4. Ogni scompiglio crea un nuovo inizio - Anilda Ibrahim

Anilda Ibrahimi - Scrittrice. 

Lo scompiglio del mondo è il titolo che mi è stato assegnato. Mi sono chiesta: che contributo posso portare? Ho chiuso la telefonata e poi ci ho pensato: io scrivo romanzi, io racconto la vita. Ma raccontare la vita è fare politica. I miei romanzi iniziano sempre con un altrove in cui arriva qualcuno che sta cercando un altrimenti. 

Nel postmoderno, quale linguaggio uso con mia figlia? Dopo 5 minuti, oggi, ogni novità diventa già vecchia. Volevo raccontare la trasmissione femminile, che era escavazione sentimentale. Attorno al fuoco, le storie di famiglia. Io ancora rammento le storie dei miei trisnonni. Mia figlia al massimo, se si ricorda qualcosa dice “una tua vecchia zia”. Per lei le storie di famiglia sono una realtà che riguarda sua madre, non lei. Si è reso più fragile il filo della storia. Questo è il post moderno

Io sono ossessionata da la grande storia. Forse perchè mi tocca in prima persona. Accade qualcosa, in tutti i miei romanzi. Le piccole esistenze e la grande esistenza. Le piccole esistenze sono costrette a sopravvivere di fronte alla grande esistenza. Io sono nata nel 72, in un posto dove fino a 18 anni c’era una dittatura. Il muro di Berlino mi ha trovato 17enne. Non c’è stato giorno in cui non mi sono chiesta: se non fosse caduto il muro, quale sarebbe stata la mia esistenza? Mi sono vista insegnante di lettere. Essere insegnante al femminile è un po’ penalizzante. Perchè l’insegnante di lettere, al maschile, legge romanzi ad alta voce e tutte le allieve si innamorano di lui. E attraverso lui della letteratura. Io immaginavo che avrei letto Hikmet a voce alta e che, anche se ero una donna, loro si sarebbero innamorati. Non è andata così. Ho avuto una borsa di studio, sono andata in Svizzera. Poi ho lavorato per le Nazioni unite, in Italia, sui diritti dei rifugiati. Poi ho  incontrato il solito italiano e mi sono fermata. Io nei miei romanzi parlo dell’altro perchè sono storie ancestrali che fanno parte del mio dna. Non faccio romanzi autobiografici. Non  muoio dalla voglia di raccontarmi. Ma la letteratura è ciò che fa diventare un argomento che riguarda lo scrittore un argomento che riguarda tutti. 

Le masse informi, che arrivano senza identità. Non è una novità. E’ una storia deja vu. E non è nicchia. Non è storia personale. Le grandi navi del 91. Che sembrano piene di formiche. Ci sono ancora queste immagini nel nostro immaginario collettivo. Oggi quella è una comunità più che integrata. Metto anche me dentro. Sappiamo come è finita. Perchè non riusciamo a riconnettere queste due immagini? Chi arriva oggi e chi è arrivato nel 91. L’esito di quelle migrazioni è l’esito possibile di quelle di oggi? Io mi sono fatta un’idea. Quando mi chiedono:  tu hai mai sofferto il razzismo? Io rispondo sempre di no, perchè non l’ho sofferto. Sono arrivata da privilegiata. Ho casa a Prati. Non faccio paura al vicino di casa, io. Noi abbiamo messo sovrastrutture religiose, culturali etc… ma in fondo in fondo il razzismo è sempre economico. Le risorse stanno finendo. Siamo fragili. Abbiamo paura che qualcuno ci tolga qualcosa. Nessuno nel mio quartiere si è mai domandato se io sono un pericolo. Certe volte mi dicono “quell’accento così francese…” certe altre “ho pensato che è meridionale…” Io ho provato a rispondere “sono finlandese, non si vede?” E mi dicono “ci avrei giurato”. Nessuno mi colloca dalla parte di mondo sfigato. 

