70 anni oggi. Buon compleanno Acli, forse....

Un compleanno è un momento di  festa e “tradizione” (traditio). Memoria e ringraziamento per ciò che è stato. Tradizione di “consegna” in vista di ciò che sarà. Conservare intatta una tradizione significa tradirla. Restare fedeli ad una tradizione significa tradurla nel presente, perché abbia futuro.  Se le Acli sono arrivate a 70 anni è perché qualcuno, prima di noi, non si è sottratto al mestiere di raccogliere e rideclinare l’identità …

  • Le Acli oggi sono un po’ come certi 70enni tristi. Hanno avuto una vita piena. Ma non sanno guardare avanti. Ricordano il passato, si lamentano del presente, sono incapaci di vedere il futuro e, in fondo, sembrano solo aspettare la fine.  Eppure, nonostante i limiti e gli acciacchi, avrebbero ancora molto da dire e da dare. Forse siamo ancora in tempo per invertire la rotta e provare a   dare alle Acli un destino diverso.


Nell’ottobre 2012, sollecitata dalla lettura di L’Assillo della fede mettevo in fila alcune questioni di metodo  (La Parola, I Maestri, I Compagni di strada, I Ruoli). qui il post: Attendendo l'Aurora

Nel marzo 2013, a 3 mesi dall’avvio, abbozzavo alcuni snodi di fondo (chi o cosa vogliamo rappresentare? movimento di cittadini, parte di quel popolo che è la Chiesa…), alcune attenzioni (essere attivatori di processi, aprirsi agli altri, riscoprire l’essere movimento e associazione, oltre i servizi) banali strumenti (spazi di pensiero con sollecitazioni esterne, momenti di spiritualità comune) e processi su cui lavorare (principio di cooperazione e non di competizione, spazi di gestione delle differenze e composizione della sintesi, comunicazione come costruzione e manutenzione della relazione, programma condiviso con priorità e azioni). qui il post L'aurora è arrivata?

Oggi, a circa 2 anni dalla fine del mandato provo a buttarne lì altre. Anche stavolta non sono né rivoluzionarie né risolutive. Le esplicito come regalo di compleanno alle Acli e perché credo che siamo ad uno snodo:
  • Il congresso è il momento del CHI. Ora siamo nel momento del COSA. Adesso e per 2 anni il CHI potrebbe e dovrebbe essere dato per definito.  Le Acli  non possono permettersi di impiegare i prossimi 2 anni tutti sul CHI. I prossimi 2 anni devono essere impiegati per lavorare su alcuni COSA per riconsegnare al congresso un’associazione più viva e vitale di oggi. Poi, in congresso, dinamiche democratiche definiranno se il CHI sarà prosecuzione o cambiamento di questo gruppo. Spero a partire dalla verifica di cosa è stato fatto e dalla scelta di in che direzione andare.
  • Abbiamo deliberato (nonostante l’abolizione formale nell’ultimo congresso) un momento simile alla Conferenza Organizzativa e Programmatica. Nella storia delle Acli tante COP con potere deliberativo hanno deciso molte cose senza successive ricadute reali. Ora (con una maggiore urgenza di cambiamenti reali) abbiamo un’assenza di potere deliberativo. Il rischio di inconcludenza è maggiore. Io credo il gruppo dirigente dovrebbe elaborare e presentare in CN di ottobre alcune linee di intervento (non solo un elenco dei temi), il percorso COP dovrebbe essere momento di confronto, il momento di chiusura con CN a marzo vede due possibilità. O viene convocato in modo da avere potere congressuale o alcune cose può deciderle nell’immediato, per molte altre che si basano su modifiche statutarie si dovrà aspettare il congresso.
  • Ci siamo impegnati a formulare entro il 30 ottobre 2014 un programma politico per il 2015. In modo che nei mesi seguenti si possa lavorare sulle dimensioni di attività e budget ad esso collegato e che da gennaio possa quindi essere effettivo.

