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Case popolari a Roma: un caso da manuale di esclusione sociale




Una analisi approfondita degli effetti delle politiche abitative sulla disuguaglianza nella capitale. economiaepolitica.it
La mancanza di politiche abitative adeguate alimenta le disuguaglianze sociali. Il caso degli alloggi popolari a Roma.
La politica per la casa in Italia rappresenta da sempre un ambito residuale di intervento pubblico, in termini di impegno amministrativo e di risorse finanziarie, peraltro con una forte frammentazione negli strumenti utilizzati. Il modello mediterraneo di housing, rispetto a quanto avviene in altri paesi con sistemi sociali più robusti, è caratterizzato da un’alta percentuale di abitazioni in proprietà, un mercato degli affitti ristretto e poco dinamico e una limitata quota di edilizia residenziale pubblica (ERP), con una certa tolleranza per le pratiche informali e abusive. Più recentemente, il protrarsi della crisi economico-finanziaria e il conseguente impatto sul reddito disponibile delle famiglie hanno accentuato l’incidenza dei costi relativi all’abitazione sulla spesa complessiva. Molte famiglie manifestano sintomi di disagio abitativo, che non interessa più solo le fasce più deboli della popolazione, ma si è esteso anche ai nuclei familiari che percepiscono stabilmente livelli di reddito che non rientrano nei limiti previsti per l’ERP, ma non sono in grado di accedere alla casa a condizioni di mercato.
L'intero articolo su Economia e Politica 

Don Sardelli



 

All'Acquedotto Felice imparammo a spogliarci del vestito che ci avevano messo addosso di essere portatori di bisogni e indossammo l'abito di portatori di diritti.

Un bell'articolo di Internazionale su Don Sardelli.

Veniva spesso da noi, quasi ogni sera prima di tornare a casa sua, che era distante un isolato dalla nostra. Era prima che il quartiere Prenestino fosse chiamato “il Pigneto”, prima che la speculazione immobiliare trasformasse una delle zone più popolari di Roma nel posto dei locali e della movida. Era sempre vestito con un maglione colorato o una camicia a quadri, non aveva l’aspetto di un prete, anche se tutti nel quartiere lo chiamavano “don Robbè” e andavano a trovarlo a casa, bussando alla porta di legno che lasciava sempre aperta. Era spesso seduto alla scrivania a riordinare i suoi appunti scritti a mano, aveva musicato le poesie di Federico García Lorca che sapeva a memoria, amava molto il flamenco che aveva studiato in Andalusia. 

Si sedeva in salotto e raccontava le storie delle persone che aveva incontrato e poi parlava della città, di Roma, dei suoi amministratori e delle loro mancanze, parlava di quelli che erano stati “rifiutati dalla città”, della possibilità e dello spazio della politica. Negli anni novanta andava tutti i giorni a Villa Glori, ai Parioli, ad assistere i malati terminali di aids. Erano persone che vivevano lo stigma di una malattia di cui nessuno voleva parlare, perché era circondata da pregiudizi e vergogna. Riguardava soprattutto omosessuali, trans, prostitute, tossicodipendenti. In pochi posti di Roma era riuscito a raccontare questa esperienza durata dieci anni, che ha poi raccolto nel libro Le margherite sono le nuvole del prato (1998). 

Roberto Sardelli è morto il 19 febbraio a Pontecorvo, in provincia di Frosinone, a 84 anni, dopo una lunga malattia, circondato dalla cura di quelli che un tempo erano i suoi ragazzi, gli studenti del doposcuola che il prete aveva creato alla fine degli anni sessanta nella baracca 725 all’Acquedotto Felice, nel quartiere Tuscolano di Roma. La sua esperienza di prete, di maestro di strada, ma anche di analista attento ai cambiamenti sociali è incredibilmente attuale in una città in cui 15mila persone vivono per strada o in alloggi di fortuna e dove le disuguaglianze sono sempre più forti. 

Nei racconti di Sardelli c’erano sempre le persone. Ricordo per esempio la storia di una coppia di trans: una delle due era ricoverata in ospedale allo stadio finale della malattia e l’altra andava tutti i giorni a trovarla. Sardelli raccontava i particolari della cura, anche senza speranza. Diceva di aver imparato molto da quella coppia che per la maggior parte della vita aveva dovuto proteggere il suo legame dal giudizio della società. Di lui mi colpivano due cose: le guance scavate in contrasto con gli occhi enormi e vivaci e le molte storie che raccontava con una capacità affabulatoria rara. Sardelli era sempre umano, come l’accento ciociaro che gli coloriva le frasi, altrimenti pronunciate in un italiano forbito. 