Io sono un’esteta. Vedo ragazzi che vendono foulard in spiaggia, senegalesi, che sono ragazzi bellissimi. E la gente pensa che sono “brutti e cattivi”. Anche brutti, non solo cattivi, capite? Anche la bellezza ha un filtro. Dipende da se sei nella parte giusta o sbagliata. Il calciatore, di successo, nero, africano, è bello. Il migrante che scende dalla nave è brutto. C’è più differenza tra Prati e Tor Bellamonaca che tra Prati e il centro di Tirana. Il razzismo è economico. E le faglie del mondo non sono sempre dove le pensiamo. 

Nel mio secondo romanzo parlo della storia di uno stupro durante un conflitto armato, nel 99. L’ultima guerra nei Balcani. Io lavoravo per il CIR. Ho fatto quasi due mesi in Sicilia in un campo profughi, per un censimento. Ho voluto raccontare la storia dello stupro, che viene usato come arma di sterminio. Serbia, Rwanda, Congo… Isis. Stupro come annientamento dell’altro, da dentro. Metto incinta le tue donne. Tu porterai dentro il nemico. C’è l’umiliazione di usare il corpo di una donna, per mettere al mondo il nemico. Racconto la storia di una ragazza, 17 anni, presa dai serbi, resta incinta, salvata da volontari in Svizzera, perde tutto: la lingua, i genitori, il fidanzato, i fratelli, la terra, la casa, i luoghi conosciuti…. ha perso il suo mondo. Tutto. In una notte. Il suo mondo è in pieno scompiglio. Ma questo scompiglio crea un nuovo inizio. Ogni scompiglio crea un nuovo inizio. Ci metterà tanto. Giorno dopo giorno, nel suo quotidiano. Ma ogni scompiglio crea un nuovo inizio. Non “fino a che non scorda” perchè non si scorda. Ma fino a che non si trasforma. Fino a che ciò che è accaduto non diventa altro. Fino a che non ha un nuovo inizio. Il nuovo non è ciò che aveva progettato. Lo rifiuta. Lei rifiuta quel corpo che esce dal suo corpo. Lei non vuole essere madre. Lei vuole avere 17 anni, fare ciò che le ragazze a 17 anni fanno. Ha difficoltà ad approcciarsi al momento della nascita. Non accetta quel nuovo inizio perchè non è il suo nuovo inizio. Si difende. Non vuole toccare il bambino. Non vuole entrarci in relazione. Non vuole compromettersi con lui. Ma poi trova la forza di ripartire. 

Empatia. Non è solo nei confronti delle persone. Anche delle storie. Ad un certo punto ci sono certi argomenti che ci stanno a cuore. Certe battaglie ci chiamano e diventano le nostre battaglie. Mentre assistevo le donne dello Zaire, raccontavano degli stupri, con ritmi tremendi. Quando c’è emergenza e c’è una fila di persone in queste situazioni non hai tempo per trovare uno psicologo con esperienza, o un’assistente sociale…io davo la prima assistenza. Come sapevo fare. Ma cos’è la prima assistenza?  Erano solo parole. Anche se fosse stata un’assistente sociale, se non aveva risorse, cosa poteva offrire? Solo parole.  “Si, ma io stasera dove vado a dormire?” E io dovevo chiamare una rete di associazioni e volontari, fino che non trovavo un posto letto. La cura. 

Ma ho scoperto scoperto anche un’altra cosa. In quel quotidiano infernale, a volte le parole salvano. L’esserci salva. A volte prendere per mano, dare una carezza, dire “andiamo a prendere un caffè” ha un peso nella vita delle persone. Uscire noi dal ruolo, uscire dalla routine. Per permettere all’altro di uscire dal suo ruolo solo di vittima. Dalla sua routine di sconfitto. Perchè l’altro non è solo ciò che vediamo noi in quel momento. Emergevano altre storie. Ascoltare la storia dell’altro è di una potenza enorme. Ascoltare la storia è molto lontano dal dover solo scrivere la storia per il riconoscimento dello status. Ascoltare la storia è entrare in contatto. Non è il ruolo che salva. E’ riconoscere in sé e nell’altro una comunanza data dall’essere entrambi esseri umani
E permettere all’altro di far vedere che a volte non c’è connessione tra le azioni e le tragedie che capitano. Adesso la grande storia l’ha travolta. La grande storia ha rimescolato le carte e lei si è trovata dalla parte sbagliata. Ma noi sappiamo che lei non ha colpa in questo. E sappiamo che avremmo potuto trovarci a parti inverse. Noi proviamo a governare la nostra piccola storia. Ma nessuno è immune della grande storia e da ciò che comporta. Nessuno di noi. 

