigente a tutti i livelli in un processo concretamente unitario. Se viene a mancare questa tensione e questa ricerca non potranno che emergere e predominare i personalismi di cui personalmente, ma credo anche molti altri aclisti, non ne posso più. In una associazione come la nostra in cui ormai l’aggregazione avviene più attraverso i servizi che per condivisione di valori, contenuti e proposte politiche, è indispensabile che almeno tutta la classe dirigente condivida e renda solida la mission che è alla base e che da senso all’associazione.
Stiamo vivendo una stagione di autentica primavera della Chiesa che se da un lato rimette in primo piano il Vangelo, la fede e la comunità che vive concretamente nella storia, dall’altro sta mettendo in ombra tutte quelle sovrastrutture religiose e quelle manifestazioni di potenza religiosa che si sono sedimentate nel tempo impedendo la concretizzazione delle riforme codificate nel Concilio Vaticano II; e tutto ciò fa emergere le sporcizie e le magagne che dietro ai paraventi del sacro e dell’ortodossia permettevano ai tanti di coltivare interessi non sempre confessabili.
E’ questo un processo difficile e non indolore che papa Francesco sta portando avanti troppo spesso in solitaria, ma non perchè lui lo voglia, ma perchè nella chiesa sono troppo timide e troppo solitarie le voci che esprimono solidarietà all’opera di autentica rivoluzione che il papa sta attuando; fino al paradosso che sono più le voci esterne che quelle interne alla chiesa che lo sostengono in questa azione. Ma quando parlo di voci, non intendo solo prese di posizione verbali o scritte, ma intendo soprattutto azioni concrete che siano in grado di dare attuazione alla nuova prospettiva autenticamente evangelica dell’esperienza di fede perchè le parole e gli scritti si dimenticano facilmente, le opere lasciano invece un segno profondo e duraturo. E’ su questa strada che le Acli devono porsi, una strada che richiede ricerca, confronto, sperimentazione ed attuazione. Siamo in Italia l’unica associazione che ha le dimensioni e le strutture in grado di offrire gambe alle sollecitazioni che Francesco ci ha offerto nella “Evangeli Gaudium” e nella “Laudato sii”, ma anche nei tanti discorsi ed omelie pronunciati in questi due anni e mezzo. Sarebbe un peccato imperdonabile che non ci mettessimo in questa prospettiva perchè attardati in dispute nominalistiche e personalistiche!
La democrazia. L’Italia è diventata un Paese in cui non esistono più partiti che svolgano la funzione prevista per loro nella Costituzione; nemmeno il Partito Democratico che potrebbe essere l’unico oggi a mantenere questa funzione, si sta riducendo a mero strumento di sostegno del Presidente di Consiglio e delle sue ambizioni. Le istituzioni stanno vivendo un crisi di credibilità senza precedenti che si manifesta ormai con il cinquanta per cento di astensionismo negli appuntamenti elettorali. Le vicende politiche sono ormai decise più da campagne mediatiche che da confronti e scelte politiche: esempio emblematico è stata la vicenda inquietante di Ignazio Marino a Roma. Un segnale veramente preoccupante dove si è visto il maggior partito politico piegarsi ad una campagna mediatica di delegittimazione del proprio sindaco, facendo così il gioco di coloro che si sono visti mettere in discussione il proprio malaffare e seguendo improbabile vantaggi elettorali cavalcando l’onda montante.
Possono le Acli ragionare seriamente su questa situazione preoccupante della democrazia italiana senza eccessive preoccupazioni riguardo a presunti vantaggi o penalizzazioni dei propri servizi? Vogliamo giocare in positivo e con decisione la nostra autonomia per offrire un serio contributo a ricostruire un positivo rapporto tra cittadini e istituzioni? Vogliamo elaborare con coraggio proposte che vadano nella direzione di una profonda riforma della politica? Possiamo contribuire a rimettere in pista una qualche forma di cultura politica che oggi è la vera assente dal panorama italiano? Possiamo elaborare alcune piste che tentino di offrire gambe alle tante e significative stimolazioni di papa Francesco sui temi dell’economia, del lavoro e delle diseguaglianze?
