#70anniAcli: dopo il Compleanno la vita continua...

Non è facilissimo e non so bene cosa ne esca… ma provo a rimettere in fila alcune cose dai molti feedback che in diversi modi mi sono arrivati dopo aver pubblicato i post legati al compleanno... Ogni sintesi è arbitraria, una sintesi di contributi prevalentemente privati lo è ancora di più. Ne vedo tutti i limiti. Ma mi pare comunque interessante provare a condividerli . Nota di metodo: tranne poche eccezioni la maggior parte dei feedback privati arrivano da persone che in diverso modo sono "alla periferia" dell'associazione. 

Cercando di focalizzare le cose fondamentali mi pare di vedere:


  • La prima emergenza, quella fondamentale, da cui ripartire, è l’emergenza associativa. Ridare essenza all'essere associazione deve essere l'obiettivo primario in base al quale scegliere. 
  • C'è qualcosa che viene ancora prima della scelta della mission e degli ambiti di impegno in una associazione. “La longevità delle Acli deriva dalla complessità materiale ed organizzativa. Ma soprattutto da quest’anima. Da questo carisma che fa volare il calabrone. Se gli tiri via l’anima, il calabrone non vola più. Se la complessità si rompe, non vola. Finisci per fare un servizio di serie B, un sindacato di serie B…. A noi  non ci definisce la dottrina. Ma la mistica”(Il calabrone può continuare a volare - Giovanni Bianchi) .  Oggi abbiamo bisogno di ritrovare l’anima, il carisma, la mistica delle Acli. 
  • L’analisi complessiva è stata fatta ed è abbastanza chiara (potrebbe e dovrebbe essere fatta un’analisi anche un po’ scientifica, a partire dai dati). Ma ora non è più tempo di grandissime analisi. Ora si tratta di scegliere alcuni nodi con conseguenti snodi, formulare alcune proposte, confrontarsi e poi, concretamente, decidere e sperimentare.

La storia
“Però….Non è andata proprio così”. “Non ho mai pensato che gli albori delle Acli fossero gloriosi”. C’è tutto un filone di ragionamento che riguarda la ricostruzione della storia delle Acli. Che in parte, fa notare qualcuno, sfocia anche in una “mitologia aclista”. Un mito è una narrazione investita di sacralità e assieme al rito (che ne è in qualche modo espressione) aiuta a costruire e mantenere comunità. E anche un’associazione ha bisogno di coltivare questa dimensione. L’importante è non confondere il mito con la storia.

La memoria
“Ci aggrappiamo alla memoria come ad un pezzo di legno in mezzo alla tempesta. Ci aggrappiamo ai simboli, al nome, al logo”. Per anni abbiamo detto che il logo è esteticamente brutto e che è un po’ datato. Anni fa abbiamo persino cercato di cambiarlo. Poi… tra bandiere, volantini, sfondi….in quasi tutte le iniziative è l’unica immagine/messaggio presente.
“In Alice nel Paese delle Meraviglie c’è un punto in cui la regina bianca dice "E’ ben poca cosa la memoria che guarda solo indietro". Da lì parte il riscatto, la battaglia vittoriosa contro il Ciciarampa e il risveglio di Alice che potrà finalmente avverare il sogno del padre”. “Lavoriamo per le Acli di oggi. Quelle del passato non ci sono più e quelle del futuro non ci sono ancora (e se non partiamo da qui non ci saranno mai). Alla faccia della quarta fedeltà ”. Ecco, quello che ci serve è una memoria che guarda avanti.

Il futuro
 Dobbiamo metterci in testa che i tempi sono cambiati. C'e bisogno di rinnovarsi nelle idee e nel modo di operare, se ci si arrocca intorno alle posizioni di potere conquistate…”  e anche “Questo nostro resistere all’evoluzione non è una condizione sostenibile”. La necessità, il bisogno, l’urgenza del cambiamento mi pare veramente percepita da tutti. Ma convive con un diffuso (nel Paese prima ancora che nelle Acli) conservatorismo intrinseco. Cambiare diventa un mantra ma ogni cambiamento fa paura e trova mille resistenze. Emotive e morali prima ancora che organizzative. E poi, manca ancora  un indirizzo.  Quale cambiamento? In quale direzione? Per fare cosa? Per essere chi?

