Il libro dell'incontro. Racconta di incontri di anni tra ex appartenenti alla lotta armata e parenti di vittime.
Richiama esplicitamente il faro delle commissioni Sudafricane, ma cita anche Bruno Segre (amico di Neve Shalom Wahat Al Salam)e l'esperienza di Parent Circle. Ed in me, è chiaro, questo riporta immediatamente alla ricchezza degli incontri tra albanesi, serbi, turchi, rom, ashkalja in Kosovo. Tra l'altro restituendo per la prima volta una sorta di senso (oltre a quello intimo e personale di privilegiati che assistono a qualcosa di prezioso) al nostro ruolo li, non testimoni, non mediatori: terzi. Rappresentanti della società civile, degli altri (nel caso del terrorismo), del resto del mondo (nel caso del caso kosovaro).
Eppure la connessione principale che mi è venuta oggi non è con i Balcani. Ma con il bisogno storico, politico e culturale di "ricomporre" l'identità degli italiani che siamo. Perché un popolo è tale se condivide un territorio, una storia, una cultura, un progetto. Ma difficile condividere un progetto senza ricomporre storia e cultura. Ricomporre è la parola usata, non riconciliare.
La nascita della Seconda Repubblica, la dissoluzione dei partiti, e delle ideologie. In fondo fissiamo lì l'origine di ciò che siamo oggi. Del nostro disorientamento. Dell'assenza di "collante". Ma forse abbiamo bisogno di ripartire da un passo più indietro.
La scrittura della Costituzione, dopo la guerra, è stato lo spazio di condivisione che ha provato a fare un percorso che tenesse assieme il plurale identitario e culturale del Paese. E ne traesse qualcosa di unico. Conoscibile da tutti. Ma anche in cui tutti potessero riconoscersi. E a far da collante, l'antifascismo ed il mito e valore dei partigiani.
Poi però ci sono stati gli anni di piombo. Il terrorismo e la lotta armata. C'è stato il tempo della violenza (dello stato e dei terroristi), il tempo dei tribunali e delle condanne (e dei misteri che restano tali). Non c'è stato, non ancora, il tempo vero della lettura politica. Pubblica e ricompositiva. Una lettura che non si accontenti di aver vinto. Che non fugga da ciò che è scomodo.
Come la connessione politica, culturale e persino in parte militare tra resistenza, antifascismo e terrorismo. Come l'assenza vera e condivisa del rifiuto culturale della violenza. La storia che viene insegnata a scuola e tramandata, ancora oggi, vede le guerre e le rivoluzioni armate come unico motore di cambiamento. Come l'esperienza, comune a tutti, dell'idea che lo Stato, le Istituzioni (Italia ma anche Europa) possano essere distanti, violente od inefficaci. E che questo non sia poi così tanto un problema.
Rileggere politicamente quegli anni credo ci serva per oggi. Per costruire un'identità di popolo che cerchi alternative al restare ingabbiati nel ruolo, eterno e passivo, di vittime.
Perché un paese abitato solo da singoli individui, che si barcamenano tra l'essere egoisti, furbetti, delinquenti o vittime non potrà mai essere accogliente. Né riuscirà a darsi un sogno comune. E senza sogno non ci sarà nemmeno vero sviluppo o uscita reale dalla crisi.
E poi credo possa esserci utile per non arrivare troppo disattrezzati al confronto con il terrorismo dell'oggi. Ed infine, pure se la parola non compare mai, mi pare un tema adatto all'anno Santo della misericordia. Insomma. Credo sia un libro da leggere. E una esperienza da approfondire.
(pubblicato anche su vinonuovo.it e benecomune.net)
Appunti (presi in diretta e non rivisti dall'autore) dall'intervento di Pier Paolo Triani (Professore associato di didattica generale e Pedagogia speciale c/o Università Cattolica del Sacro Cuore e membro del comitato preparatorio del convegno ecclesiale di Firenze) alla giornata annuale di www.benecomune.net
Preoccupazione e
desiderio.
Preoccupazione:
umanesimo esclusivo, chiuso in orizzonte di presente e propri interessi
singoli. Autoreferenziale.
Desiderio: una
visione e uno sguardo. L’importanza di riprendere sul serio il tema della
dignità dell’uomo e dell’irriducibilità dell’uomo stesso a qualcuna delle sue
parti.
Dignità.
Integrità.
Obiezioni
Come è possibile oggi
parlare di umanesimo, quando esiste una pluralità di visioni del mondo?
Cosa può unire le diverse culture? I diritti dell’Umano. Ed
il fatto che dentro la pluralità delle culture si va costruendo una cultura
umana più condivisa ed unitaria del rispetto delle differenze.
Ha ancora senso
educare?
Oggi, proprio perché manca una visione condivisa, sembra che
educare sia negare la libertà dei soggetti di autodefinirsi. Se educare è
concorrere alla definizione del soggetto l’educazione rischia di essere visto
come atto antilibertario.
Rinunciare ad educare significa limitare l’educazione ad accudimento
e funzione regolativa. Rinunciare alla consegna di un senso. E questo fa venire
meno il legame intergenerazionale in cui passa il senso di una storia comune e
di un destino comune. Che è in realtà lo specifico dell’educazione.
Come educare
Ritenere che educare sia limitare la libertà non è assurdo.
Parla di una cosa seria. Perché nel tempo è stato così.