Il prossimo congresso è “obbligatorio” che affronti tutti questi temi. E’ necessario quindi che da subito si apra il dibattito che interessi solo queste prospettive che vogliamo porci coinvolgendo davvero circoli, province e regioni. Lasciamo perdere per ora ogni preoccupazioni sulla classe dirigente, concentriamoci su cosa debba essere questa associazione che, compiuti i 70 anni, rischia di morire di vecchiaia. Mettiamo invece in gioco l’esperienza di questi 70 anni che comprendono presenze ed azioni acliste che hanno saputo offrire indirizzi ed esperienze che hanno inciso nei vari momenti storici del Paese.
Possiamo riuscire a porci come punto di riferimento sia nella chiesa per tutti coloro che credono fermamente nell’opera di rinnovamento avviata coraggiosamente dal papa, sia nella società civile per quelle realtà che vogliono assumersi la responsabilità di stimolare un profondo rinnovamento della politica per ricostruire una democrazia ormai moribonda.
Ma per svolgere questo ruolo dobbiamo fermarci un attimo tutti a riflettere se siamo sulla strada giusta. Qualcuno, prima di me, parlava di perdono reciproco: sì, chiediamoci vicendevolmente perdono se abbiamo contribuito a perdere il tempo in dispute personali più o meno esplicite rubandolo invece ad un lavoro proficuo di ricerca e di elaborazione che faccia bene alle ACLI, alla Chiesa e alla società italiana.

Riparatori e manutentori


di Achille Tagliaferri    
Farsi riparatori e manutentori di legami di senso, chinandoci sulle vite fragili e inquiete che cercano e ri-cercano quel senso del possibile
Sento il desiderio, quasi il dovere, sicuramente il piacere, di inserirmi nel dibattito in atto sulle Acli che vogliamo, che auspichiamo, che immaginiamo, e per le quali siamo coerentemente disposti a metterci o a stare in gioco.
E lo faccio, voglio precisarlo con vigore, sapendo che abbiamo una ‘dote’ di 70 anni di storia, di visi e volti, di parole e azioni, di grandi narrazioni collettive,impastata, questa dote, di volta in volta, in lontane periferie, in anonimi agglomerati, in rumorose fabbriche o in silenziosi luoghi domestici. E sapendo che la nostra storia non è sempre stata segnata da luminosità, ma a volte i segnali e le segnaletiche ci apparivano non ben distinguibili.
E ciò nonostante siamo qui; il primo atteggiamento da dismettere è quello di non usare unicamente lo specchietto retrovisore per incedere nel cammino.
Una prima riflessione verte sul fatto che, nell’oggi, e in particolare in questi ultimi due decenni, è notevolmente aumentata l’esposizione alla debolezza, singola e collettiva.
Due fattori, due capisaldi sono , in particolare stati “minati” il lavoro e l’economia.
Il lavoro è, da sempre stato vissuto , oltre che come fonte di sopravvivenza e, non raramente, fonte di” identità aggiuntiva” Il lavoro che non c’è ha aperto varchi di enormi sofferenze, soprattutto in quei gangli della società già di per sé esposta a crisi . le famiglie, i giovani, i pensionati.
L’economia si è disvelata in tutta la sua crudezza : il capitale di per sé tende ad autoaccumularsi in modo sfrenato e sfrontato. Il post-capitalismo e il neo- liberismo : effige molto lucida di vecchi briganti divenuti nuovi mercanti.
Non sono certo io a sapere/possedere soluzioni che solo si avvicinino alla certezza, ma proprio i camminamenti di questi miei anni mi inducono a dire che esiste una dote ampiamente consolidata che va semmai maggiormente presa in carico e collettivamente accompagnata, ma vi è l’urgenza di intuire e rischiare alcune nuove rotte.
E allora, nell’oggi, mi sembra che per le Acli , pur nel travaglio di ogni nuova fecondità, si presentano, con lucidità, alcuni scenari del tutto inediti:
  • L’attesa di un futuro, che peraltro è già presente, che è dentro le fratture; donne e uomini, giovani e vecchi che vivono il dramma dell’esclusione, le ferite lasciate da fratture relazionali, lavorative, di appartenenza a qualcosa e/o qualcuno. Già in questi anni abbiamo visto e vediamo, anche all’interno della nostra famiglia aclista, tanta solitudine, fatica, sofferenza, personale e collettiva. Le Acli sono state per tanti di noi una “buona promessa”; oggi tanti, forse troppi, pensano, anzi sentono, che le Acli non hanno mantenuto quella promessa. Da ciò la disaffezione, la stanchezza, rilevabile anche da numerose ritualità rese insignificanti dal non-senso; Ciò ha alimentato una cultura della sospettosità, un disagio tangibile tra le persone, il mormorio reciproco, lesivo della dignità; non perché non sia auspicabile il dissenso e la differenza di idee e comportamenti, ma perché viene agito in luoghi inappropriati; anche perché i luoghi/momenti/spazi più appropriati sono sviliti e depotenziati.