Grande storia, piccola storia. Non c’è bisogno di vivere una grande guerra per viverne gli effetti. E anche vivere in una grande guerra non impedisce di vivere la tua piccola storia. Non è che chi stava lì mentre Saddam veniva catturato aveva una esistenza che era definita solo da quell’evento. La grande storia attraversa la piccola storia. A volte la sconvolge, ma non la sostituisce. 

Identità. Non ha più nessun senso di parlare dell’identità come di qualcosa di statico. La nostra identità è in movimento continuo. Giorno dopo giorno. L’identità personale, identità lavorativa, identità letteraria. Ed è relativa. Io per voi sono una scrittrice albanese. Ma io non ho mai scritto in albanese. Non so cosa sarei stata se avessi scritto in albanese. Quale sarebbe stata la mia identità se io avessi scelto di scrivere in madrelingua? Se io vado a Parigi, sono una scrittrice italiana. Invece qui sono la scrittrice albanese. La letteratura albanese non mi riconosce, perchè non ho mai scritto in albanese. Cosa definisce la mia identità? La nazionalità? Il luogo di nascita? La lingua che uso? Io mi definisco italofona. Almeno chi mi ascolta non pensa che io non abbia la presunzione di presentarmi come italiana. Ma non sono sempre stata una scrittrice italofona.Di sicuro non lo ero prima di venire in Italia. L’identità dell’odierno. Non c’è bisogno di diventare migranti per cambiare identità. I miei suoceri, che non hanno mai cambiato posto, sono cambiati. Perchè il mondo è arrivato a casa loro. il loro mondo è cambiato, anche se non si sono spostati. Alla fine non c’è bisogno di essere migranti. non c’è bisogno di cambiare nemmeno quartiere. La loro identità non può essere più quella di prima. perchè c’è contaminazione.  E non c’è immunità che resista. 


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3. Combattere le passioni tristi - Elena Pulcini

Viviamo una serie di sfide globali rispetto alle quali siamo completamente impreparati. 
Lo è la politica, come ci diciamo spesso. Ma lo siamo anche noi individui, lo è anche l’etica. 
Anche l’etica deve ripensarsi di fronte alle grandi questioni di oggi. 

Le sfide sono tantissime. Io propongo di raccoglierle in almeno 2 sfide macroscopiche
  • i’altro, il diverso… I migranti. Sono un processo continuo, inarrestabile. In continuo divenire. 
  • la crisi ecologica. il fatto che il mondo sta andando in rovina. Che c’è riscaldamento climatico che galoppa. Che se non poniamo rimedio non so cosa lasceremo alle generazioni future. 
Sono due sfide enormi, di fenomeni che andranno a peggiorare. 

Siamo un po’ inquieti, ma bisogna essere un po’ inquietati. 
L’inquietudine ci spaventa. Per cui cerchiamo di sfuggirne. 
Tutto ci porta altrove, niente ci fa riflettere davvero. 
Né la scuola, né la famiglia, né i media. 
Quindi il lavoro di riflessività dobbiamo un po’ organizzarcelo, da soli. 
Da soli dobbiamo recuperare quella entità che è l’individuo. 
Individuo che deve relazionarsi agli altri, ma che deve anche vivere fino in fondo il potere della propria soggettività. 
Ma dobbiamo farlo con altri. 
Da soli dobbiamo organizzarci un lavoro con altri. 

Cosa vuol dire organizzarsi da soli la riflessività
Significa vedere il problema anche dove gli altri non lo vedono. 
Significa continuare a vederlo, anche di fronte ad altri che non vogliono che noi lo vediamo. 
Significa imparare a gestire le nostre forze. E le ansie degli altri. 

