Gli stili di scena nell'associarsi quotidiano - Sebastiano Citroni

di Sebastiano Citroni 


Normalmente il terzo settore si suddivide guardando alla forma giuridica (odv, aps, cooperative…) oppure al tema (pace, immigrazioni, salute…) oppure alle persone (volontari, lavoratori….). Io ho provato a suddividere andando invece ad osservare gli stili associativi. L’idea è che la vita di una associazione si articola in una serie di scene, non illimitate: lavoro di ufficio, davanti alla macchinetta, sportello con utenti, assemblea soci, riunione di equipe… sono molte ma è tutto sommato un repertorio limitato. Non inventiamo le parole che usiamo. Le conosciamo già ed in base a quelle che conosciamo possiamo scegliere quali usare. Anche per gli stili è la stessa cosa: non li inventiamo da zero, pratichiamo uno stile che conosciamo. Conosciamo cosa è appropriato fare e non. 


Quali sono gli stili praticati? Gli stili associativi ci danno modo per leggere un’associazione. Ne ho rilevati 5: 

Militanza

Cittadinanza attiva

Volontariato occasionale

Comunità di interesse

Comunità di identità


Il primo è uno stile molto facile da identificare. Relativamente minoritario, oggi,  ma con una sua gloriosa storia. La militanza. Rapportarsi come compagni che portano avanti una battaglia comune. Questo vuol dire associarsi in un certo modo. E’ un modo diverso da chi fa impresa sociale. Diverso da chi si associa come cittadinanza attiva in un quartiere… nella militanza si sa che siamo dalla stessa parte, non c’è bisogno di dirselo, non si mette in discussione, si va dalla stessa parte….

Uno spazio in cui una realtà frammentata si ricompone in una unitarietà poliedrica




Uno spazio in cui una realtà frammentata si ricompone in una unitarietà poliedrica...

In primo luogo azionesociale.acli.it (blog + pagina fb + profilo Ig) funge da aggregatore di notizie: raccoglie in modo semi automatico contenuti da fonti diverse, riunendoli in un posto unico, facile da trovare e da sfogliare. La maggior parte dei contenuti del blog quindi non sono contenuti originali prodotti per azionesociale.Acli.it, ma sono rilanci di contenuti direttamente creati dalle realtà Acli locali che, volutamente, sono mantenuti nella forma con cui la realtà locale li ha creati e proposti.  In questo modo, per aclisti ed esterni, azionesociale.acli.it  è lo spazio in cui una realtà frammentata si ricompone in una unitarietà poliedrica. “Il modello non è la sfera, che non è superiore alle parti, dove ogni punto è equidistante dal centro e non vi sono differenze tra un punto e l'altro. Il modello è il poliedro, che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità” (Evangelici Gaudium 236).

In secondo luogo su azionesociale.acli.it c’è una forma di curation dei contenuti. Tutto ciò che viene pubblicato viene catalogato, assegnando delle tag in base al luogo in cui avviene l’azione (provincia), in base al promotore(circolo, Acli provinciali, regionali, altro soggetto di sistema), in base al tema (pace, lavoro, welfare, aggregazione….) ed in base al tipo di attività (Dibattiti, laboratori, feste, sport, arte….).

A partire da queste prime due funzioni azionesociale.acli.it permette quindi una rivelazione anche quantitativa che, tramite l’intreccio tra questi dati e quelli presenti nei programmi di tesseramento, permette di creare nuovi indicatori qualitativi per leggere e interpretare la realtà dei circoli e dell’azione sociale oggi.

Un tempo i circoli si assomigliavano tra loro maggiormente e le categorie (anche registrate nei nostri programmi di tesseramento) che usavamo erano: numero dei soci, circolo/nucleo (cioè realtà sul territorio o realtà in un luogo di lavoro) e circolo con/senza mescita/spaccio (cioè con/senza che una licenza che autorizza somministrazione o distribuzione di cibi e bevande ai soci). Oggi questo non ci basta più.

In tempi precedenti non serviva altro perché tutti i circoli rispondevano essenzialmente ad una unica motivazione e stile associativo: quello militante (vedi articolo POP Acli numero precedente), oggi sicuramente ci sono stili di cittadinanza attiva, di comunità di interesse, di comunità di identità… Questo spesso porta ad una certa polarizzazione tra “circoli tradizionali” e “circoli nuovi” ed anche tra province che maggiormente promuovano e curano “circoli tradizionali” e province che maggiormente sperimentano ed intercettano “circoli nuovi”.