Il presente
L’immagine del 70enne ad alcuni è sembrata impietosa. Da altri è stata interpretata come caratteristica generazionale di tutti i 70enni. E questo mi spiace. Il 70enne senza futuro mette tristezza proprio perchè è innaturale. Un 70enne che ha avuto una vita piena potrebbe essere sereno e saggio. E ci sono moltissimi 70enni (in giro ma pure nelle Acli) che sono estremamente vivi, generosi, positivi e vitali.  E ci sono 30/40enni vecchi, spenti e lamentosi. La metafora si agganciava al compleanno. Ma se ne possono trovare anche di più efficaci: 

  • Il calabrone Giovanni Bianchi nel suo intervento riprende la classica metafora aclista del calabrone. Che (dicono gli studiosi) non potrebbe volare, ma poi in realtà vola. E non si sa esattamente cosa lo fa volare. C’è qualcosa che rende possibile quel volo. Un qualcosa che esiste anche se non si vede. Se si perde quel qualcosa, non si vola più. Il calabrone può continuare a volare - Giovanni Bianchi
  • L’uovo e il pulcino Lorenzo Gaiani riprende la metafora di Buttè: Qualcuno dice: cosa sono le Acli? Né carne, né pesce! Risponde Buttè: giusto. Sono un uovo. Alimento completo! E Lorenzo suggerisce di guardare a quell’uovo con la prospettiva del pulcino che ancora deve nascere (immagine che mi piace moltissimo, se prima non ci mangiamo l’uovo!). Settant'anni insieme - Lorenzo Gaiani
  • La vite e l’uva Ruffino Selmi nella serata dei 70 anni a Motta di Campodolcino paragona le Acli alla vite di suo padre. La pianta era ancora sana e buona. Ma l’uva lasciava molto a desiderare. Quel che ci volle per quella vigna fu, appunto, un innesto.


I nodi

L’essere associazione:  Con onestà occorre constatare gli attuali fallimenti della proposta associativa, legati proprio al nostro modo di viverla e parteciparvi”. Consapevoli che “quello dell'identità e della funzione è problema comune a tutte le associazioni ed è uno degli effetti della regressione di un paese che, senza rendersene conto, si sta impoverendo” ma (è nato prima l’uovo o la gallina?) consapevoli anche del fatto che l’impoverimento e la regressione del paese sono corresponsabilità di una società civile che non riesce più a svolgere il suo compito…  

Il popolo e il territorio: L’identificazione della scuola come ambito di intervento è stato un punto molto contrastato. Da una parte alcuni (prevalentemente 30-40enni) lo riconoscono pienamente come luogo primario e centrato per esprimere l’essere “popolo”. Dall’altra molti altri non lo trovano un luogo pertinente per le Acli. Mi pare però che invece ci sia molta convergenza sul concetto di Popolo e di Territorio. Come dire, forse non è la scuola (anche se io continuo a vederla centralissima) ma sicuramente è la comunità territoriale con le sue dimensioni di vita “normale” la dimensione da coltivare e da cui ripartire. “O siamo lì o non siamo”. 

La partecipazione: pluralismo, differenze, collegialità…. hanno sfumature e significati differenti. Ma mi pare di poter tenere assieme queste dimensioni emerse in molti provando a riassumerle nella Partecipazione. Partecipare (anche portando la propria specificità, la propria differenza, il proprio contributo divergente) è ancora percepito come un valore nelle associazioni (“e nei partiti” diceva qualcuno)? “A volte sembra essere tollerato, raramente sembra essere richiesto e stimolato”. Come si partecipa, come si esprime (anche al di là delle norme, che comunque se coerenti aiutano) la collegialità, la dimensione collettiva e non individuale, come si valorizza il pluralismo, come si fanno emergere e tengono assieme le differenze?

Quasi nessun feedback sulla politica (e un po’ mi stupisce). Ma mi è rimasta in testa Lia Quartapelle che a Motta dice:  La politica è costretta a volte a prendere decisioni immediate. Guardando il presente. Ma la politica ha bisogno di profezia. Di uno sguardo di lungo periodo. Questo la politica chiede ad un’associazione come le Acli: un aiuto per darsi spazi e modi per riflettere dal punto di vista dei valori.”.  E Giovanni Bianchi che spiega “Io ho una concezione della vita e delle Acli  politica. Perché la politica dà ragione della complessità. La politica seria parte dal riconoscimento del suo limite. Che non tutto è politica e che c’è anche l’insufficienza della politica. La politica arriva ad un punto in cui i suoi mezzi sono scarsi (Martini) lo dice in una relazione anni 80 in Cattolica parlando ai giovani e pone domanda che da aclista con Pio ed altri mi sono sempre posto: è possibile la santità politica? La risposta di Martini è netta. No. Ma quello che è impossibile all’uomo  è possibile a Dio”.Cercare dentro la storia i semi del Regno e fare con la politica quel che puoi sapendo che c’è l’Altra possibilità”.

