La casa è un servizio sociale al quale ha diritto ogni uomo, ogni cittadino, ogni famiglia.

A nome delle Acli ringrazio di questo incontro tutti i presenti, perché siamo lieti di poter esprimere il nostro parere anche in questa sede su un problema di vitale importanza per tutti i cittadini e in particolare per i lavoratori che subiscono maggiormente le conseguenze di una situazione così delicata e difficile nel settore delle locazioni.  
Penso che già conosciate le Acli: sono un movimento sociale di lavoratori cristiani che persegue la promozione dei lavoratori  in seno alla società collocandosi in uno spazio di problemi sociali. Il nostro punto di vista si inquadra quindi all'interno della società civile ed il discorso sulla casa è uno degli argomenti che abbiamo dibattuto di recente (...). 
Per noi il bene "casa" è un bene essenziale di natura preminente, un servizio sociale al quale ha diritto ogni uomo, ogni cittadino, ogni famiglia, ed in questa visione tutto il lavoro è diretto ad assicurare il servizio "casa" e a rimuovere tutti i possibili ostacoli che si frappongono.
(questo è l'inizio dell'intervento che Maria Fortunato, vice presidente nazionale, assieme a Fausto Tortora, capo ufficio studi, fece in una audizione in Parlamento in Commissione Speciale Immobili Urbani il 21 ottobre 1969 ). 
Nè questo è un fatto isolato, in molte province le Acli hanno svolto una intensa attività di studio, di dibattito, di proposta, suscitando ed orientando a fianco delle centrali sindacali l'iniziativa dei lavoratori. (...) A Torino, Arezzo, Milano, Napoli, Trieste, Firenze, Venezia, Palermo, Roma, Bergamo (...). 

Come si può affrontare l'emergenza abitativa a Roma?


Per dare risposte, premesso il periodo di scarsità di risorse, bisogna scindere un problema complesso in tanti problemi differenti, che si possano affrontare. Intanto l’emergenza abitativa si può scomporre in due fasi. Immaginatela come se fosse un lago con un emissario e un affluente. L’acqua che arriva sono le nuove famiglie che entrano in emergenza abitativa e che quindi fanno domanda di alloggio. Sono all’incirca 1500.  In uscita ci sono quelli a cui ho risolto il problema assegnando una casa popolare. Sono circa 350. Se io in un anno ho 1500 famiglie che perdono l’alloggio e assegno la casa a 350 famiglie il problema è irrisolvibile. Peggiora, invece di migliorare, di anno in anno. Oggi il sistema è un imbuto. Tante entrano, pochissime escono. E’ un imbuto che si allarga ogni anno. Serve lavorare su due parametri: l’entrata e l’uscita. Se io potessi diminuire il numero di famiglie che entrano, da 1500 a 750 e potessi assegnare 750 case all’anno invece che 350, a quel punto avrei un flusso in pareggio. Una volta ottenuto il flusso in pareggio posso aggredire, con interventi straordinari, chi è rimasto in attesa.
In che altro modo posso intervenire per ridurre l’emergenza abitativa? 

Case popolari: i disastri attuali derivano dalla somma delle concause


I disastri attuali derivano dalla somma delle concause:

1. La forte immigrazione degli ultimi 15 anni non ha trovato sfogo nel mondo delle case popolari. 
Dai dati si vede che a Roma la presenza di immigrati è in media del 13,4 %. Con zone in cui si arriva al 30%. Nelle case popolari è attorno la presenza degli immigrati è attorno al 5%.
Quindi si vede che c’è un problema di massiccia presenza di immigrazione in alcune aree (l’accesso a quelle aree però non è determinato da decisioni di governo). A Roma ci sono zone che sono ex borgate in cui gli affitti costano meno. E gli stranieri sono andati a vivere in quelle aree che potevano permettersi. Sono zone ex abusive. Ma la maggior parte comunque vive in comuni extra fascia, dove ci sono connessioni rapide con la città. Un esempio è Ladispoli. Che è sul mare, che in treno è raggiungibile da Roma in 45 min. E che ha una struttura di casette basse. Dove magari si può affittare una villetta in tanti e ammortizzare i costi di residenza.
C’è quindi una concentrazione di immigrazione in alcune aree. Non c’è una concentrazione di immigrazione nelle aree di edilizia pubblica, proporzionatamente alla presenza generale di immigrazione.  E’ vero che è mancata una risposta politica abitativa a fronte della ondata migratoria. Che è del 2004-2011. E che è stata comunque molto ridotta rispetto all’ondata di migrazione interna dei decenni precedenti.

Le cronache parlano di nuovo bisogno di case. In realtà quello di cui abbiamo veramente bisogno è un nuovo approccio.


Le cronache sembrano parlare di nuovo bisogno di case. I fenomeni non si ripropongono identici. Cambiano volto. La fase è molto interessante perché in realtà quello di cui abbiamo veramente bisogno è proprio un nuovo approccio. 

Nei dibattiti si dice: bisogna costruire 10.000 case popolari. Ha un senso logico. Guardando i numeri. Ma noi i fondi per 10.000 case non li abbiamo più. E’ stata tolta anche la tassa Gescal (la legge che consentiva una tassa che metteva risorse in un fondo per consentire piani di trasformazione. Non abbiamo più questo gettito). E poi ci sono moltissimi edifici vuoti. Servono nuove case? 

1. Roma è una città che non cresce dal 1971. C’è una demografia che non cresce. La variazione demografica in 30 anni è minima. Pensare di costruire 10.000 case ex novo quando la popolazione è la stessa è paradossale. 

2. La politica sulla casa in Italia è stata impostata sulla crescita di edilizia popolare legata all’acquisto. Tutti i piani costruttivi prevedono che si facciano case popolari connesse alla crescita edilizia. Si fa un po’ di edilizia privata e assieme un po’ di pubblica. Se non fai la privata, metti in crisi anche la pubblica. 

3. Noi abbiamo investito sull'edilizia agevolata, cooperative che consentivano di acquistare alloggio a prezzi minori di quelli di mercato. Gruppi e cooperative (di tutti i tipi in Italia) che mettono in condizione anche chi appartiene al ceto medio basso di acquistare. Lì sono andati maggior parte dei nostri finanziamenti. Ma ora si sono ridotte le risorse. 

4. Noi siamo uno dei pochi paesi europei che ha un alto tasso di proprietari. Il 79% delle case in Italia sono di proprietà. Mentre in altri paesi c’era anche un mercato storico sugli affitti. In altri paesi ci sono gruppi che costruiscono per mettere gli alloggi in affitto. Noi abbiamo trascurato il mercato degli affitti. Da noi è cosa molto complessa cercare in affitto. Le case popolari sono una risposta, il mercato privato è un’altra, manca tutta la risposta per la fascia intermedia. Giovani coppie, persone monoreddito, precari…mancano politiche pubbliche di abbattimento delle quote di affitto. Se tu hai un reddito disponibile per l’affitto di 400 o 500 euro al mese, sei tagliato fuori dal mercato degli affitti. Con la precarizzazione del mondo del lavoro c’è stato salto forte tra le condizioni lavorative dei vostri genitori e le vostre e se i vostri genitori non vi hanno passato una casa adesso voi spesso avete un problema.

La nascita dei processi creativi, secondo Asimov

Era il febbraio 1959, quando Isaac Asimov venne avvicinato da Arthur Obermayer, scienziato e caro amico dello scrittore. Con una proposta: e...