La comunità, tra la persona e la folla


Le idee, i sentimenti, le emozioni, le credenze possiedono un potere contagioso intenso tra le persone, quanto quello dei microbi, si direbbe oggi. Il contagio delle emozioni in una folla [Le Bon, 2013, orig. 1895] è ciò che ci porta a «stare tra noi». Per proteggerci dai «virus» della rabbia altrui. Ma la metafora del virus, sebbene attuale, potrebbe non essere la più corretta. La folla, la massa, il pubblico, potrebbe essere facilmente contagiata dalle emozioni altrui, non perché contaminata dall’altro, dall’esterno. Potrebbe esserlo perché si propaga facilmente ciò che già c’è. Ciò che dà modo di esprimersi a un contenuto comune condiviso da più persone. Qualcosa di difficile da verbalizzare in via diretta e quindi esprimibile solo attraverso rappresentazioni simboliche o metaforiche o indirette.

Tendiamo a vedere la folla come irrazionale. La città e la rete come luoghi della folla. E pur invocando astrattamente il richiamo alla comunità, in realtà, contrapponiamo semplicemente la folla all’individuo. Forse ci sarebbe più utile, al posto di una contrapposizione città/campagna, folla/comunità, razionale/irrazionale, riconoscere che i processi (compresi quelli più aberranti) si presentano in varie gradazioni, in ogni forma di vita intima e aggregata, comunitaria e politica. E che, ad ogni gradazione, il piano cognitivo razionale non è l’unico legittimo. In questo senso con l’animazione di comunità intendiamo anche la capacità di tenere presente l’interezza della persona. E di tenere presente che, qualsiasi sia il ruolo che in un contesto assumiamo, anche noi siamo e restiamo sempre persone.


(In Forma Esplora Anima - Una conversazione animativa - Paola Villa) 

Anche l'incompiuto serve


Ci lamentiamo dell’inconsistenza di politici che si limitano alle affermazioni, svincolandole da ogni ragionamento. Che semplificano ciò che in realtà è complesso. Ma dobbiamo riconoscere che è estremamente difficile oggi costruire discorsi compiuti e fondarli scientificamente e storicamente. E che, nella consapevolezza di non riuscire a farlo, finiamo per restare zitti o recitare formule senza senso a cui nemmeno noi crediamo. Possiamo riconoscere che il ragionamento organizzato, puramente razionale e completamente consapevole, non è l’unico modo di procedere del pensiero? Possiamo riconoscere che l’affermazione pura e semplice costituisce, comunque, un mezzo per avviare un processo? Che, a volte, quanto più l’affermazione è concisa, sprovvista di prove e dimostrazioni tanto maggiore è la sua profondità e incisività? Questo avviene solo per l’ignoranza della gente, si dice spesso. Ma forse c’è qualcosa di più. Forse, in un sistema bloccato, l’affermazione non dimostrata potrebbe essere un’intuizione. Potrebbe essere il primo passo per l’emergere di una verità che può essere affermata solo rompendo la coerenza dei discorsi precedenti. Verità che ancora non possediamo, ma che solo avviando dialoghi a partire dalle intuizioni possiamo scoprire, facendolo assieme e non nel presente.


(In Forma Esplora Anima - Una conversazione animativa - Paola Villa) 

Costruire un popolo



Se lo spazio sociale è frammentato e conflittuale, la comunità, così come il popolo, non è qualcosa di dato, ma è qualcosa che si dà continuamente. Il passaggio sociale e politico necessario all’organizzazione di un discorso è il movimento di creazione di un popolo [Bergoglio, 2013]. Che comprende la scelta dei confini territoriali, del nome e la capacità di fissare dei punti nodali. 

Oggi assistiamo alla spoliticizzazione del politico. Senza punti nodali non esiste più il politico. Senza domande sociali organizzate non esiste più il politico. E senza politico anche il sociale si disintegra. «Il rischio è che il politico scompaia dalla faccia della terra», scriveva Hanna Arendt [Arendt, 2006]. Ce lo diceva anche don Giovanni Nicolini, accompagnatore spirituale delle Acli, qualche tempo fa: «[...] la politica è morta. Ma senza politica nemmeno noi viviamo. Per fortuna che noi crediamo nella resurrezione» [Nicolini, 2018]. 

Senza politica non c’è più modo di riorganizzare le parti. Il governo diventa solo amministrazione. I popoli diventano inevitabilmente popolazioni (identità su basi etniche, l’elemento base di ciò che chiamiamo sovranismo). Ma «la popolazione non è una scelta contrapposta ad altre. È ciò che resta quando non c’è più il processo di costruzione di un popolo» [Tarizzo, 2018, p. XXI].