Poteva inabissarsi in posti che noi frequentavamo senza accorgerci da chi erano abitati, per poi riemergere e raccontare che cos’era davvero Roma

Si faceva interrogare dalle storie delle persone che frequentava e non usava quasi mai parole scontate, sembrava che avesse scelto soprattutto di ascoltare. E poi di non essere neutrale. Era antiautoritario, voleva stare vicino a quelli che erano stati allontanati dalla società. Era convinto che gli ultimi dovessero prendere la parola. Era il punto di vista ribaltato a rendere speciali i suoi racconti. Prediligeva spesso la prospettiva delle donne, in particolare di quelle più anziane, e anche questo era particolare perché pochi portavano questo punto di vista nella discussione pubblica. 

Era duro con il potere, intransigente soprattutto verso un certo perbenismo, molto severo anche con se stesso, ma mai l’ho sentito pronunciare parole di condanna verso qualcuno. Poteva inabissarsi in posti che noi frequentavamo senza accorgerci da chi erano abitati, per poi riemergere e raccontare che cos’era davvero Roma, cosa stava succedendo alla città, come si stava trasformando. 

Da atea, mi colpiva che fosse angosciato dalla morte: era molto religioso, ma la fede non aveva un valore consolatorio per lui. La perdita di qualcuno era sempre l’occasione per ricordare l’unicità e la straordinarietà di quell’esistenza. I suoi discorsi più belli li ho ascoltati ai funerali. Credo che fosse per questo suo rapporto particolare con la morte che avesse un istinto radicale verso la libertà e avesse dedicato tutta la sua vita all’educazione alla libertà. 

“Prendere coscienza della propria realtà è un atto di forza. Il povero che non prende coscienza della sua realtà è fottuto”, diceva spesso. Originario di Pontecorvo, a Roma Sardelli si trasferì in una delle baracche – quella lasciata da Rita, una prostituta – nel 1968. Era appena arrivato nella chiesa di San Policarpo, al Tuscolano, quando si accorse che uno dei chierichetti, Cesidio, spariva ogni giorno dopo la funzione. Viveva con la sua famiglia in una baracca senza bagno, senza acqua corrente, senza elettricità. Un giorno il prete lo aveva seguito e aveva scoperto una città nella città, a pochi passi dalla chiesa, un insediamento nascosto a ridosso dell’acquedotto, completamente rimosso dallo sguardo e dai discorsi dei parrocchiani. 

La scuola 725
Così aveva deciso di trasferirsi nella baraccopoli, suscitando parecchie critiche da parte dei suoi superiori. Nel borghetto abitavano 650 famiglie, lavoratori edili, operai, ex contadini arrivati a Roma dall’Abruzzo, dal Molise, dalla Basilicata, dalla Calabria. Migranti interni, immigrati. Nella capitale gli affitti erano proibitivi: “O mangiavano, o pagavano l’affitto, così nacquero le baracche”. 

I ragazzini frequentavano la scuola pubblica ed erano segregati nelle classi differenziali, erano considerati non adatti alla scuola, erano trattati come disabili. Così erano condannati ad avere le aule peggiori, i peggiori insegnanti, programmi semplificati e il loro destino era quello dell’abbandono scolastico. I ragazzi dell’Acquedotto andavano a scuola malvolentieri perché erano discriminati e soprattutto cercavano di nascondere la loro vita nelle baracche. Gli immigrati meridionali erano vittime di pregiudizi e scherno: “Dicevano che non ci lavavamo, che non pagavamo le bollette, che non pagavamo le tasse, che eravamo dei parassiti”, ricorda Emidio, uno degli abitanti della baraccopoli. 

Arrivato all’Acquedotto Felice, sulle orme di don Lorenzo Milani, il priore di Barbiana che Sardelli aveva conosciuto e frequentato, il sacerdote decise di aprire un doposcuola nella baracca 725, una catapecchia di nove metri quadrati. Il primo giorno si presentarono cinquanta bambini, tutti quelli dell’acquedotto, così dovettero presto trasferirsi in un altro spazio, la baracca di Natalino, praticamente una grotta buona per coltivare i funghi. Usavano le candele per illuminarla quando si faceva buio e la stufa a legna per riscaldarsi. 