Ma l’educazione, in prospettiva cristiana, non può essere educazione
totalitaria.
Deve essere una educazione problematizzante.
Freire Pedagogia degli oppressi.
Ma necessità di oggetti e contenuti.
La negazione dell’educazione non è libertà. E’ un servizio
reso a chi ha più potere.
Quale umanesimo
Umanesimo plurale.
Il nucleo dell’uomo è uno. Ma la declinazione storica della
vita dell’uomo avviene in modo plurale. L’antropologia cristiana ha un nucleo
ma è fatta di antropologie. E di pedagogie.
Lo stesso Vangelo è plurale. Sono 4 pedagogie diverse.
C’è una tenuta di unità dentro una dinamica di pluralità. E
solo salvaguardando la dinamica di pluralità si mantiene la vitalità
dell’unita.
Umanesimo dinamico.
Non costruttivista. Non deduttivamente definito.
Dinamicamente costruito.
Umanesimo
trascendente.
Non esclusivo.
Non autoreferenziale.
L’uomo non basta a se stesso.
Umanesimo integrale.
Il soggetto umano è irriducibile ad una delle sue parti.
Umanesimo della
fragilità
Non è un umanesimo dell’onnipotenza.
Riconosce la natura fragile e limitata dell’uomo. Che però è
irriducibile anche al suo stesso limite.
Umanesimo della responsabilità.
Prendersi cura dell’altro e di sé stessi.
Umanesimo della
fraternità.
La fraternità è il tratto distintivo dell’essere uomini.
Educare significa educare ad aprirsi all’altro. Vuol dire
ridefinire il concetto di interiorità che non corrisponde al concetto di
“dentro di sé”.
Non confondere l’espansione dell’io con la relazione.
Riportare la relazione all’incontro scontro con l’altro.
Umanesimo del limite
Fare i conti con il limite.
C’è confusione tra fatica e sofferenza.
Per crescere non è necessario soffrire.
Mentre è bene ed è normale fare fatica.
Una volta si diceva: per imparare devi soffrire.
Oggi si rischia di dire: per imparare puoi non fare fatica.
Umanesimo di desiderio
C’è confusione tra desiderio e impulso.
Rischiamo di correre dietro alla risposta agli impulsi e non
alla realizzazione dei desideri.
Umanesimo di
liberazione
La libertà presuppone una liberazione, non solo una
possibilità.
Non solo posso. Ma faccio esercizio ed esperienza di
liberazione.
Le sfide
Riporre il tema del futuro e del futuro al plurale.
Rendere popolare (accessibile a tutti) ciò che è stato
riservato all’elite. E cioè la formazione al senso critico e all’uso della
coscienza.
Rideclinare uguaglianza e fraternità.
Grazie a Roberto Rossini e Leonardo Becchetti (e Andrea Casavecchia e Fabio Cucculelli) per il lavoro e per l'invito. E a tutti gli altri che generosamente l'hanno accettato.
Qui sotto, ancora meno in ordine, alcuni appunti di pensieri che dalla giornata mi sono nati...
1.
Dimensione nazionale: massiccia presenza di regole.
Dimensione internazionale: assenza di regole (tutto basato su prassi e consuetudini).
In entrambi i casi fatichiamo a dire che funziona. Per cui forse il problema non risiede lì.
2.
Di sicuro assistiamo al fallimento delle due dimensioni: Pace e Uguaglianza.
Allora mi chiedo, che ruolo abbia la democrazia in questo. Democrazia che è strumento e non fine.
La pace non si ottiene perché non c’è sufficiente democrazia?
O la pace non si ottiene perché la democrazia ha fallito nel produrre uguaglianza e quindi giustizia?
3.
Sia sul piano della democrazia che su quello dell’educazione c’è uno schiacciamento sul piano delle regole. Che non riesce ad incidere realmente, senza un piano di formazione personale e sociale. Senza costruzione di piano culturale condiviso.
4.
Spesso vediamo l’educazione come formazione di una coscienza in grado di scegliere tra bene e male. Mentre la prima fatica è la scelta tra beni diversi che non siamo in grado di tenere assieme e ricomporre.
5.
Credo che per tanto tempo abbiamo sovrapposto il valore con la declinazione culturale storica di quel valore. La realtà di oggi la vediamo come rifiuto dei valori ma in realtà è un portare ad evidenza questo fraintendimento. In questo è importante il recupero della pluralità.
6.
Viviamo in una sorta di nostalgia dell’ordine precedente. Mentre credo ci serva la capacità di vivere il disordine presente cercando di costruire un ordine (provvisorio) successivo. Fatto di acquisizioni dinamiche e progressive. Parliamo di padri che non passano il vuoto ai figli pensando di essere figli, mentre siamo padri.
Sono molteplici i possibili fili da seguire per parlare dell'incontro Islam, Europa. Un'occasione per comprendere e per discernere che si è svolto il 23 aprile 2015 in Acli. Io scelgo quello che mi ha colpito: il tentativo di discernere l'attualità, superando la dittatura della cronaca e tentando una narrazione diversa. Con la consapevolezza di avere a che fare con una dimensione profondamente emotiva e viscerale, al tempo stesso intima e sociale: la paura.
