Servizio, tra passato e presente - Mons. Marconi


Prendo in esame un punto, del vostro incontro, l’aspetto intergenerazionale. L’incontro tra chi è già stato e chi è oggi. L’incontro tra storia e presente. 

E’ saggio non costruire il futuro come se ogni volta si ricominciasse da zero. E’ saggio fare tesoro del passato, non per ripeterlo, ma per non dimenticare ciò che l’esperienza ci ha insegnato. 

Però vedo 3 grandi punti di differenza tra passato e presente, nel vivere le Acli. E nel vivere il servizio in Acli. 

Questo non vuol dire che il presente va benissimo e che il passato è sbagliato.

Questo non vuol nemmeno dire che il passato va benissimo e che il presente è sbagliato.

Per dire che va trovata una sintesi e un punto di equilibrio. 

Va trovato una postura (oggi si direbbe uno standing).  Perchè ci serve trovare un modo del nostro stare al mondo. E starci come ci si sta oggi e come ci si stava prima, è diverso. E oggi e prima,  in ognuna delle due modalità, c’è qualcosa da tenere e qualcosa da correggere.

 

Il primo binomio che pongo è: Reale – Virtuale

Nel passato ciò che caratterizzava era la realtà, la concretezza. Nelle riunioni di un tempo, quando si facevano le riunioni di AC si parlava dei massimi sistemi, quando si passava alle Acli si parlava dei posti di lavoro, delle difficoltà dei trasporti… in Acli il punto era la realtà, il contatto estremamente forte con la realtà e con il vissuto. 

Oggi si vive tantissimo il virtuale. Oggi è difficile, guardando un video, capire se ritrae la realtà o se è prodotto dall’intelligenza artificiale. Oggi sembra che viviamo più nel virtuale che nel reale. Noi che veniamo da prima, abbiamo in testa la realtà, concreta, come criterio. I ragazzi oggi, sembrano avere in mente il virtuale. Per questo non ci capiamo. 

Ma il mondo di oggi non è più solo il mondo reale. Oggi il virtuale ha una sua concretezza e una sua realtà nella vita delle persone. Non è solo questione di social. Oggi se un posto di lavoro lo racconti male non trovi nessuno che ci vuole andare a lavorare. Oggi nessun lavoro può fare a meno di una parte online. Non pensare anche al virtuale, non pensare anche alla narrazione,  dire “Conta solo la realtà” vuol dire essere fuori dal mondo di oggi.  Se vogliamo vivere oggi, non possiamo permettercelo. Vivere solo nel passato, non sarebbe “reale”. 

Il secondo binomio che pongo è: Associazione – Emozione

Cosa è l’esperienza dell’associarsi, dell’essere associazione? E’ un vivere la relazione tra persone, sulla base di uno statuto, di un regolamento, di un impegno, di una adesione, di metodi consolidati su come si fa confrontare le idee, su come si fa ad arrivare a decidere. Essere associazione vuol dire avere un metodo stabile su come stare in un luogo. Dare un peso alle persone e al loro consenso, confrontarsi con la democrazia. Sono tutte cose importanti e significative.

Oggi però in tutti questi ambiti c’è un’altra parola che è preminente, che è emozione. Oggi una decisione in un gruppo passa più se cattura l’emozione del momento, che se costruisce gradualmente una base condivisa sul sistema della votazione. Oggi se tu dici: dobbiamo organizzarci, facciamo due mozioni e votiamo e vediamo quale delle due passa… I ragazzi ti guardano e dicono… vabbè. Oggi si è più portati a decidere in base a se questa cosa mi prende o non mi prende. Se mi attira o non mi attira. Se chi la dice ha una leadership che mi piace e soprattutto se ha leadership.  Noi vecchi queste cose facciamo fatica a capirle. Noi diciamo che così si perde il criterio, che si costruisce sul nulla.  

Può essere anche vero, ma l’emozione è oggi una via di coinvolgimento fondamentale. Non basta aver ragione. Bisogna anche saper costruire una condivisione della ragione. Non basta costruire strutture, metodi. Non basta darsi un obiettivo una volta per tutte e aspettarsi che tutti vengano sempre in base ad un patto di fedeltà. Oggi la fedeltà deve essere costruita con una motivazione, che non è solo razionale e che non può essere solo un dovere. 