“La scuola che io intendevo fare non era una scuola di pietà, era una scuola che doveva insegnare a inserirsi nella vita”, ha raccontato Sardelli nel documentario Non tacere girato dal regista romano Fabio Grimaldi nel 2005. Si cominciava alle 15.30 e si andava avanti fino a sera. La lettura del giornale era al centro del lavoro della scuola, i ragazzi sceglievano l’articolo che gli interessava di più, lo leggevano insieme, se c’erano dei termini che non capivano aprivano i dizionari che erano i libri più usati durante le lezioni e cercavano il termine sconosciuto. 

Si leggeva insieme finché tutti non avevano capito, poi si discuteva di quegli avvenimenti. “In quel piccolo, freddo e umido spazio non imparammo solo a leggere, a scrivere e a far di conto, ma ogni sera, a lume di una tremolante candela, giornale alla mano, imparammo a riflettere su quanto ci accadeva, su quanto accadeva nel mondo: le fragili mura venivano abbattute e sotto gli archi degli acquedotti risuonavano le voci del mondo. Dalla rivolta di Battipaglia, alla sofferenza del Vietnam, da Martin Luther King al Satyagraha del Mahatma Gandhi. Bisognava tutti uscire da un’educazione centrata sull’individuale per costruire in noi stessi uno spazio dove prevalesse l’afflato collettivo”, ha scritto anni dopo nel libro Vita di borgata. Insieme ai giornali si leggevano alcuni libri come La biografia di Malcom X o Dottore in Cina di Joshua Horn, ma si ascoltava anche molta musica. “Volevo portare il mondo a casa loro, perché i ragazzi capissero che la loro condizione non era esclusivamente la loro, ma era una condizione che condividevano con il resto del mondo”, ha detto Sardelli anni dopo. “All’Acquedotto Felice imparammo a spogliarci del vestito che ci avevano messo addosso di essere portatori di bisogni e indossammo l’abito di portatori di diritti”. 

Nella scuola 725, i ragazzi si resero ben presto conto che i libri di testo della scuola pubblica non erano adatti per loro e così decisero di scrivere il proprio libro di testo: disegnarono e composero interamente il libro. “Dovevamo diventare saggisti, dovevamo diventare poeti, dovevamo diventare scrittori”. Molti intellettuali, giornalisti, registi, scrittori conobbero l’esperienza della scuola e cominciarono a frequentarla. I ragazzi li incontravano, li interpellavano, gli facevano molte domande, poi ogni due settimane componevano un giornalino che stampavano con il ciclostile e che conteneva le loro discussioni, le loro inchieste, le loro interviste. 

A un anno dall’inizio del doposcuola, il sacerdote chiese ai ragazzi di scrivere una lettera al sindaco di Roma, Clelio Darida, per denunciare la loro condizione: “Quando cominciai a leggere i cartoncini su cui avevano scritto i loro pensieri mi accorsi che lì c’era del materiale ben più importante di quello che avevo pensato”. Così nacque la lettera al sindaco di Roma alla cui stesura i ragazzi della scuola 725 lavorarono per dieci mesi, in un lavoro che era soprattutto didattico e che aveva come obiettivo la presa di parola attraverso un’elaborazione collettiva. In un primo momento le autorità ne furono spaventate, il prete fu convocato dal cardinale vicario che chiese di non pubblicare il lavoro. Nella lettera c’era scritto: 

Il luogo dove viviamo è un inferno. L’acqua nessuno può averla in casa, la luce illumina solo un quarto dell’Acquedotto. Dove c’è la scuola si va avanti con il gas. L’umidità ci tiene compagnia per tutto l’inverno. Il caldo soffocante l’estate. I pozzi neri si trovano a pochi metri dalle nostre cosiddette abitazioni, tutto il quartiere viene a scaricare ogni genere di immondizie a cento metri dalle baracche. 

La lettera fu pubblicata nel 1970 ed ebbe una straordinaria diffusione, anche grazie alla stampa, che gli diede massima visibilità. Era un documento didattico, ma anche politico, dimostrava che anche dei ragazzini di età differenti in un contesto così svantaggiato potevano rifiutare le disuguaglianze e prendere parola nello spazio pubblico, come atto di emancipazione e libertà. 