La crisi dell’oggi è che stiamo rischiando di perdere il mondo. 
Quando parlo di mondo non è una parola generica. Non è una parola detta a caso. 
C’è un doppio significato. Hanna Arendt: il mondo come pianeta, come terra, come casa comune, come nostra dimora. E il mondo come esseri in comune, l’in between, l’essere tra. Tutto l’enorme tessuto delle relazioni. Oggi stiamo mettendo a repentaglio entrambe le declinazioni. 

Quando mi chiedono: “di cosa ti occupi?” rispondo “dell’amore, delle passioni…” 
Cosa c‘entra? c’entra! 

Le passioni sono gli occhiali attraverso cui interpretare la contemporaneità. Oggi prevalgono le passioni tristi (il lessico è di Spinoza). Le passioni tristi sono quelle che spingono in basso, che depotenziano l’essere. Quelle che a volte non hanno nemmeno la capacità di mostrarsi apertamente all’esterno. C’è una proliferazione di passioni tristi e risentite con cui dobbiamo fare i conti. 

Dall’altro lato c’è la mancanza di passioni. La sospensione del pathos, l’indifferenza, l’apatia, il distacco emotivo da ciò che succede. Forse le sfide sono troppo grandi. Ci sentiamo impotenti. Sappiamo razionalmente cosa succede. Ma non ci muoviamo di conseguenza. E’ come se tutta una serie di stimoli forti e minacciosi non arrivassero alla nostra emotività. Come se noi li fermassimo su un altro piano, un attimo prima di sentirci coinvolti. Freud li chiama meccanismi di difesa. Non potremmo vivere su senza. E’ normale che esistano. Ma quando il meccanismo di difesa diventa collettivo e diventa la cifra della società dobbiamo iniziare ad avere paura. 

Siamo congelati nel presente. Stiamo perdendo il senso del passato. C’è una assoluta impermeabilità progressiva nelle generazioni a ciò che è accaduto prima. Se mi capita di vedere insieme a mia figlia un film in televisione, mia figlia va subito a vedere la data. E’ del 2009? E’ vecchio! L’idea di passato si è accorciata in modo spaventoso. Non è un giudizio sulle persone. 
Ma manca la visione prospettica. Manca la profondità di campo. Una visione senza questa profondità crea dei problemi nel rapporto con il tempo, perchè accorciando il passato si accorcia il futuro. Per cui restiamo congelati in quella zona che è il presente. “La vita è ora” “La vita è oggi”. Questo è quello che fotografa la logica, la dinamica, il sentire delle nuove generazioni. 
Non è una colpevolizzazione di nessuno. E’ una pura descrizione. 

Questo cosa vuol dire? Vuol dire che senza la visione prospettica a queste grandi sfide diamo una risposta difensiva, immediata, istantanea, non strategica.

Guardiamo il nostro ritrarci difensivo di fronte alle migrazioni. Non metto in discussione la necessità di accogliere in modo giusto, di fare in modo che alcune tragedie non avvengano… non entro in questo terreno. Quello che mi interessa è che la repulsione verso i migranti è oggi una repulsione che passa attraverso i corpi. Ci sentiamo assediati da questi informi ammassi di corpi. In cui si perde l’unica cosa che ci farebbe riavvicinare nel modo giusto: la personalizzazione. I migranti sono una massa, anonima, senza volto. E da questa massa siamo spaventati. Ma non è il numero a fare massa. Non è il numero a fare paura. E’ l’idea stessa di massa informe a fare paura. E’ l’anonimato senza volto. Ogni volta che si riesce a personalizzare il rapporto, il nostro punto di vista cambia. Fondamentalmente la personalizzazione è la prima risposta. E’ una risposta di relazione. Ma non è facile da attivare. 

Guardiamo il nostro atteggiamento di fronte alla crisi ecologica. Mi capita anche con persone che sono amici, che sono informati, che hanno letto molto. Su questa cosa della crisi ecologica parli e poi dicono “tanto poi la terra recupera”. “Tanto poi l’energia si accorge…”. Non si mette in discussione la verità di ciò che si legge. Si sa, su un piano razionale, che le cose sono vere. Ma si rimuove. Freud. C’è un diniego. Vedo la realtà. Ma pur vedendola la rimando, la rimuovo, la nego. Non ne nego la verità. Ne nego la responsabilità.  

