È da un po' che ho in testa una osservazione ed una domanda.
Vediamo se riesco ad esprimerla in modo vagamente comprensibile e se qualcuno ha qualche riflessione in merito.
Negli ultimi decenni la comprensione del funzionamento umano è avanzata molto. Anche rispetto al funzionamento "chimico" di processi che prima consideravamo più "impalpabili". Meccanismi di motivazione, soddisfazione, benessere...
Cortisolo, dopamina, ossitocina etc etc sono termini entrati nel vocabolario comune. Compresa la scoperta di come possano essere prodotte o stimolate da comportamenti.
Eppure di fronte al malessere (sempre più diffuso o almeno più consapevole) le risposte disponibili restano per lo più solo farmacologiche o psicologiche.
L'unica novità che mi pare di vedere sono una serie di app che (con tutti i limiti e rischi di essere una app e di essere prodotti commerciali che hanno finalità di guadagno) provano a gamificare su sforzi di lavoro su di sé.
La domanda: perché la pedagogia e la scienza dell'educazione oggi non sono considerate una risorsa e non sono diffuse? Perché si passa da farmacologia a psicologia a "finto autoaddestramento"? Perché non c'è un grande investimento in pedagogisti e supporti pedagogici?
È "solo" un problema di tempi?
La consapevolezza di oggi produrrà effetti tra vent'anni?
(P.s. non è una campagna contro gli psicologi, di cui, tra l'altro, stiamo facendo grande uso...).