Le pratiche religiose che vediamo dai musulmani sono lontane dal nostro modo di esprimere la spiritualità. Questo ci fa pensare che in loro e nelle loro pratiche ci sia qualcosa di lontano e incomprensibile. E in queste incomprensibilità avvengono poi le tensioni.Quando vediamo che l'Isis sgozza le persone assimiliamo la non comprensione di quel gesto alla non comprensione che abbiamo delle pratiche religiose dei musulmani che vivono accanto a noi. E abbiamo la percezione che i musulmani siano qualcosa di lontano e incomprensibile e che i musulmani siano l'Isis che sgozza le persone. E pensiamo che i musulmani oggi sono separati ma che, chiamati a reagire, potrebbero coalizzarsi contro di noi e arrivare a gesti simili tra noi. Non è la verità. Ma è la percezione che la gente ha. E la percezione di un fatto anche se non reale produce fatti reali.
Racconta Pino Gulia, provando a riportare quello che emerge quell'osservatorio quotidiano di vita reale che è il Patronato.
E simmetricamente, Fatma:
Noi come musulmani viviamo con la paura tutti i giorni. Siamo venuti per cercare di cambiare vita. Per cercare cambiamento. Per respirare altra aria. Anche per l'aspetto economico, ma non solo per quello. Lavoro con le ACLI. Ho il velo. L'ho messo per mia scelta. 3 anni fa.Io sono qui dal 98. Ho studiato. Lavoro con le Acli. Cosa ho fatto di male?Non siamo venuti per distruggere. Nè per autodistruggerci. Ma oggi viviamo nel terrore. Per le cose che vediamo in tv. Perché sentiamo sulla pelle che noi siamo assimilati a loro. Ma noi non c'entriamo niente.
Quel lavoro con le Acli (e non "lavoro alle Acli") sarebbe una pista da esplorare. Perché in quel "con" c'è già una forma di convivenza possibile, dentro casa nostra. Una convivenza molto pratica e pragmatica. Non strutturata. Non teorizzata e non pensata. Ma oggi non sono pochissimi i musulmani che vivono e animano e incontrano la nostra associazione. Come lavoratori, come persone coinvolte nelle attività. Come soci, forse, anche se non ne abbiamo contezza. E da questo è sicuramente nata una conoscenza e una pratica di soluzioni alle mille difficoltà.
Sono italiano, sardo, musulmano, marocchino. Sposato con una cristiana.
Dice Mohammed che nel presentarsi ha già fatto l'intervento.
Come nei matrimoni e nelle coppie miste. Dal 1999 al 2008 (ultimo periodo con dati disponibili) il 52% dei matrimoni interreligiosi in Italia sono stati matrimoni tra cristiani e musulmani. Ma la "burocrazia religiosa" di entrambe le religioni è talmente complicata che si stima che le convivenze e i matrimoni civili siano almeno il doppio. E non ci sono dati su questo. Ma è un peccato perchéil dialogo (facile o difficile, possibile o impossibile) inizia in famiglia, ricorda Sara Braga. La richiesta di estrema cautela (espressa dalla burocrazia ma anche dai pronunciamenti e documenti ufficiali di entrambe le religioni) finisce per essere un invito (implicito e non voluto) alla rinuncia alla appartenenza alla propria comunità religiosa. E il tema del lasciar sole le famiglie nell'affrontare le fatiche mi pare molto interessante anche nell'ottica dei Sinodo della Famiglia e dell'Anno Santo della Misericordia.
Sono 17 anni che vado in giro a parlare di queste cose. Da 17 anni sento sempre le stesse domande. Ma di recente trovo una certa resistenza. Trovo una crisi di credibilità. Il terrorismo ha reso il mio compito più difficile. La mia posizione più in-credibile. (Adnane Mokrani)
Il tema è quello della rappresentazione dell'Islam e della legittima rappresentanza dell'Islam. Chi può parlare a nome dell'Islam? Chi può rivendicare di essere "il vero musulmano"? Non è una novità nella storia l'uso della violenza, sottolineano sia Allievi che Mokrani. La violenza è sempre stata presente e non solo nel mondo musulmano. Ma l'ISIS oggi fa un uso propagandistico e competente. Si appropria del mondo islamico rivendicando di esserne rappresentante. A partire dal nome "Stato Islamico". Ed obbliga il "musulmano pacifico" a distinguersi aggiungendo la qualifica di moderato. Come se comunque fosse "meno vero musulmano", perché già contaminato dall'occidente.
Noi cittadini (vecchi e nuovi) europei, noi credenti (cristiani e musulmani), siamo stretti assieme nella morsa della paura e dei fondamentalismi.Da un lato c'è il fondamentalismo del terrorismo, dall'altro un populismo europeo che cerca di approfittare della situazione con un fondamentalismo simmetrico. E nel mezzo ci siamo noi. Con le nostre paure. Compresa quella paura di perdere la propria anima ed i propri valori, in caso di apertura e dialogo con l'altro. Ma mentre ci si arrocca in chiusure identitarie i fondamentalismi di entrambe le parti stanno già deprivandoci dell'anima e dei nostri valori, dai diritti alla capacità di solidarietà a molto altro.
Per uscire dalla situazione c'è da tentare una narrazione diversa, da avviare nuovi processi.