E il problema sarà ancora più grave quando i due elementi delle crisi si intrecceranno. E arriveranno i migranti ecologici. 

Noi sappiamo ma non sentiamo. C’è una scissione tra il conoscere e il sentire. Una scissione tra la nostra parte razionale e la nostra parte emotiva. Tutto questo ci far perdere il senso del nostro agire. Ci fa perdere il senso del perché facciamo delle scelte. E dunque succede che piano piano stiamo perdendo il futuro. Vuol dire che c’è paradossalmente un rovesciamento del paradigma in cui siamo vissuti fino a 3-4 decenni fa. Dal 600 la modernità si è costruita sulla progettualità. La figura imperante era Prometeo. Figura un po’ arrogante, che ruba il fuoco agli dei, ma sa dare agli uomini il dono della tecnica. Un filosofo come Hobbes parlava di pre-visione, progettazione, programmazione. Siamo in un paradosso. Esattamente le stesse parole d’ordine su cui la modernità ha costruito le sue conquiste si stanno rovesciando. Siamo congelati nel presente, non si riesce più a vedere il futuro. E quindi stiamo passando da Prometeo a Narciso. Da una figura estroflessa ad una figura completamente introvertita. Che vive il rapporto con l’altro in un modo del tutto autoreferenziale. Ma propri questa introversione costituisce la fine della possibilità di guardare al futuro. Proiettarsi nel futuro è progettare, prevedere e relazionarsi con l’altro da sè. E relazionarsi con il sé di domani. Prometeo agisce e rischia. Narciso si ferma all’affermare “ci sono”. 

Una volta si usava la parola sacrificio. Adesso è una parola del tutto desueta. 
Sacrificio non è l’idea di rinuncia, è la ricreazione del sacro. 
Fare sacrificio vuol dire restituire alla nostra vita delle zone di sacralità. 
Definire una zona a cui teniamo in modo particolare. 
Definire delle priorità. Fare delle scelte. Non porre tutto sullo stesso piano. 

Se siamo congelati nel presente, da soli, si sfuoca la fiducia. 
E si sfuoca una passione fondamentale, legata al futuro, che è la speranza
La speranza non è utopismo. non è faciloneria, non è ottimismo. 
E’ Locke, la speranza è la passione dell’attesa. 
La speranza è la capacità, l’emozione, che ci permette di mantenere un legame con il futuro. 

Futuro significava, anche politicamente, ricerca di un mondo migliore. 
Oggi la domanda è più asciutta: si potrà non avere un mondo peggiore? per quanto? 
O ancora più direttamente: esisterà ancora un mondo? 

Come se ne esce? Quale strategia per riappropriarsi del futuro?

combattere le passioni tristi.
Bisogna partire dal presupposto che le passioni non sono tutte negative, come il pensiero occidentale ha tentato di far credere. Esiste una emotività simpatetica, empatica cui possiamo attingere per contrastare le passioni tristi. La filosofia l’aveva intuito nel 700, ma oggi c’è una grande stagione di rinascita. Oggi c’è la riscoperta dell’empatia. Vuol dire ricostruire la possibilità di un noi. Chiunque abbia avuto a che fare con persone depresse capisce cosa si intende. La depressione non si combatte con ragionamenti razionali  o con appelli morali “ma guarda cosa hai di positivo” “pensa a chi sta peggio”. Non si combatte con prescrizioni “Fai questo, fai quello!”. Ciò che attiva, lentamente, sono piccole esperienze positive. 

ri-accedere ad altra parola obsoleta, rimossa. Che è la parola utopia. 
utopia vuol dire nessun luogo. Qualcosa che non c’è. Ma il fatto che non ci sia non vuol dire che non possa influenzare le nostre azioni. L’utopia è qualcosa su cui noi possiamo calibrare la nostra bussola. E’ una forza attrattiva. E’ una tendenza. Noi abbiamo bisogno di una utopia post ideologica. Dopo la fine dei comunismi, dopo tutte le fini immaginabili, dobbiamo recuperare una visione utopica. Perchè è ciò che attiva la nostra lungimiranza.  Tutto questo è sorretto inevitabilmente dalla speranza. Un’utopia fatta assieme. Una Cotopia. 