L’ipotesi oggi, maturata anche grazie ai dati di azionesociale.acli.it, propone di superare la polarizzazione tradizionale/nuovo ed assumere 2+4 criteri:

I 2 criteri cornice sono la compatibilità e la coerenza con i valori Acli da un lato e con le attuali norme del Terzo Settore dall’altro).

I 4 criteri contenuti sono:

         Associazione: essere esperienza non individuale

  • Partecipazione: essere luogo che non solo eroga servizi o offre prestazioni ed esperienze ma che promuove proposte di attivazione e partecipazione reale (che non si limitano all’essere formalmente soci)
  • Territorio: essere territorialmente radicati ed in rete con altri
  • Utilità sociale: essere, in differenti modi, produttori di valore di utilità sociale.

Se si assume questo punto di vista, ciò che possiamo assieme fare non è scegliere tra tradizione e novità ma aiutare tutti i circoli ad osservare in quali di questi ambiti sono già forti ed in quali hanno margine di crescita.


(da Pop - Informazioni storie e approfondimenti dalle Acli - marzo 2023)

Sul filo della memoria - Franco Passuello




Ribelle per amore. Questa preghiera va ascoltata e meditata ricordando quando è stata scritta: durante la Resistenza contro il nazifascismo, dentro la Seconda Guerra Mondiale. Cioè, dentro un conflitto armato che opponeva italiani ad italiani. Ma è più giusto dire: italiani oppressi ad italiani oppressori subalterni ad un feroce e sanguinario dittatore tedesco. Ma chi è Teresio Olivelli e perché abbiamo scelto di iniziare da lui a ricostruire insieme il nostro filo della memoria? Ascoltate Eva Martucci. (Eva interviene sulla vita di Teresio) 

Ora è più chiaro: ricordiamo il beato Teresio Olivelli perché è un cattolico che ha fatto la Resistenza «per amore». Di più, lo ricordiamo perché è un fedele testimone d’amore cristiano.

Teresio è nel lager perché è un partigiano antifascista: e ci interessa ricordarlo per questo. Lui, però, subisce il feroce martirio perché nel buio disumano del lager aiuta i più deboli e sofferenti e illumina la notte della barbarie con il Vangelo e la preghiera. E anche per questo ci interessa farne memoria. 

Questi due registri del nostro fare memoria – politico e cristiano - saranno presenti lungo tutta la mia comunicazione. Il ragionamento che farò può essere rivolto a qualunque cittadina o cittadino democratici, indipendentemente dalla loro cultura o dal loro essere o meno persone di fede cattolica. 

Allo stesso tempo, però, parlo da cristiano. E non per questo sono meno “laico” nell’accezione corrente del termine. Nelle ACLI ho imparato che se cerchi di seguire il tuo Signore sei profondamente laico; hai rispetto per ogni persona e per il creato. Perché sai che tutti gli esseri umani sono creature del Padre, quindi sorelle e fratelli di uguale dignità. Tu puoi testimoniare la tua fede ma non esibirla e tantomeno imporla. Perché la fede è un dono. Di nuovo Resistenza. Facciamo memoria di Olivelli perché anche oggi c’è una Resistenza da promuovere e animare. Non  per combattere contro altri esseri umani ma per riconciliarci prima di tutto con noi stessi e tra noi. Per non farci paralizzare dal senso di paura e di impotenza di fronte alle gravi minacce che ci opprimono. Per non farci distrarre da forme di rimozione e di evasione che ci impediscono di maturare pienamente una coscienza morale e politica. 

Mobilitare la partecipazione ai tempi della complessità

Riflessioni e spunti a partire dall’incontro per rilanciare l’azione sociale delle Acli e l’animazione delle comunità che si è svolto a Roma, con circa 50 territori Acli, il 19 e 20 gennaio scorso

Toqueville diceva “La maggior parte degli europei vede nell’associarsi un’arma da guerra che si prepara frettolosamente per sperimentarsi subito sul campo di battaglia. Un’associazione è un esercito, vi si parla per contarsi e animarsi e poi si marcia contro il nemico”. Descritta così sembra una modalità datata, ma è la militanza,che ci ha caratterizzato per molto tempo. Però, in uno schema generale in cui non esistono più parti complessive definite, la gente ha meno desiderio e meno disponibilità a lasciarsi “arruolare” in una guerra generale e non solo per una resistenza alla metafora utilizzata.