I musulmani non possono dire "non c'entro" con l'Isis. Così come la riflessione di sinistra degli anni 70 non poteva dire di non c'entrare con le Brigate Rosse. (Stefano Allievi)
Le BR sono state vinte quando a sinistra si è smesso di dire che erano solo infiltrati fascisti. Si è smesso di dire solo "sono compagni che sbagliano". E si è detto "sono assassini". Sono state vinte anche con la repressione ma anche anche con una battaglia interna.La battaglia con Isis sarà con la repressione ma sarà anche all'interno del mondo musulmano. (Stefano Allievi)
Una rete di centri di studio islamici per elaborare una teologia islamica europea. Un Islam europeo che serve all'unità (nel pluralismo) di questo continente. (Adnane Mokrani)
L'Islam si presta ad essere l'oggetto transizionale per un'Europa alle prese con una trasformazione che non sa né comprendere né trattare. Questo è un problema, una opportunità ed una responsabilità. Per le istituzioni e la politica, in primo luogo. Ma anche per le comunità come luoghi di convivenza civile. E per le comunità religiose (cristiane e musulmane). La transizione è già in atto. La pluralità è già presente. E ci trasforma tutti. Possiamo arroccarci in chiusure difensive reciproche cercando di difenderci. Possiamo affrontare i problemi (reali) e gestire i conflitti (reali) prendendo decisioni e costruendo soluzioni. Sapendo che il tempo e l'incontro con l'altro modifica noi e l'altro. E nulla resta fermo come è.
Ma il cosa nascerà dalla trasformazione non è già scritto. E' da costruire.
Ok, il titolo del libro è un po' enfatico e anche il tono generale rischia (ai non avvezzi al genere) di apparire un po' forzato. Però io in Cambiamo tutto di Riccardo Luna ci ho ri-trovato riflessioni interessanti e (cosa più importante) una serie di esperienze che mettevano in pratica le riflessioni.
Il concetto base del libro, forse, ruota attorno al concetto di opportunità. Nulla è dato. Nulla è solo da attendere. Le opportunità capitano ma bisogna riconoscerle e coglierle. Un po' il contrario dell'immagine del murales qui a fianco, insomma. Per avere cambiamento non si può sedersi e chiederlo all'angolo della strada. Serve mettersi in moto.
Perché se vuoi imparare una cosa il modo migliore è iniziare a farla.
Ma cos'è l'innovazione? L'innovazione è quella cosa che accade quando le idee si accoppiano (when ideas have sex). Beh... intrigante, no?
E chi sono gli innovatori sociali? Sono i famosi giocatori a somma diversa da zero: il loro successo non dipende dal fallimento degli altri, ma semmai il contrario. Sono idealisti ma anche concreti. Non sono mai soli, perché fanno rete come pochi altri. Sono pazzi? Forse si, ma sanno benissimo che mai come oggi le soluzioni dipendono sopratutto da noi, dai nostri comportamenti collettivi.
Molto del mondo classico del no profit e del terzo settore sottoscriverebbe queste definizioni. Eppure non si può sovrapporre il no profit con gli innovatori sociali. Perché? Cosa distingue i due mondi?
Gli abitanti del no profit e delle grandi organizzazioni tradizionali sono militanti, attivisti (aderenti ad un movimento, partito o sindacato impegnati in opera di propaganda). Magari la definizione non è perfetta, ma l'impostazione con cui funzionano partiti, sindacati o associazioni e movimenti classici è abbastanza questo: ti chiedo di aderire e quindi (eventualmente) di mobilitarti in base alle idee che il partito, il sindacato, l'associazione sceglie di sostenere. Nulla di male. Anzi, si potrebbe dire che la parte debole oggi sia proprio la richiesta di mobilitazione.
E chi sono invece gli innovatori sociali secondo Riccardo Luna? Sono i fattivisti (i makers). Persone convinte che da un complesso di tecnologie sempre meno costose e sempre più facili da usare, alla portata di chiunque si possa trarne un vantaggio per tutti. Persone che vogliono partire da da dati di fatto, dai numeri di un problema, per creare nuovi fatti e non delle parole. Persone che hanno idee e provano a metterle in pratica. Perché chi vuol cambiare può cambiare. E quindi cominciano andando a vedere l'effetto che fa provare a cambiare le cose, piccole cose concrete, senza prima chiedere il permesso.Senza aspettare che lo Stato risolva tutti i problemi. Senza aspettare che il mercato trovi miracolosamente un equilibrio vrtuoso perché abbiamo visto che non c'è nessun equilibrio se i ricchi diventano sempre più ricchi.Senza aspettare niente e nessuno.
Già, ma si potrà dire, questo porta all'individualismo e al pragmatismo senza visione. Ognuno la sua idea e tutto solo centrato sul fare. I militanti lotta(va)no per un'ideale. Per qualcosa di più grande, per le generazioni future. I fattivisti cercano tutto e subito. E ognun per sé.
Può essere. E in parte lo è. Ma a guardarla senza pregiudizi la cultura digitale (che è il quadro ideologico di riferimento degli innovatori) è fatta di valori in cui anche molti attivisti e militanti potrebbero ritrovarsi senza troppe difficoltà, anzi...
- Che la collaborazione con gli altri è il presupposto per fare presto e bene.
- Che la condivisione non è solo un metodo di lavoro ma anche un obiettivo: creare opportunità strumenti e spazi per un'economia di condivisione.
- Che attraverso il fare concreto si possa cambiare il modo di fare politica, ovvero di essere cittadini facendo rete e avendo come obiettivo il bene comune.