E’ anche vero che la speranza non basta. C’è un enorme dibattito nel 900 tra Locke “principio di speranza” e Jonas “principio della responsabilità”. La speranza in qualche modo ti lascia nell’inazione. Lascia le cose in sospeso, nel vago. Noi invece dobbiamo mobilitarci, dobbiamo rispondere ad un imperativo etico che è farci carico del mondo, del futuro. La nostra responsabilità è “rispondere a”. Non è solo “rispondere di”. “Rispondere di” è rendere conto, ha a che fare con il passato. “Rispondere a” è entrare in relazione. Ha a che fare con il futuro. Il recupero di una dimensione psico antropologica deve sfociare in un passaggio etico. Non è un’etica del dolore. E’ una etica emotivamente fondata. Che si appoggia sulla nostra capacità di recuperare un certo tipo di sentire e di emozioni e su cui possiamo costruire. L’etica cos’è? E’ la capacità di costruire una giusta relazione con l’altro. 

Nemmeno questo è più sufficiente. Perchè il limite del concetto di responsabilità è nel restare un principio astratto. Cosa vuol dire essere responsabili di ciò che succede? Cosa vuol dire mentre mi si presentano masse di persone? Vi propongo un’altra parola. La cura. La cura è l’applicazione pratica, concreta, capillare e quotidiana della assunzione di responsabilità. Cura, noi capiamo cosa vuol dire. Responsabilità possiamo non capirlo. Se mi regalano una pianta e non me ne prendo cura ogni giorno, dopo una settimana muore. Se allarghiamo lo sguardo, ci rendiamo conto di quanto oggi questa è una delle parole rivoluzionarie.  

Hanna Arendt diceva: siamo sempre capaci di un nuovo inizio. E ne siamo capaci perché siamo nati. Quindi, vuol dire che siamo sempre capaci di re-inaugurare il futuro in quanto abbiamo un passato. In quanto qualcuno ci ha generati e donati. In questo legame tra natalità e nuovo inizio c’è la possibilità di ricongiungersi con il futuro. Perdono e promessa. Il tema della promessa è la possibilità di vincolare le nostre azioni al futuro. Quando noi promettiamo qualcosa ad un bambino ci sentiamo vincolati a quella promessa. Ci vergogniamo se per qualche motivo siamo costretti a disattenderla. La cinematografia contemporanea è piena di quanto nel rapporto genitori figli abbia valore assoluto la necessità di mantenere le promesse. A mio avviso questa parola è quella che può legare le tre dimensioni del tempo. Il presente; perché la faccio ora. il passato, perché la faccio sulla base di una relazione che già esiste. Il futuro perché mi vincolo. 

I vincoli. Come Ulisse, mi lego all’albero della nave. A volte non abbiamo capacità e forza di fare le promesse. A volte l’abbiamo, ma non abbiamo la capacità e la forza di mantenerle, dobbiamo trovare il modo di farci vincolare. E qui c’è il tema delle istituzioni. Quali istituzioni? In che modo possiamo affidarci alle istituzioni perché ci vincolino a delle promesse che noi stessi facciamo ma che da soli non riusciamo a rispettare? 

In risposta agli stimoli del dibattito:

Le Istituzioni sono in crisi. Le istituzioni sono inefficaci. Ma non lo sono solo funzionamente. Lo sono anche strutturalmente. Perchè con la globalizzazione le istituzioni presenti non sono più in grado di affrontare e risolvere i problemi. E siccome non funzionano, noi non le vogliamo più. E non vogliamo più nemmeno le funzioni che esercitano. Ma poi di quelle funzioni sentiamo la mancanza. Ci manca qualcuno che governi, che metta ordine al caos… sono cortocircuiti pericolosi… 

Bisogna ripensare i livelli politici. il tema è enorme. Cosa vuol dire azione politica oggi? Cosa vuol dire politica oggi? La politica sganciata dai nostri ritmi, dai nostri tempi, dai nostri bisogni, dalle nostre aspettative non ha senso. Questo è il problema. Hanna Arendt ha un’idea di politica in controtendenza. Parla del miracolo della politica. Politica come agire di concerto. Agire assieme. Prima delle istituzioni. prima delle codificazioni. Politica non è sinonimo di istituzioni. La politica è prima. Recuperare questa idea di politica è l’unico modo per uscire dall’impasse del presente.

