Giorno 3: Karkhiv


Giorno 3.
Karkhiv è lontana. Con gli attuali mezzi per arrivarci da Roma ci vogliono un sacco di passaggi e di ore.
Karkhiv è (abbastanza) vicina alla linea del fronte. Che, come dicono qui, non è più una linea. Con i droni la linea è un'area. Killer zone. Dicono.
Il comune di Karkhiv è molto efficiente, raccontano tutti. Il comune ci tiene a rimettere a posto il prima possibile tutto ciò che viene colpito dalla guerra. Ad esempio fornisce in tempo reale i pannelli di legno da mettere al posto dei vetri quando si infrangono. Tanto..."Solo una minoranza estremamente ottimista rimette il vetro".
Con un gruppo di 110 italiani in visita il tema sicurezza è al centro di mille chiacchiere serie e non. Anche il nunzio ed il vescovo pregano perché il nostro pellegrinaggio sia sicuro e perché noi possiamo tornare a casa "sani, salvi e felici".
Come sempre, in queste situazioni, pensi "noi siamo qui due giorni, loro ci vivono". Stavolta però mi colpisce il "felici". Si può essere davvero felici qui, ora?
Le app avvertono (ogni mattina alle 9) quando è il momento nazionale di silenzio e tutto si ferma. Le app (degli italiani) diffondono le sirene di allarme per ogni avvistamento nella zona che hai selezionato da attenzionare. Gli ucraini hanno sistemi più silenziosi e raffinati, fatti di una rete di canali telegram, che permettono di discernere se modificare i programmi o andare avanti come nulla fosse.
L'app nella versione (in inglese) che usiamo noi ha una voce "May the force be with you" e ti chiedi come momenti drammatici e cultura pop possano essere così contigui.
Nelle chiacchiere di colazione del primo giorno e nelle chat il tema ricorrente sono i bunker. "Sei sceso?" "Quanto ci sei rimasto? "Io ho portato il cuscino" "io la coperta". "Io ho fatto su e giù 5 volte" "io ci ho dormito". "Io l'ho ignorato e sono rimasto su" perché "Dalla Russia a qui il missile ci mette 40 secondi". "Quando senti la sirena, puoi pensare che sei fortunato, perché colpito da un'altra parte".
Se ci penso oggi, a caldo, questa mi sembra una delle fatiche enormi della guerra. Essere sottoposti, continuamente, a dover prendere decisioni per la sicurezza propria e dei propri cari. Senza una logica precisa a cui affidarti. Quanto più sei prudente, tanto più sei costretto a rinunciare a vivere. Quanto più decidi di vivere "normalmente", tanto più, se poi dovesse succedere qualcosa, ti resterà addosso il peso di quella scelta... Il concetto di stress e dolore in guerra non riguardano solo il sangue, la morte e la distruzione fisica...
(Parte delle foto, quelle più belle, sono di Alberto Ubezio).

Giorno 2: Kiev (Matteo Rossi)


Kiev. Europa. Per non sentirsi soli.
La giornata sta quasi terminando. In treno attraversiamo campi e foreste. Sono i paesaggi di “Ogni cosa è illuminata” di Safran Foer, dove Jonathan viaggia attraverso l’Ucraina insieme ad Alex alla ricerca di Augustine, la donna che ha salvato suo nonno dai nazisti.
Il senso del viaggio si comprende nel viaggio stesso. Immaginiamo di vivere in un Paese in guerra: oltre la paura, il senso di abbandono. Vedere qualcuno che sceglie di condividere le nostre paure e le nostre sofferenze, anche per poco, ci farebbe sentire meno soli e più ascoltati. Comunità, di europei. Vale qui come per Gaza, come ha scritto stamattina Caterina Sarfatti: se un bambino oggi è lì sulla spiaggia, alza lo sguardo e la vede, almeno una, delle barche della Global Sumud Flotillia.
Stanotte abbiamo preso il treno e attraversato la frontiera. Ci hanno fatto scaricare l’app per gli allarmi droni e missili. Quando suona, bisogna cercare un rifugio. Siamo in un paese in guerra, a poco più di dodici ore da quando ci siamo ritrovati all’aeroporto di Orio.
La stazione da cui siamo partiti è quella di Przemys. Ve la ricordate? Qui il Sindaco Wojciech Bakun aveva “accolto” un noto politico italiano e la sua tardiva solidarietà invitandolo ad andare con lui in territorio ucraino per condannare Putin. Non aveva dimenticato, quel Sindaco ucraino, la maglietta con il volto di Putin che quel politico aveva indossato nella Piazza Rossa nel 2017 come testimonianza della sua passione per il presidente russo.
Alla frontiera, così come sul treno, a chiederci documenti e passaporti sono solo donne. Gli uomini tra i 25 e i 60 anni hanno la leva obbligatoria. Non se ne vedono in giro. I pochi uomini hanno quasi tutti una divisa militare. Qui sono stati distrutti in tre anni 3.000 edifici, molti dei quali sono stati già ricostruiti. Si parla di 4.000 morti civili solo in questa città. Stime verosimili, visti gli attacchi quotidiani che prendono di mira città con missili e droni. Da questa stazione, con questi treni, nei primi mesi del conflitto sono stati fatti fuggire milioni di persone.
A Kiev abbiamo incontrato il Nunzio della Santa Sede che ha voluto fortemente questo giubileo, Visvaldas Kulbokas, lituano, con il quale siamo stati in piazza Maidan. Appena usciti dalla stazione, come ogni mattina alle ore 9, tutti si sono fermati e si sono alzati in piedi, per le strade o nei negozi, per un minuto di silenzio in memoria delle vittime. Un gesto potentissimo e commovente.
Piazza Maidan ti toglie il fiato. Ogni nastro un nome, ogni nome una foto, ogni foto un lutto. E i piccoli drappi gialloblu sono aumentati giorno dopo giorno a perdita d’occhio. Maidan vuol dire piazza, ma dal 2013 significa dignità, e per i ragazzi della rivoluzione Euromaidan più di tutto vuol dire “libertà”, e il sogno dell’Europa.
Ci sono state inchieste e approfondimenti in questi dieci anni sui cecchini che spararono sui manifestanti uccidendone più di cento e ferendone a migliaia. Vi invito a cercarle in Internet e farvi un’idea delle responsabilità e dei diversi giochi politici, geopolitici ed economici in campo allora. Ma se si guarda la realtà con gli occhi delle vittime di quella piazza e dei loro sogni interrotti, non possiamo non vedere come tra quei sogni c’era l’Europa, la libertà, il valore dei diritti umani, la pace.
Di questo ci siamo messi in ascolto nella cattedrale di S.Alessandro: hanno preso la parola Alyona Horova, Presidente dell'Istituto per la Pace e la Comprensione e Ruslana Havrylyuk, Presidente del Centro di Mediazione della Bucovina, tutte realtà che operano da anni per la mediazione e la risoluzione dei conflitti, la giustizia riparativa, il dialogo tra le comunità e il sostegno alle scuole, soprattutto quelle che stanno più vicine al fronte e dove la didattica va purtroppo solo on line da tanto tempo. Per tutti noi una lezione di speranza.
Qualche chiacchera con alcune nonne che incontriamo in stazione. Gli auguri e la benedizione del cardinal Zuppi che ci arrivano via whatsapp tramite il nostro capo delegazione Angelo Moretti del MEAN Movimento Europeo Azione Nonviolenta.