E… il lavoro? La non centralità del lavoro ha lasciato perplessi molti. E in fondo lo capisco. Ma, come ha detto Paolo Petracca introducendo l’intervento di Ruffino Selmi nella serata dei 70anni a Motta “La fedeltà al lavoro è stata una fedeltà non retorica nei primi decenni, almeno fino alla scrittura dello statuto dei lavoratori. Ma mi sembra che negli ultimi decenni abbiamo fatto delle grandi analisi, qualche buona proposta, ma siamo rimasti completamente fuori dalla capacità di incidere sul tema del lavoro. Se siamo onesti è stato così. E questo non è un bene. Per le Acli ma pure per la società italiana”. E Ruffino Selmi ha risposto “Se oggi fosse qui uno dei nostri utenti. Uno di quelli che vengono agli sportelli del Patronato per cercare lavoro, uno di quelli completamente disarmati, al punto da non pensare più ai diritti da rivendicare ma da dire - qualsiasi lavoro, con qualsiasi condizione, purchè sia lavoro -  da questa mezza giornata come ne uscirebbe? Come movimento di lavoratori ce lo dobbiamo chiedere”. Un’associazione di promozione sociale non è un’associazione di volontariato. Non ha l’obiettivo di aggregare quelli che “stanno bene” per proporre loro di aiutare od offrire un servizio a “quelli che stanno male”. Un’associazione di promozione sociale si pone di aggregare le persone, tutte, perché si basa sulla convinzione che mettersi assieme è fondamentale per trovare ed organizzare soluzioni ai problemi. Oggi, in un paese in crisi e difficoltà, chi (al di là di tessera o non tessera) si aggrega alle Acli? Chi partecipa? Chi fa le Acli? Se torniamo ad essere popolari. Se stiamo nelle comunità, tra le persone reali, sono convinta che il tema del lavoro tornerà centrale. 

Alcuni snodi:

La tessera: la tessera oggi è qualcosa cui (fuori e dentro le Acli)  non si dà più valore. E’ possibile restituire valore alla tessera? O esiste un altro modo di essere democraticamente sostenibili senza la tessera?

Il circolo: sull’appesantimento burocratico del circolo direi che sono veramente tutti d’accordo. Poi mi pare emerga una riflessione sulla funzione del circolo. C’è chi ritiene che il cambio di sistema di lavoro e di gestione dei tempi porti a non avere più bisogno di circoli come spazi di aggregazione e chi (al contrario) pensa che nella società attuale di spazi di aggregazione ed incontro ci sia estremo bisogno. Chi prova a declinare le modalità di specifica aggregazione che si potrebbe coltivare: dai punti famiglia (come luoghi di ritrovo e confronto e risposta anche in termini di mutuoaiuto ai bisogni delle famiglie) alle esperienze di coworking…

Il sistema provinciale: l’abolizione delle province che ricadute ha sul nostro sistema? Direi che nessuno di quelli che ho sentito considera l’ipotesi di una abolizione anche del nostro sistema provinciale (considerato l’asse portante dell’associazione). Però ci sono proposte e riflessioni in merito a province “piccole” che potrebbero accorparsi e al tentativo di snellire (mantenendo collegialità e presidio democratico) gli organi e i modelli di gestione provinciali.

Le regioni: su questo snodo c’è molta divergenza. Alcuni (anche guardando le regioni attuali) non credono proprio alla necessità e/o opportunità di investire in questo livello. Altri sottolineano che troppe volte sono stati assegnati ruoli senza assegnazione di risorse. Alcuni sottolineano anche l’opportunità di modelli di aggregazione multiregionale dove le condizioni storiche o geografiche o di dimensione lo richiedono.


Appunti sulla storia delle Acli (Vittorio Villa)


Condivido alcune riflessioni e uno schema di sintesi di Vittorio Villa sulla storia delle Acli. Fatto in questi giorni sollecitato dai vari interventi di "Compleanno". Vittorio Villa come è noto è mio padre. Anzi, per dirla meglio,  io sono sua figlia. 
 

Io e mio padre siamo persone diverse. Abbiamo avuto esperienze diverse in fasi diverse. E molte volte non abbiamo avuto la stessa idea o lettura delle cose.  Anche se a volte per similitudine a volte per reazione molto di ciò che sono viene pure da lì. 

Comunque metto il suo contributo qui non perché è mio padre. Ma perché è uno che prima ha fatto l'operaio (il tornitore) e poi per tutto il resto della vita delle Acli. Acli che ha sempre vissuto e che continua a vivere in libertà e con passione.  

E perché credo negli spazi di dibattito e nel confronto. 