Settant'anni insieme (Lorenzo Gaiani)

 



da www.aclimilano.com




Settant'anni insieme
In un giorno di fine agosto del 1944 nascono a Roma le Acli, l’Italia stava ancora combattendo per la sua liberazione da un regime oppressivo e avrebbe dovuto affrontare una gigantesca opera di ricostruzione insieme alla gestione di un percorso di nascita di una democrazia di massa
di Lorenzo Gaiani - 29/08/2014
FOTO - La foto della prima riunione del Consiglio nazionale presso la Curia generalizia dell’Ordine domenicano adiacente alla basilica di Santa Maria sopra Minerva.
In un giorno di fine agosto del 1944, convenzionalmente si ritiene il 28, un gruppo di dirigenti dell’associazionismo e del rinascente sindacalismo cattolico si ritrovò a Roma presso la Curia generalizia dell’Ordine domenicano adiacente alla basilica di Santa Maria sopra Minerva. A poche centinaia di metri da quel luogo sorgeva, e sorge tuttora, l’Albergo di Santa Chiara, in cui il 19 gennaio 1919 un altro gruppo di persone, guidato da don Luigi Sturzo, stese l’atto costitutivo del Partito Popolare Italiano.
Una sola persona era stata presente a tutte e due quelle riunioni, cioè Achille Grandi, il sindacalista comasco che nel 1919 era il Segretario generale della Confederazione italiana del lavoro (CIL), l’organizzazione sindacale “bianca” e che pochi mesi prima, quale rappresentante dei lavoratori cristiani, aveva stretto gli accordi per la nascita di un sindacalismo unitario con il comunista Giuseppe Di Vittorio ed il socialista Bruno Buozzi (che sarebbe stato assassinato dai nazisti alla vigilia della liberazione di Roma).
Proprio Grandi, facendo eco alle preoccupazioni della dirigenza della Democrazia Cristiana e della stessa Gerarchia ecclesiastica, aveva convocato quella riunione cui partecipavano esponenti sindacali e dirigenti dell’Azione cattolica, al fine di verificare in che modo i lavoratori cristiani potessero inserirsi nella CGIL, il sindacato nato dagli accordi siglati in Roma all’inizio di giugno, nella consapevolezza dell’inferiorità numerica e, soprattutto, dell’assenza di una vera e propria formazione politica e sindacale rispetto ai lavoratori di ispirazione marxista.
Si decise così che la Corrente sindacale cristiana (CSC) all’interno della CGIL sviluppasse una struttura associativa distinta dal partito politico e che insieme fosse un luogo di riferimento per le questioni di ordine politico, formativo ed assistenziale. Si decise che il nome di quell’ organismo fosse quello di Associazioni cristiane dei lavoratori italiani, e che Grandi ne avrebbe assunto la presidenza in via provvisoria mantenendo nel contempo l’incarico di Segretario generale della CGIL accanto a Di Vittorio e al socialista Oreste Lizzadri.Così origina la nostra storia, i nostri settant’anni insieme nella vita dell’Italia che stava ancora combattendo per la sua liberazione da un regime oppressivo, che poi avrebbe dovuto affrontare una gigantesca opera di ricostruzione insieme alla gestione di un percorso di nascita di una democrazia di massa in un Paese che non l’aveva mai conosciuta. Si attraversarono terreni inesplorati, una nuova dialettica di classe, un’impetuosa crescita del sistema produttivo, la rivoluzione dei consumi e dei costumi, gli anni del terrorismo e quelli della stagnazione.
Ma le ACLI sono e restano anche soggetto schiettamente ecclesiale, di laici inseriti vivacemente nell’esperienza concreta della Chiesa locale e di quella italiana ed universale, anticipando talvolta quello che sarebbe stato il rinnovamento conciliare, accompagnandolo con entusiasmo, vivendo e pagando sulla propria pelle le lacerazioni che ne vennero dopo, subendo con disagio una fase di restaurazione mediatica e dottrinaria e, oggi, vivendo con speranza una nuova, possibile primavera.
Quale futuro per questa storia? Credo che esso dipenda da come coloro che lo hanno vissuta cercheranno di attualizzarla nelle loro diverse responsabilità, siano esse più o meno interne al Movimento. Dalle ACLI, lo abbiamo sempre detto, sono venute in tempi diversi messi di amministratori locali, parlamentari, sindacalisti. Per alcuni di essi forse il Movimento è stato un passaggio, un momento della loro scalata al potere. Per altri, per la maggioranza, è stato invece il manifestare in altri campi quel radicamento valoriale che essi avevano appreso dalle ACLI, facendo di loro persone intese al benessere della loro comunità e agli interessi pubblici.
Le ACLI sono state in questi anni palestra di formazione, agenzia sociale, dispensa di servizi, soggetto promotore di cooperazione ed impresa sociale, soggetto ecclesiale, sociale e politico. Né carne né pesce diceva qualcuno, ma il nostro padre fondatore milanese Alessandro Butté ribatteva: siamo l’uovo, che è un alimento completo e talvolta contiene il pulcino.
Ecco, per il proseguimento di questi settant’anni credo che il nostro impegno maggiore sia quello di vivere la nostra storia nella prospettiva di quel pulcino che ancora deve nascere, e che nasce ogni giorno, cioè dei compiti futuri che le ACLI potranno avere e che sapranno esercitare se saranno sempre aperte al loro spirito originario, quello che ha permesso loro di realizzare ciò che hanno realizzato in settant’anni.
Ha detto recentemente Giovanni Bianchi: “La longevità delle Acli deriva dalla complessità materiale ed organizzativa. Ma con questa anima. Con un carisma. La complessità muta nel tempo. Ma è l'anima, è il carisma quello che fa volare il calabrone. Se gli tiri via questo il calabrone non vola più. Se togli l'anima e scomponi la complessità in semplici pezzi non vola più. Finisci per fare un servizio di serie B, un sindacato di serie B… A noi non ci definisce la dottrina ma la mistica. Si rischia. Non si capisce bene. Ma si prova”.
E in questo provare e riprovare è il senso d

