Che cosa ho imparato al Kangourou a squadre?



Premessa: Non è solo un post personal/famigliare. Non conta il risultato. Nemmeno l'oggetto. Il punto è creare l'opportunità di fare esperienza, assieme. In modo partecipato, divertente e attivante. Mi pare l'unico modo per apprendere e l'unico modo per ricostruire comunità. A qualsiasi età. 

Comunque, questa è la sintesi di Pietro, 10 anni. 

Cosa ho imparato al Kangarou a squadre? 
  1. Che anche con quelli che non conosci, hai certe cose uguali e certe cose diverse. E comunque il non conoscersi dura pochissimo. Perché subito dopo ti conosci. 
  2. Che in gruppo puoi fare di più. Ma ti devi organizzare. E noi (ragazzini di 10 anni ndr) siamo capaci di organizzarci, anche bene, anche da soli.
  3. Che nel fare una cosa impari molto di più che se te la spiegano. 
  4. Che i problemi difficili sono divertenti. Invece quelli semplici e sempre uguali sono troppo troppo noiosi! 
  5. Che se c'è anche una gara, ti impegni di più. Perché vincere è figo. E perdere non è brutto, se la sfida era grossa. 
  6. Che non è vero che per concentrarsi serve tutto silenzio. Concentrarsi dipende da te. 
  7. Che mentre fai il tuo ragionamento, devi anche guardare cosa succede intorno e cosa fanno gli altri.
  8. Che non c'entra sempre l'età. Certe volte uno piccolo è più bravo di uno grande. E certe volte gli adulti dicono "fammi vedere se sei capace". Ma è perché non lo sanno fare loro. E si capisce! 
  9. Che il cibo, se puoi alzarti per prendertelo, se puoi scegliere, se puoi fare il bis di quello che ti piace e non sei obbligato a mangiare quello che non ti piace, è 30.000 volte più buono che in mensa! 
  10. Che si può anche sbagliare. Ma devi tenere d'occhio quanto, su cosa e quando. Perché gli sbagli un po' li paghi. 



Davvero CasaPound dà voce al disagio delle periferie?




di Pietro Castelli Gattinara, Caterina Forio, Tommaso Vitale.
Pubblicato su "Il Mulino". 
Pur non condividendo quello che fa, come lo fa e gli obiettivi che ha, molti accettano passivamente l’idea che l’estrema destra dia voce al disagio delle periferie italiane. Intorno a questa interpretazione si coagulano molti dei discorsi su CasaPound, anche nella sinistra più critica e radicale. Abbandonate da partiti e istituzioni, le periferie sarebbero intrinsecamente razziste e rancorose e offrirebbero alle destre neofasciste opportunità di reclutamento, rappresentanza e azione collettiva. Ma è proprio così? Davvero CasaPound dà voce al disagio delle periferie?
I fatti di Casal Bruciato, a Roma, ci offrono lo spunto per rispondere con una certa precisione a questo quesito.
La mattina di lunedì 6 maggio, una trentina di militanti di CasaPound Italia organizza un presidio nel quartiere romano di Casal Bruciato per protestare contro l’assegnazione di una casa popolare a una famiglia rom. Sulla base della graduatoria di assegnazione delle case popolari, ne hanno diritto. Ma per CasaPound quella casa spetta di diritto solo agli “italiani”, e dunque il presidio diventa un’ottima occasione per parlare con gli altri residenti del palazzo, per aizzarli contro i nuovi arrivati. Si mettono davanti alla porta e non permettono ai rom di uscire dalla casa in cui sono arrivati da poche ore, costringendo le forze dell’ordine a intervenire per proteggerli e scortarli. Approfittando del clamore mediatico, il giorno successivo CasaPound si presenta con altri militanti e mette in piedi un gazebo con materiale informativo e bandiere. Per almeno tre giorni, quel presidio non autorizzato sarà tollerato dalla polizia, che si limiterà a formare dei cordoni permettendo agli abitanti di accedere allo stabile, tra spintoni e insulti. L’apice si raggiunge martedì quando, all’ora di pranzo, la mamma rom con la figlia piccola deve rientrare a casa dopo aver fatto la spesa. Adesso ci sono telecamere e telefonini. Si vede la polizia che negozia con CasaPound, che discute, e che alla fine è costretta a forzare il passaggio per arrivare alla porta dello stabile. I giornali mettono online le immagini di alcuni militanti che insultano la famiglia rom, minacciandola anche di morte. A pochi metri dalla madre e dalla bimba, una persona – che indossa un giubbotto con il simbolo degli ZetaZeroAlfa e di CasaPound – minaccia di stupro la donna e sua figlia, che si chiudono nel palazzo atterrite, terrorizzate. Il giorno successivo, metà dei membri della famiglia torneranno nel campo in cui vivevano, mentre l’altra metà resterà nell’appartamento. In una casa senza allacciamenti elettrici, mobili e arredi, e ancora circondata da un presidio di CasaPound.

L'Alveare


Spazio di coworking.
E di nido per piccoli.
Iniziative per bambini e famiglie.
E spazio convegni.
In un locale assegnato formalmente dall'assessorato alle periferie.

Poi il municipio decide che non si può rinnovare.
Che lo spazio deve andare a bando.
Per non si sa cosa, non si sa quando.
Ciò che si sa è che adesso è chiuso.
E che l'esperienza in corso, dopo 5 anni, è stata interrotta.

Come NON lavorare in periferia (e altrove).

http://www.lalveare.it

Europa

Comunque il concetto principale di stamattina è: Nessuno ha pensato: siamo entrati in Polonia, paese ancora lontano da casa. Tutti abbiamo p...