Mettersi insieme non è solo giusto, è utile. Fare per cambiare l'economia, per cambiare la politica. Non è poi così pragmatico e senza visione. No?
Il punto forse è che nel quadro ideologico della cultura digitale, appunto, valgono i dati, i fatti, non le dichiarazioni. La trasparenza è un valore come strumento che permette di controllare di persona. Non c'è più bisogno di delegare qualcuno e poi fidarsi.Si accede ai dati, li si filtra, si mettono in fila per vedere se è vero e si condividono con gli altri le conclusioni. E si è convinti che sia anche in questo modo che crescono le democrazie.
E vale la partecipazione. Libertà è partecipazione lo cantava già Gaber nel 1972. La partecipazione è indispensabile per la democrazia. Nessuno può pensare davvero ad un paese governato senza partecipazione.Neppure ad un paese governato via web dove vige "la dittatura degli attivi".Non sarà il popolo del web a governarci semplicemente perché il popolo del web non esiste, è una semplificazione giornalistica lontana dalla realtà. Sarà piuttosto il popolo, anche attraverso il web, ad aiutare chi ci governa a farlo meglio.
Ma la partecipazione non è solo ciò che passa attraverso il web. La partecipazione è fatta di due dimensioni: essere parte e prendere parte. Nelle organizzazioni tradizionali è stato enfatizzato il primo aspetto (le tessere, le regole...) nelle nuove organizzazioni si enfatizza il secondo aspetto (cosa porto di mio, quanto conta ed è richiesto e serve ed ha effetti sulle decisioni il mio contributo).
Perché il motto di alcune grande imprese è No matter who you are, most of the smartest people work for someone else che porta a non accontentarsi di quel che si ha e ha cercare di identificare e reclutare le persone migliori ovunque esse siano. E si può declinare anche all'interno dell'organizzazione stessacome Non importa chi sei tu, le persone migliori sono sempre altre (e tu hai bisogno di loro).
E se partecipare in politica è un prender parte che è davvero mio, in prima persona, liberamente deciso e perseguito (Sartori) e non conta come partecipazione politica quella di professione, quella di colui che vive di e per la politica (Weber) forse il nodo di crisi per le organizzazioni tradizionali risiede qui. Nell'incrocio tra trasparenza (cioè la possibilità di mostrare concretamente la coerenza tra parole e fatti, tra dichiarazioni e comportamenti) e partecipazione (cioè l'organizzazione di un sistema che valorizzi e stimoli la reale e concreta partecipazione di ciascuno).
Ma (Riccado Luna questo non lo dice espressamente eppure a me pare la logica conseguenza) per fare questo serve investire sulla diversità e serve talento e pratica nella gestione costruttiva dei conflitti sani. I conflitti sulle idee. Serve la convinzione che esprimere pareri discordanti e discutere e mettere in dubbio un'idea non sia un tradimento, ma la forma più alta di collaborazione.
Vale all'interno delle organizzazioni. Potrebbe valere per far incontrare (con beneficio di entrambe le parti, secondo me) il mondo del no profit tradizionale con il mondo dell'innovazione sociale.
Lo dice in un modo fantastico Margaret Hefferman in questa conferenza (in inglese con sottotitoli in italiano in particolare dal minuto 4.55 al minuto 10.42). Chi può lo ascolti, che fa tutto un altro effetto. Io ne riporto qui solo qualche stralcio tradotto:
5:21
Qui il link per chi non visualizza il plug in Cosa richiede quel tipo di conflitto costruttivo?Prima di tutto è necessario trovare personeche sono molto diverse da noi.Significa che dobbiamo resistere alla forza neurobiologica,che significa che preferiamo di gran lunga le persone come noi,e significa che dobbiamo andare alla ricerca di personecon una formazione diversa, di discipline diverse,con modi di pensare diversi ed esperienze diverse,e trovare il modo di entrare in contatto con loro.Richiede molta pazienza e molta energia. E più ci penso, più credo che sia veramente una forma di amore. Perché non si investe tutta quell'energia e quel tempo se non per qualcosa cui si tiene davvero. Significa anche che dobbiamo essere preparati a cambiare idea.
5:57Come pensano le organizzazioni?Per lo più non lo fanno.E non perché non vogliano,proprio perché non possono.E non possono perché le persone all'internohanno troppa paura dei conflitti. Significa che le organizzazioni per lo più non riescono a pensare insieme. E significa che la gente come noi, che gestisce organizzazioni fallisce nel tirarne fuori il meglio.
7:Come sviluppiamo le capacità di cui abbiamo bisogno?Perché ci vuole talento e anche pratica.Se non vogliamo avere paura del conflitto,dobbiamo vederlo come un modo di pensare.e dobbiamo diventare bravi a gestirlo.
Di recente, ho lavorato con un dirigente di un'azienda di apparecchiature mediche molto preoccupato dell'apparecchio su cui stava lavorando.Pensava che fosse troppo complicatoe aveva paura di danneggiare i pazienti che cercava di aiutare.Ma quando si è guardato intorno nella sua organizzazione,nessuno sembrava preoccuparsene.Dopotutto, forse sapevano qualcosa che lui non sapeva.Forse sarebbe sembrato stupido.Ma ha continuato a preoccuparsi,e si preoccupava così tanto che è arrivato al puntodi pensare che l'unica cosa che poteva fareera lasciare il lavoro che amava.