L'indifferenza non è mai una virtù

Non sono esperta di politica internazionale. Sono una cittadina. Ed un essere umano. E credo questo basti per sentirsi interpellati.


Non invidio chi alla responsabilità di cittadino ed essere umano deve aggiungere responsabilità politiche. E prendere decisioni complesse e difficili assumendone il peso delle conseguenze.

Renzi in Iraq ha citato Srebrenica. E capisco perfettamente la citazione. Per tutti, ma sopratutto per una generazione (la nostra) e per qualcosa  che vuol essere più di un territorio (l'Europa) è il simbolo della colpa per indifferenza ed omissione.

"Poco" dopo Srebrenica ci fu il Kosovo. La tv faceva vedere colonne di donne, anziani, bambini in fuga... Noi portavamo ancora addosso il peso di quella indifferenza a quanto avveniva alle porte di casa. E persone in buona fede si divisero tra chi sosteneva la scelta del non intervento e chi riteneva che la cosa peggiore fosse comunque restare immobili. (Poi, si sa, c'erano i tattici, gli strumentali e quelli in mala fede, ma quella è un'altra storia..).


Secondo me, il tempo ha mostrato che intervenire in un conflitto bombardando una parte non rende interlocutori super partes credibili per le fasi successive dell'auspicato dialogo. E che chi oggi è aggressore domani è aggredito. E viceversa... Ma i Balcani erano i Balcani. Ed erano gli anni 90. Noi eravamo diversi. E il mondo era diverso (anche se... in quanto ad aggrediti che diventano aggressori, alleati che diventano nemici pure l'Iraq...).

L'Europa sui Balcani fallì qualsiasi posizione politica unitaria.  Ma l'ingresso in Europa per molto tempo continuò ad essere la molla e la "carota" per la pacificazione di quell'area. Ed è già qualcosa.
L'Onu è morta nei Balcani. Si disse. Ma questo anche perché fino ai Balcani nell'Onu ancora ci si credeva.  Ed era già qualcosa.
I Balcani vennero non troppo dopo la caduta del muro di Berlino. Ma in qualche modo sembrava "solo" la transizione da sistema a due blocchi a sistema con un unico punto di riferimento.