Non si tratta di rinunciare alla politicità dell’associarsi, quanto semmai di dare una lettura ancora più ampia della politicità. “L’associarsi attiene al governare, nel suo senso più alto. Rendere il mondo intellegibile, fornire degli strumenti di analisi e interpretazione che permettono ai cittadini di orientarsi e agire con efficacia” (diceva Rosanvallon).

L’attivismo civico, le pratiche di cittadinanza attiva per il bene comune, sono le modalità diffuse a partire dagli anni 2000.  Ma il mondo corre veloce e dal 2000 sono già passati più di 20 anni. I nuovi ruoli previsti dalla riforma, per ora più abbozzati che realizzati a dire il vero, affidano alla società civile non solo un ruolo esecutivo, ma anche un ruolo protagonista nella definizione delle politiche sociali. Questo però, inevitabilmente, dà luogo a nuova progressiva istituzionalizzazione e contrattualizzazione della collaborazione pubblico privato sociale. I vari istituti della amministrazione condivisa generano nuove opportunità, ma sostengono anche meccanismi, tra soggetti di società civile, che sono più competitivi che cooperativi. D’altra parte, sostengono una tendenza alla collaborazione, piuttosto che alla conflittualità con le istituzioni pubbliche. E come convive con tutto questo una associazione che vuole restare anche movimento, con tutto il necessario portato di capacità di mobilitazione, protesta e pressione?

Inoltre, i tavoli di coprogettazione, i patti di collaborazione, il partenariato i progetti, il bilancio partecipativo e i tavoli tematici, sono tutti strumenti di governance locale, non nazionale. Il nazionale quindi, non è più, per definizione e per natura, il luogo naturale di una sintesi e di una regia che è anche sostenuta da distribuzione di fondi. Quale nuovo ruolo spetta, quindi, a questa dimensione, nell’era della complessità, della velocità, della specificità?

Cresce la distanza tra associazionismo basato prevalentemente su militanza e cittadinanza attiva, e volontariato occasionale… ma cresce anche quello tra piccole formazioni, radicate, significative su scala micro e grandi organizzazioni, professionalizzate, con una logica sempre più imprenditoriale. Noi in questo, come ci collochiamo? L’ambizione è (o sembra essere) tenere assieme tutto. Logica imprenditoriale e dimensione economica, da un lato e radicamento locale, volontariato e motivazione (se non militanza), dall’altro. Aggregazione, sistema di welfare, politica e promozione culturale. Il rischio è non essere bene nulla. Ma la pista (forse) è costruire un nostro modello specifico di essere. Come?

Noi ci stupiamo e a volte anche scandalizziamo un po’, della nostra diversità interna. Di come, nella stessa associazione, in diversi posti, si interpreta l’agire associativo. Ma in realtà le ricerche dicono che, sempre di più, oggi, “Una stessa associazione può agire con stili associativi diversi. Come lobby, come nodo di un movimento, come gruppo di rappresentanza di interessi, come parte del sistema di welfare locale” (Biorcio/Vitali) a seconda del contesto e del momento.

Forse oggi le persone danno meno rilevanza all’appartenenza organizzativa. Ma questo non vuole dire necessariamente maggiore resistenza all’associarsi. A volte, specie per i più giovani, può voler dire anche essere più disponibili ad associarsi, ma solo se ne vale la pena. Forse c’è maggiore sensibilità a determinati temi, quindi maggiore richiesta di verifica di coerenza. Forse oggi per associarsi c’è bisogno di avere anche un ritorno personale. Non necessariamente economico, ma di crescita, di soddisfazione, di senso e persino di felicità.  Forse c’è disponibilità a portare la propria associazione, il proprio gruppo, la propria esperienza, dentro qualcosa di grande, se questo qualcosa di grande non mi annulla, ma anzi, preserva e valorizza la mia specificità. 

Tutti questi forse interrogano il nostro essere associazione, il nostro essere rete associativa ed il nostro essere quel mondo diffuso che una volta chiamavamo Sistema Acli. Quello che stiamo provando a fare è stare su un duplice asse: 

  • da un lato promuovere l’azione sociale delle Acli e cercare di renderla sempre più animazione di comunità(cioè sempre più capace di mobilitare partecipazione), 
  • dall’altro stiamo provando ad utilizzare un approccio di animazione di comunità anche all’interno delle Acli stesse, come modalità di sostenere un processo di rigenerazione associativa.

La nascita dei processi creativi, secondo Asimov

Era il febbraio 1959, quando Isaac Asimov venne avvicinato da Arthur Obermayer, scienziato e caro amico dello scrittore. Con una proposta: e...