9:21Alla fine Joe ha trovato un modo di esprimere le sue preoccupazioni e quello che è successo dopo è quello che capitaquasi sempre in questa situazione.Si è scoperto che tutti avevanole stesse domande e gli stessi dubbi. Certo, ci sono stati molti conflitti e molti dibattitie discussioni, ma ciò ha permesso a tutti intorno al tavolodi essere creativi, di risolvere il problemae cambiare l'apparecchio.
9:56Joe era la persona che di solito viene vistacome uno spione,eccetto che era assolutamente fedele all'organizzazionee alle nobili intenzioni che quell'organizzazione seguiva.Ma aveva talmente paura dei conflitti,finché finalmente ha avuto più paura del silenzio.E quando ha osato parlare,ha scoperto molto di più dentro di sée molto di più nel sistema di quanto potesse immaginare.
Il libro Politica ed Economia di Benedetta Zorzi e Natale Brescianini l'ho scoperto perché era tra le segnalazioni di Marco Bonarini su BeneComune.nete mi ha incuriosito per cui l'ho comprato (online) e letto (da cellulare). Cioè... non posso dire sia stata una meditazione profonda ma...si fa con ciò che c'è, come si può... Non è compresa nel libro, ma parto da una frase di Etty Hillesum "Occorre esercitarsi una vita intera per capire che, se si accetta una visione della vita, bisogna anche viverla; questa è probabilmente l'unica possibilità di ottenere un senso di armonia". E' una frase che mi aiuta a coltivare la speranza. Perché in fondo dice che il senso di disarmonia che proviamo segnala che non ci siamo ancora persi del tutto. Perché continuiamo ad avere in mente una visione di vita, e non abbiamo ancora mutato visione solo per assecondare ciò che viviamo e tacitare la disarmonia.
Ma c'è da capire se quello che proviamo è un disagio che ci muove alla ricerca dell'armonia e dell'unità (monaco viene dal greco "uno" si interpreta come qualcuno che vive da solo, mentre è qualcuno che cerca di ricomporsi in un'unitarietà) o se è qualcosa in cui in fondo ci crogioliamo. Cioè (secondo il libro) se è accidia. Parola assolutamente fuori moda. Ma che il libro riprende come il male che affligge in particolare la nostra epoca. Ritroviamo in questo l'eredità di questo antico male del deserto di annuì di Pascal, di angoscia di Kierkegaard e di nausee di Sartre. E' il disagio proprio dell'essere umano in quanto tale, togliendo Dio dal suo orizzonte viene risucchiato nell'abisso del nonsenso e del nulla.Quell'accidia che Dante sembra ritenere che sia persino un "vizio per difetto di ira".
E' interessante, perché anche al disagio e alla disarmonia (problema interiore) e all'ingiustizia (problema sociale) si finisce per assuefarsi. Oppure si può reagire. Il libro sottolinea che: Lo sdegno etico è importante. Significa non essere indifferenti e provare a reagire con estremo interesse al fatto che il bene e la giustizia non siano realizzati.Lo sdegno etico fa parte della sana funzione dell'irascibile. Ma subito dopo specifica. Bisogna distinguere tra forza e violenza. La forza è il valore dell'essere (è infatti una virtù, anche etimologicamente) mentre la violenza è abuso della forza. L'unica forza che può opporsi alla violenza è la forza della giustizia. Alla violenza non può opporsi un eccesso di natura identica anche se contraria. Nè può opporsi la codardia. E quindi si torna alla nonviolenza. Non come qualcosa relegato solo al mondo dei conflitti violenti lontani da noi. Ma come qualcosa (in questo caso nell'elaborazione di Lanza del Vasto) di estremamente connesso con la politica e con la carità cristiana. Poiché nessuno possiede la verità, la rabbia di avere ragione rischia di diventare una passione forsennata e ci convince che il nemico è solo cattivo invece bisogna ammettere il bene che è in lui e il male che è in me, ma anche distinguere tra pretendere che una causa sia assolutamente buona perché mia e farla mia perché buona. Quindi nei conflitti bisogna sapersi chiedere quale sia la nostra parte di torto. Credo che tutto questo sia già di per sé interessante. Come cammino da percorrere per ogni persona che aspira ad essere in equilibrio e in armonia. Ma il libro fa una passaggio ulteriore. Declina tutto questo come essenziale per esercitare la leadership. Specie la leadership politica. Ora et labora. La parola più importante è la congiunzione "et".Dice il libro. Perché il punto è quella capacità di riunificare e tenere assieme. Anche nella società. La crisi (dicono gli autori) sta anche nel fatto che viviamo una sorta di frattura fra tre dimensioni: abbiamo relegato la spiritualità alla sfera privata, il sociale al terzo settore e a coloro che non rientrano nel mercato e abbiamo lasciato il mercato abbandonato alle leggi della finanza che si allontana sempre di più da un'economia reale. La crisi della politica si è delineata come crisi della leadership, intesa come capacità di mettere in atto azioni e comportamenti in vista del raggiungimento di un obiettivo comune. Crisi generata solo in seconda istanza dall'assenza di personalità carismatiche, in primo luogo è una crisi di spiritualità. Il carisma, infatti, è l'effetto non la causa di una leadership efficace. Il capitale spirituale di cui si ha bisogno deve essere tesaurizzato tramite un lavoro interiore che formi la personalità politica.
