Se voi fa' anda' meglio il mondo, devi aiuta' la gente a fa' le cose de coscienza...


La sa la Madonnina, quella a largo Preneste?
Tutti i giorni ce passo. Tolgo le bottiglie, sistemo i barattoli, faccio un po' di pulizie.

'O vede il bastone? Ora lo porto pe' sicurezza. 
E pe' nun fa andà troppo in anzia mi fijo. 
Ma prima me ce strascicavo sopra. Quasi non camminavo più.
Da quando vado a la Madonnina...mo' cammino!

(Ride)
Mica è che ce so i miracoli fatti così..
È che se fai una cosa di coscienza, qualcosa prima o dopo ti torna.

Io c'ho 91 anni, sto in pensione da 21.
Mi moije l'ha richiamata 7 anni fa'. 
Che c'ho da fa tutto il giorno? 
Ho pensato, posso anda' a trova' tutti i giorni la Madonnina. 
E metteje un po' a posto casa...

E' una cosa di coscienza. 

Che ce vole pe fa le cose di coscienza? 
Ce vole de non esse ignoranti (che non vor di da esse annati a scuola...).
E ce vole da non avecce troppa paura addosso.
Se voi fa' anda' mejo il mondo, devi aiuta' la gente a fa le cose de coscienza.
Che poi vedrai, che quarcosa te torna pure a te.


Chiacchiera di signore 91 enne che chiede passaggio perché restato fermo sulla Prenestina per il blocco dei tram per il salto della corrente sulla tratta.

Europa: 3 cose da fare, lavorando attorno alle 5 grandi transizioni



Io non ho trovato altri strumenti per educarci alla comprensione dell’altro, se non viaggiare. In qualsiasi forma. Non solo migrare. Anche campi estivi o fare esperienze altrove. Dislocarsi, lasciare le sicurezze, le proprie conoscenze, andare in un territorio diverso, che sia uno spazio culturale con similitudini come l’Europa, o altrove. E’ una delle chiavi per aprirsi al mondo. Non c’è dubbio. 

Ai tempi in cui Gigi era presidente delle Acli, ero un fan dell’idea di rifare una battaglia per il servizio civile obbligatorio. Oggi sarei per imporre ad ogni ragazzo europeo una esperienza di almeno 6 mesi o 1 anno all’estero. Studio, praticantato, lavoro… all’estero. In Europa. Io credo sarebbe uno strumento straordinario. 

Però vorrei invitare a fare un’altra riflessione. Altrimenti rischiamo di guardare solo una parte della nostra popolazione. E di non considerarne altre, parti con le quali una parte del nostro mondo viene quotidianamente in contatto. Ma rischiamo di non capire la rottura sociologica e culturale che si è creata in Europa. 
Ho sempre trovato, e trovo ancora più pertinente oggi, una riflessione che faceva Herman Van Rompuy, al  termine del suo mandato in Europa. Faceva una doppia riflessione su persone e  ruoli. La prima è la distinzione fondamentale tra i movers e gli stayers. Senza andare nelle parti più recondite dei nostri paesi, ieri sera Paolo Petracca mi annunciava di voler fare un grosso piano di 150 incontri, nel milanese, per L’Europa. E mi diceva: se devo dire cosa ha fatto l’Europa “ai nostri”, non parlo del rooming, perché non interessa, a gente che non si è mai mossa. Per loro è più significativo il quarto gestore…  
Van Rompuy diceva: Ci siamo resi conto che l’Europa è fatta di queste due parti. I movers e gli stayers. Una grande attenzione, in termine di narrazione e di spinte e di politiche attive, guarda a questa parte che si muove. E non a chi sta. Dove è il problema? Non si sono ribellati i movers. Non si sono ribellati quelli che, anche controvoglia, sono stati obbligati ad andare oltre. Quelli che sono andati altrove, con mille difficoltà. Non sono questi che si sono ribellati, che hanno votato i populisti… Sono gli stayers. 

Io non ho i dati sull’Italia (sarebbe interessante andare a leggerli). Ma la mappa del voto in Polonia, quando vi fu il capovolgimento, era drammatica. Era una diagonale. Tutta la parte che aveva vissuto la straordinaria modernizzazione e ne aveva vissuto i benefici aveva votato i partiti conosciuti. Tutta la parte che aveva vissuto meno l’impatto della modernizzazione, che meno ne aveva beneficiato, ha votato ribellandosi. 