Noi abbiamo un’idea della democrazia come processo automatico. Noi abbiamo dentro di noi l’idea che la democrazia è una buona cosa. Si, che scricchiola un po’, che entra in crisi, ma che in fondo sono solo sue degenerazioni… Ma le cose non sono così semplici. La democrazia, come tutto ciò che ha a che fare con la libertà, è ambivalente. La democrazia non è un dato di natura, e’ una nostra creazione. Se riusciamo a rientrare in questa prospettiva, vuol dire che capiamo che dobbiamo assumerne la cura. Altrimenti la politica diventa quello che è oggi: gestione di interessi contrapposti, cecità rispetto al futuro, mala gestione dell’emergenza…

La politica è inefficiente per incompetenza? Può essere, a volte. Ma la politica soprattutto è impotente perché le sfide globali oggi questa politica se la mangiano. Chi ferma oggi il potere economico? Chi ferma oggi il potere informatico? Un sindaco, un presidente del consiglio o della repubblica, come può non apparire debole ed incapace di fronte a questo? 

Abitare l’ambivalenza. La modernità non ci ha insegnato. Ha scelto una strada unilaterale. La globalizzazione è una enorme opportunità. E’ interdipendenza. La globalizzazione ci potrebbe far sentire una unica umanità. Ma allo stesso tempo è perdita del controllo, perdita del timone, perdita della possibilità della politica di gestire. Solo se la politica riprende la sua capacità di formare, di coinvolgere, di far partecipare e far decidere è possibile contrastare le patologie della globalizzazione. 

Le istituzioni sono in crisi, l’istituzione politica è in crisi a tutto campo. Lo stato nazione non solo non è scomparso, ma rinasce nelle sue forme più immunitarie e repressive. Trump, Brexit, sono le espressioni più eclatanti della necessità di auto-immunizzarsi. Ma è una illusione assoluta. Non è più possibile immunizzarsi da niente e nessuno. L’unica possibilità è convivere. Darci regole, faticosamente. 

La metafora del ponte non è solo reciprocità, collegamento. Il ponte non è una porta. E’ anche quel posto intermedio dove ci si può pure fermare. Quel posto che mantiene anche un filo di distanza tra le due parti. 

Dobbiamo recuperare il fatto che noi viviamo la complessità. E che siamo ancora lontani dal capirla.  

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2. Aprire prospettive in contesti bloccati - Antonio Porretta

Antonio Porretta - Direttore di CSV Bergamo.

Ruolo del CSV è qualificare e sostenere il volontariato. Quindi ha a che fare con:  
  • stare bene sui territori.
  • lavorare con altri.
La complessità dei problemi che abbiamo di fronte richiede di non fare da soli. 
Ma non basta “fare con gli altri”. 
Dobbiamo anche costruire ipotesi con altri. 
Contaminare il nostro sguardo con gli sguardi di altri. 

Questi sono nostri orientamenti. Questa è la visione che proviamo a restituire alle organizzazioni di volontariato con cui lavoriamo. Quindi vogliamo provare a viverla anche noi. Per questo questa esperienza con Animazione Sociale. Sperimentare in prima persona gli orientamenti che proponiamo ad altri. E’ una scelta di metodo.  

La sfida dell’impegno sociale oggi ha a che vedere con il fatto di riuscire a costruire un soggetto sociale che sia quanto più allargato e multiforme possibile. Educatori, magistrati, volontari, insegnanti, singoli cittadini… Tutti quelli che abitano una città possono contribuire a costruire una convivenza. 

Il metodo. 
Ciò che differenzia un metodo pensato da una procedura cieca è che il metodo può essere declinato e contestualizzato. 
Il metodo è uno sguardo che consente di riconoscere una realtà e dentro questa realtà di sviluppare una possibilità di azione.
  