Quasi paradossale quando (ed è il tema di tutto l'ultimo numero di BeneComune.net) si tende ad interpretare la crisi come legata ai partiti e la leadership come il tentativo di soluzione. La storia del 900 si specchia nella storia dei partiti. Grandi obiettivi, grandi masse, grandi partiti. Ma ora progettare grandi mete non si addice ad un pensiero debole. Debole. Ecco, appunto: obiettivi deboli, masse indebolite, partiti debolmente organizzati. La scorciatoia diventa la figura del leader che in sé sussume le idee del partito e l'atteggiamento verso la politica nazionale. Il leader sa anche mobilitare la base, serviranno ancora le sezioni di partito? Scrive Roberto Rossini nell'introduzione.
E qui mi pare si aprano due questioni: cosa è spiritualità. Cosa è politica.
Definire la spiritualità è complesso. Nel libro ci sono molte piste di riflessione rispetto a questo. Ma in qualche modo mi pare utile scegliere quella in cui si dice che Non si intende far divenire tutti i dirigenti persone devote. E una persona si può definire spirituale quando diventa capace di carità, ovvero di una giusta relazione con sé e con il prossimo. E una città sarà giusta quando ciascuna delle componenti da cui è composta svolge il compito che le spetta e Ognuno di noi sarà giusto e compirà il proprio dovere quando ciascuna delle facoltà insite in lui svolgerà la propria funzione. (Platone).
Fino a due secoli fa la facoltà di Economia e Commercio non esisteva, l'economia era studiata all'interno della Filosofia Morale e l'Economia era Economia Politica e fino ad un certo punto i grandi economisti erano filosofi. Abbiamo perso il quadro di riferimento. la cornice entro cui porre tutte le nostre attività.
La politica è chiamata ad incarnare la spiritualità in cose concrete: strutture comunitarie e relazioni sociali. Politici che non coltivino in sé stessi atteggiamento di rispetto, fraternità, collaborazione per la ricerca del bene comune destineranno la società alla sterilità.
C'è bisogno di persone in grado di intravedere e di realizzare nuove qualità umane e comunitarie, nuove dimensioni relazionali, affinché nella storia di oggi e di domani si possa incarnare un nuovo sviluppo, forse ancora inedito ma possibile, del regno di Dio.
Non si darà progettazione sociale capace di innovare e creare nuovo lavoro se non si esce fuori da relazioni e pratiche consolidate. E anche nelle grandi organizzazioni la differenza la fanno le persone con la loro capacità di passione, ideazione e generazione
La progettazione sociale può essere uno dei modi utili per creare nuovo lavoro ed i fondi strutturali europei sono lo strumento principale da cui passa oggi quest’opportunità. Ma progettare non risolve i macro problemi. A volte crea le condizioni per l’emergere di soluzione o attiva innovazioni specifiche. A volte intercetta fondi con attività approssimativamente definite che servono prioritariamente a sostenere il funzionamento quotidiano. D’altra parte il fondo strutturale deve essere “addizionale”, deve andarsi ad aggiungere ad altre risorse proprie ordinarie mentre spesso finisce per sostituirvisi.
Come dire che con fondi straordinari si creano condizioni per posare binari sui quali poi potranno correre treni. Ma se l’ordinario non esiste, parte dei fondi straordinari saranno destinati al treno e al termine dello straordinario tutto si ferma. E dopo i i binari inutilizzati si intercetteranno fondi per un aereoporto inutilizzato. Fuori metafora, il rischio è lo spreco,la distrazione di fondi ma anche l’aumento di domanda senza miglioramento dell’offerta,senza continuità e visione di insieme.
L’innovazione passa dal “come”
Ma pur nella consapevolezza delle criticità, cogliere l’opportunità dei fondi strutturali europei è inevitabile. Un interessante documento richiama le sette innovazioni per un uso efficace dei fondi e contiene indicazioni utili sia a livello micro che macro:
- risultati attesi (saper dire in anticipo cosa si mira a realizzare misurandolo in termini di impatto prodotto sulla vita dei cittadini: spostare l’attenzione dall’azione che si attiva all’effetto che si raggiunge)
- azioni (da indicare in termini puntuali ed operativi)
- tempi (vincolanti ed esplicitamente associati al soggetto che ne è responsabile)
- partenariato (sia in fase di programmazione che di attuazione)
- trasparenza (da esercitare secondo il metodo Open Coesione)
- valutazione (non semplice controllo della regolarità formale ma analisi degli effetti prodotti)
- presidio nazionale (sistema di monitoraggio sistematico che comprenda assistenza e affiancamento strutturato in ordinarietà e situazioni critiche).
In altre parole “per aspirare a trasformare la realtà (…) l’individuazione dei risultati desiderati deve essere effettuata prima di scegliere quali azioni finanziare e mettere in pratica”. Si tratta di un requisito ovvio, eppure nella pratica comune quasi mai rispettato.
L’intenzionalità strategica: dove si vuole andare
Il metodo è importante ma, ovviamente, non basta. Perché l’azione produca effetti è necessario sapere dove si vuole andare. Ed è un peccato che ad Europa 2020 non sia ancora seguito un Italia 2020. Ma anche in questo senso la programmazione europea ci aiuta obbligandoci a definire (a diversi livelli e in modo condiviso) i nostri obiettivi. Dopo di che, a partire dall’ Accordo di parternariato, si crea un sistema a matriosca tra livello europeo, nazionale, regionale e settoriale. Il quadro non è semplice ma tenerlo presente aiuta ad inserire la singola progettualità nel convergere degli sforzi comuni.