Ci serve nutrire anche la speranza umana


Noi abbiamo fede in una speranza che viene da Dio. Ma ci serve nutrire anche la speranza umana. Non ci dobbiamo rassegnare, anche dove c'è poca speranza umana. Noi dobbiamo riflettiamo insieme su cosa possiamo fare.
Io sono qui rappresentando la santa sede, ma la guerra è ormai così diffusa e feroce che non è più questione solo di cosa può fare la Santa Sede. Bisogna lavorare tutti insieme.
Per noi è importante fare la nostra parte spirituale e morale. Ma quella non basta. Dobbiamo essere uniti, tutti.
in Europa abbiamo guerre così, significa che la politica internazionale non è in grado di risolverla. Questo ci interroga. Ci dobbiamo chiedere: cosa possiamo fare noi? Non è detto che troveremo una risposta. Ma è detto che dobbiamo cercarla. E che dobbiamo cercarla insieme.
La vostra presenza fisica qui è importante.
Perché non è solo una presenza fisica. È una presenza emotiva. Essere qui permette di sentire una atmosfera.
Prima ho chiesto a qualcuno: "com'è andata la notte?" Mi ha risposto "Stavo dormendo, ma in testa c'era l'impressione che arrivassero droni o missili". Vivere questa atmosfera non è come vivere qui ma è importante. Vivere questa atmosfera significa anche percepire un po' cosa è la guerra. Percepire anche con l'emozione. Questo ci fa porre le domande in modo diverso. Questo ci fa avere una empatia ancora più radicata verso chi soffre.
Voi non dovete pensare che qualcuno possa sentire la guerra meglio di voi. Non dovete pensare che l'emozione non conta e che qualcuno capisce di più. I politici spesso non hanno né tempo né possibilità di riflettere. I politici non capiscono la guerra più del popolo.
Io ripongo molta fiducia nei corpi civili. Non dovete pensare che siete poca cosa. Voi siete tanti piccoli che si mettono assieme. Questa è la forza.
Venire sul posto può fare cambiare, anche radicalmente, il modo di vedere le cose. Venire sul posto vi da la possibilità di avere autorevolezza su voi stessi e per gli altri.
L'intervento del #Nunzio in #piazzameidan

Giorno 1: Polonia


All'areoporto di Cracovia ci si aspetta tutti al bar. È un movimento che sembra un confluire. Diversi luoghi, diversi mezzi, diverse storie, diverse età. Come fossero attirati qui, ora.
C'è chi si riconosce, per aver condiviso i viaggi precedenti o per essersi intrecciati in altro. C'è chi si conosce qui. E si inizia a raccontarsi e a mettere in comune conoscenze e punti di vista.
Dall'areoporto al confine sono 3 ore di pullman. Si passa dallo scaricare app per gli allarmi allo scrivere assieme preghiere dei fedeli per la Messa. Dal completare i testi per il fascicolo, al raccontare come è nata questa esperienza. Dal parlare di cosa significa nonviolenza a gestire più o meno comunitariamente le riserve di carica e rete cellulare.
Il tutto con un sottofondo di notizie ed attenzione ed apprensione per quanto avviene in mare un po' più a sud di qui.

Europa

Comunque il concetto principale di stamattina è: Nessuno ha pensato: siamo entrati in Polonia, paese ancora lontano da casa. Tutti abbiamo p...