La motivazione del dovere è una motivazione che nel mondo di oggi non ce la fa a motivare. C’è bisogno di lavorare per costruire appartenenza e condivisione, c’è bisogno di lavorare per costruire emozione. E’ importante, per costruire un camminare insieme che non può più essere dato per scontato. 

Non basta avere la struttura. Non basta lo schema dell’associazione. Bisogna fare i conti con il mondo dei sentimenti e delle emozioni. Che poi vuole dire fare i conti con il mondo delle persone. E’ complicato, ma è una lingua che dobbiamo imparare, se no ci condanniamo fuori dalla storia. 

Non si vive solo con l’estemporaneo. Con uno che arriva e dice “Facciamo il grande evento”. A forza di fare solo eventi si fanno solo venti. Non si costruisce. Ma io capisco che sbaglio quando penso con una razionalità che è solo calcolo e non anche emozione. 

Terzo binomio: SERVIZIO – PRETESA

Si potrebbe dire anche servizio e rivendicazione. 

C’è un valore, che è il valore del servizio. E’ un valore che arriva dal sentire che tu non ti sei messo al mondo da te. Dal sentire che la vita è qualcosa che ti è stata regalata, per cui tu ti senti di dover restituire ciò che sei, ciò che sai. Ti senti di dover restituire perché senti che ciò che hai e sei non viene solo da te. Senti che ti è stato dato. Per questo senti di vover restituire alla collettività. Questo è il senso del servizio. 

Questo modo di pensare è un valore. Ma noi possiamo riconoscere che questo valore in passato è stato anche proposto in modo esagerato. Servizio era connesso con un’idea di sacrificio. Sacrificio era connesso con il sentire che qualsiasi donarsi non bastava mai. Era connesso anche con il sentirsi in colpa e in angoscia se non si poteva fare servizio, se si era stanchi, se si aveva dei limiti, se si dava anche un minimo spazio a sé. C’erano dei limiti in questa impostazione in cui sembrava che ci fosse sempre e solo il Cristo in croce e che non ci fosse mai anche il Cristo risorto. La retorica dell’essere sempre in debito, in modo esagerato, alla fine crea qualcosa di negativo.

Oggi siamo in un mondo che sottolinea l’individualismo esasperato. Oggi la società propone ad ognuno di bastare a se stesso. Oggi non ci si riconosce generati da altri. L’avere a che fare con l’amplificazione dei mezzi, oggi dà l’illusione di poter fare da sé. Dà l’illusione di non dovere niente a nessuno. Dà l’idea che ognuno di noi è in grado di poter fare tutto da solo e se non riesce è un suo problema. 

Guardate le pubblicità. Sono pensate per dire che si può fare da soli. Nella fascia oraria dei pensionati, la pubblicità propone macchine a batteria per muoversi da soli, poltrone con il sollevatore. Per dare l’illusione che non ci sarà bisogno di un badante o di qualcuno che ci curi…

Nella fascia oraria degli adulti ci sono le pubblicità delle auto super ultra integrate… etc…

Tutto va nella direzione che se vuoi (e se ti attrezzi bene) puoi. 

E che siccome puoi, se non hai, puoi pretendere. 

Oggi viviamo in questa realtà. E dobbiamo entrare in dialogo con il mondo della pretesa. 

Oggi ci sforziamo per intercettare i giovani e magari quando arrivano ci chiedono lo spazio, la corrente, il tempo, lo pretendono e noi ci scandalizziamo, ci restiamo male… E magari non sono nemmeno solo i giovani…

Noi, abbiamo una grande ricchezza, l’esperienza del servizio. Dobbiamo capire come portarlo nel mondo di oggi. Senza le angosce del sentirsi sempre in colpa, senza il peso del sentirsi sempre incapaci, dall’essere schiacciati da un servizio enorme ed infinito. 

La pretesa magari è una distorsione, ma porta con sè una percezione della propria dignità, una idea di persona e di indipendenza, anche di individualità di ciascuno, che sono valori. Assolutizzati diventano pretesa, ma di per sé sono valori. 

Se schiacciamo la dignità, la personalità, l’indipendenza per avere il servizio, non otteniamo nulla, o abbiamo un servizio che non è un vero servizio cristiano. 

Io credo che l’incontro tra generazioni possa migliorare il mondo. 

Anche rispetto al mondo che noi abbiamo già vissuto. 

Che sia facile, no. 

 

 

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