Alcune sue riflessioni a partire dall'intervento di Giovanni Bianchi:

Ø condivido il senso, l’importanza dell’autonomia, le possibilità delle Acli di continuare a volare  e le esigenze di rielaborare gli obiettivi ed il modo di essere  delle Acli
Ø ho l’impressione che  l’interpretazione delle dinamiche delle Acli contenga delle inesattezze: 
  • il percorso di preparazione della loro costituzione è stato parallelo e non successivo a quello che è sfociato nella sottoscrizione del “Patto di unità sindacale” al quale hanno aderito in quanto  associazioni cristiane dei lavoratori italiani ed hanno partecipato  contemporaneamente alla partecipazione attiva alla vita della Chiesa, come dimostrano:  il sostegno  alla costituzione dei Circoli territoriali  (che la CGIL non aveva), l’impegno  per l’elezione di parlamentari ed amministratori  collegati alle Acli  e la costituzione del Patronato Acli che entrava di fatto in Concorrenza con quello della CGIL unitaria);
  • sia un po' autogiustificatoria (rispetto all’impegno nella terza componente della Sinistra Acli),  e rischi di essere semplicistica (un po’ come il riferimento  alla lettura di Guerra e Pace). Nel senso  che mi pare azzardato sostenere  che è stata giusta  la richiesta di autonomia anche dalla Chiesa; ricordo infatti l’insegnamento di Alessandro  Buttè  (che considero il  più autorevole dirigente  delle Acli milanesi) che  spiegava che “in politica, come nella musica, se si sbagliano i tempi  si sbaglia tutto”. E pensiamo alle pesantissime  conseguenze che il ritiro del consenso ecclesiale, degli assistenti e dei contributi  economici ha avuto  sulle possibilità delle Acli  di  portare avanti  il grande impegno formativo  ed educativo e l’incisività dell’azione sociale e politica  che avevano messo in campo negli anni ‘50  e ’60;. Nonostante lo straordinario impegno di Pio Parisi inoltre, non ho visto “il forte radicamento ecclesiale delle Acli” e per me il ritorno in piazza S Pietro con il “Papa polacco” non è stata  una richiesta di “perdono” ma neppure una prova di vitalità. 


Le Acli sono nate il 28 agosto 1944, mentre metà del Paese era ancora  impegnata nella guerra contro l’esercito tedesco che, dopo l’armistizio del 1943, aveva occupato il Paese, per concretizzare  il desiderio di partecipare alla ricostruzione del Paese dopo le distruzioni  materiali e morali della guerra e le limitate possibilità dei cittadini e delle loro organizzazioni di  partecipare all’organizzazione della vita del Paese.

La denominazione di Associazioni Cristiane dei Lavoratori Italiani manifesta la consapevolezza della complessità:

  • Del duplice riferimento alla Chiesa ed alla costituenda Confederazione Generale Italiana del Lavoro, formata dalle correnti socialista, comunista e cristiana,
  • dell’importanza dell’unità sindacale  per rispondere ai bisogni  del Paese e  realizzare gli obiettivi della libertà, della giustizia e del progresso economico e  sociale;
  • delle difficoltà che derivavano dai diversi riferimenti ideali e politici e dalle diffidenze e  resistenze all’unità sindacale che esse alimentavano.

Il riconoscimento della complessità della realtà e le possibilità di partecipare ai lavori della Costituente ed alla formulazione delle scelte del Governo di unità nazionale e delle Amministrazioni Locali, hanno di fatto contribuito a gestire le difficoltà, ad accrescere le adesioni, grazie alla costituzione di Circoli territoriali ed a sviluppare l’azione sindacale.

Le difficoltà dell’esperienza unitaria sono cresciute a seguito dei mutati assetti internazionali, della guerra fredda tra il blocco dei Paesi occidentali e quelli orientali, come hanno  evidenziato:

  • i toni dialettici del Congresso della CGIL del 1947, in merito al riconoscimento del Patronato Acli da parte del Ministro degli Interni, che è comunque stato accettato, grazie al realismo del Segretario Generale Giuseppe Di Vittorio;
  • l’acuirsi delle difficoltà dopo la scissione del PSI e l’estromissione dei Comunisti  dal Governo di unità nazionale, che sono esplose nel 1948, a seguito degli scioperi proclamati dopo l’attentato a Togliatti e sono formalizzate dai risultati del Congresso straordinario delle Acli che, grazie al sostegno dell’assistente nazionale Mons. Civardi, ha approvato ad ampia maggioranza la tesi di invitare i lavoratori cristiani a costituire un sindacato libero e democratico, che prevale sulle tesi di continuare, seppure in modo più dialettico, la partecipazione alla CGIL e di ricostituire il sindacato cristiano che si era organizzato all’inizio del secolo ed era stato disciolto dal Governo  fascista.

La scelta del Papa Pio XII di autorizzare la costituzione di un sindacato libero e democratico a fianco e non in sostituzione delle Acli, confermava la loro complessità e le obbligava a ridefinire gli obiettivi, il modello organizzativo che ha portato, nel 1953, a ribadire la fedeltà ai lavoratori, alla democrazia ed alla Chiesa ed a specificare il ruolo di Movimento dei Lavoratori Cristiani con finalità educative, di azione sociale e di organizzazione di servizi per i lavoratori e le loro famiglie.