(in Forma Esplora Anima - Una conversazione animativa - Paola Villa) 

Riposizionare la tensione tra sociale e politico


Il campo sociale è frammentato in una pluralità di domande particolari. L’operazione comune attuale è cercare tante singole risposte. E allearsi con la politica «amica» per suggerirle e concordarle.

L’operazione necessaria oggi, invece, ci pare aggregare le domande particolari in un discorso complessivo. Il campo delle domande è il sociale. Organizzare un discorso è strutturare il discorso sociale da proporre al politico. In questo senso, il sociale non è prepolitico, è già politico, ma di diverso segno. È una tensione ciò che intercorre tra sociale e politico, non una progressione evolutiva. Eliminare la tensione elimina il processo. Il politico mira all’impossibile, alla costruzione di una società ordinata e perfetta che, se esistesse, abolirebbe nei fatti il sociale [Laclau, 2018]. Il sociale non è compatto e ordinato, è fatto di contrapposizione, fratture, negatività e, soprattutto, di tante, tantissime, specificità e particolarità.

Il primo passaggio, che viene dal sociale, è quindi riconoscere e fare emergere le domande sociali. Il secondo, che viene dal politico, è cercare di organizzare la risposta a quelle domande. Per fare entrambi i passaggi c’è bisogno di aggregare le domande singole in un fronte comune, che è un punto di divisione tra noi e loro. Il conflitto noi/loro è costitutivo. Oggi è evidente in diverse fratture che viviamo e che attraversano il nostro stare assieme. Più tendiamo a volerle risanare e ricomporre, più ci sembra che ricompaiano accentuate. Il conflitto è di per sé ineliminabile. Solo attraversandolo in maniera consapevole si può trasformarlo costruendo aspetti (sempre incompiuti) di comunità e restituendo al sociale il ruolo proprio e specifico di rendere le domande sociali emergenti, visibili, dicibili e prendibili.

C’è un ruolo sociale da assumere che è quello di aiutare a organizzare discorsi con le domande sociali che emergono. È qualcosa di differente dal rappresentare (cosa che richiede sempre la delega di qualcuno a essere rappresentato). È qualcosa che ha a che fare con la capacità di vedere e ascoltare e con la capacità di non fare storytelling (narrazione da fuori) ma discorso (conversazione da dentro). Ha anche a che fare con la capacità di rischiare una proposta che raccoglie e organizza ciò che si è ascoltato all’interno di un discorso. Un discorso che non teme, anzi ricerca sconfessione, confutazione, integrazione e che, attraverso questa, si modifica e trasforma continuamente.

Viviamo in un tempo in cui le domande sociali non si aggregano più in significati politici. E in cui lo spazio politico non si scompone più in domande sociali chiare. Manca il dialogo. Manca il discorso.

Ogni discorso si organizza cercando di trovare un centro. Ma costruire il centro non è cercare il punto mediano del discorso tra due estremi. È, caso mai, tentare di spostare il campo di gioco, stabilire quali siano le questioni centrali, influire per certi versi sul processo di costruzione dell’agenda politica. Fare emergere i punti nodali tra le molteplici domande sociali.

Tra il campo sociale e il campo politico va recuperata una tensione che è costitutiva della democrazia. Se questa tensione non attraversa questo campo, resta all’interno del campo sociale. E il nemico, pur simbolico o sublimato, diventa il mio vicino. L’altro da me. Se oggi, in tempo di caduta di tutte le ideologie, lasciamo al politico la funzione di organizzare le domande, lasciamo anche che sia lui a indicarci con chi entrare in conflitto. Possiamo sicuramente e con convinzione riconoscere i limiti della politica (e dei partiti che oggi la incarnano), ma non possiamo non riconoscere che ciò che manca prioritariamente oggi è il passaggio del sociale. Manca la capacità di organizzare un discorso e manca il coraggio di proporlo. 

Annullare la tensione tra sociale e politico vuol dire lasciare intatto il sistema e portare il conflitto all’interno della società. Non si deve rinunciare alla dimensione politica del sociale. Anzi, il contrario. Si tratta di esprimerla pienamente e autonomamente. «Se vincevi te, io non sarei più stato dalla tua», scriveva don Milani nella lettera a Pipetta [Milani, 1950].

(in Forma Esplora Anima - Una conversazione animativa - Paola Villa) 

Europa

Comunque il concetto principale di stamattina è: Nessuno ha pensato: siamo entrati in Polonia, paese ancora lontano da casa. Tutti abbiamo p...