  • L’irriducibilità della vita associativa e relazionale (che per antonomasia è libera e gratuita) a progetti, ruoli, numeri, risultati, punteggio, in una sola parola l’aziendalizzazione di tutto l’universo associativo. Le Acli sono una unione di corpi diversi e diversificati vita sociale, relazioni, ma anche imprese, servizi. Si è vieppiù assistito ad una sorta di modificazione genetica della dirigenza aclista : sempre più proveniente dai Servizi, e con bassa esperienza associativa. E qui si apre il denso campo del volontariato, che va coniugato con la sussistenza delle persone.
  • Si stanno aprendo tanti “luoghi nascenti di comunità”; eravamo abituati a vivere comunità strutturate, localizzabili, con una targa ben leggibile (la Parrocchia, il partito, la scuola, la stessa famiglia, la fabbrica/luogo di lavoro) e invece ci troviamo, oltre che di fronte a pluri appartenenze, allo sfaldarsi dei luoghi, fisici e simbolici, dello stare insieme ( la “gente che felicemente conviene ed è lieta di vivere” di B. Brecht).Non viviamo più il piacere, il desiderio di stare insieme. Allora forse occorre sos-stare sull’uscio e ricomporre una forma pattizia nuova e inedita che dia senso allo stare insieme, a giocare, a lavorare, a pregare, a fare politica. E questo non avviene se non è vivificato, alimentato da una “ passione per…”A questo sfaldamento si aggiunga anche il modificarsi delle stesse condizioni fisiche: l’indebolirsi delle condizioni fisiche, psichiche e relazionali, richiama e rimanda ad una prossimità anche tra sconosciuti, ma che sappia sostenere non solo l’intervento di cura (la prestazione di un servizio) ma anche la ricerca di senso e la riabilitazione ad una nuova partecipazione (associativa, ecclesiale, politica, ecc.)
  • Uno sguardo acuto, sensibile ed anche un po’ raffinato a tante fioriture finora impreviste; Tanti, ma proprio tanti aclisti, dal centro alle periferie più sperdute (nazionali ed internazionali) si aspettano ( e, direi io, giustamente esigono ) questa attenzione non solo ai numeri, ma alle loro fatiche, ai desideri. Ritorna qui il quasi obsoleto “i care” mi tocca, mi riguarda, mi interessa. Se una persona vive un disagio, magari inesprimibile, perché non è permesso, non posso non pormi io il problema sul cosa abbia generato quella condizione. Le fioriture impreviste sono i nuovi cittadini, gli immigrati con tutto il portato di saperi capacità e competenze ma anche voglia di prendere parte, gioiosità di appartenere. E per fare questo, è innegabile, servono, oltre che nuove sensibilità, nuove capacità e competenze. LE “Acli, scuola di formazione popolare” sono proprio questo. Una formazione che sia, nel contempo cura della persona in contesti organizzativi e associativi. Forse occorre rivedere il nostro modo di fare e diffondere cultura, il fare formazione per i giovani ma anche per i Quadri e Dirigenti…
  • Non è pensabile e/o auspicabile una nuova figura per il nostro mondo associativo: “l’ agente di sviluppo di comunità” ove il cuore, il centrocampo del gioco è la Comunità, sono le mille e mille comunità sparse in luoghi sperduti; Comunità di donne e uomini con cui è possibile stringere una forma pattizia particolare… “le Acli sono in questo territori, e vogliono essere qui con voi perché…..
Tanto,   davvero tanto altro vorrei dire ed esprimere ma chiudo con quello che sarebbe dovuto essere un incipit: lo smarrimento che è avvenuto, che vedo e sento, della Parola di Dio, la sola che porta a quella radicalità evangelica che appartiene alle Acli; per queste Acli io personalmente sarei il primo a voler seminare e praticare la “buona coltivazione”. E mi darei il tempo dell’attesa, perché i frutti ci saranno; Poco importa chi li raccoglierà.

Definisci

Non più di tot di stranieri in classe. Perché altrimenti gli italiani si sentono messi all'angolo, minoranza a casa loro. Definisci demo...