L’esperienza della partecipazione alla CGIL unitaria ha accentuato le sensibilità  politiche delle Acli e le ha arricchite della possibilità di organizzare le attività avvalendosi delle conoscenze e delle relazioni sviluppate  dai Servizi e dalle Imprese a finalità sociale che, nelle società complesse, sono  ancora più importanti per rispondere ai bisogni dei cittadini e per adeguare i programmi  di attività  alle mutate caratteristiche delle dinamiche sociali.   

Gli sviluppi dell’esperienza delle Acli hanno confermato la delicatezza delle scelte politiche, la convivenza delle potenzialità e delle limitate capacità delle Acli di rinnovare i loro programmi di attività e l’importanza fondamentale:

  • della formazione degli associati alla partecipazione attiva alla vita della società;
  • dell’adeguamento dell’organizzazione e dei programmi di attività alle esigenze connesse alla complessità ed al dinamismo della realtà
  • dello sviluppo delle sensibilità e capacità imprenditive, che sono sempre più determinanti per contribuire allo sviluppo economico e sociale, alla valorizzazione delle attività di volontariato ed alla sussidiarietà tra i servizi pubblici e sociali.


Il futuro delle ACLI è legato alle loro capacità di tenere il passo delle trasformazioni in atto nel Paese, di formulare proposte innovative, di sviluppare relazioni, ricercare convergenze e definire sinergie progettuali con altre organizzazioni e di organizzare attività che favoriscano la partecipazione attiva alla vita della società e della Chiesa, con specifiche attenzioni alla formazione, all’orientamento ed all’organizzazione degli impegni lavorativi, delle politiche sociali, della promozione della pace, del rispetto  della natura e della valorizzazione dei beni ambientali.



Il calabrone può continuare a volare altri 70 anni... (Giovanni Bianchi)

Nota: sono appunti presi in diretta e non rivisti dall'autore. Ma era troppo interessante da non condividere....

Paolo Petracca: Max Weber dice che le organizzazioni non durano più di 50 anni. Le Acli ne hanno 70. Secondo te, cosa ha permesso alle Acli di essere ancora vive e vitali (anche se ne vediamo con preoccupazione gli aspetti di invecchiamento) dopo 70 anni? 

Giovanni Bianchi: non ci avevo mai pensato ma... è anche bello smentire Max Weber!   

10 anni fa’ alla commemoriazione romana di Pino Trotta, in via della Conciliazione, alle Paoline, organizzata da Pio Parisi, il teologo Biscontin disse che ormai le organizzazioni e gli ordini religiosi vanno incontro ad una grande usura e devono mettersi in testa che possono anche sparire. 

Le Acli hanno 70 anni e ci sono ancora. E’ bene. Ma è bene che le Acli non siano solo vive e vecchie. Ma che continuino a inquietare e a fare problema.

Parto dalla concezione delle Acli che mi sono fatto.

La metafora che Labor usava per le Acli è il calabrone. Uno guarda il calabrone e dice “questo non può volare”  e invece vola. Le Acli sono questo paradosso.

Disse Gigi Borroni in un intervento stupendo: Amici e compagni, dobbiamo renderci conto che ormai i sessi principali sono due. E pose un problema enorme. 

Le Acli sono anche questo. Sono una cosa complessa e piena di contraddizioni e paradossi. Nella quale sta dentro veramente tutto.

Per esempio, siamo un’associazione di lavoratori cristiani che nasce su suggerimento di Montini. Dopo l’unità sindacale, ci vuole qualcosa che garantisca la Chiesa nell'ambito del lavoro. E le Acli diventano movimento di formazione di lavoratori nel sindacalismo unitario.

E' centrale la figura di Achille Grandi. Achille grandi fin dall’inizio è un cattolico impegnato, poi è un padre della Patria, un costituente... ma, fin dall’inizio, è molto autonomo. E' rimasta famosa l'alzata di ingegno di Achille Grandi: C’era il non expedit. Ci fu il Patto Gentiloni in funzione anti socialista, i cattolici avrebbero votato i candidati liberali. Achille Grandi che allora lavorava alla Curia di Como, il giorno delle elezioni organizzò una gita al monte Bisbino. E nel collegio di Como passò il candidato socialista. (Lui poi fu licenziato...) Achille Gande è un padre della patria. Un costituente. Un firmatario del patto di roma. Dovremmo far pubblicare dalla Camera i discorsi di Achille Grandi, anche se non furono molti. 

Le Acli sono un’associazione complessa. Che per esempio  nasce con questa funzione (di essere una preesnza di formazione cristiana nel movimento sindacale) ma da subito ha migliaia di amministratori locali. E’ nel mondo del lavoro ma da subito è impegnata politicamente. E' unica da questo punto di vista. La politicizzazione delle Acli è naturale, dall’inizio. Io ho un'idea essenzialmente politica delle Acli.

Se vai all’estero non riesci a spiegare le Acli. Ogni volta devi dire una serie di cose e poi specificare… no, siamo un’altra cosa. In tutte le puntate fuori dai confini mi è sempre successo. Per gli altri era sempre difficile fare i conti  con questo oggetto misterioso.

