Intervento al Laboratorio Giovani e Volontariato - Bergamo - 2012
La registrazione del mio intervento al Laboratorio Giovani e Volontariato
http://www.ipsia-acli.it/ipsia/it/archivio/viewdownload/135-1202-laboratorio-giovani-e-volontariato/468-paola-villa-presidente-ipsia
Come i Balcani ci hanno cambiato
Erri De Luca scrive: Ogni generazione ha la sua città. Noi abbiamo avuto Sarajevo. Io dico. Noi abbiamo avuto i Balcani. Perché quello che è avvenuto negli anni ’90 è stato un movimento che ha costruito una fitta rete di relazioni che partivano da tanti piccoli e sconosciuti posti d’Italia e li legavano a tanti piccoli e sconosciuti posti dei Balcani. Villaggi di Slovenja, Croazia e di Bosnia. I luoghi della guerra. I luoghi dell’accoglienza. I luoghi dei passaggi obbligati nei viaggi. Ognuno di noi ha i suoi. Il mio campo profughi era Smartinska, a Lubiana. E poi Kocevje. Quello di Paolo e Silvio era Novo Mesto. L’altro Paolo era Vic, quelli di Como erano Skofja Loka, quelli di Torino Postumia e Ajdoscina…. E “i miei profughi” erano di Travnik, altri di Kljuc, Krupa, Sapna…
In quel momento in Italia era tempo di Mani Pulite. Di disillusione politica. Era tempo di mafia che uccideva. Eravamo usciti dalla Milano da bere. C’era appena stata la guerra del Golfo che ci aveva riportato la guerra in casa ma sembrava un videogioco notturno. E non c’era internet e le notizie si seguivano stando svegli di notte davanti alla tv. E il pacifismo in Italia era fatto da gente adulta che manifestava con i cartelli per il disarmo. La cooperazione era fatta di ong divise in cattoliche e di sinistra (con una intersezione tra le due parti). Le prima andavano in Africa seguendo le esperienze dei missionari. Le seconde in America Latina appoggiando le lotte di liberazione. L’associazionismo aveva appena scoperto l’economia e l’idea di terzo settore e con Acli e Arci quasi sempre compatte e in prima fila lanciava idee e campagne e iniziative che poi sono diventati stabili.
Attendendo l'Aurora
Aprile 2012
Riflessioni sulle Acli
di oggi e domani
a partire dalla
lettura e presentazione del libro L'assillo della Fede
La
prima sensazione è l'emozione da blocco alla bocca dello stomaco.
Di quando ci si trova di fronte a qualcosa di “vero”. Qualcosa
in cui in parte ti riconosci (come anelito) in parte vedi subito, a
colpo d'occhio, tutto lo scarto.
Poi,
dolorosamente, la “nostalgia” di qualcosa che non hai vissuto.
Il rimpianto di non esserci stata. La rabbia, persino, di avere in
dote questi tempi e non quelli. E' un attimo, ma c'è. E'
innegabile.
Quindi
la sensazione di vedere una staffetta. Un corridore che corre, col
testimone in mano. Si volta. Non vede nessuno ad afferrarlo e a
proseguire la corsa. Lo stupore incredulo, prima di tutto, sul suo
volto.
E
infine la sensazione di responsabilità. Personale e collettiva. Di
quella caduta, o di una raccolta. Ma anche della differenza tra i
tempi. E del cambiamento che manca.
E
allora, ok. Noi non siamo quelli. I nostri tempi non sono quelli. Noi
non siamo santi. Nè eroi. Nè leader. Siamo immersi, totalmente,
anche noi, nello spaesamento
di popolo
E siamo schiavi
della schiavitù del breve termine.
Ma tocca a noi darci da fare almeno per
essere migliori
(non “i migliori”). Cercando di capire cosa ci serve, cosa ci
manca. E cosa, di allora, possiamo accogliere e tramandare. Io ho
trovato 4 perle. Per ora. Un filo, e un piccolo gancetto per chiudere
il tutto.
Le
4 perle:
La
Parola. Non
è una novità. Marco ce lo (ri)diceva l'altra settimana. Non puoi
rimpiangere la mancanza degli effetti della Parola nella tua vita (o
nella vita collettiva) se non ti fermi a darLe spazio. Costantemente.
Quotidianamente. Non
di regole ma di ritmi ha bisogno la vita secondo il Vangelo.
La
Parola non ti converte, non ti forgia e non ti scava, se non gliene
dai la possibilità.
E' talmente chiaro ed evidente da essere quasi banale. Serve solo una
decisione. E l'aiuto reciproco per farlo.
I
Maestri. “Noi
avevamo gran gusto quando andavamo a
caccia di maestri”.
Mi colpisce come la vita “di quel gruppo” fosse costellata dai
maestri. E di come queste “scoperte” (dirette o mediate dagli
scritti) segnassero i percorsi individuali. E di come “gli
incontri” (seminari, convegni) facessero altrettanto nei percorsi
collettivi. I maestri non capitavano per caso. Venivano cercati
attivamente. Non per riempire una scaletta di un momento da
organizzare. Ma come di qualcosa di cui c'è realmente bisogno, per
vivere. Come se l'esperienza personale ed associativa fosse una
domanda costantemente aperta.
E se qualsiasi azione fosse una ricerca
infinita di risposte.
Non
trovo paralleli con “il nostro gruppo” (E non si tratta solo di
investire di più sull'Ufficio Studi o su una Rivista). Si tratta di
riscoprire assieme il bisogno della domanda e poi muoversi di
conseguenza.
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