Oggi... ci manca tutto. 

Ci mancano luoghi e regole inter/sovra/nazionali. Tutti da costruire. 
Ci manca un'Europa. Tutta da costruire. 
Ci mancano chiavi di lettura ed ipotesi. Tutte da approfondire.

Oggi l'unica cosa che mi pare certa per tutti quelli in buona fede è il senso di smarrimento e di impotenza. 
La percezione della fine dell'Occidente per come lo conosciamo. 
La sensazione che tutti i problemi superino agilmente i confini degli stati nazionali mentre tutte le soluzioni siano ancora cercate prima delle frontiere.


È una terza guerra mondiale a pezzi. Ha detto il Papa. 
No, una guerra mondiale è uno scontro tra super potenze. Ha risposto Cacciari. 
Ma è questo il punto. È cambiato il mondo e con lui il vocabolario. E noi continuiamo a leggerlo con parole e pensieri vecchi.


Su cosa (non) si regge l'equilibrio internazionale oggi? Su cosa pensiamo si possa reggere domani?

Forse nel video c'erano un cittadino inglese ed uno americano. Dicono. Con il primo che ha tagliato la gola al secondo.
Chi è in guerra con chi? Chi è alleato di chi? 
Quali sono i confini della guerra?
Come si distinguono i "nemici" dagli "alleati"?

Come evitare che, in Europa o Usa, la lotta ai terroristi diventi una caccia all'immigrato, al musulmano...? (Il ministro Alfano l'altro giorno ha parlato di "problema islam"). 
Noi stiamo intervenendo come "terzi" per dare protezione alle vittime di un'aggressione? O siamo noi i (potenziali) aggrediti e armiamo altri perché combattano i nostri nemici difendendo noi? 
Quali criteri determinano oggi quali vittime è necessario proteggere, in quali contesti è necessario intervenire e quali no?


Io riesco a comprendere il bisogno di fare qualcosa che finisce per essere di fare "qualunque cosa" pur di non essere indifferente. Non riesco lo stesso a credere all'efficacia della  scelta di inviare armi in zona di guerra. 

Ma, alla fine, a me e a noi non sarà chiesto di rendere conto di quella scelta. Che nel bene o nel male peserà su altri.

A me sarà chiesto di render conto come persona, come cittadina. 
A noi sarà chiesto di render conto come parte del cosiddetto mondo del pacifismo e della società civile, di ciò che abbiamo o non abbiamo fatto.

E non sarà un comunicato stampa, un post sul blog o una Perugia Assisi a scrollarci di dosso la responsabilità dell'indifferenza e dell'omissione.

Per cui...
o ci facciamo interpellare e ci facciamo mettere in discussione, realmente, da quanto accade. 
O facciamo in modo che ciò che ci avviene attorno modifichi i nostri piani, progetti, priorità... 
O riusciamo ad uscire da noi stessi e smettere di guardarci l'ombelico...
O mettiamo in campo realmente, ora, qualcosa che non sarà risolutivo ma che sia significativo...

O questa responsabilità sarà una colpa. 
E non avremo nessuno su cui scaricarla.

La progettazione sociale può creare nuovo lavoro?

Non si darà progettazione sociale capace di innovare e creare nuovo lavoro se non si esce fuori da relazioni e pratiche consolidate. E anche nelle grandi organizzazioni la differenza la fanno le persone con la loro capacità di passione, ideazione e generazione
Si progetta ogni volta che serve immaginare o creare qualcosa che non esiste, ogni volta che c’è da gestire un problema o incidere su una situazione. 

La progettazione sociale può essere uno dei modi utili per creare nuovo lavoro ed i fondi strutturali europei sono lo strumento principale da cui passa oggi quest’opportunitàMa progettare non risolve i macro problemi. A volte crea le condizioni per l’emergere di soluzione o attiva innovazioni specifiche. A volte intercetta fondi con attività approssimativamente definite che servono prioritariamente a sostenere il funzionamento quotidiano. D’altra parte il fondo strutturale deve essere “addizionale”, deve andarsi ad aggiungere ad altre risorse proprie ordinarie mentre spesso finisce per sostituirvisi. 