“Non tacere è parlare, perché nella situazione dei baraccati le istituzioni giocavano sul silenzio, sul silenzio costruivano i pregiudizi, alimentavano le dicerie. Non tacere diventò uno slogan, non tacere fu come gridare la nostra dignità”, ha spiegato una volta Sardelli. E questo è il lascito più grande di un uomo che ha creduto nella presa di parola come azione politica, come forma di conflitto contro le ingiustizie e le disuguaglianze, in una città che ancora oggi, a cinquant’anni di distanza da quella lettera, tollera l’esistenza dei ghetti, delle baraccopoli e di disuguaglianze profonde a cui risponde solo con le forze di polizia, con gli sgomberi, con interventi repressivi di ordine pubblico. 

I ragazzi della scuola 725, nel frattempo, sono diventati maestri di scuola, operai e sindacalisti, l’Acquedotto Felice invece è stato sgomberato nel 1973 e la maggior parte delle famiglie è stata trasferita alla periferia di Ostia, nei palazzi di edilizia popolare di Nuova Ostia. Dopo una lunga battaglia per la casa, i baraccati hanno ottenuto quello che volevano, ma nei loro confronti non si è interrotto lo stigma e la segregazione, anche se sono andati ad abitare nelle case. “Le nostre famiglie, i nostri ragazzi erano stati deportati in un ghetto che tale non era come si voleva far credere. In quest’universo concentrato di Nuova Ostia il tessuto umano che faticosamente avevamo organizzato si sfilacciava”. 

Nel 2007 un gruppo di ex studenti della scuola 725 con Sardelli e con un gruppo di urbanisti scrissero una nuova lettera al sindaco di Roma che intitolarono “Per continuare a non tacere”. Criticavano la gestione della città come vetrina per eventi culturali episodici che si concentravano solo nel centro, e chiedevano l’investimento in una nuova forma di welfare territoriale che partisse dai municipi. 

“Occorre produrre legame sociale, fare società, fare città. E occorre produrre legame sociale attraverso il conflitto. La missione per la politica è quella di fare società, costruire solidarietà con iniziative che diano contenuto alle giuste aspirazioni e maturino la cultura della convivenza”, è scritto nel documento. E ancora: “Ricominciare dall’ascolto. L’unico modo di uscire dalla situazione di stallo in cui i partiti si stanno accartocciando su se stessi è quello di non chiudersi nel lamento, ma quello di avventurarsi nel campo aperto della cultura, della politica e del contatto con le persone, che non può essere sostituito da un passaggio televisivo”. 


Il nostro paese non ha una "Affermative action"...

Sant'Egidio 

Userò il termine immigrati, stranieri. Ma è improprio. Nel calderone degli immigrati ci sono persone che hanno permesso di lunga residenza. Ci sono immigrati che non possono ottenere cittadinanza ma sarebbero italiani, se fosse applicata ius soli? Si dovrebbe parlare di nuovi italiani.

Il tema “Casa e immigrati” ha bisogno di essere collocato nello scenario di oggi.
Scenario ben definito da Rosanvallon. Che parlando di quello che succede ha detto: qui non è più il problema del potere di acquisto, è il problema del potere di vivere. Non è un problema reddituale. Ma di diritti sociali non negati, ma non più esigibili. Questo crea un disagio enorme.

Quali sono i luoghi del disagio. I luoghi in cui il disagio diventa visibile.
Sono i pronto soccorso degli ospedali. Dove aspetti una notte, anche se sei grave.
Sono gli autobus, dove impieghi 2 ore e mezza per fare tragitti che sarebbero da 40 minuti.

I luoghi del disagio diventano luoghi del conflitto. Perchè diventano luoghi in cui la ricerca di un capro espiatorio è facile. Sei arrabbiato. Te la devi prendere con qualcuno. Finisci per prendertela con gli immigrati.

Non chiediamo una rivoluzione bolscevica...


Raucci – Unione Inquilini 

La povertà non è una colpa.
Abbiamo 40.000 – 50.000 nuclei con disagio abitativo.
Se non guardiamo l'insieme e non proviamo a proporre soluzioni reali il disagio continuerà a rigenerarsi di continuo. E non potrà che aumentare.

Diasgio abitativo a roma più o meno per 50.000 – 55.000 famiglie.
9.000 sfratti emessi. Dati min. Interno.

Gli sfratti sono un problema. Ma gli sfratti sono solo la punta dell'iceberg. Di un problema più ampio.