La giornata di domani sarà dedicata ad aprire prospettive in contesti bloccati. 
Sempre più spesso i problemi sono così complessi, le persone così sfiduciate, che sembra impossibile il cambiamento. Sembra impossibile fare qualcosa. 
Per attivare il cambiamento serve allora in primo luogo aprire uno sguardo utile a muoversi. 
Serve sviluppare forme di conoscenza nuove ed inedite. 
L’obiettivo non è cambiare. 
E’ apprendere, ossia cambiare il modo di comprendere il mondo.
Questo porta con sé l’aprire possibilità. Le possibilità permettono alle persone di innescare movimenti. 

i tre livelli su cui è organizzata questa settimana sono:
  • mappe concettuali, per orientarsi e collocarsi 
  • esperienze, come metodo di apprendimento
  • strumenti. per facilitare l’agire 
Noi li stiamo dividendo didatticamente. Ma i tre livelli sono connessi ed intrecciati nella realtà. 
Sempre più siamo presi dal fare e non dedichiamo tempo a sviluppare apprendimento da ciò che abbiamo fatto. In un percorso di conoscenza/azione dedicare tempo a costruire apprendimento è fondamentale. 

In situazione. Intraprendere ed organizzare, in situazione, non in astratto. 
Siamo di fronte a una complessità tale, che attraversa tutti i pezzi di società, per cui è impossibile pensare di fare da soli e di essere efficaci. L’azione ha bisogno di diversi soggetti. Di una molteplicità di soggetti. L’interazione tra soggetti non avviene spontaneamente. 
I soggetti devono aiutarsi e vanno aiutati a costruire le condizioni per perseguire un obiettivo comune. Un obiettivo magari parziale, ma comune. Serve che qualcuno lavori sulle condizioni per arrivare a scegliere un obiettivo comune. Sulle condizioni per perseguire un obiettivo comune. 
La questione della responsabilità allargata è una dimensione strategica. 

L’agire sociale è agire politico. Il sentire etico è anche uno sguardo conoscitivo

1. Animazione sociale: un laboratorio di ricerca, riflessione e scambio... - Francesco D'Angella


Francesco D’Angella - vice direttore Animazione Sociale 

1° edizione di summer school su metodo e processi
Promossa e finanziata da CSV Bergamo con Animazione Sociale 

L’idea è avviare un laboratorio di ricerca. Riflessione e scambio. 
Si cercherà di raccogliere poi in un libro ciò che emerge da qui. 

Oggi pomeriggio: 
Contributi che hanno come obiettivo poter condividere degli orientamenti. 
Quali sono le visioni delle azioni e dei processi che mettiamo in atto nella realtà. 
Quali le direzioni verso cui dirigiamo lo sguardo. 

Un metodo senza orientamento è fine a se stesso.
Quando ci poniamo un problema di metodo dobbiamo dirci a cosa è finalizzato. 
Un metodo senza orientamento è procedura fine a se stessa.
Un metodo senza orientamento diventa fine. 

Spesso nel lavoro sociale si mettono in campo metodi senza chiarire gli orientamenti di fondo. 
Per collaborare tra operatori è essenziale condividere gli orientamenti di fondo delle proprie azioni. 
Per fare rete tra organizzazioni è essenziale condividere gli orientamenti di fondo delle proprie azioni. 

Impegno sociale. 
c’è la necessità di mettersi d’accorso su cosa vuol dire essere impegnati nel sociale.
quali sono le sfide oggi per l’impegno sociale.

aver cura.
Aver cura del mondo. 
E’ già un orientamento.

Ripartire.
L’idea di ripartire, in un contesto sociale che è di grande scompiglio.
Ripartire come ricominciare.
Ripartire come tornare, come ricorsività. 

Impegno sociale, aver cura, ripartire: queste parole già racchiudono una visione. 

Aggiungiamo un pezzo: cosa vuol dire conoscere nel sociale?
L’idea di conoscenza struttura e definisce il tipo di metodo. 
L’idea di conoscenza si connette all’idea di cambiamento. 




Europa

Comunque il concetto principale di stamattina è: Nessuno ha pensato: siamo entrati in Polonia, paese ancora lontano da casa. Tutti abbiamo p...