Come dire che con fondi straordinari si creano condizioni per posare binari sui quali poi potranno correre treni. Ma se l’ordinario non esiste, parte dei fondi straordinari saranno destinati al treno e al termine dello straordinario tutto si ferma. E dopo i i binari inutilizzati si intercetteranno fondi per un aereoporto inutilizzato. Fuori metafora, il rischio è lo spreco, la distrazione di fondi ma anche l’aumento di domanda senza miglioramento dell’offerta, senza continuità e visione di insieme.

L’innovazione passa dal “come” 
Ma pur nella consapevolezza delle criticità, cogliere l’opportunità dei fondi strutturali europei è inevitabile. Un interessante documento richiama le sette innovazioni per un uso efficace dei fondi e contiene indicazioni utili sia a livello micro che macro:
- risultati attesi (saper dire in anticipo cosa si mira a realizzare misurandolo in termini di impatto prodotto sulla vita dei cittadini: spostare l’attenzione dall’azione che si attiva all’effetto che si raggiunge)
azioni (da indicare in termini puntuali ed operativi)
tempi (vincolanti ed esplicitamente associati al soggetto che ne è responsabile)
partenariato (sia in fase di programmazione che di attuazione)
trasparenza (da esercitare secondo il metodo Open Coesione)
valutazione (non semplice controllo della regolarità formale ma analisi degli effetti prodotti)
presidio nazionale (sistema di monitoraggio sistematico che comprenda assistenza e affiancamento strutturato in ordinarietà e situazioni critiche).

In altre parole “per aspirare a trasformare la realtà (…) l’individuazione dei risultati desiderati deve essere effettuata prima di scegliere quali azioni finanziare e mettere in pratica”. Si tratta di un requisito ovvio, eppure nella pratica comune quasi mai rispettato.

L’intenzionalità strategica: dove si vuole andare 
Il metodo è importante ma, ovviamente, non basta. Perché l’azione produca effetti è necessario sapere dove si vuole andare. Ed è un peccato che ad Europa 2020 non sia ancora seguito un Italia 2020. Ma anche in questo senso la programmazione europea ci aiuta obbligandoci a definire (a diversi livelli e in modo condiviso) i nostri obiettivi. Dopo di che, a partire dall’ Accordo di parternariato, si crea un sistema a matriosca tra livello europeo, nazionale, regionale e settoriale. Il quadro non è semplice ma tenerlo presente aiuta ad inserire la singola progettualità nel convergere degli sforzi comuni.

Ragionando sul livello nazionale se si vuole creare nuovo lavoro l’obiettivo tematico principale da tenere presente è l’obiettivo 8: Promuovere l’occupazione sostenibile e di qualità e sostenere la mobilità dei lavoratori che individua 10 risultati attesi che si focalizzano su specifici segmenti di popolazione(giovanile, femminile, anziana, immigrata, di soggetti svantaggiati, di disoccupati di lunga durata), su alcune misure (misure attive e preventive sul mercato del lavoro, orientamento, consulenza; apprendistato, tirocini, promozione di autoimpiego e auto impreditorialità, conciliazione tra vita professionale e vita privata), su alcuni strumenti (i servizi al lavoro) ed un contesto (lavoro extra agricolo in aree rurali).

Ma va tenuto presente anche l’obiettivo 3 Promuovere la competitività delle piccole e medie imprese che mira al rilancio degli investimenti, allo sviluppo occupazione in aree di crisi, all’internazionalizzazione delle imprese, all’accesso al credito. Di nuovo, con particolare attenzione all’ambito dell’agricoltura ma citando anche le attività economiche a contenuto sociale.