Per quanto incompleti abbiamo dati sulle persone in attesa di alloggio, in graduatoria.
Abbiamo i dati delle persone che vivono in alloggi impropri (non censiti ma realistici).
Dall'altro lato abbiamo i dati delle persone che vivono con contributo di assistenza municipale.
Erano 1300-1500 due anni fa. Circa 200 probabilmente con un colpo di fortuna hanno saputo usare bene il buono casa. Mentre il doppio o il triplo probabilmente nel frattempo sono state cacciate da casa solo per problemi burocratici (non per mancanza di pagamenti ma per mancanza di documenti, di firme, di fogli...).
Che tipo di contributo ricevono questo persone?
Le persone vivono tra le entrate del reddito e le uscite fisse dell'affitto. O intervieni sull'affito o intervieni sul reddito. Se non fai nessuna delle due cose e intervieni solo una tantum con un contributo rischi di peggiorare la situazione perchè di fatto vai solo ad alimentare la richiesta di chi pretende che gli affitti si mantengano alti.

Come si programma senza dati?


Enrico Puccini – Osservatorio Casa Roma 

Allo stato attuale i dati su Roma dicono che è una emergenza strutturale.

Come si diceva prima. Se ogni anno abbiamo circa 1500 nuovi nuclei che finiscono per strada. Se attualmente la soluzione sono le 500 case che assegna il comune. Anche facendo l'ipotesi di costruzione di 10.00 nuovi alloggi (trovando i finanziamenti ,realizzando i lavori …). Anche facendo tutto questo tra 10annici troveremmo con gli stessi dati di oggi. Perchè c'è comunque, in ogni calcolo possibile, un disavanzo di almeno 1.000 alloggi all'anno.

Allora va pensato qualcosa. Altrimenti si spendono tantissime energie per trovarci, inefficaci, alla situazione iniziale.

Noi abbiamo bisogno di trovare strumenti a breve per bloccare l'emorragia attuale. E avviare strumenti a medio termine per lavorare per smaltire il pregresso.

Per bloccare l'emorragia potremmo usare tutti gli strumenti di legge (morosità incolpevole, contributo all'affitto...). Per lavorare sul pregresso lo strumento principale è il patrimonio pubblico.
Il patrimonio pubblico è molto ricco, da 100 anni di costruzione. L'ultima stagione è finita ai primi anni 90.

Non siamo riusciti a capire fino in fondo il ruolo fondamentale della casa nella creazione della povertà

Guarnieri – Sunia 

Desmond “Sfrattati, miserie e profitti nelle città americane”.

“Sempre meno famiglie possono permettersi un tetto sulla testa. Questo è uno dei temi più urgenti e pressanti che l'America ha di fronte oggi. E riconoscere l'ampiezza e la profondità di questo problema cambia il nostro modo di guardare alla povertà.
Per decenni ci siamo concentrati soprattutto sulla disoccupazione, sull'assistenza pubblica, la cura di bambini e l'incarcerazione di massa. Nessuno può negare l'importanza di questi temi, tuttavia manca un elemento fondamentale. Non siamo riusciti a capire fino in fondo il ruolo fondamentale della casa nella creazione della povertà. 
Non tutti quelli che vivono in un quartiere difficile hanno rapporti con esponenti della criminalità, agenti di polizia, datori di lavoro, assistenti sociali o pastori... Ma quasi tutti hanno un padrone di casa”.

Desmond è un sociologo, giornalista. Con questo libro nel 2018 ha vinto un Pulitzer.
Sfumando ciò che è tipico della cultura americana, questo comunque descrive Roma oggi.
Senza un tetto sulla testa è negata ogni parvenza di dignità.
Senza tetto sulla testa non c'è accoglienza, integrazione...

Noi ci siamo ritrovati dietro a questo manifesto. Ci siamo parlati in maniera chiara e ci siamo detti che volevamo mettere a fattor comune le nostre esperienze. E che volevamo, assieme, fare un appello alle istituzioni. A smetterla con l'autoreferenzialità.

Che ognuno responsabilmente reagisca, dica, dia qualocosa



Mons. Lo Judice 

Siamo qui per metterci in ascolto attento dei problemi dell'abitare della nostra città.
Una città molto amata, che soffre di tanti mali.

Che ognuno, responsabilmente, reagisca, dica, dia qualcosa.

Da quando è stata fondata, circa 2000 anni fa', la Chiesa non può restare a guardare inerme di fronte alle ingiustizie. La Chiesa non può che mobilitarsi, di fronte alla povertà e all'ingiustizia.

Le risposte, però, non possono arrivare dal mettere avanti la propria personale e legittima esigenza.
Farlo è comprensibile. Ma non è sufficiente per muovere e mettere in moto un percorso e un processo. Quello che conta è una convergenza tra diverse e molteplici legittime esigenze.
Poi... la bellezza della differenza e della dialettica.
La dialettica, anche accesa, è qualcosa in grado di costruire situazioni nuove ed inedite.