Le Acli sono un'associazione con un forte radicamento ecclesiale. Non solo per la presenza degli assistenti. E anche in modo originale. Pensiamo a Livio Labor, alla sua storia… nasce a Leopoli, da padre socialista, filantropo, medico, ebreo, poi si converte al cristianesimo e alla morte della moglie diventa prete. Lo ordina sacerdote un vescovo anti fascista e lo fa anche capo del seminario. Abbiamo una serie di cose incredibili nella storia delle Acli.  Non basterebbe la fantasia di Joseph Roth per un romanzo.

Questo si accompagna al fatto che, ad ogni fase storica, le Acli hanno saputo adattarsi e adattare il proprio mestiere. La ragione sociale complessa consente agli aclisti di rispondere al momento storico in modo particolare.

Mi collego alla lectio. Per questo periodo per noi difficile in famiglia, dopo la morte di Sara, è proprio la visione di Ezechiele che andiamo a riprendere... le ossa che tornano vive... è un'immagine incredibile... è una cosa che ti accompagna e turba. Ma ce ne è bisogno.  Questo appartiene molto anche alla nostra vicenda di Acli.

Mi sono andato convincendo che c’è una specificità aclista,  nella complessità. Siamo l’unica organizzazione ecclesiale democratica dalle radici in su. Noi continuiamo a fare i congressi. Anche le forze politicche (forze forse oggi è meno appropriato...) i congressi non sanno più cosa sia. Fanno le convention... Noi i nostri congressi li facciamo. Anche con le bordellate. Che non sono una bella cosa, ma ci sono. La vita democratica da noi c’è, è rimasta ed è importante.

C'è un confine sul quale ho sempre cercato di muovermi…Io ho concezione della vita e delle Acli politica. Perché la politica dà ragione della complessità. La politica seria parte dal riconoscimento del suo limite: che non tutto è politica. E che c’è anche l’insufficienza della politica. La politica arriva ad un punto in cui i suoi mezzi sono scarsi. Martini lo dice in una relazione degli anni 80, in Cattolica, parlando ai giovani e pone la domanda che da aclista con Pio ed altri mi sono sempre posto: è possibile la santità politica? La risposta di Martini è netta: No! Ma quello che è impossibile all’uomo  è possibile a Dio. 

Giovanni Battista che manda a vedere "cosa fa quello lì" e quelli riportano 6 guarigioni impossibili... 
Il giovane ricco a cui viene chiesto di vendere tutto e darlo ai poveri... 

La Parola di Dio entra nelle situazioni impossibili. Io mi sono sempre sforzato di vedere le Acli su questo crinale e di pensare che il filo è nella nostra complessità che vive nelle diverse fasi storiche cambiando il mestiere. 

Il rischio in questa fase è che se non stiamo attenti ci trasformiamo nella associazione di gabellieri cristiani. Che non è il futuro che io vorrei vedere seriamente per le Acli... 

Cercare dentro la storia i semi del Regno e fare con la politica quel che puoi, sapendo che la politica non può tutto ma che c’è l'altra possibilità. Mi pare questo il confine su cui io interpreto si muovano le Acli. 

Mi sono confermato di questa visione all’inizio di quest’anno. C'era un dibattito a Desio. Una serata su Martini: Movi Ovadia, Franco Agnesi ed io. Parlando di Martini io ho fatto questo ragionamento. Moni Ovadia poi è intervenuto e ha detto “Martini era anche il mio cardinale. Sapete io non credo ma non sono ateo, sono agnostico. E io dico che Martini è anche il mio cardinale perché mi ritrovo perfettamente nella visione della storia di Martini”. 

Io credo sia questa la ragione per cui siamo continuati a resistere. Usando gli strumenti della complessità: servizi, movimento... C'è sempre stata diatriba tra servizi e movimento. Ma finchè c’è diatriba c’è movimento. Quando si chiude la diatriba si inizia a rischiare.

Il senso del limite. Continui a cercare. Ad impegnarti. Sapendo che il Signore agisce nella storia. Questo è stato il mio filo, il patto tra Pio Parisi, Pino Stancari e me. Loro mi accusavano di fare troppe mediazioni ma “Purchè la contraddizione resti aperta”. 

Pietro Praderi mi ha mandato uno scritto sulla deplorazione di Paolo VI. Non so se pubblicheranno. La mia tesi è questa: che Paolo VI aveva una visione dottrinale delle Acli. Voleva un bene viscerale alle Acli. Ci sono espressioni ai corsi di Monguzzo che erano espansive, di un affetto profondo…. Ma la sua visione delle Acli era dottrinale. E da lì nacque la deplorazione. Noi avevamo ragione.  Non perché la linea fosse giusta. Ma perché avevamo quasi il dovere di provare a dire. Le cose dette da noi le diranno 20 anni dopo quelli di Solidarnosh e il papa polacco li ha benedetti. Tanto è vero che anche noi torniamo dal Papa poi con il papa polacco. Ma il nodo da tagliare non c’era più. In quella occasione Livio Labor mi scrisse un biglietto "Non vengo alla festa del perdono". Ma sbagliò. Perché non era la festa del perdono. Perché dopo la deplorazione Paolo VI scrive la octogesima adveniens e quello supera…. 