Così come va considerato l’obiettivo 9 Investire nell’istruzione, formazione e formazione professionale per le competenze e l’apprendimento permanente. Con vari risultati attesi tra cui l’accrescimento delle competenze della forza lavoro e agevolazione della mobilità, l’inserimento lavorativo, percorsi formativi connessi alle domande delle imprese e il rilascio di qualificazioni inserite nei repertori regionali o nazionale. All’interno di questo quadro, a seconda delle proprie competenze e specificità del territorio si può provare ad immaginare la propria progettualità sociale per creare nuovo lavoro.

L’innovazione sociale: una pratica efficace e sostenibile di una idea
Chiaro il metodo, gli obiettivi, con fondi tutto sommato disponibili, cosa fa davvero la differenza e rende una progettualità sociale capace realmente di raggiungere i risultati attesi? Probabilmente la capacità di innovare socialmente. Il Libro bianco dell'Innovazione sociale definisce “innovazioni sociali le nuove idee (prodotti, servizi e modelli) che soddisfano dei bisogni sociali (in modo più efficace delle alternative esistenti) e che allo stesso tempo creano nuove relazioni e nuove collaborazioni. In altre parole, innovazioni che sono buone per la società e che accrescono le possibilità di azione per la società stessa”.

L’innovazione sociale quindi non è solo una cosa nuova. Non è nemmeno solo un’idea, magari radicale. E’ una pratica innovativa. E’ un’idea di modello, prodotto o servizio alla prova dei fatti.

Saper attivare progettualità sociale in grado di produrre nuovo lavoro ha quindi a che fare con l’avere un’idea di impresa o di modello o di servizio per il lavoro e con il provare a metterla in pratica in modo efficace e sostenibile. Efficace: capace di funzionare meglio delle soluzioni esistenti, di generare valore per la società e capace di dimostrare entrambi gli aspetti. Sostenibile: in grado di attivare l’imprenditorialità che permetta di trovare forme di sostentamento.

La progettazione sociale processo di contaminazione e cambiamento
E’ quindi chiaro che una progettazione che punta ad essere innovazione sociale per creare lavoro non può essere un movimento solitario e autoreferenziale. E’ la costruzione di una rete di parternariato e collaborazione basata su due assunti: 1) non ci sono soggetti privilegiati (per storia, dimensione, radicamento, autopercezione o riconoscimeto esterno) più idonei di altri nello sviluppare buona progettazione sociale e pratiche di innovazione sociale. 2) le esperienze più interessanti sono frutto della collaborazione tra attori diversi appartenenti a mondi diversi con esperienze e anche sistemi valoriali e culture diverse. Che sanno trovare un allineamento di interessi nella reciproca complementarietà per il raggiungimento dell’obiettivo comune.

Non si darà progettazione sociale capace di innovare e di creare nuovo lavoro se non si esce fuori dagli schemi, da relazioni e pratiche consolidate. E, anche nelle grandi organizzazioni, la differenza la fanno le persone. La loro capacità di passione, ideazione, di creazione e generazione. Nessuna idea nasce dal vuoto asettico. E la capacità di comunicare e connettere sono prerogative umane indispensabili anche all’interno delle organizzazioni.

Per questo, sostituendo “organizzazione” ad “azienda”, è interessante il rovesciamento comunicativo delle 95 tesi del Manifesto Cluetrain. “Le organizzazioni:
- che parlano il linguaggio dei ciarlatani già oggi non stanno più parlando a nessuno.
- che non capiscono che i loro mercati sono ormai una rete tra singoli individui, sempre più intelligenti e coinvolti, stanno perdendo la loro migliore occasione.
- dovrebbero rilassarsi e prendersi meno sul serio. Hanno bisogno di un po’ di senso dell’umorismo. Avere senso dell’umorismo non significa mettere le barzellette nel sito. Piuttosto, avere dei valori, un po’ di umiltà, parlar chiaro e un onesto punto di vista.
Post per www.benecomune.net 


La nascita dei processi creativi, secondo Asimov

Era il febbraio 1959, quando Isaac Asimov venne avvicinato da Arthur Obermayer, scienziato e caro amico dello scrittore. Con una proposta: e...