Dobbiamo essere in grado di mettere a fuoco e a frutto la nostra fantasia.
Dobbiamo essere in grado di inventare qualcosa di nuovo e di diverso. Insieme.
Soprattutto su questo tema dell'abitare.

Antropologia urbana: Amalia Signorelli


Italia:
. privilegiato condizione urbana rispetto a rurale
- antica rete di città 
Poche ricerche antropologiche su città italiane.
Studi maggiormente ruralcentrici.

Pregiudizio operaista: 
coincidenza della cultura operaia urbana con la cultura rivoluazionaria.
Gli altri ceti di popolazione urbana sotto egemonia di classe operaria avrebbero anch’essi acquisito coscienza di classe o sarebbero stati confinati a residuali. 

Pregiudizio antiurbano:
cultura neoarcadica che indicidua società rurale e contadiana con il recupero delle radici.
-città luogo dello sradicamento, della perdita di cultura originaria, di alineazione e omologazione.
(Anche Pasolini).

La città, vista con le lenti messe a fuoco per la cultura contadina, è una realtà invisibile e incomprensibile. 

Antropologia urbana:occuparsi di concezione del mondo e della vita, di sistemi cognitivi valutativi, elaborati da e per i contesti urbani. 

Modelli di città italiane:
(Tranne Latina) tutte con storia plurisecolare e plurimillenaria. 
Quasi tutte ne conservano i segni in impianto urbanistico e monumenti. 
Quanto indietro nel tempo si è radicata in italia la distinzione città/campagna e la superiorità della prima sulla seconda? 
Da questo dipende il ruolo di centro che le città hanno rispetto ai territori. 

Modello di città italiane a fine XX secolo:
Città antiche abitate da inurbati recenti e investite da processo di massificazione? 

Il non conosciuto deve possedere in se stesso qualche forma che può venire esplorata e un po’ alla volta appresa. 
Il caos completo senza traccia alcuna di connessione non è mai piacevole.

Una esplorazione antropologica: Amalia Signorelli a Pietralata



Pietralata: la lotta per la casa
Nata come borgata, anni 30. Sud est Roma. Vicino a Tiburtina. 
Popolazione della borgata era 20.000 abitanti. 
Forte identità locale.

La rivendicazione del controllo su un territorio viene legittimata producendo quel territorio in patria. Talvolta appellandosi a continuità insediativa accertata. Tal’altra anche senza. 

Localismo. Fondamentalismo. 
L’appartenenza al gruppo è sempre frutto di radici. 
Localismo di borgata. 

Anche quando partecipava a manifestazioni per il diritto alla casa a Roma, 
partecipava in quanto Pietralata.
Da dove nasceva questo senso così forte di identità locale? 

Anni 30, Mussolini, 
obiettivo urbanistico: rinnovamento urbano della città, ristabilire “sui colli fatali” l’antica capitale imperiale
obiettivo ideologico: consolidare idea di regime realizzatore provvidenziale di ordine, pace e prosperità all’interno, di conquistatore all’estero. 

Strategie di Mussolini:
Stabilire analogie sistematiche tra ere fasciste e epoca imperiale romana di Augusto. 
Repertorio di romanità recuperato e riproposto (imposto)fu molto vasto. 
Riportare alla luce alcuni monumenti di epoca classica. (a prezzo della demolizione di buona parte della Roma medievale). 
Creazione di ampie vie centrali (a prezzo di demolizione delle vecchie abitazioni che costituivano il centro storico romano e della espulsione di coloro che vi abitavano. Del proletariato romano). 

Chi è stato espulso? 
Roma non aveva proletariato industriale. 
Il proletariato era composto da manovali, muratori, operai dei trasporti e servizi. 
Piccoli lavoratori indipendenti, artigiani e commercianti. 
Privo della tradizione socialista, il proletariato romano costituiva comunque una realtà potenzialmente e spesso esplicitamente ostile al regime. 
Quindi: 
espulsione del proletariato non fu effetto collaterale ma obiettivo ulteriore: neutralizzare, mettendolo da parte, un gruppo ostile e potenzialmente pericoloso. 


La nascita dei processi creativi, secondo Asimov

Era il febbraio 1959, quando Isaac Asimov venne avvicinato da Arthur Obermayer, scienziato e caro amico dello scrittore. Con una proposta: e...