Noi abbiamo avuto assieme il coraggio di essere dentro la realtà. Servizi, lavoratori... proporre unità sindacale… e nello tesso tempo però il mantenere la ricerca. Che non è essere nella dottrina. Il Vangelo non è riduzione a dottrinario etico. Il papa su questo ha spiazzato tutti. Ma, per rispondere a Paolo, cosa ci ha tenuto in vita... la ricerca dei semi del Regno....  

Poi la longevità delle Acli deriva dalla complessità materiale ed organizzativa. Ma con questa anima. Con un carisma. La complessità muta nel tempo. Ma è l'anima, è il carisma quello che fa volare il calabrone. Se gli tiri via questo il calabrone non vola più. 
Se togli l'anima e scomponi la complessità in semplici pezzi non vola più. 
Finisci per fare un servizio di serie B, un sindacato di serie B, un... 
A noi non ci definisce la dottrina ma la mistica. Si rischia. Non si capisce bene. Ma si prova. 

Io credo sia un po’ questa anche la formula che ha permesso di superare le forche caudine di Paolo VI.

E poi andare avanti ancora con la complessità. Con l’adattarsi alle situazioni. Ma adattarsi criticamente. Non (che è quello che io temo per la politica odierna) fare il surf sull’onda. Se non hai la critica non servi. Perché non risolvi i problemi. E non li risolvi perché non li capisci.

Anche la velocità mi fa paura. Perché è come la lettura veloce di Woody Allen: ho letto Guerra e pace. Parla della Russia. Il pensiero non può essere veloce. Il pensiero ha bisogno di tempo. Poi la decisione può essere veloce. Ma il pensiero no. E il pensiero ha bisogno di essere coltivato. La formazione, siamo una delle organizzazioni che fa più formazione....

... il calabrone può continuare a volare altri 70 anni….



Quali riforme per dare gambe alla mission


La COP è chiamata a superare lo scarto troppo stridente che oggi esiste tra l’arretratezza  del nostro modello organizzativo, i crescenti problemi di tenuta del sistema, gli scompesi dovuti ai processi di riconversione dei nostri servizi e il compito di Movimento di cittadini e Terzo Settore che ci siamo assunti di fronte alla società. Stiamo cercando di valutare i vincoli e cogliere le opportunità della nuova legislazione. Dentro questo grande cantiere è decisivo che la COP verifichi gli orientamenti e definisca le scelte che possono dare corpo, veloclità e coordinate precise al processo di innovazione che ha il compito di trasformare le differenziate presenze dei nostri servizi in un vero reticolo di imprese sociali.
I nodi da sciogliere sono:
relazioni confuse e spesso inefficaci tra associazione ed imprese
una eccessiva, anche se generosa, concentrazione di energie politiche sulla gestione delle imprese
forti spinte di crisi, causate da fattori esterni, che colpiscono imprese consolidate
nuove imprese che conoscono un rapido sviluppo che pone problemi di regolazione e governo 
una sostanziale mancanza di regole in grado di definire l’appartenenza alle Acli delle imprese e contemperare le loro logiche performative con con i caratteri relazionali e politici dell’associazione e della sua progettualità
la mancanza di un sostanziale governo di sistema in grado di presidiare la complessità delle Acli anche da un punto di vista strutturale.

Con pochissime eccezioni potrebbe essere l’analisi della situazione attuale. Invece è l’apertura del documento della COP del 1998. E se andiamo a vedere le uscite troviamo (che sorpresa): un codice etico, il ruolo del regionale, l’integrazione di sistema…

Per questo credo che su questo fronte: è tempo di molta potatura e qualche innesto

“La potatura consiste in una gamma di interventi atti a modificare il modo naturale di vegetare e di fruttificare di una pianta. Si tratta in prevalenza di interventi cesori e di modificazioni di posizione dei rami. La potatura è necessaria quando si nota nella pianta qualche problema o qualche ramificazione troppo estesa, che può ledere il benessere e la produttività (sia in termini di crescita generale sia in quanto a fiori e frutti)”. Ogni pianta ha bisogno di una potatura differente, ed è bene scegliere sia la tipologia sia il periodo migliore per effettuarla”.
“L’innesto consiste in una gamma di interventi funzionali a sostituire una coltura superata o introdurne una, vecchia o nuova, preferibile a quella presente. A  regolare lo sviluppo, la longevità, la precocità. Adattare una coltura a particolari condizioni climatiche e del terreno, aumentarne la resistenza a parassiti e malattie…”
Su questo versante vedo in particolare 3 ambiti su cui lavorare provando ad osare un po’ di forza e coraggio:


STRUTTURA ORGANIZZATIVA,  SVILUPPO ASSOCIATIVO,  SERVIZI
  • STRUTTURA ORGANIZZATIVA: la struttura organizzativa attuale non è più adeguata. Serve un ridisegno che lavori soprattutto ad alleggerire, semplificare, redistribuire. Credo il lavoro sia molto e contenga molti aspetti di cui, tra l’altro, dibattiamo da tempo. Oggi credo debba affrontarli a mio parere a partire dalla riduzione del numero dei componenti degli organi (in particolare  dimezzamento di Presidenza e Consiglio Nazionale), dall’incremento delle modalità di riunione e lavoro a distanza, dalla ridefinizione di ruoli, funzioni e responsabilità tra struttura di base, livello provinciale, regionale e nazionale con conseguente ridefinizione della distribuzione delle risorse. 
  • SERVIZI: Credo serva affinare l’analisi esterna (come sta cambiando e in che direzione va la società oggi, rispetto in particolare a LAVORO, DIRITTI e WELFARE), quali bisogni restano scoperti, quali emergeranno in futuro. E a partire da questo provare ad immaginare servizi e modelli innovativi. “per aspirare a trasformare la realtà (…) l’individuazione dei risultati desiderati deve essere effettuata prima di scegliere quali azioni finanziare e mettere in pratica” Si tratta di un requisito ovvio, eppure nella pratica comune quasi mai rispettato. E’ usuale, infatti, che vengano prima definite le azioni, in modo spesso generico, razionalizzandone semmai ex-post le finalità, con un conseguente sbilanciamento tra mezzi e fini. Non è dunque un caso che spesso alla spesa e alla realizzazione fisica, quando finalmente hanno luogo, non seguano benefici per i cittadini, il lavoro, le imprese.   (La progettualità sociale può creare lavoro?)

  • SVILUPPO ASSOCIATIVO e PROPOSTA ASSOCIATIVA: la proposta associativa va ripensata per essere più ricca ed interessante ma anche più prendibile e sostenibile. Non ci si associa (ormai da tanto tempo) per appartenenza ideologica ed identità ma è possibile dare un significato maggiore alla sola adesione per interesse contingente (sconto, benefit, servizi…).  In parte questo si riconnette alla mission associativa e alla nostra capacità di comunicarla. In gran parte questo si connette all’idea e alla pratica di struttura di base. Credo che oggi piste di intervento debbano passare da:

alleggerimento e sburocratizzazione della struttura di base. Sollevandola da responsabilità legate alla gestione dei servizi, del personale e ad altri vincoli di formalità. Perché possa tornare a concentrarsi sui suoi due aspetti essenziali: essere un gruppo di persone, svolgere un’attività nella comunità.  In questo modo anche la responsabilità di presidente si alleggerisce e può tornare ad essere esercitata da cittadini volontari con disponibilità di tempo limitato ed interesse specifico. La pista, ad esempio, potrebbe essere quella di creare come strutture di base semplici “gruppi” lasciando alla dimensione di “circolo” (formalmente costituito e con i vincoli anche legislativi dell’essere associazione) ad aggregazioni di carattere zonale.
messa a disposizione di spazi propri (o offerta di ruolo di mediazione e interlocuzione per locali di parrocchie) per altre associazioni e realtà attive sul territorio che ne avessero bisogno o interesse.  Significa rispondere a bisogni della comunità, mettere in pratica la propria utilità sociale e al tempo stesso creare occasioni di convivenza e contaminazione.

offerta di servizi vari ai bisogni di altre piccole associazioni (valutando la proposta di affiliazione o altre forme di rapporto che però non sia di carattere prevalentemente economico ma politico e associativo) per attività fiscale, di consulenza sulle normative, di gestione del personale, di supporto alla microprogettazione, di gestione comune di progetti di servizio civile o altro… Il bisogno di alleggerimento delle nostre strutture di base è condiviso da moltissime altre piccole associazioni e credo permanga anche a fronte del tentativo di snellimento della attuale proposta di legge. Anche in questo caso, rimettere in circolo per altri il valore e le potenzialità di una organizzazione di dimensione nazionale e radicamento locale, con un patrimonio di strutture e competenze ed un sistema di Servizi è anche un modo (pragmaticamente) di provare a contribuire dall’interno al ridisegno dell’associazionismo e del terzo settore.

La nascita dei processi creativi, secondo Asimov

Era il febbraio 1959, quando Isaac Asimov venne avvicinato da Arthur Obermayer, scienziato e caro amico dello scrittore. Con una proposta: e...