Ragionando sul livello nazionale se si vuole creare nuovo lavoro l’obiettivo tematico principale da tenere presente è l’obiettivo 8: Promuovere l’occupazione sostenibile e di qualità e sostenere la mobilità dei lavoratori che individua 10 risultati attesi che si focalizzano su specifici segmenti di popolazione(giovanile, femminile, anziana, immigrata, di soggetti svantaggiati, di disoccupati di lunga durata), su alcune misure (misure attive e preventive sul mercato del lavoro, orientamento, consulenza; apprendistato, tirocini, promozione di autoimpiego e auto impreditorialità, conciliazione tra vita professionale e vita privata), su alcuni strumenti (i servizi al lavoro) ed un contesto (lavoro extra agricolo in aree rurali).
Ma va tenuto presente anche l’obiettivo 3 Promuovere la competitività delle piccole e medie imprese che mira al rilancio degli investimenti, allo sviluppo occupazione in aree di crisi, all’internazionalizzazione delle imprese, all’accesso al credito. Di nuovo, con particolare attenzione all’ambito dell’agricoltura ma citando anche le attività economiche a contenuto sociale.
Così come va considerato l’obiettivo 9 Investire nell’istruzione, formazione e formazione professionale per le competenze e l’apprendimento permanente. Con vari risultati attesi tra cui l’accrescimento delle competenze della forza lavoro e agevolazione della mobilità, l’inserimento lavorativo, percorsi formativi connessi alle domande delle imprese e il rilascio di qualificazioni inserite nei repertori regionali o nazionale. All’interno di questo quadro, a seconda delle proprie competenze e specificità del territorio si può provare ad immaginare la propria progettualità sociale per creare nuovo lavoro.
L’innovazione sociale: una pratica efficace e sostenibile di una idea
Chiaro il metodo, gli obiettivi, con fondi tutto sommato disponibili, cosa fa davvero la differenza e rende una progettualità sociale capace realmente di raggiungere i risultati attesi? Probabilmente la capacità di innovare socialmente. Il Libro bianco dell'Innovazione sociale definisce “innovazioni sociali le nuove idee (prodotti, servizi e modelli) che soddisfano dei bisogni sociali (in modo più efficace delle alternative esistenti) e che allo stesso tempo creano nuove relazioni e nuove collaborazioni. In altre parole, innovazioni che sono buone per la società e che accrescono le possibilità di azione per la società stessa”.
L’innovazione sociale quindi non è solo una cosa nuova. Non è nemmeno solo un’idea, magari radicale. E’ una pratica innovativa. E’ un’idea di modello, prodotto o servizio alla prova dei fatti.
Saper attivare progettualità sociale in grado di produrre nuovo lavoro ha quindi a che fare con l’avere un’idea di impresa o di modello o di servizio per il lavoro e con il provare a metterla in pratica in modo efficace e sostenibile. Efficace: capace di funzionare meglio delle soluzioni esistenti, di generare valore per la società e capace di dimostrare entrambi gli aspetti. Sostenibile: in grado di attivare l’imprenditorialità che permetta di trovare forme di sostentamento.
La progettazione sociale processo di contaminazione e cambiamento
E’ quindi chiaro che una progettazione che punta ad essere innovazione sociale per creare lavoro non può essere un movimento solitario e autoreferenziale. E’ la costruzione di una rete di parternariato e collaborazione basata su due assunti: 1) non ci sono soggetti privilegiati (per storia, dimensione, radicamento, autopercezione o riconoscimeto esterno) più idonei di altri nello sviluppare buona progettazione sociale e pratiche di innovazione sociale. 2) le esperienze più interessanti sono frutto della collaborazione tra attori diversi appartenenti a mondi diversi con esperienze e anche sistemi valoriali e culture diverse. Che sanno trovare un allineamento di interessi nella reciproca complementarietà per il raggiungimento dell’obiettivo comune.
Non si darà progettazione sociale capace di innovare e di creare nuovo lavoro se non si esce fuori dagli schemi, da relazioni e pratiche consolidate. E, anche nelle grandi organizzazioni, la differenza la fanno le persone. La loro capacità di passione, ideazione, di creazione e generazione. Nessuna idea nasce dal vuoto asettico. E la capacità di comunicare e connettere sono prerogative umane indispensabili anche all’interno delle organizzazioni.
Per questo, sostituendo “organizzazione” ad “azienda”, è interessante il rovesciamento comunicativo delle 95 tesi del Manifesto Cluetrain. “Le organizzazioni:
- che parlano il linguaggio dei ciarlatani già oggi non stanno più parlando a nessuno. - che non capiscono che i loro mercati sono ormai una rete tra singoli individui, sempre più intelligenti e coinvolti, stanno perdendo la loro migliore occasione. - dovrebbero rilassarsi e prendersi meno sul serio. Hanno bisogno di un po’ di senso dell’umorismo. Avere senso dell’umorismo non significa mettere le barzellette nel sito. Piuttosto, avere dei valori, un po’ di umiltà, parlar chiaro e un onesto punto di vista.