Se analizzate con il criterio movers e stayers la Brexit, è uguale. Se analizzate il voto degli ultimi 30 anni in Austria, è uguale. Le città più dinamiche, le parti più moderne, più aperte agli interscambi, sono quelle che nella globalizzazione hanno trovato una collocazione, magari non compiuta e problematica, ma l’hanno trovata. E’ il resto che si è ribellato. E con la ribellione ci siamo accorti che le politiche che facevamo non parlavano a questi. Ci siamo accorti che, a fronte di alcune grandi trasformazioni, quelli che hanno pagato il prezzo più alto sono gli stayers. 

Nuovi movers e identità multiple


Dopo questa presentazione…buffo sentirsi (donna, giovane, all’estero…) nel quadro un po’ sfortunato… della sfigata strutturale, per semplificare.... Non mi giudico tale, ma per certi aspetti sono assolutamente espressione di ciò che è stato detto prima. Già questo come introduzione è significativo. 

Quei grafici cosa ci mostrano? Ci mostrano che a livello individuale siamo portatori di tutti questi conflitti e contraddizioni. Siamo quelli che partono con una speranza di migliorare, esprimersi professionalmente… siamo anche quelli che soffrono per quasi una mancata relazione con il proprio paese d’origine.

Alcuni studi stanno dimostrano, su Parigi è evidente, che per i primi 3-4 anni gli expat non vogliono avere niente a che fare con la comunità degli italiani all’estero. C’è una partenza con rabbia che non è inconciliabile con la partenza per voglia di esplorare. Questi fattori sono tenuti assieme, nelle stesse persone. Per questo a Parigi abbiamo anche pensato ad un servizio con una brillante psicologa, per venire in aiuto a queste situazioni.  Ma se sono conflittuali a livello individuale, quando sollecitiamo le persone per ragionamento politico, è ovvio che il ragionamento politico tiene dentro anche questa conflittualità. 

Parto dal lavoro con gli italiani all’estero anche per raccontarvi quale è la realtà. Siamo 9 donne su 63 consiglieri. Siamo 5 di nuova immigrazione su 63. Il mio essere lì è un accidente della storia, della volontà e dello spirito agguerrito delle Acli, ma io la vivo come una ultima chiamata. Queste strutture istituzionali che abbiamo creato per tenere una relazione tra queste persone e l’Italia sono state create per la vecchia immigrazione, non riescono ad intercettare la nuova. La nuova immigrazione non si iscrive all’Aire, si stima che metà non si iscrivono al Registro degli italiani all’estero, in Europa. Nelle mie ricerche c’è qualcosa di più in extra Europa, probabilmente perché lì c’è più bisogno di restare connessi. Ma l’effetto è molto significativo.

Animazione è mettere al lavoro le energie positive


E' importante che ci sia tanta gente che sta mettendo in gioco la prospettiva. 
Per me è fondamentale intensificare lo scambio, perché spesso molte esperienze non usano il termine animazione ma la sostanza c’è. La sostanza è riscoprire e mettere in moto le energie positive di una nazione. Forse l’animazione è mettere al lavoro le energie positive. Se c’è una competenza delle Acli è il lavoro. Il mettere al lavoro. Far lavorare. La capacità di mettere la gente al lavoro. 

Risorse positive, energie positive. Questa è la stranezza. Molto del lavoro nell’ambito sociale mira sul problema. Sul bisogno. Quello che fa l’animazione è scommettere che nei territori ci sono risorse che possono mettersi al lavoro, anzi risorse che attendono di essere messe al lavoro attorno a problemi. 

Aggiungo una cosa. Non è che fino a che non c’è domanda, noi non andiamo, non partiamo. Nessuno comprende davvero la domanda fino a che non riceve una proposta. Fino a che qualcuno non gli rompe un po’. Fino a che non vede qualche risposta possibile. L’animazione scommette che, anche dentro la crisi attuale, sono risorse. Siamo freireiani, i temi generativi... Baumann... anche dentro l’attuale tempesta, anche nel quartiere più disgraziato, c'è qualcuno che ha già digerito la crisi. Quelle persone vanno interettate, perché sono portatori di anticorpi. Dietro l’animazione ci sta di non nascondersi il problema. Ma sapere che quelle periferie, quelle reti, quelle stesse che producono la malattia  e ammalano, quelle stesse sono anche reti capaci di curare. E che in ogni caso la soluzione dei problemi non va portata da fuori. Sei tu che devi entrare in quella cultura, capire dove si formano risposte. E in questo modo, aprire possibilità inedite per un quartiere, mettendo in gioco le forze che già esistono. Non possiamo aspettare...

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